Report di Federico Orano e Giovanni Mascherpa
Fotografie dalla pagina facebook ufficiale del festival
Succede ormai ogni anno che ad inizio aprile la cittadina di Roskilde, situata a pochi chilometri di distanza dal capoluogo danese Copenaghen, diventi la capitale del power metal mondiale: e non stiamo esagerando, visto che anche questa quarta edizione, andata in scena venerdì 10 e sabato 11 Aprile, ha presentato una line-up di altissimo livello dedita alle sonorità che girano attorno al genere power metal, andando di nuovo sold-out e confermando la grande riuscita di un evento che, come da tradizione nordica, può vantare un’organizzazione eccellente.
Nelle due giornate si sono alternate ventidue band su tre palchi distinti (i due principali all’interno del Congress Center – uno davvero enorme e l’altro più contenuto ma che può comunque accogliere circa ottocento persone e il Gimle, a cinque minuti a piedi, una classica venue da circa cinquecentocinquanta posti!) e tutto è filato liscio, senza nessun ritardo, nessun problema di audio.
I fan accorsi da tutto il mondo (sì, anche dal Sud America, dall’Australia e dall’Oriente!) hanno potuto gustare alcune delle migliori realtà del power metal e di tutte le sue sfaccettature, nel miglior confort possibile.
L’Epic Fest si rivela un appuntamento imperdibile anche per gli appassionati della scena cosplay e per tutti gli appassionati dei giochi di ruolo; per loro vengono creati delle situazioni ad hoc, come dei veri e propri ritrovi per gli amanti di Dungeon & Dragons che si sono ritrovati nella mattinata del sabato per alcune sfide.
La forza di un festival simile, poi, sta nel poter portare band di spicco, ma soprattutto nel richiamare alcuni gruppi di culto che difficilmente si potrebbero incontrare dal vivo: parliamo di alcune realtà del passato che vengono riportate in auge ma anche di band che arrivano da luoghi distanti, come ad esempio il Giappone.
Passeggiare per il centro cittadino e incontrare giovani e meno giovani che riempiono Roskilde con maglie di Sabaton, Blind Guardian, Rhapsody e altri, colorando per un weekend la vita quotidiana di questo paese, è sempre un piacere!
E se per una birra bisogna, ahimè, sborsare una decina di euro, pazienza, sappiamo che il costo della vita in Danimarca è elevato. E si può chiudere un occhio per una volta, visto che l’esperienza da vivere comunque ne vale la pena. A voi il resoconto di come è andata.
VENERDÌ 10 APRILE
Raggiunta Roskilde, ci attende una giornata fredda e ventosa, una di quelle che da noi potrebbe benissimo essere considerata tra le più gelide dell’anno, qui in Danimarca è quasi un normale giorno di metà aprile.
C’è una lunghissima fila ad attendere i controlli di sicurezza prima di varcare la porta dello stage principale dove ci attendono gli ANGUS MCSIX, prima band a salire sul palco. A loro viene riservato lo stage più grande e di gente ad assistere al concerto ce n’è già parecchia. Sono in molti a lasciarsi conquistare dalla parodia che viene messa sul palco, e notiamo in particolare diversi giovani che saltano e cantano sulle note di alcuni dei brani più celebri del gruppo; “The Fire Of Yore” con gli urletti del cantante Samuel Nyman e una marea di cori campionati che accompagnano la performance del gruppo fino alla conclusiva “Ride To Hell”.
La band, che ha da poco pubblicato il proprio secondo lavoro, “Angus McSix And All The All-Seeing Astral Eye”, possiede un sound che risulta per molti plastificato: questo proprio per le tante basi utilizzate che vengono sparate a mille dalle casse a discapito delle chitarre, spesso difficili da distinguere – il basso, invece, semplicemente non è presente! – mentre la voce del cantante sovrasta tutto, riuscendo a costruire una prestazione più che solida con l’utilizzo perlopiù di note elevate.
Durante “I Am Adam McSix” sale sul palco anche Giacomo Voli per duettare con lui, ma la sensazione generale è di ascoltare una musica quasi finta, che strizza l’occhio alla techno-dance e che si dimentica tutte le fondamenta sulle quali è stata fondata la nostra musica preferita, dove le chitarre sono sempre state protagoniste, e comunque ci sembra che molti si siano divertiti nonostante tutto. (Federico Orano)
La band austriaca denominata DRAGONY è pronta ad aprire le danze al King Roar’s Hall, forte di ormai diversi dischi pubblicati che l’hanno fatta crescere nell’apprezzamento dei fan del power metal melodico, ultimo quel “Hic Svnt Dracones” del 2024.
