10-11/07/2026 - ERESIA METALFEST 2026 @ Campo Sportivo di Resia - Resia (UD)

Pubblicato il 18/07/2026 da

Report di Edoardo Goi
Foto di Andrea Pregi e Nicole Bessega

La peculiare unicità della Val Resia, boscoso e lussureggiante lembo di terra adagiato fra le Alpi nell’estremo nord-est del Friuli-Venezia Giulia a un passo dal confine con la vicina Slovenia, rende l’idea di realizzarci un festival metal al contempo folle e inevitabile.
Una volta abbandonata la statale che porta al non lontano confine di Tarvisio, si ha la netta sensazione che l’intera vallata si ritragga sotto le ruote del visitatore, quasi a voler custodire gelosamente il proprio retaggio culturale – ricchissimo di tradizioni, come spesso accade nei territori di frontiera – prima di aprirsi in squarci di bucolica e al contempo austera bellezza man mano che si risale il corso del torrente da cui il luogo prende il suo nome.
Un luogo isolato, a tratti selvaggio e incontaminato; sicuramente lontano dai grandi centri della musica live regionale come Udine o Lignano, ma proprio per questo, a conti fatti, adattissimo per accogliere un festival che, nato come piccolo evento gratuito dedicato al metal – più o meno – a 360°, si è via via sviluppato in un evento a vocazione estrema via via sempre più strutturato, che ha visto esibirsi sul suo palco grossi nomi della scena nazionale e internazionale come, fra gli altri, Necrodeath, Selvans, Darvaza, Sinister, Nordjevel, Destroyer 666 e Misþyrming.

Giunto alla sua dodicesima edizione, l’EResia Metalfest presenta anche quest’anno un cartellone bello nutrito di realtà più affermate ed altre più underground della scena estrema, capeggiato da pezzi da novanta quali Mortuary Drape, Desaster, Jungle Rot e Masacre.
La bella e comoda location, inserita nella cormice della Alpi e Prealpi Giulie e adagiata in riva al torrente Resia, che ha garantito, come da tradizione, refrigerio fra un set e l’altro agli avventori meno spaventati dalla temperatura delle sue limpide e fredde acque, ha quindi vissuto una nuova due giorni (andata poi a chiudersi con un terzo giorno dedicato all’ATMF Fest, evento andato in scena nel medesimo luogo nella giornata di domenica 12 luglio) all’insegna del metal estremo dalla variegata estrazione.
Nonostante una discreta affluenza – soprattutto nella giornata di sabato – questa tre giorni in quel di Resia avrebbe, infatti, meritato ben altra cornice di pubblico, in virtù di un bill dalla qualità media notevole e di un’organizzazione di alto livello che, fra banchetti di CD e merchandise fornitissimi, ampia scelta di cibo e bevande e suoni impeccabili, ha saputo accogliere nel migliore dei modi gli avventori convenuti, garantendo loro la miglior esperienza possibile, per un festival di questo tipo. Peggio per chi non c’era e per chi preferisce millantare supporto alle piccole realtà che poi non trova riscontro nella realtà dei fatti, come si suol dire. E ora, spazio alle band.

VENERDI 10 LUGLIO

L’onere e l’onore di aprire la due giorni dell’edizione 2026 dell’EResia Metalfest è spettato ai romani ORGG, il cui black metal a sfondo bellico, austero, evocativo ma anche decisamente impattante (ideale crocevia fra i Marduk meno iper-muscolari e i raggelanti Minenwerfer), ha avuto gioco facile nel calarsi nel contesto della location del festival, che quelle vicende le respirate in prima persona più di un secolo fa.
I suoni, già decisamente buoni, piacevole costante che ha accompagnato l’intero svolgimento della due giorni in Val Resia, hanno permesso ai brani della band, (tratti da tutti e tre i full-length finora pubblicati dai Nostri, compreso il recente “Indomita”, uscito a gennaio 2026), peraltro ottimamente interpretati sia dal punto di vista tecnico che da quello del trasporto emotivo, di fare subito breccia nel pubblico convenuto – non nutritissimo, vista la collocazione pomeridiana, ma andatosi via via ingrossando col procedere della serata – che non ha mancato di esprimere il proprio convinto apprezzamento durante le esecuzioni delle varie “Lawinensturm”, “The Great White War” e “Dolomia”, sottolineando con applausi e incitamenti questa prima, impeccabile, esibizione della giornata.

