15/07/2005 - Evolution Festival 2005 @ Campo Sportivo Di Toscolano Maderno ( Bs ) - Toscolano Maderno (BS)

Pubblicato il 21/07/2005 da

A cura di Luca Filisetti, Marco Gallarati, Valentina Spanna e Maurizio Borghi
 
 
Evolution Festival, prima edizione: un nuovo modo di concepire i festival metal in Italia, questa l’intenzione di chi ha organizzato tale evento. E, diciamolo subito, se non rivoluzionario, l’evento è stato senza ombra di dubbio apprezzato e perfettamente riuscito, sia sotto il profilo organizzativo, sia sotto il profilo strettamente musicale. Unica, minima pecca è stata l’affluenza di pubblico non eccezionale, seppure il piccolo paesello sul lago di Garda sia stato letteralmente preso d’ostaggio, per l’intera giornata, da frotte di trucidi ragazzi vestiti di pelle e in rigida maglietta nera e ragazze discinte coperte solo da scarni vestitini sado-maso… Toscolano Maderno, già: una ridente località di lago, piena zeppa di turisti e villeggianti del weekend, totalmente invasa da una rumorosa, ma civilissima, caciara di metallari, i quali hanno preso d’assalto, oltre al campo sportivo del paese, anche la contigua spiaggia libera (un bagno rinfrescante, fra un set e l’altro, è stato un dolce passatempo per molti) e il bar-ristorante-pizzeria con vista sul lago, letteralmente depredato dall’orda affamata (girano voci che i gestori del bar stiano pensando di chiudere in anticipo e andare in ferie, tanto è stato il guadagno del sabato concertistico!). Insomma, tenendo conto dell’ideale ambientazione, della giornata meteorologicamente infuocata (fanciulle in costume e giovinastri a petto nudo si sprecavano), del bill validissimo e molto variegato, del perfetto prato non-polveroso del terreno di gioco, del buon supporto logistico ed organizzativo in genere (suoni ottimi fin dal gruppo d’apertura, beveraggi sempre presenti, cibarie pure, bagni chimici a go-go, braccialettino “esci-e-rientra”, stand e meet&greet vari), si può dire tranquillamente che l’Evolution sia stato un festival davvero piacevole e soddisfacente, assolutamente scevro dalle gravi pecche che funestano da sempre altre manifestazioni svoltesi sul suolo italico. Assieme al Tradate Iron Fest, questo tipo di eventi fa ben sperare finalmente che l’Italia possa almeno pareggiare le efficientissime manifestazioni germaniche. Ma bando alle ciance e lasciamo parlare la musica! Ben cinque, valorosi ed indefessi redattori di Metalitalia.com si sono spartiti l’onere e l’onore di commentare e documentare visivamente le dieci esibizioni sonore, una più interessante dell’altra! Ecco ciò che abbiamo visto ed ascoltato…

PANIC DHH

Il festival si apre con la performance dei Panic DHH, formazione ancora semisconosciuta nel nostro paese ma che propone una mezz’ora abbondante di buona musica. Leader della band è quel Robby Furza che alcuni di voi avranno già sentito nominare in quanto membro dei terroristi sonori Extreme Noise Terror. Ed è proprio da tale band che la musica dei nostri prende spunto, mixando hardcore, elettronica ed industrial in un cocktail letale e moderno. I Panic DHH puntano molto sull’impatto e su suoni saturi e violenti, strumenti piuttosto effettati e sprazzi che dovrebbero essere elettro, ma che, almeno in sede live, non rendono per niente, facendo sbadigliare più di una persona. Quando la band pesta lo fa, invece, con cognizione di causa, richiamando più di ogni altra band i Ministry. Peccato per l’orario, dato che i nostri sembrano giocare molto anche con l’impianto luci che ovviamente perde tutta la sua efficacia sotto la luce del sole. Da risentire su album e, per quanto riguarda la sede live, in un contesto più oscuro. Comunque sia, promossi.

