18/07/2017 - EINSTÜRZENDE NEUBAUTEN @ Parco Della Certosa Reale - Collegno (TO)

Pubblicato il 22/07/2017 da

Report a cura di Simone Vavalà

A due anni di distanza dall’ultima calata italica, si presentano come band d’eccezione al Flowers Festival gli Einstürzende Neubauten, assoluti paladini della musica industriale. Prima del tour di “Lament”, splendido e complesso album dedicato alla Prima Guerra Mondiale, il combo tedesco aveva portato in giro per il mondo una tournée celebrativa dei trentacinque anni di attività; e per questa occasione, nell’accogliente cornice dell’ex Fabbrica del Vapore di Collegno, sceglie una strada analoga, complice l’uscita, pochi mesi fa, del doppio vinile “Greatest Hits”. Prepariamoci quindi a ripercorrere sette mirabili lustri di carriera di altissimo livello!

Arriviamo in tempo per sentire un piccolo frammento del dj set di apertura a cura di Alberto Campo, storica firma musicale italiana – da Rumore a Repubblica – che intrattiene il pubblico, al momento non proprio assiepato, con classe e una scelta musicale che non può che pescare da certe sonorità avantgarde e krautrock, dato il contesto. L’organizzazione pare voler attendere il buio per far salire sul palco la band, e infatti i sei folli tedeschi fanno la loro comparsa alle 22 in punto, quando qualunque residuo di luce è sparito e può parlare solo la loro musica e le scarne luci utilizzate per illuminarli. Come pezzo di apertura viene scelta “The Garden”, eterea e ipnotica, che mette subito in chiaro come non si tratti di una serata votata ai loro eccessi più rumorosi. E infatti, almeno fino a “Dead Friends (Around The Corner)”, l’esibizione è molto ragionata, compatta e priva di fronzoli, almeno nei limiti naturali degli Einstürzende Neubauten; Unruh e Moser, i due rumoristi/percussionisti, cambiano infatti spesso posizione sul palco e gli improvvisati strumenti da percuotere, come sempre in grado di stupire chi non li avesse mai visti dal vivo: tubi Innocenti elettrificati, lamiere, molle industriali, per non dire della ormai classica ‘vasca di tondini’, che rovescia dall’alto centinaia di pezzi di metallo per replicare la cascata sul finale di “Die Befindlichkeit Des Landes”. Ed è proprio con questo ipnotico e suggestivo pezzo che la band diventa più energica: Alexander Hacke – bassista e anima – sale in cattedra e lo ieratico Blixa Bargeld, che fino a questo momento sembrava pronto solo a zittire il pubblico in caso di eccessivo entusiasmo, inizia a concedere intermezzi spiritosi; dalla bocciatura di “Sabrina”, uno degli highlight dello spettacolo, da parte della produzione di un film (“ma siamo contenti di aver tenuto il pezzo tutto per noi”), al peso della turbina per biplano che Moser suona in un paio di pezzi, fino alla presentazione della band come risposta maschile alle Spice Girls: abbiamo così Shorty Spice, ossia Unruh, ovviamente, folletto della band per proporzioni e attitudine; Sitting Spice, il prezioso tastierista Ash Wednesday, che in più di un momento emerge a donare tocchi di grande atmosfera; E ancora Sporty Spice, lo statico, essenziale e mirabile Jochen Arbeit, chitarrista ormai storico e impeccabile nel suo completo blu elettrico, e così via… fino a Scary Spice, come Hacke presenta lo stesso Bargeld, e non c’è sicuramente definizione migliore. Il Maestro di Cerimonie della band, al di là del tappeto sonoro fornito dai compari, contribuisce come sempre in maniera assoluta alla creazione delle loro sulfuree e decadenti partiture; non solo grazie alla sua voce baritonale e a tratti spaventosa (appunto), ma anche grazie a mille effetti, ottenuti da kazoo, radio a transistor et similia, che inserisce nei brani con naturalezza e senza quasi muoversi. L’apice, da questo punto di vista, si tocca con “Let’s Do It A Dada”, pezzo che se in studio resta molto fine a se stesso, dal vivo è un capolavoro di riverberi, sovrapposizioni ed effetti, completato dall’omaggio in italiano a Marinetti e Russolo, ispiratori e fautori del Futurismo in musica con i loro manifesti. Ben due i bis, con cinque canzoni complessive, e gran finale affidato a “Redukt”, uno dei pezzi più aggressivi della serata, scandito da clangori metallici e da piccole, efficaci trine di chitarra. Un inchino, un saluto senza eccessi emotivi, forse qualche goccia di sudore, ma giusto per il clima poco consono a dei veri teutonici; da musicisti compassati, i sei se ne vanno così, lasciandoci nelle orecchie feedback e silenzi assordanti.

 

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