Le composizioni del gruppo sono piuttosto classiche e non brillano di originalità né di grande genialità ma si lasciano ascoltare e rispetto ad Angus McSix che ha aperto la giornata, qui le chitarre si sentono e i brani sono certamente più corposi e ‘autentici’, senza un eccessivo utilizzo di basi preregistrate.
Spicca la presenza della cantante Maria Nesh che si presenta sul palco con un forte impatto visivo ed una certa personalità; duetta spesso con Siegfried ‘The Dragonslayer’ Samer, storico frontman della band, e così lo show può procedere senza intoppi per un’oretta tra le più massicce “Gods Of War” e “The Dead Queen’s Race” e la più rapida “Wolves Of The North”.
Unico vero neo della prestazione degli austriaci arriva quando i due cantanti devono alzarsi su note elevate dimostrando di fare davvero fatica e addirittura steccando un po’; per il resto, lo show dei Dragony è stato più che dignitoso. (Federico Orano)
Sono leggermente fuori dal contesto i SIRENIA, che fanno tappa a Roskilde durante il loro tour di festeggiamento per i venticinque anni di carriera. Più che power metal qui si tratta di gothic metal oscuro e penetrante, e infatti il “The Realm Of Might & Magic” è buio pesto quando sale sul palco il quartetto nordico.
Una partenza possente, con il cantato growl di Morten Veland ma poco dopo ecco apparire sul palco la voce femminile e soave di Emmanuelle Zoldan, cantante francese entrata nella band ormai dieci anni fa, la quale dimostra di possedere una raffinata presenza sul palco.
Il pubblico è abbastanza numeroso e nonostante la musica proposta non spinga troppo a saltare né ad aizzare la spada di plastica che molti portano con sé durante questo festival, la partecipazione è piuttosto calda.
La setlist è un viaggio di un’ora attraverso la carriera della band, omaggiando in particolare i brani più storici, visto che buona parte della scaletta è dedicata alle prime quattro produzioni, quelle probabilmente anche più amate dai fan: così vengono riproposte “Meridian”, che ha aperto lo show con le sue atmosfere cupe e demoniache, e “Sister Nightfall” dal disco di debutto “At Sixes And Sevens” del 2002 ed “Euphoria” e “Star-Crossed” da “An Elixir for Existence”.
Infine trovano spazio i due singoli pubblicati negli scorsi mesi, presenti nel prossimo disco della band: “Callous Eyes” e “Nightside Den”, entrambe al loro debutto live. Una performance precisa per i Sirenia che salutano il pubblico tra gli applausi. (Federico Orano)
Che attesa per i MERCENARY, band di casa che torna sul palco e lo fa per un’occasione speciale: festeggiare ed omaggiare un disco stratosferico per quanto riguarda la scena melodic-death come “A Hour That Remains”, che compie vent’anni! La scaletta sarà quindi incentrata su questo lavoro, riproposto quasi nella sua interezza, ad eccezione di un paio di estratti dal loro lavoro più recente, “Soundtrack For The End Times” del 2023.
La band è carichissima e forse anche stupita di ritrovarsi davanti così tanti fan che non vedono l’ora di unirsi ai festeggiamenti: quello che viene fuori è uno show granitico strapieno di riff spaccaossa, senza basi ad appesantire il set, solo esplosioni infuocate che aiutano a creare la giusta atmosfera.
Non viene concesso alcun momento per tirare il fiato, fin dalla partenza sulle note decise di “Soul Decision”, grazie anche al drumming esplosivo di Martin Nielsen, passando per la ruffiana “Lost Reality”, che colpisce coi suoi cambi di tempo, fino alla title-track di quel grande disco che, per otto minuti, mostra influenze progressive, metalcore e heavy metal mescolate in maniera unica.