DARK TRANQUILLITY

In un orario per loro anomalo (attesi in Finlandia e quindi costretti ad anticipare lo show) e con un pubblico comunque piuttosto numeroso, a mezzogiorno preciso si presentano sul palco i Dark Tranquillity, band tra le più attese della giornata. E’ bene rimarcarlo sin da subito, gli svedesi sono stati autori di una performance tra le più convincenti della giornata. Ottimamente guidati da uno Stanne in stato di grazia i ragazzi ci sbattono addosso con estrema convinzione la summa della loro lunga carriera, privilegiando per forza di cose l’ultimo album, quel “Character” che ha raccolto pareri favorevoli un po’ dappertutto. Come già detto Stanne è in gran spolvero e, oltre a fornire una prova eccellente, dialoga spesso con il pubblico sempre con il sorriso stampato in faccia, arrivando anche a prendere il posto della security quando si tratta di “annaffiare” le prime file con le canne dell’acqua. Le due chitarre di Sundin ed Henriksson ricamano incessantemente le melodie oscure che sono l’ossatura e il trademark della band, mentre la sezione ritmica formata da Niklasson e Jivarp martella e sostiene le canzoni senza perdere un solo colpo. Nota di merito anche per il tastierista Martin Brändström, capace di puntellare le canzoni con estrema grazia senza mai apparire invadente. La band ha così sciorinato pezzi recenti come la terremotante “The New Build” (loro prossimo singolo), “Lost To Apathy” e “My Negation” e pezzi storici come le applauditissime “Lethe” e “Punish My Heaven”, dal capolavoro assoluto “The Gallery” e “Scythe, Rage And Roses” dell’altrettanto splendido “The Mind’s I”. In mezzo, tutti gli estratti da “Projector”, “Haven” e “Damage Done”; tra queste le tracce che sembrano riscuotere più successo sono “White Noise / Black Silence”, “Monochromatic Stains” e una “Haven” portata a livelli di eccellenza da uno Stanne stratosferico. Tutti i presenti hanno convenuto che il concerto, chiuso da “Final Resistence”‘ è stato un vero e proprio evento a dimostrazione del fatto che la band era e sarà sempre la più autorevole voce della scena svedese nata con essa.

THE VISION BLEAK

Dopo l’esibizione-monstre dei Dark Tranquillity, si deve purtroppo rientrare nella normalità, sebbene i tedeschi The Vision Bleak molto normali non lo siano! La horror metalband è in attesa di veder la luce del suo nuovo, deforme pargoletto, atteso per fine agosto e già battezzato “Carpathia”, atteso successore del riuscito “The Deathship Has A New Captain”. Come al solito, vedere suonare un gruppo che fa uso del face-painting in pieno primo pomeriggio è qualcosa di castrante fisicamente un po’ per tutti: per la band, innanzitutto, che, oltre a soffrire le pene dell’inferno sotto nere palandrane, deve cercare di rendere meno opprimente e lugubre la propria musica, magari dandole un taglio più aggressivo, giusto per non sembrare vagamente fuori luogo; e poi anche per chi osserva lo spettacolo, immaginando quanto sia impegnativo dover interpretare la parte degli officianti di melodie oscure quando un sole sahariano imperversa su ogni testa e le nuvole sembrano essersi rifugiate su Plutone. Comunque sia, i The Vision Bleak hanno proposto un discreto concerto, forte di canzoni poderose e piuttosto varie, come la nuova “Carpathia” o “The Lone Night Rider”, “Elizabeth Dane” e “Night Of The Living Dead”. L’unico ingrediente un tantino indigesto è stata la prestazione vocale del singer germanico, troppo teatrale ed istrionica per i gusti di chi scrive, soprattutto nei momenti di maggior vigore dei brani, quando magari un cantato screaming (usato solo a sprazzi) sarebbe stato più incisivo. Ma si tratta di opinioni personali che poco vanno ad inficiare la bontà dello show dei The Vision Bleak. Non male.

DARK LUNACY

Il sole del primo pomeriggio sul lago non perdona. Fortunatamente, la paura delle scottature è meno forte del desiderio di seguire i concerti in prima linea. Così, quando i Dark Lunacy fanno il loro ingresso alla ribalta, c’è parecchia gente stoica ad attenderli sotto la canicola. E a ragione, perché la band parmense appare in forma smagliante. I brani proposti, con energia e impeto sempre crescenti, sono estratti per lo più dall’ultima fatica del combo, quel “Forget-Me-Not” che nel 2003 li ha consacrati agli onori come formazione talentuosa e personale. Nonostante l’orario e la calura impietosa, siamo davvero guidati in un mondo immaginario, fatto di sogno, di nostalgia e di demoni. Per la gioia di chi attende la pubblicazione del nuovo materiale, prevista per ottobre 2005, il gruppo offre anche un brano in anteprima, che appare convincente: aggressivo, strutturato e pieno di suggestioni d’est, insomma in tipico stile Dark Lunacy. Mike ne rivela l’ispirazione, che trae origine dai canti dei marinai che trascinavano le navi all’approdo sul fondo del Volga. Con la splendida “Dolls”, la più celebre composizione di “Devoid”, di rara bellezza e impatto, i Dark Lunacy chiudono uno show ben condotto e si riconfermano una band che ha raggiunto uno stile personale e che padroneggia molto bene la capacità di emozionare e di coinvolgere il pubblico. Mike ed Enomys hanno dato prova indiscutibile della loro capacità, come del resto gli altri membri della band, che si sono dimostrati pienamente all’altezza di intrattenere l’audience su di un palco festivaliero. Sono cresciuti, hanno acquisito esperienza e si sono rodati in vista di platee sempre maggiori. Dal loro prossimo disco ci si aspetta grandi cose. Dunque, un plauso di incoraggiamento ai Dark Lunacy che, con la loro proposta, contribuiscono a mantenere alto lo standard del metal tricolore.