Con i goriziani BLUTSAUGER si è subito cambiato atmosfera: il travolgente, feroce e agguerrito black metal proposto dal combo capitanato da H. Škrat, sebbene anch’esso non estrano alle atmosfere guerresche, le declina in un’interpretazione decisamente più violenta, malsana e marcia; d’altra parte, con numi tutelari quali Bestial Warlust, Nifelheim e giusto una spruzzatina dei primi Watain, non potrebbe essere altrimenti.
Fregandosene bellamente di alcuni problemi logistici che li hanno visti protagonisti nell’immediatezza dell’esibizione, il terzetto friulano ha riversato sulla platea una mezz’ora tiratissima, che non ha lasciato scampo all’audience, travolta dalla carica belluina delle varie “Blutsauger”, “Blood Solstice” e “Nocturnal Blood Tyrants”, title track dell’omonimo debutto sulla lunga distanza di questo terzetto che, su disco come dal vivo, non fa letteralmente prigionieri, in virtù di un approccio che riesce a coniugare perfettamente aggressione e perizia esecutiva. Infernali.

Altro cambio palco e altro cambio di sonorità – stavolta ancora più deciso- con i lombardo/veneti DEAD CHASM, che hanno letteralmente bombardato il pubblico col loro death metal pesantissimo, marcio e terribilmente oscuro, sulfurea sintesi di quanto consegnato alla leggenda dai vari Incantation, Immolation e Dead Congregation.
Forti di suoni al limite della perfezione, i nostri hanno sciorinato, con le varie “In Abhorrence Obscurity”, “Impious Embrace” e “Sulphuric Asphyxiaton”, un’autentica, entusiasmante lezione di death metal claustrofobico, torrenziale e annichilente, ottimamente caratterizzato dalle voci catacombali della cantante e chitarrista Lorenza, mettendo in mostra, attraverso una setlist che ha pescato soprattutto dall’unico – ad oggi – full-length della band, “Sublimis Ignotus Omni”, una compattezza assolutamente inscalfibile e una non comune capacità di scrivere brani che, sulle assi del palco, trovano la perfetta sublimazione della loro mortifera efficacia.

Si è poi rimasti in ambito death metal, ma con connotazioni decisamente più moderne, con i primi ospiti stranieri del festival, i cechi CUTTERRED FLESH. La loro proposta, decisamente brutale e gore, abbraccia un po’ tutta la storia del genere, partendo da numi tutelari quali Suffocation e Cryptopsy per giungere alle connotazioni più attuali e parzialmente ‘-core’ di act quali gli ultimi Kataklysm e Decapitated, e la loro ormai più che ventennale militanza sulla scena gli ha permesso di portare sul palco uno spettacolo assolutamente impeccabile, con prestazioni tecniche di primo livello e uno stage acting assolutamente brutale, convincente e coinvolgente.
Fautori di una nutrita scaletta che ha pescato soprattutto dai più recenti “Sharing Is Caring” e “Love At First Bite”, i Nostri si sono guadagnati gli applausi convinti del pubblico nonostante un approccio stilistico decisamente meno ‘old’ rispetto al resto delle band in cartellone, anche grazie a una prestazione tecnica semplicemente impressionante, che ha visto la band sciorinare riff, cambi di tempo e stacchi vertiginosi con una perizia e una fluidità di prim’ordine. Trascinanti.

