21/02/2012 - Dream Theater + Periphery @ Mediolanumforum - Assago (MI)

Pubblicato il 25/02/2012 da

Che assistere ad un concerto dei Dream Theater sia un terno al lotto, oramai lo sanno tutti. Tante volte la band si è fatta trovare fredda sul palco, o addirittura scazzata, e altrettante volte invece ha fatto faville, regalando emozioni con tracce in scaletta che i presenti non si sarebbero mai immaginati. Lo stesso cantante James LaBrie è sovente misura fisica di questa variabilità di rendimento live; non a caso, sui forum e nei commenti riguardanti la band del Massachusettes è sempre il cantante stesso ad essere citato alternativamente come il vero freno della band, oppure come la sua ancora trainante. Entrambe le descrizioni hanno del vero, lo ammettiamo, ma una cosa è certa: un concerto di Petrucci & Co non va mai dato per scontato. In venti e più anni di attività sui palchi di tutto il mondo, le sorprese presentate dalla band agli sconcertati fan sono state davvero tante, tra riproposizioni di album interi (“Scenes From A Memory” e “Images And Words”), capolavori altrui (ricordiamo “Master Of Puppets” e “Number Of The Beast”, eseguiti anni fa per intero) e scalette che ogni volta cambiano, pescando a piene mani da una discografia che diventa sempre più lunga. Lo show di questa serata dimostrerà di non riservarci particolari sorprese (a parte la ‘strana’ presenza di una band ‘tirata’ come i Periphery come supporting act) ma di buona musica ce ne riserverà invece molta. Grazie ad una band decisamente in palla, un palco enorme arricchito da una massiccia scenografia e, soprattutto, grazie ad un James LaBrie in forma come non ce lo ricordavamo da decenni; i Dream Theater questa volta non fanno prigionieri e fugano ogni dubbio sullo stato di salute della band anche senza il suo oramai ex-leader…

PERIPHERY

Dalle parole di James LaBrie: “Non vedo tutta sta differenza di cui mi parlano. Noi siamo progressive e i Periphery sono progressive. Noi siamo melodici e loro sono melodici. Noi siamo metal e loro sono metal. Where’s the problem, man?!”. Beh, stavolta non possiamo dirci proprio d’accordo con il cantante di origine canadese. Se anche in effetti il gruppo capitanato da Misha Mansoon si possa certamente definire metal, rientri nei ranghi del progressive e faccia utilizzo di melodie ben costruite nelle proprie canzoni, la differenza con il sound dei Dream Theater è evidente come un cartello di stop nel mezzo del deserto. Le ritmiche forsennate dei Periphery, fieri araldi del cosidetto ‘Djent Metal’ (un metal fortemente ritmico basato sull’abuso della tecnica del palm muting) sono molto più adatte all’headbanging rispetto alle spezzate soluzioni degli headliner; e inoltre le vocals rabbiose e urlate del vocalist Spencer Sotelo non c’entrano proprio niente con lo stile vocale e le melodie di James LaBrie. Questa diversità, negata a gran voce nelle interviste da entrambe le band, non tarda invece a manifestarsi sul palco una volta che le note ultracompresse di “New Groove” esplodono dalle casse investendo il pubblico. Dove ci saremmo aspettati una risposta più movimentata da parte degli astanti davanti ad una simile energia, ci troviamo invece al cospetto di una platea pressoché immobile, impegnata sì ad ascoltare le canzoni e ad applaudire, ma assolutamente avulsa in quanto partecipazione. Per fortuna l’audience si comporta civilmente e non si odono fischi o stupidi coretti di insulto in direzione dei Periphery: i presenti si limitano ad apprezzare e ad ascoltare quanto la band propone, senza però appunto ‘vivere’ del tutto il concerto. Dal canto loro, sul palco, i Periphery fanno ottimamente il proprio lavoro, e i cavalli di battaglia “Buttersnips” e “Icarus Lives” si susseguono senza sosta fino alla sorpresa, ovvero i 12 minuti di “Racecar”, che in genere viene esclusa dalle setlist per via della sua lunghezza. Con quest’ultimo esempio di progressive articolato i Periphery chiudono uno show battagliero e da professionisti, lasciando spazio agli headliner dopo solo 6 canzoni.  Alla band un plauso per aver suonato con molta bravura, anche se relativamente fuori contesto.