Superlativo alla voce René Pedersen, alternando voci pulite al suo scream letale, mentre il muro costruito dai riff di Jakob Mølbjerg e dagli assoli di Martin Buus è spesso e indistruttibile e spinge all’headbanging. Sessanta minuti paradisiaci per i Mercenary, i quali regalano uno show più unico che raro. (Federico Orano)
Aldilà dei gusti personali, i RHAPSODY OF FIRE sono una formazione superiore a buona parte della concorrenza. Da loro infatti ci si attendono e si ricevono sempre delle prestazioni perfette – vuoi per i tanti anni ormai di esibizioni in giro per il mondo con una line-up stabile, vuoi per la preparazione tecnica di ogni elemento, in primis del superlativo Giacomo Voli, visto che la voce, in fin dei conti, è lo ‘strumento’ più delicato: eppure, la sua preparazione tecnica gli consente di non sbagliare niente e di potersi concentrare sulle emozioni da trasmettere, coinvolgendo i presenti.
Inoltre, il gruppo triestino può vantare alcuni inni power metal che solo le grandissime band hanno nel loro repertorio: poter iniziare lo show con un’introduzione epica come “The Dark Secret”, seguita dalla possente e tuonante “Unholy Warcry” è da fuoriclasse e non da tutti, appunto. Ovviamente essendo all’Epic Fest, quale altra band può vantare, nel genere, sonorità così epiche?
Trovano spazio le nuove e ormai quasi altrettanto esaltanti “Rain of Fury”, “I’ll Be Your Hero” e “Chains Of Destiny”, pezzi rapidi, capaci di impegnare a dovere la doppia cassa del precisissimo Paolo Marchesich che forma una possente sessione ritmica con il compagno Alessandro Sala.
Il momento per tirare il fiato arriva con la lenta “The Magic Of The Wizard’s Dream” prima di riprendere il passo pesante con il midtempo, ormai immancabile, intitolato “The March Of The Swordmaster”.
Vengono proposti anche un paio di pezzi più recenti che però, onestamente, non tengono il passo delle grandi hit – tante di queste risulteranno ahinoi sacrificate – ma ci si prepara al gran botto finale con un trio che non lascia un attimo di respiro:“Dawn Of Victory”, “Land Of Immortals” e “Emerald Sword”, con Giacomo che si fa trasportare dal pubblico cantando durante il crowd-surfing.
Continuiamo a sopportare poco gli effetti che il cantante italiano si ostina ad usare (e dei quali non avrebbe alcun bisogno vista la sua classe), con echi che a nostro avviso risultano fastidiosi; ma aldilà di questo, lo show dei Rhapsody Of Fire è stato senza dubbio il più infuocato dell’intera giornata e ha intaccato diverse corde vocali dei presenti, i quali hanno cantato a squarciagola senza sosta! (Federico Orano)
Gli ultimi anni per i FAIRYLAND non sono stati esattamente facili. La morte del leader e principale compositore Philippe Giordana ha inferto un colpo durissimo alla formazione provenzale, colpita nel profondo umanamente e, in seconda battuta, artisticamente. Giordana era il cuore pulsante dell’intero discorso artistico e, su un piano strettamente musicale, la sua prematura dipartita avrebbe potuto segnare definitivamente il destino del gruppo.
Invece, in qualche maniera, i Fairyland sono riusciti a proseguire. Dopo il contraddittorio ultimo album “The Story Remains” poteva esserci un filo di incertezza su come i brani più recenti avrebbero reso dal vivo e in generale se un apparato sinfonico così imponente – e invadente – avrebbe potuto inficiare la buona resa live dei pezzi. Per fortuna, di fronte a una platea adorante (una costante per tutte le esibizioni del festival, va detto), i francesi fanno svettare il loro status, l’esperienza e l’entusiasmo per essere ancora qui, nonostante tutto.
Affidabile, vitale e ben dentro la parte il cantante Archie Caine, affiatata la coppia di chitarre, mentre le tastiere suonate tenendo lo strumento a tracolla, come una chitarra, da parte di Johannes Skyblazer non risultano così invadenti come su disco. Ne esce un concerto che entra immediatamente nel vivo, con la band che non si rifugia nel passato ma mette in primo piano proprio l’ultimo “The Story Remains” – ben cinque le canzoni in setlist – e va quindi a pescare accuratamente da altri momenti della carriera, non tralasciando nessun capitolo della propria discografia.
Il clima è festoso e coinvolto come un po’ in tutta la manifestazione, i Fairyland rispetto ad altre compagini hanno un approccio più da metal band ‘di una volta’, senza presentare orpelli scenici particolari come altri loro colleghi. Per loro parla la musica, che mette d’accordo tutti per la corposa durata dell’esibizione, chiusa nell’encore dall’inno “Ride With The Sun”, dall’esordio “Of Wars in Osyrhia” (Giovanni Mascherpa).