A riportare tutto su coordinate old-school che più old non si può ci hanno pensato i redivivi BAPHOMET’S BLOOD, che col loro inarrestabile miscuglio di Motorhead, speed metal e proto-black metal di stampo europeo (primissimi Kreator, Sodom e Bathory su tutti) hanno semplicemente devastato palco e audience sotto i colpi sferzanti di una proposta che trasuda sudore, divertimento e alcol a fiumi da ogni poro.
L’attuale formazione, comprensiva di ben tre chitarre, ha eruttato un flusso torrenziale di metallo fumante, velocissimo e letteralmente esplosivo, pescando ad ampie manciate da tutta la loro discografia e raggiungendo picchi di assoluto delirio nelle telluriche “In Satan We Trust”, “Baphomet’s Blood” e “Speed Metal Warrior”, nonché vette di assoluto etilismo nelle slabbrate “Whiskey Rocker” e “Satanic Beerdrinkers”.
Uno show divertentissimo, caratterizzato da volumi altissimi e da un livello di coinvolgimento totale, sottolineato dall’incessante pogo fronte palco, che ha lasciato pubblico e band assolutamente e visibilmente soddisfatti a fine esibizione, conclusa con una divertente e apprezzatissima cover del classico dei Thin Lizzy “The Boys Are Back In Town”, dedicata dalla band stessa alla propria reunion. Un grandissimo nonché graditissimo ritorno per un gruppo che trova, dal vivo, la massima espressione della propria essenza. Inarrestabili.

La storia del metal estremo italiano (e non) si è poi manifestata sul palco dell’EResia Metalfest con la sepolcrale esibizione dei leggendari MORTUARY DRAPE, tutt’ora impegnati nella celebrazione del quarantesimo anniversario della loro esistenza.
Come sempre guidati dall’inossidabile Wildness Pervesion, i Nostri hanno infatti proposto una scaletta antologica, con brani presi da tutti i capitoli della loro discografia, comprese alcune chicche come, ad esempio, “All In One Night”, tratta dall’EP “Wisdom-Vibration-Repent” del 2022, o “Who Calls Me”, tratta dal poco celebrato “Buried In Time” del 2004.
A farla da padrone sono però stati i numerosi cavalli di battaglia provenienti dall’epoca d’oro della formazione alessandrina, fra i quali vale la pena citare le immortali “Necromaniac”, “Tregenda”, “Mother”, “Mortuary Drape” e la conclusiva “Primordial”, autentico manifesto programmatico e filosofico del percorso intrapreso dai Nostri nel lontano 1986, quando nella band militava ancora l’indimenticato membro fondatore Without Name.
L’attuale line-up, rodata da una stabilità che dura ormai da alcuni anni, ha dimostrato sul palco tutta la sua compattezza, nonché la sua capacità di rendere tangibile la carica cimiteriale e necromantica che da sempre caratterizza il sound dei Nostri, centrando un’esibizione dal pathos tangibile, assolutamente degna di una storia a dir poco unica come quella dei Mortuary Drape.

Chiuse le porte del cimitero, ci hanno poi pensato i JUNGLE ROT a devastare ciò che restava da devastare del pubblico dell’EResia Metalfest, grazie al loro death metal furibondo e assolutamente inarrestabile.
Graziati dal miglior sound di giornata (il che è tutto dire, visto l’altissimo livello medio), gli americani hanno letteralmente buttato giù tutto con la loro proposta -a dire il vero, assai poco a stelle e strisce- che mescola l’assalto debordante di Dismember e Grave alla monoliticità dei rallentamenti groove in classico stile Bolt Thrower, facendo strage di un’audience apparsa fin da subito ben disposta nel farsi devastare dall’impatto incontenibile dei Nostri.
Brani come “Apocalyptic Dawn”, “Doomsday”, “Population Suicide”, “Horrors Vile” e “Psychotic Cremation” sono calati come magli d’acciaio sulle teste degli astanti, generando ondate di puro tripudio metallico a tratti incontrollabile.
Insomma, in ultima istanza, i Jungle Rot, come sempre guidati dall’indomabile Dave Matrise, hanno letteralmente frantumato ogni resistenza, grazie ad una prestazione d’insieme assolutamente impressionante, che ha chiuso nel migliore dei modi le esibizioni degli headliner di questa prima, splendida giornata dell’Eresia Metal Fest 2026.