DREAM THEATER

Il cambio palco avviene nella tranquillità più totale, mentre il pubblico si risistema dopo lo show dei Periphery. Molti scendono dalle gradinate per avvicinarsi e alcuni posti a sedere sulle gradinate più lontane dai musicisti cominciano a rimanere vuoti, mostrandoci la scena di un Forum pieno per quasi tre quarti della sua disponibilità. Si potrebbe certo dare la colpa ai biglietti sempre più cari ed alla crisi che stringe i poveri fan nella sua ferrea stretta, ma il dubbio che una fetta del seguito dei Dream Theater abbia invece deciso che la band sia finita dopo l’abbandono di Portnoy si affaccia prepotente alla mente di molti dei presenti. Intorno alle 21.30 le luci scendono per la seconda volta, e un simpatico filmato a titolo “Dream Is Collapsing” comincia ad essere proiettato su 3 schermi a forma di dado posti sopra al palco. Un John Myung formato ninja cartonoso lascia il posto al ‘mago’ Jordan Rudess e al Dio dei Fulmini Petrucci… i vari membri della band si succedono, tutti opportunamente disegnati in stile cartoon, fino ad arrivare al nuovo arrivato, il ‘genio della lampada’ Mangini. L’accoglienza del pubblico al genuino sorriso del batterista è calorosa e urla di incitazione salgono dalla folla… fino a che la divertente sigla non scompare, mergendosi con la mistica intro di “Bridges In The Sky”. Uno tra i pezzi migliori dell’ultimo album, la maestosa suite di 12 minuti, fa la sua porca figura in apertura, attirando le attenzioni dei presenti sul riffing pesante di Petrucci e sulle vocals aggressive di LaBrie. Una volta testato il polso della risposta del pubblico ad un pezzo nuovo, i Theater non ci lasciano scampo inserendo al volo uno dei classici della band: “6:00” è quello che ci vuole in questa posizione per raccogliere urla ed incitazioni! A suo agio anche con un pezzo insidioso come questo, LaBrie attira le attenzioni su di se e guida sicuro il pubblico verso il continuo dello show. L’alternanza nuovo album/classico ha sembrato dare frutti, e quindi la band ci presenta subito la doppietta composta da “Built Me Up, Break Me Down” e “Surrounded”, la seconda da applausi a scena aperta. Una nervosa e pesante “Root of All Evil” ci rimanda ai tempi di “Octavarium” per una decina di minuti, prima di lasciare il campo al solo Mangini, autore del solito, terremotante, assolo di batteria. “A Fortune In Lies” ci rimanda negli anni ’90, dandoci la carica per affrontare la lunga “Outcry”, in realtà unico pezzo debole della serata. A seguito di questo piuttosto freddo pezzo, LaBrie decide di scaldare gli animi con un intermezzo acustico, cantando in stretta successione “The Silent Man” e “Beneath The Surface”, accompagnato rispettivamente da un sorridente Petrucci e dal simpatico Jordan Rudess col suo imbarazzante pizzetto bianco. La parentesi emozionale chiude sulle note di un pezzo del nuovo album, e dunque la band batte il ferro sinchè è caldo presentandoci subito il singolo “On The Back Of Angels”, già amato dal pubblico presente. Fatichiamo a capire la parentesi “Six Degrees Of Inner Turbulence”, dalla quale ci vengono presentati gli estratti “War Inside My Head” e “The Test That Stumped Them All”, troppo nervosi per il clima generalmente rilassato della serata, ma si ritorna su livelli altissimi con il pezzo migliore della serata: “The Spirit Carries On”. Introdotto da assoli di tastiera e chitarra, per fortuna non lunghi come temevamo, il pezzo viene da LaBrie dedicato ad un fan dei Dream Theater morto durante la tragedia della Costa Concordia. Espediente forse un po’ forzato, considerata anche la proiezione di una foto del fan in questione, ma che dona sicuramente significato ed emozionalità ad un brano già toccante di suo. La magia di “Finally Free” finisce lasciandoci alla “Learning To Live” del terzo millennio, ovvero la lunga “Breaking All Illusions”. Poste le dovute differenze con il capolavoro di “Images And Words”, anche questo episodio scorre inesorabile verso la fine ed i bis, rappresentati questa volta dal ‘classicone’ “Pull Me Under”. Grande show, gran divertimento e gran partecipazione. Stavolta i Theater hanno decisamente colpito nel segno.

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