Non sono mai decollati i MOB RULES e sono sempre rimasti una band quasi di culto: anche qui all’Epic Fest vengono relegati nel palco più piccolo, il Gimle, e onestamente non hanno neppure suonato davanti a molta gente (la location è stata sicuramente più gremita durante altri show in questi due giorni) anche se a dire la verità in contemporanea tornavano in pista i Fairyland nel palco principale.
Ma senza indugi e spinti dai pochi ma caldi presenti, la band tedesca a messo a segno uno di quegli show forse non perfetti sotto ogni aspetto, ma certamente capace di appassionare con tanto calore.
Ben tre i brani presi dall’ultimo disco in studio, quel “Rise Of The Ruler” che li ha riportati ai fasti del passato con pezzi più powereggianti, come “Exiled” che ha aperto lo show con tanta energia, seguita poi da una selezione che è andata a pescare lungo la carriera ormai trentennale della band.
Klaus Dirks canta come su disco, anche se tra un brano e l’altro ha bisogno di qualche piccola pausa per rifiatare, mentre i suoi compagni di palco danno un interessante colpo d’occhio, vestiti con abiti post-apocalittici.
“Rain Song”, pescata dallo storico “Savage Land” mostra l’eleganza della band mentre dal loro disco più riuscito, lo splendido “Hollowed Be Thy Name” vengono riproposte la spedita “(In the Land Of) Wind and Rain”, oltre che l’immancabile title-track.
Uno show fatto di calore, da sei musicisti che suonano questa musica non certo per il successo o per seguire le mode, ma solamente per il proprio piacere personale: farlo davanti a dei fan appassionati è ciò che ripaga da tutti gli sforzi. (Federico Orano)
C’è attesa per lo show dei MASTERPLAN di Roland Grapow e soci, che tornano in pista dopo un lungo periodo di silenzio: lo fanno con un disco nuovo in arrivo a breve e con una seria di date europee che partono dalla Danimarca.
Il fatto di suonare alle 00.30 forse non aiuta una formazione che ormai non è più giovincella, ma la grandezza dei brani scritti, soprattutto a inizio carriera, è abbastanza per risvegliare i presenti, che cantano e si esaltano anche dopo tante ore di festival. Viene scelta una scaletta rigorosamente riservata ai brani pubblicati sotto questo moniker: nessun pezzo, quindi, pescato tra quelli – memorabili – composti dal biondo chitarrista tedesco durante la sua militanza negli Helloween, come invece avvenuto in passato, e a noi sembra giusto così.
La partenza con “Enlighten Me”, splendente brano contenuto nel magnifico e omonimo debutto della band, è superlativa, ma spiccano anche “Lost And Gone” e “Crimson Rider”, segnati da riff possenti e da melodie accattivanti, nel classico stile della band, presenti nei due album successivi all’esordio, “Aeronautics” ed “MKII”.
Il sound è buono, anche se forse la band paga il fatto di essere ‘alla prima’ dopo tanto tempo e deve un po’ oliare i meccanismi, con più di qualche pausa tra un pezzo e l’altro, ma possiamo capirlo. Rick Altzi al microfono non può ovviamente competere con l’ugola di Jorn Lande (cantante norvegese che prestava la sua voce nei primi due dischi del gruppo), vagamente presente nelle memorie dei presenti durante l’esecuzione di canzoni come “Kind Hearted Light” e “Heroes”. Il cantante tedesco fa del suo meglio, fatica molto sulle note alte e forza molto la sua ugola: il risultato è comunque accettabile e lo show è stato nel complesso piuttosto convincente. Ora attendiamo il nuovo materiale. (Federico Orano)
SABATO 11 APRILE
Il secondo giorno si apre presto, alle due del pomeriggio, sul più raccolto Gimle, un club a ridosso del centro di Roskilde, abbastanza contenuto nelle dimensioni ma provvisto di un palco spazioso e con una sala che consente un’ottima visuale da tutti i punti.
Il clima è diverso da quello delle due spaziose sale principali, più intimo, e quest’aspetto viene in aiuto ai giovani LOST DAWNING: hanno sicuramente meno nome e pedigree della maggior parte delle altre formazioni in cartellone, hanno finora fatto uscire solo un breve EP di tre brani e qualche demo, per loro questa è un’occasione davvero speciale e ce lo fanno notare fin da subito.