Come da tradizione, il festival propone sempre un post-headlining show, per accontentare l’insaziabilità degli avventori più recalcitranti a tornare nelle proprie tende. L’onere di chiudere definitivamente questa prima giornata di esibizioni è toccato, quest’anno, all’insolito duo death metal tedesco dei RATS OF GOMORRAH i quali, però, visibilmente infastiditi per l’esiguo pubblico rimasto ad assistere alla loro esibizione (giunta al termine di una lunga e decisamente calda giornata, nonostante la location montana) e in aperta polemica per la presenza di alcuni titoli a loro dire controversi nelle fornite bancarelle di CD presenti all’evento (polemica abbastanza sterile, trattandosi di titoli o artisti che si possono trovare esposti in qualunque festival, anche non necessariamente a vocazione estrema), hanno suonato solo una manciata di pezzi, fra i quali anche una riuscita cover di “Deathammer” degli Asphyx, prima di abbandonare il palco.
Una chiusura abbastanza sconcertante, per una giornata semplicemente perfetta sotto ogni altro punto di vista.

 

SABATO 11 LUGLIO

Il compito di aprire le ostilità nella seconda giornata dell’EResia Metalfest 2026, di fronte a un pubblico fin da subito più numeroso rispetto alla giornata precedente (grazie sicuramente alla vocazione in linea di massima non lavorativa della giornata di sabato) è spettato ai blackster polacchi SZNYT, giovanissime (a parte il bassista, evidentemente più grande di età) leve della Nera Fiamma innamorate del sound degli anni d’oro della cosiddetta ‘seconda ondata’ del black metal europeo. Il loro sound, infatti, vede mescolati in egual misura i primi Mayhem, Darkthrone e Gorgorot, con alcune puntate in territori meno marcescenti cari a Kampfar e primi Satyricon.
Aiutati anch’essi, come successo alle band del venerdì, da suoni fin da subito definiti e decisamente potenti (soprattutto per quanto riguarda le chitarre), i Nostri hanno proposto, al di la di alcune ingenuità e di una certa ‘timidezza’ sul palco dovute senza dubbio alla giovanissima età, un set assolutamente convincente e compatto, strappando numerosi applausi con le varie “Silent Killer”, “Cycle Of Despair” e “Nobody”. Una band da tenere assolutamente d’occhio, perfetta per rompere il ghiaccio in questo torrido pomeriggio di luglio.

Con lo show dei veterani pugliesi DEWFALL il balzo in avanti dal punto di vista della maturità e della professionalità è stato a dir poco impressionante. D’altra parte i nostri, forti di una militanza più che ventennale sulle scene, sono considerati non a caso da tempo una delle punte di diamante dell’underground nostrano.
Il loro peculiare black/death a forti tinte epiche, capace di unire con un filo immaginario band quali Dissection, Windir e Moonsorrow, il tutto abbondantemente irrorato da italici sentori (il loro amore per la storia e i miti che attraversano lo Stivale, ed in particolar modo la Puglia, loro terra natale è risaputo) trova piena compiutezza sulle assi del palco, grazie a una prestazione maiuscola dal punto di vista tecnico e alla bontà dei pezzi a loro disposizione.
La carica evocativa di brani quali “Fara”, “Lackeskur” e “Maska” ha fatto correre più di un brivido lungo la schiena degli astanti (anche grazie alla capacità dimostrata dal cantante Vittorio Bilanzuolo e del chitarrista Flavio Paterno di riprodurre in modo assolutamente perfetto gli epici cori che caratterizzano la loro proposta), strappando applausi a scena aperta lungo tutto il set, interamente incentrato sulla loro ultima fatica in studio, il full length “Landhaskur” del 2024. Una band che potrebbe tranquillamente suonare da headliner in qualunque contesto confacente, data la qualità sprigionata a 360°. Semplicemente impeccabili.