VISION DIVINE

Sotto un sole tremendo si presenta la band di Olaf Thorsen, forte di un pubblico numeroso ma inizialmente fustigata da un suono tra i peggiori della giornata, difetto che colpiva soprattutto le tastiere di Oleg Smirnoff. Fortunatamente, una volta rientrato il problema, i nostri hanno potuto sciorinare uno dopo l’altro i pezzi migliori del loro ultimo “Stream Of Consciousness”, e la conclusiva “Send Me An Angel”, unica concessione ai lavori precedenti. Il concerto della band è stato abbastanza convincente, il loro power metal non particolarmente innovativo, si presta comunque bene al contesto live e il singer Michele Luppi sfodera una prestazione sopra le righe, dimostrando di rendere cento volte meglio del suo illustre e sopravvalutato predecessore. Le canzoni scorrono via abbastanza bene ed oltre al cantante, l’altra prova da plaudire è quella di Oleg alle tastiere, sinonimo di qualità. Tra buoni pezzi (“Colors Of The World” e “Versione Of The Shame”) ed altri meno efficaci (“The Fallen Feather”) i Vision Divine raggiungono il loro apice in “Out In The Maze”, uno dei loro migliori pezzi, oltre che uno dei più tirati. Il concerto nel complesso è stato sicuramente buono, anche se la band ha saputo fare decisamente di meglio in altre occasioni. Tutto sommato tre quarti d’ora gradevoli ma nulla più.

ORPHANED LAND

C’era davvero enorme curiosità di vedere all’opera gli isrealiani Orphaned Land, autori l’anno passato di uno dei migliori dischi in assoluto, lo strepitoso “Mabool”. Posti tra gli acclamati Vision Divine e gli attesissimi Lordi, la band del chitarrista Yossi Saharon ha raccolto (relativamente) pochi spettatori sotto il palco, buona parte dei quali, nel vedere facce sconosciute sistemare gli strumenti on stage, commentava “ma questi non sono i Lordi, non sono mascherati…”. E pazienza, sicuramente ogni astante presente ed attento al concerto degli Orphaned Land avrà dovuto convenire sul fatto che la loro si è rivelata l’esibizione più sorprendente della giornata. I cinque ragazzi, coadiuvati da batterista e percussionista non membri ufficiali del gruppo, hanno lentamente saputo coinvolgere e trascinare il pubblico, grazie al loro complesso death metal tecnico, condito da spiccate influenze arabo-mediorientali. E’ stato piacevolissimo vedere come la band sia riuscita a divertirsi per prima lei nel riproporre le ottime canzoni dei suoi tre full-length album: Kobi Farhi è un frontman ancora non espertissimo, ma che comunque sa come tenere il palco e le sue movenze ricordano un po’ quelle di uno Stanne più statico. Yossi ha sempre il sorriso stampato in bocca, così come l’altro chitarrista Matti Svatizky e il tastierista Eden Rabin (sua è stata l’eccezionale voce acuta di supporto in qualche frangente). E poi, ovviamente, ci sono i pezzi della band: tanto complessi ed articolati, quanto canticchiabili e divertenti quando entrano in gioco i numerosi cori arabi che hanno coinvolto il pubblico in vocalizzi a pieni polmoni. Il singolo “Ocean Land” ha aperto le danze, poi proseguite con la grandissima “El Meod Na’ala” (da “El Norra Alila”) e, in ordine sparso, “The Kiss Of Babylon”, “Birth Of The Three”, “Mabool” (memorabile!), “Nora El Nora” (e qui le prime file hanno saltato come invasate!), una gran versione della seconda parte di “The Path Ahead, A Neverending Way” e un paio di brani tratti dal debut “Sahara”. Completo stupore, invece, al momento della chiusura: Kobi annuncia un pezzo di cui tutti i presenti conoscono le parole…si pensa ovviamente ad una famosa cover metal…invece…è sì una cover, ma è quella di “Nel Blu Dipinto Di Blu” di Domenico Modugno, cantata da Kobi in un italiano incredibilmente perfetto (senza il minimo accento!) e quasi commovente, seguendo le parole delle strofe segnate su un foglietto. Trascinare decine di metallari a cantare all’unisono “volareeeee, oh oh, cantareeeee, oh oh oh oh…” è stata davvero un’impresa più che rimarcabile. Per chi scrive, ma si è nettamente di parte, lo show migliore del festival!