La minuta cantante Philippa Sztencel è visibilmente emozionata e raggiante per essere a una manifestazione di questo prestigio, consapevole che sia una tappa importante per il gruppo, finora rimasto a una dimensione locale. Si percepisce che i ragazzi siano ancora acerbi, la distanza con la sicura professionalità di altri esponenti del genere è evidente, eppure i Lost Dawning non vacillano e ci regalano un concerto assolutamente piacevole e coinvolgente.
Il loro è un symphonic power metal leggero ma grintoso, aderente agli stilemi del genere codificati negli anni ’90, fedele all’immaginario fantasy del settore, pur senza accenti troppo marcati: i brani scontano una personalità non ancora sviluppata, però non difettano di giri melodici ben congegnati e, nonostante la voce principale sia ancora un po’ esile e a volte leggermente incerta, questo apparire naif ma vero, autentico e genuino ce li rende subito simpatici. Per loro nulla di artefatto, nessuna posa per rispettare un copione o una parte, solo tanto amore per la musica e la gioia di presenziare in un contesto simile.
Il pubblico, non numerosissimo ma già bello carico, non si tira indietro e contribuisce a una bella atmosfera in sala, mentre i cinque offrono alcuni estratti dall’album prossimo alla pubblicazione nel corso del 2026 (Giovanni Mascherpa).
Forti del nuovo disco “Power Metal From The Outer Space”, pubblicato proprio nei giorni adiacenti al festival, i tedeschi VICTORIUS aprono la giornata all’interno del Congress Center salendo sul palco con i loro classici abiti da guerrieri galattici. Il pubblico è già piuttosto carico e si lascia accompagnare lungo quarantacinque minuti di quel power metal canticchiabile che colpisce fin da subito.
Il quintetto teutonico svolge bene il proprio lavoro, certo con un’esecuzione abbastanza ordinaria, ma è vero anche che i loro brani sono perfetti per avere un buon impatto live e far divertire il pubblico a prescindere dalla carica dei musicisti: dobbiamo ammettere che le nuove composizioni sono già ben conosciute dai presenti, i quali cantano i ritornelli a memoria; “Raptor Squad Attack” e “World War Dinosaur” sono i classici pezzi che dal vivo vincono facile, in particolare con un pubblico così propenso a queste sonorità.
A chiudere il set, la prorompente “Super Sonic Samurai”, anche se alla band è mancata un pizzico di potenza, i Victorius si sono rivelati un’adeguata apertura per la giornata odierna. (Federico Orano)
Ma perchè, direte voi, correre verso il Gimle (lo scenario più piccolo e distaccato) per vedere all’opera i FURY? Perchè il nostro sesto senso a volte funziona! La band inglese, dove milita anche la bassista Becky Baldwin (Mercyful Fate), ha messo a ferro e fuoco il locale mettendo in scena probabilmente lo show più incendiario dell’intero festival.
Il lor ultimo disco, “Interceptor”, dato alle stampe lo scorso anno, era davvero un bell’album heavy-rock, ed univa brani più melodici ad altri maggiormente tuonanti: dal vivo la band si conferma notevole, grazie a canzoni che colpiscono senza esitazioni e ad una carica generale notevole scatenata da Becky e soci.
La cantante Nyah Ifill ha una voce straordinaria, e si divide tra passaggi soul fino a parti operistiche e rock; assieme a lei la dirompente carica di Julian Jenkins, voce maschile e chitarrista.
Episodi come “Prince Of Darkness”, “Road Warrior” e “Burnout”, tanto per citarne alcuni, sono brani che dal vivo acquistano ancora più energia e potenza, rendendo impossibile per i presenti restare immobili.
Non sono power, hanno poco di epico (tranne la prestazione a cui abbiamo assistito) ma i Fury hanno lasciato il proprio segno a Roskilde. (Federico Orano)
Fantastici SEVEN SPIRES: eravamo molto curiosi di assistere alla prestazione della band americana, che su disco ha dimostrato di avere delle enormi capacità tecniche e compositive e soprattutto di possedere il coraggio di provare a comporre musica altamente originale (unendo metal estremo con il power fino a generi anche lontani dal classico rock/metal).
Dal vivo la loro performance lascerà a bocca aperta più di qualche presente, proprio per la padronanza di ogni componente nel suonare il proprio strumento, per l’ugola incredibile di Adrienne Cowan, capace di alternare voce pulita, scream e growl in scioltezza, ed in generale per delle canzoni che miscelano momenti oscuri a parti soavi, fino ad esplodere su qualche passaggio più powereggiante e canticchiabile.
