26/04/2011 - Earth + Sabbath Assembly @ Init Club - Roma

Pubblicato il 01/05/2011 da
Report a cura di Claudio Giuliani

Il nuovo album degli Earth, band unica al mondo nel suo genere da quando il leader Dylan Carson ha spostato le coordinate stilistiche laddove era inimmaginabile per i comuni mortali, è preludio per il tour che ha toccato l’Italia per ben quattro date. Ancora una volta, come per il precedente album “The Bees Made Honey In The Lion’s Skull”, gli Earth fanno tappa a Roma per un concerto nettamente più affollato di quello di due anni fa. “Potenza” della loro musica, sempre monolitica e sempre più ipnotica. Ad accompagnarli nel tour i Sabbath Assembly, combo inglese non meglio identificato musicalmente che si muove nelle coordinate della musica rituale.

SABBATH ASSEMBLY

Sul palco dell’Init sale la sezione ritmica dei Sabbath Assembly, basso-chitarra-batteria, raggiunta poco dopo dalla cantante. Una “witch” diremmo, una strega di nero vestita con i lunghi e mossi capelli biondi a coprirne il volto, come a velarsi di fronte al pubblico che timidamente si accosta al palco. Cominciano a macinare note i nostri, a basso regime, mentre la cantante comincia a far capire l’impronta vocale, nota che più di ogni altro suono riesce a innalzarsi nel calderone generale della musica degli inglesi. Vocalmente dotata, la bionda ha dimostrato di avere un’ugola potente, ma proprio nei toni alti ha palesato di avere margini di miglioramento nella gestione del suo mezzo quando c’è da usare tutta la potenza. I Sabbath Assembly propongono una sorta di rock psichedelico che varia ad ogni pezzo e che lascia spesso spazio a passaggi molto evocativi. Se in un brano si esalta la cantante, nel successivo è il chitarrista a impadronirsi della scena con lunghi soli strumentali. L’impronta generale è di difficile identificazione e, sebbene l’atmosfera sia quella giusta – luci basse e soffuse – i Sabbath non riescono a convincerci appieno.

EARTH

Durante l’Inferno Festival di Oslo, qualche anno fa, il compagno di scorribande metallare del vostro recensore ebbe a comprare due CD in un negozio; il logo incuriosì alquanto il qui scrivente; alla domanda che chiedeva lumi sulla qualità del gruppo in questione, gli Earth ovviamente, lui mi liquidò con un “non è cosa per te”, che faceva onore alla intransigenza metal del recensore. Dopo qualche anno, un ascolto quasi di sfida verso l’amico, volendo dimostrare l’apertura mentale che è propria dell’intelligenza e che spesso consente di scoprire gruppi che poi albergheranno fra i preferiti, il vostro scriba si cimentò nell’ascolto di “The Bees Made Honey In The Lion’s Skull”. Fu ipnosi da disco. Mentre ipnosi, questa volta di massa, è quella che si manifesta appena gli americani, fra luci tenui, sguardi bassi, posture immobili e occhi chiusi, attaccano proprio con la traccia che dà il titolo al penultimo album del gruppo. L’ossessività del riff, con la sala che è piena, pronta al rito, calamita sul palco l’attenzione di tutti. Sono gli stessi musicisti, con i loro visi, a recare la sofferenza di chi sente dentro un movimento immobile, lancinante nella sua agonia, ossessivo nella sua ripetitività, arrogante nella propria autoreferenzialità, a immobilizzare come statue di ghiaccio il pubblico. Fermano la folla e la costringono a dilatare la propria concezione di tempo, rallentando il tutto. Il motore gira al minimo dei giri, ma non si spegne. E gli Earth aprono scorci sconfinati nella musicalità di ciò che rappresentano. L’angelo del buio, argentato, è posizionato sul vecchio amplificatore Fender dal quale si dipana il suono della sei corde di Carlson. Questi, spesso spalle al pubblico, dirige l’onda sonora. “Descent To Zenith” è l’ossimoro musicato degli americani. Fra i brani più belli dell’ultimo lavoro – dai quali i nostri hanno tratto la quasi totalità della setlist –  la progressione sonora è di una dolcezza inebriante. Sempre dal nuovo, si prosegue con la lunga (dodici minuti) “Father Midnight”, buia e cupa. E’ poi il turno di “Old Black”, prima traccia di “Angel Of Darkness, Demons Of Light”, dominata da quel riff lunghissimo, che apre praterie con la sua maestosità prima di ammorbidirsi, mellifluamente, malinconicamente, come ad abbracciare tutto il pubblico in un’infinita, musicata tristezza. Il concerto è chiuso da “Oborous Is Broken”, primo brano di sempre scritto dal gruppo e, dalla seconda metà della lunga traccia che dà il titolo all’ultimo album dei nostri, un pezzo chitarristicamente più virtuoso. L’ipnosi di massa è celebrata. L’acquedotto romano che cinge l’Init, vecchio di migliaia di anni, avrà apprezzato la musicalità degli Earth, abili a dilatare il tempo e a far viaggiare lo stesso indietro e avanti, ma sempre molto lentamente.

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