LORDI

I Lordi sono uno dei gruppi più attesi della giornata, e sicuramente sono i primi che catalizzano l’attenzione dell’intero pubblico (se escludiamo i Dark Tranquillity), già stordito dal caldo, dalla birra e dalle ustioni che si stanno materializzando sulle pelli color latte. Già durante l’esibizione degli ottimi Orphaned Land i mascherati creano scompiglio, avvistati nel backstage in tutto il loro horrorifico splendore sono raggiunti da una massa di fan e di curiosi. Dopo aver issato una scenografia spettrale Kalma (uno zombie-Eddie mezzo pelato), Amen (mummia) Kita (un misto tra il dottor Zoidberg e un Klingon), Lordi (il frontman, un misto tra un Klingon e Vinnie Paul) ed Enary (una buzzicona in corsetto) saltano sul palco, sfoggiando i costumi appariscenti e davvero ben fatti, e dando luogo a uno show assolutamente teatrale. Il gruppo è quanto di meglio si possa inserire nella scaletta di un festival: il lato estetico è superlativo e lascia tutti a bocca aperta, vuoi per i costumi dettagliatissimi vuoi per le trovate sceniche esilaranti e fumettose, che vanno da interventi sul palco di personaggi “strambi” all’uso di motoseghe finte, microfoni-ascia, allo spiegarsi di ali da pipistrello sulla schiena del gigantesco frontman. La controparte musicale è palesemente ispirata all’hard rock anni Ottanta, proposta che nessuno ha il coraggio di riproporre tanto è obsoleta, ma che proprio per questo risulta interessante: un hard rock a base di Kiss, Alice Cooper (il meno ispirato), e Bon Jovi, basilare, semplice ed orecchiabilissimo, con ritornelli istantaneamente memoralizzabili. Tutte le song sono seguite con stupore, tanto che anche Sebastian Bach salta nell’area fotografi per riprendere il bizzarro show, conclusosi giustamente con la hit più riuscita del gruppo di mostri: “Would You Love a Monsterman”. I Lordi sono l’anello mancante tra Kiss e Gwar, sicuramente un successo.

ENTOMBED

Il cielo al tramonto si tinge di rosso, orde di fan assediano Sebastian Bach mentre si avvia nel backstage (due le categorie principali: giovani prede che hanno subito il suo fascino anche grazie al ruolo in Gilmor Girls e attempate fan della vecchia guardia glam), ma il palco dell’Evolution Festival si sta preparando ad ospitare la vera mina vagante della manifestazione, gli alfieri del death metal svedese prima maniera, i grandissimi Entombed. Come dire, catarro e cenere a profusione, senza compromessi. Ed era ora, finalmente un po’ di sano grezzume in un bill di band valide, ma tutto sommato parecchio educate, sia musicalmente che a livello personale. I nostri, galvanizzati da un Lars Goran Petrov ubriachissimo, attaccano immediatamente con “Chief Rebel Angel”, dal penultimo e acclamato “Morning Star”, scatenando ovazioni in platea. Più tardi il singer minaccerà uno strip fuori programma e altre facezie simili, non venendo meno alla sua immagine selvaggia e un po’ folle, degnamente spalleggiata da Uffe Cederlund. Violenza sta ad ironia e non mancano incursioni death ‘n roll dal seminale “Wolverine Blues”, che dimostra l’immutato potere coinvolgente di brani come “Demon” o come la monolitica “Out Of Hand”. Ma il pubblico, tra cui non si contano gli adoratori del death di Stoccolma, raggiunge l’esaltazione (com’era prevedibile) quando la band propone le sue vecchie glorie. E allora, tra composizioni più recenti e comunque efficacissime come “I For An Eye”, ecco spuntare perle di devastazione come “Crawl”, l’indimenticata “Sinners Bleed” e una “Revel In Flesh” addirittura deflagrante. Il mitico “Left Hand Path” e “Clandestine” si confermano in cima alle preferenze dei fan, che esplodono in tutto il loro entusiasmo quando, classicamente, la band ripropone come congedo proprio “Left Hand Path”, lasciando un ottimo ricordo di sé e di questa performance. Peccato solo per i suoni, non sempre ben regolati, che però non hanno inciso in modo particolarmente negativo sull’andamento generale dello spettacolo. Che dire, gli Entombed live sono un pezzo di storia e una garanzia costante.