In un’oretta, senza perdite di tempo, trovano spazio una dozzina di brani, a partire dalla complessa “Songs Upon Wine-Stained Tongues”, ricca già essa di tanti spunti così diversi tra loro, passando per le note limpide e sognanti di “No Words Exchanged” fino all’eclettica e originale “Portrait of Us” e alla teatrale “Love’s Souvenir”.
Uno show pieno di energia, suonato alla grande ed in grado di mettere in mostra una band dal potenziale enorme, che forse finora su disco ne ha mostrato solamente una parte. (Federico Orano)
Trent’anni di SONATA ARCTICA! Se, come chi scrive, avete scoperto “Ecliptica” nell’ultima fase dell’adolescenza… beh, ormai non siete più dei teenager, e certamente non lo è più la band, capace di costruire negli anni un nuovo modo di intendere il power metal.
Avevamo incontrato Toni Kakko e compagnia lo scorso anno, li ritroviamo qui con la stessa formula: suoni puliti ed il cantante e leader della band in buonissima forma. Certo alcuni brani (quelli storici e veloci in particolare, come “Black Sheep” e “8th Commandment”) spesso sono leggermente rallentati e le linee vocali abbassate di un una tonalità, ma tutto funziona comunque bene!
Ci attendevamo una scaletta che coprisse ogni release della formazione finlandese, ma non sarà proprio così perchè, in fin dei conti, lo sanno anche loro che tutti aspettano con trepidazione quei pezzi che hanno segnato l’adolescenza di tanti dei presenti; certo però che, festeggiare una carriera così lunga in solamente un’ora e dieci minuti, è davvero poco, e se poi Kakko si perde in lunghi discorsi, alla fine il tempo restante è limitato ed infatti saranno solamente dieci i pezzi proposti.
Si parte bene con “Paid In Full” e la tuonante “Black Sheep”, quest’ultima che non sentivamo da tempo live, per poi passare ad alcuni episodi più recenti come “I Have a Right” e “Closer To An Animal”.
Che emozione, per esempio, ritrovare un episodio storico come il già citato “8th Commandment”, preso proprio dal disco di debutto e suonato in maniera leggermente più rallentata. “È il primo pezzo che ho scritto in vita mia quando ero ancora un teenager”: così il cantante presenta la lenta “Letter To Dana”, cantata da tutti.
A sorpresa ecco arrivare la lunga “White Pearl, Black Oceans…”, brano elegante che chiudeva splendidamente il disco “Reckoning Night” nel 2004, mentre dall’album precedente, “Winterheart’s Guild”, ecco arrivare quello che fu il singolo del tempo, la frizzante “Victoria’s Secret”.
A chiudere le immancabili “FullMoon” e “Don’t Say A Word” e come da tradizione l’inno alla bevanda alcolica che funge un po’ da outro, “Vodka”.
Anche se lo show poteva contenere più brani e meno parole (e anche la conclusiva “Vodka” viene sempre prolungata facendo cantare il pubblico ma ahimè perdendo tempo prezioso), i Sonata sono stati quasi impeccabili: certo, senza strafare e quasi svolgendo il compitino, ma sono bastate alcune delle canzoni storiche ad accendere lo show. (Federico Orano)
Gli INNERWISH rappresentano una delle formazioni più ‘old-school’ del cartellone, portavoce di una minoranza ancora vivace di realtà power metal aventi influssi di heavy metal classico molto marcati.
Musicisti d’esperienza, stagionati e navigati, i greci si presentano senza costrutti visivi o invenzioni sceniche tanto in voga nel mondo power metal odierno. Offrono un power metal pesante, fiero e dalle nette ascendenze epiche, figlie della loro terra natia, e ne danno una rappresentazione autentica e senza compromessi. Nonostante la contemporaneità di set con band di grosso calibro come i Dark Moor, il Gimle è trepidante per la band ateniese, che ha nel possente – per fisicità e voce – George Eikosipentakis un valente aedo.
Come già accennato, la dimensione di raccolto club del Gimle gioca a favore di compagini dal forte impatto fisico come gli InnerWish, i cui anthem risuonano stentorei e acclamati da parte di un pubblico altrettanto valoroso. Qua le chitarre ruggiscono come se ci trovassimo in un’atmosfera più ruspante e meno leccata dell’heavy metal, la musica degli ellenici non ha d’altronde subito grossi scossoni dalla seconda metà anni ’90 ad oggi, consentendo un corroborante continuum temporale tra le più datate “Silent Faces” e “Inner Strength” e canzoni prossime nel tempo, quali “Sea Of Lies” e “Soul Asunder”.