Ancora persi nelle atmosfere ancestrali evocate dai Dewfall, siamo poi stati travolti senza pietà dal serratissimo set degli austriaci VERBA SERPENTIS. Portatori di un sound che deve molto a act quali Watain, Dissection e Necrophobic, ma anche a entità più occulte quali Ondskapt e Ascension, i Nostri hanno messo a ferro e fuoco (e sangue!) lo stage con brani tratti da entrambe gli EP fin’ora pubblicati, grazie a una performance semplicemente perfetta per compattezza e trascendenza, esaltata veppiù da suoni eccellenti e volumi annichilenti.
Le varie “Leviathan”, “Ascension Of The Golden Age” e “Torchbearers”, sorrette dai coinvolgenti riff intrecciati dalle chitarre di Achlycet e Malphas, hanno colpito davvero duro le membra e l’immaginario degli astanti, ben felici di farsi trasportare dal vortice oscuro e inarrestabile evocato dai Verba Serpentis, che hanno chiuso il loro show nel meritatissimo tripudio generale, con la promessa di riverdersi al più presto.

Si è cambiato poi decisamente sound con i deathester friulani CHRONIC HATE, veterani della scena nostrana, giunti col recente “Defeating The Oblivion Of Life” (abbondantemente saccheggiato nella setlist odierna) al terzo full-length della loro carriera, che ha tagliato quest’anno il traguardo del quarto di secolo.
Un’esperienza importante, che gli ha permesso di far fronte ad alcuni problemi tecnici iniziali senza battere ciglio, rullando per bene il palco dell’EResia Metalfest col proprio sound brutale ed oscuramente chirurgico, ideale crocevia di Suffocation, Immolation e Dismember, dei quali hanno proposto anche una riuscita cover della celebre “Misanthropic”.
L’intensità live della proposta dei Chronic Hate, guidati dall’imponente presenza del cantante Andrea Mezzarobba, è ben nota ai frequentatori della scena death nostrana, e i Nostri non si sono fatti pregare nel ribadire anche in questa occasione la loro propensione alla devastazione, riversando sul pubblico le varie “The Wrong”, “Blasphemy” e “Chronic Hate” con evidente, sadica soddisfazione. Monolitici.

Le atmosfere si sono fatte meno plumbee e opprimenti con l’arrivo sul palco dei DARKFALL. Il melodic death metal ad alto contenuto di thrash della band austriaca ha infatti portato una ventata di relativa (si fa per dire) leggerezza sul palco del festival, dopo un’inizio di giornata all’insegna dell’annichilimento sensoriale.
La prova dei Nostri è stata senza dubbio spumeggiante, oltre che compatta e tecnicamente molto valida, e ha permesso al pubblico di tirare un po’ il fiato, lasciandosi andare al puro headbanging birra alla mano sulle note di brani trascinanti come “Phoenix Rising”, “Bloodred Horizon” (tratta dal recente split “Schöcklblut”, condiviso con i conterranei Interregnum), “Rise To Dominate” e “The Art Insane”, tutte graziate altresì da ottimi spunti melodici, oltre che da riff al fulmicotone. Un ottimo set, assolutamente ‘necessario’, giunti a questo punto della giornata.

La calata sul palco dell’EResia Metalfest degli ADORIOR è stato un evento che possiamo definire senza dubbio storico: quello che si è consumato in questa dodicesima edizione del festival resiano è stato, infatti, il primo concerto in assoluto tenuto dalla leggendaria underground black/thrash metal band inglese in territorio italiano, e l’occasione è stata celebrata dalla band nel modo migliore possibile, cioè con uno show rozzo, furibondo e deliziosamente fracassone, al quale il pubblico ha risposto con mosh-pit e circle pit incessanti.
Aiutati sul palco dall’ospite Bez Throatslitter dei Destroyer 666 al basso, gli Adorior hanno gettato in pasto a un pubblico affamato di efferatezze brani come “Ophidian Strike”, “Bleed On My Teeth” (entrambe tratte dall’ultimo full-length “Bleed On My Teeth” del 2024), “Ritualised Combat (Sin Sin Sin)” e “Hater Of Fucking Humans”, vincendo su tutti i fronti anche grazie alla performance assolutamente invasata della cantante Jaded Lungs, assolutamente, irresistibilmente old-school.
Inutile analizzare un concerto del genere dal punto di vista dell’abilità tecnica o della perfezione formale: da band come gli Adorior si vuole il caos, il delirio e lo spasso nel nome di Satana, ed è esattamente quello che i Nostri hanno riversato a piene mani sul pubblico dell’Eresia, lasciando il palco nel meritatissimo tripudio generale.