Eikosipentakis cerca un costante dialogo con chi ha di fronte, incita, chiama a raccolta e trova felice corrispondenza in chi assiste. Anche per chi abbia poca dimestichezza col materiale del gruppo, non è difficile entrare in sintonia con la musica, ritmicamente nient’affatto difficile e caratterizzata da coinvolgenti midtempo e ficcanti giri solisti. I suoni sono ottimali, valorizzando un gioco di chitarre che preferisce solidità e concretezza a grandi invenzioni, nel segno di un ferreo tradizionalismo. Le tastiere stemperano i toni, dando ariosità all’insieme e contribuendo a infondere migliori coloriture all’insieme.
Si chiude nel segno di un passato che non accenna ad andare in dissolvenza, con i ritmi arrembanti della datata “Ready For Attack”, dall’esordio “Waiting For The Dawn”, un’esibizione decisamente riuscita (Giovanni Mascherpa).
Anche la band madrilena DARK MOOR arriva da un lungo periodo di calma. E l’attesa è alta per il loro show, il primo di sempre in Scandinavia. Dura la scelta vista la concomitanza con i greci e più solidi Innerwish, alla fine si decide di rivedere i nostri amati maestri del symphonic power metal che entrano sul palco alla vecchia maniera, senza costumi o effetti speciali.
Parliamo di una band nata più di venticinque anni fa che infatti, pochi giorni dopo questa performance, si esibirà nella propria città natale, la capitale spagnola, per uno show speciale. Il gruppo ci sa fare e lo sappiamo bene: il leader Enrik Garcìa non è un chitarrista ultratecnico ma ha un gran gusto per le armonie mentre Alfred Romero al microfono si mostra in gran forma, super tirato e con la sua altezza prorompente spicca davvero sul palco. Nonostante l’orario, la band è carica e forse anche un po’ sorpresa di trovare tanti numerosi fan pronti a cantare. C’è anche qualche spagnolo con i quali Alfred scambia alcune battute in lingua madre.
Si corre con una setlist selezionata tra la lunga discografia della band, e tra le quali spiccano il trionfale incedere dell’iniziale “Mio Cid”, la possente “Before The Duel” e l’elegante “An End So Cold”; peccato solo che non venga riproposto nessun brano dai primi dischi, in particolare “The Hall of The Olden Dreams” e “Gates Of Oblivion” quando alla voce figurava la brava Elisa Martin.
Il finale è tutto per l’inno “The Chariot” cantato da tanti presenti e poi con il tocco più melodico e catchy dell’irresistibile “The Road Again”.
Forse un paio di brani in più potevano starci, visto che la conclusione dello spettacolo è stato molto prima del successivo. Per il resto, bentornati Dark Moor! (Federico Orano)
Il più atteso di tutti? Sì, senza dubbio: è lo show di ROY KHAN! Nei due giorni trascorsi a Roskilde si sono incrociate tantissime t-shirt dei Kamelot. I fan della band statunitense non vedevano l’ora di ritrovare lo storico cantante interpretare quei pezzi indimenticabili di dischi come “Karma”, “Epica” e “The Black Halo” (aggiungeremmo anche “The Fourth Legacy”, anche se sembra che molti si siano dimenticati di quel gioiellino), così numerosi erano i seguaci già pronti a conquistare le prime file.
Quello dell’Epic Fest è il primo appuntamento di questo tipo per Roy Khan, focalizzandosi nel tributo alla sua carriera con i Kamelot (anche se di recente ha fatto dei tour anche in compagnia del brasiliano Edu Falaschi cantando diverse cover di brani storici).
Stasera è addirittura accompagnato dal coro di Roskilde che apre le danze intonando l’epica introduzione di “The Black Halo” dei Kamelot, appunto, disco che compie vent’anni, ma il lavoro non verrà riproposto dall’inizio alla fine come molti, tra cui noi, ci aspettavamo.
Roy mischia le carte, accompagnato da musicisti dalla preparazione tecnica enorme visto che sul palco troviamo i preparatissimi musicisti dei Seven Spires – band con la quale Roy collaborò come ospite nel disco del 2021 “Gods Of Debauchery” – con l’aggiunta di un secondo chitarrista, e avere due chitarre ha fatto la differenza, in questo caso. Rispetto al passato e ai tempi dei Kamelot, il suono è così diventato più corposo proprio grazie alla presenza di due chitarristi!
Inoltre il cantante norvegese si è dimostrato in una forma smagliante, già in partenza con l’accoppiata formata dalla powereggiante “When The Lights Are Down” e dalla più gotica ed intima “Moonlight”.
Il coro saluta i presenti e abbandona lo stage, lo rivedremo per gli istanti finali. Intanto c’è tempo per la galoppante “Center Of The Universe” e per la marcia infernale e gotica di “The Haunting (Somewhere in Time)”. A duettare con Roy ovviamente Adrienne Cowan, che nonostante l’abito bianco candido, esplode senza problemi intonando parti cantate in growl, mentre Jack Kosto è un asso alle sei corde e aiuterà Khan anche nella stesura e nella registrazione del suo prossimo, primo album solista.
“Soul Society” è un inno impareggiabile ed esaltante, mentre sono immancabili “Karma” e “Forever”, hit storiche presenti appunto nel disco “Karma”.
Roy non ha problemi a destreggiarsi nella parti piene e basse, e si alza con sicurezza anche sulle note alte- perfetta la sua prestazione nella difficilissima “Momento Mori”. A chiudere lo show, la possente “March Of Mephisto”, conclusione al bacio dello show.
Peccato per l’assenza di “Abandoned”, emozionate ballata e tra i brani portanti all’interno della tracklist di “The Black Halo”, per il resto uno show leggendario per un cantante che ha appassionato negli anni tantissime persone grazie ad una voce calda e ad un modo di cantare unico. (Federico Orano)
Le HAGANE arrivano a chiudere il festival, portandosi dietro parecchia curiosità. Quattro ragazze giapponesi, vestite con abiti dai colori sgargianti che richiamano quelli tradizionali del loro paese, un’apparenza quasi da fanciulle dei cartoni animati, un immaginario tendente al manga e una graziosità dell’insieme che difficilmente si accosta a contesti metal.
La loro storia, a dispetto di un’apparenza che le farebbe sembrare più giovani di quel che sono in realtà – età anagrafica tra i venticinque anni e i trenta per tutte loro, per la cronaca – consta finora di due album e due EP, abbastanza per suscitare un forte interesse anche in Europa, dove arrivano per la prima volta proprio all’Epic Fest.
La lunga maratona musicale vissuta non ha intacca più di tanto i numeri in sala, anzi, quando le porte del King’s Roar Hall si aprono il flusso verso le prime file è piuttosto sostenuto. Un entusiasmo ampiamente ripagato da una prestazione a dir poco sopra le righe delle ragazze nipponiche. Un modo di stare sul palco, il loro, estremamente gioioso, fresco, dove si prende la scena la cantante Nagi con una vocalità potente e cristallina e movenze coreografiche ma spontanee, senza pose costruite a tavolino. Attorno a lei strumentiste davvero bravissime, altrettanto scatenate, sempre sorridenti e possedute dalla propria musica.
Un’esplosione di energia e virtuosismi che francamente non ci attendevamo e i movimenti tumultuosi in sala, a dispetto dell’ora tarda e della stanchezza, sono la riprova di quanto le Hagane colpiscano nel segno.
La chitarrista Sakura è una guitar hero fatta e finita, la bassista Sayaka altrettanto virtuosa, mentre la batterista Junna, a dispetto di bassa statura e corporatura apparentemente gracile, pesta come un’ossessa i tamburi. Tra estratti dell’ultimo album “Top Of The Tower”, assoli di chitarra e fiammate di power metal melodico assai tecnico, le quattro nipponiche mettono una firma d’autore sulla manifestazione e mandano a nanna con un corposo punto esclamativo un festival già divenuto luogo del cuore per gli amanti del power metal (Giovanni Mascherpa).
E tra le immagini dei vari concerti che scorrono nelle nostre menti al termine di un weekend ricco di epicità, il pensiero vola già al prossimo anno e alla quinta edizione di questo festival: poco prima delle ultime esibizioni, l’organizzazione ha confermato in anteprime alcune delle band che saranno presenti nei giorni 9 e 10 Aprile 2027 a Roskilde e che potete vedere nella locandina qui sotto. Siamo sicuri che sarà un’altra edizione epica!