Lo stesso discorso fatto per gli Adorior si può fare quasi pari pari anche per i colombiani MASACRE; nonostante la fondazione della band risalga al lontano 1988, infatti, il set visto all’EResia Metalfest è stato solamente il secondo concerto tenuto dai deathster sudamericani in Italia (il primo era stato a settembre 2025 in quel di Erba).
Il combo, guidato dal chitarrista Juan Carlos Gómez e dal cantante Alex Okendo, non si è quindi lasciato sfuggire l’occasione di conquistare qualche nuovo fan nel Belpaese: portatori di quell’old-school death metal tipicamente sudamericano, capace di sfociare tanto nel thrash più marcio quanto nel proto-black metal più mortifero a seconda della bisogna, i Nostri hanno bombardato i convenuti con una prestazione cupa, solidissima e feroce, esattamente come ci si aspetterebbe da una formazione death metal proveniente da quelle latitudini (provenienza che il buon Alex ha rimarcato, orgogliosamente, in più di un’occasione).
La potenza di brani come “Cortejo Fúnebre”, “Orgasmos Oscuros”, “Sangrienta Muerte” e “Death Metal Forever” hanno fatto letteralmente a fette l’audience, che a fine concerto si è potuta considerare definitivamente conquistata e rasa al suolo.

I tedeschi DESASTER erano invece alla loro seconda presenza all’EResia Metalfest, dopo l’esibizione tenuta in occasione dell’edizione 2023, e la loro attitudine cameratesca e spassosa li ha fatti percepire immediatamente a tutti come ‘gente di casa’.
Birra costantemente in mano e battuta sempre pronta, i Nostri hanno passato tutto il pomeriggio guardando le esibizioni delle altre band con evidente trasporto e scambiando quattro chiacchiere con chiunque capitasse loro a tiro, conquistandosi le simpatie dell’intera platea, sicché, quando è stato il loro turno di salire sul palco, ciò che si è scatenato è stato in parte un concerto e in parte una festa, soprattutto grazie al chitarrista Infernal, guascone come pochi.
Non si pensi però che i Desaster siano venuti meno alla loro professionalità: la carica con cui sono stati buttati in pasto al pubblico brani storici come “Satan’s Soldiers Syndicate”, “Sacrilege”, “Damnatio Ad Bestias”, “Teutonic Steel” o “Divine Blasphemies” ha fatto capire a tutti gli astanti che la nomea di cult band, nel loro caso, è più che meritata, come sottolineato dagli incitamenti che il pubblico ha riservato loro lungo l’intera esibizione, conclusasi nell’esaltazione generale con una apprezzata cover del classico degli Slayer “Black Magic”.

Il compito di far calare il sipario sull’edizione 2026 di questo riuscitissimo (soprattutto dal punto di vista qualitativo) EResia Metalfest è spettato agli sloveni AGGREVIL, che hanno saputo travolgere le resistenze degli ultimi, infaticabili spettatori col loro black metal tiratissimo, figlio della lezione di act quali Marduk, Dark Funeral, Gorgoroth e primi Immortal, il tutto riletto in salsa occulta.
Fatta salva la scelta (a quanto pare, forzata) di avvalersi di una drum machine al posto di un batterista in carne ed ossa, il set dei nostri è stato incentrato sul puro culto dell’old-school, con brani feroci, tambureggianti e nerissimi, che si sono fatti apprezzare per una strutturazione spesso complessa e decisamente ricercata, nonostante l’aggressione pressoché continua.
Le varie “Aggressive Evil”, “Martyrium” e “Legacy Of Black Empire” hanno strappato più di un applauso convinto da parte del pubblico, chiudendo nel migliore dei modi un’edizione del festival da tramandare ai posteri; forse la migliore in assoluto per qualità media delle band, dei suoni e delle esibizioni. Un tale sforzo avrebbe meritato, come si diceva, una risposta di pubblico ancora più importante, ma l’EResia Metalfest si è confermato ancora una volta come un evento underground di cui andare maledettamente orgogliosi. L’appuntamento è per il prossimo anno, sempre all’insegna del metal estremo più torrido e verace.

 

 

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