SEBASTIAN BACH

Sono le 20,45 quando le luci sul palco si spengono e la folla si fa avanti per vedere l’unica vera e propria rockstar presente all’Evolution: quel Sebastian Bach che ha assaporato momenti di vera gloria con i suoi Skid Row. Accompagnato da una line up stellare (Jarzombek alla batteria, Metal Mike e Johnny Chromatic alle chitarre e soprattutto Steve Di Giorgio al basso), Sebastian entra on stage subito carico come una molla, dimostrando che ha ancora una gran voglia di rockare e di far muovere le natiche altrui. La band propone brani nuovi e vecchi classici, e sono ovviamente questi ultimi a scatenare l’entusiasmo generale. Il frontman poi è il solito animale da palcoscenico, capace di saltare e correre per tutto il tempo, anche a rischio di compromettere la sua performance vocale. La parte del leone la fanno i primi due album degli Skid Row e il concerto viene aperto dalla violenta “Slave To The Grind”, seguita a ruota da “Big Guns”. Il singer è come suo solito molto loquace e tenta a più riprese di parlare in italiano, con risultati piuttosto dubbi a dire il vero. Tra un siparietto e l’altro, infarciti di ‘fuck’ e ‘motherfuckers’ vari, la scaletta continua ad offrire perle del calibro di “Here I Am”, “‘Piece Of Me”, “18 And Life”, “Wasted Time” e “Monkey Business”, sino ad arrivare ai bis con “Take You Down With Me”, nuova song, molto metal con una struttura piuttosto cadenzata che si avvicina a “Walk” dei Pantera, “I Remember You” e l’acclamatissima “Youth Gone Wild”. Bach lascia grande spazio alla sua band, non mancano assoli di chitarra, basso e batteria, con il singer che elogia il gruppo a più riprese. Da segnalare il fatto che Bach, nonostante fosse il nome più noto del festival, è l’unico che ha speso parole d’elogio per le band che lo hanno preceduto, soprattutto per gli Entombed, e ha dedicato una canzone ai numerosissimi fan dei Nightwish. Insomma, le attese non vanno deluse, Sebastian a volte non ci arriva con la voce (ma accadeva anche in passato) ma è talmente bello vederlo sul palco che alla fine gli si perdonano anche le sbavature. Concerto tra i più coinvolgenti ed appaganti della giornata. Per citare lo stesso singer: “Noi siamo uno con l’Heavy Metal!”.

NIGHTWISH

Calata l’oscurità le gambe sono stanche, ma l’attesa resta alta per il fenomeno metal dell’anno passato: i Nightwish infatti sono balzati, con il loro speed power pomposo e sinfonico, in cima alle preferenze di molti, riempiendo a sorpresa il Palamazda di Milano ed arrivando con facilità al grande pubblico. Successo meritato visto anche l’ottimo “Once”, gioiello di ispirazione e produzione, dove i finlandesi abbandonano in parte le rigide impostazioni classiche del cantato di Tarja per abbracciare melodie più ordinarie e godibili. Grandissima attesa dunque, resa quasi insostenibile da un intervallo davvero troppo lungo del gruppo, che ritarda di ben mezz’ora la propria apparizione per motivi non specificati. Finalmente “Dark Chest Of Wonders” dà il via alle danze, mostrandoci un gruppo che non vuole risparmiarsi, preposto a dare il cento per cento soprattutto dinanzi alla schiera variegata di metalhead. I propositi vengono raggiunti ma non del tutto, causa un impianto non eccellente (ma comunque più che discreto per il numero di presenti) e alcuni scivoloni tecnici che poco ci saremmo aspettati dopo il trionfo al Palamazda: il piccolo chitarrista Emppu Vuorinen è impreciso in più di una situazione, riuscendo pure a sbagliare l’attacco di un elementare assolo, mentre Marco Hietala vocalmente non si dimostra all’altezza della recedente prova italica, calando leggermente in potenza sul finale. Il bassista resta sempre poco sfruttato come seconda voce, secondo il parere di chi scrive, dimostrando di essere, anche se non in modo continuativo (una serata no capita a tutti), un asso nella manica del quintetto. Semplicemente perfetta, come al solito, l’affascinante Tarja Turunen. Una cantante sopraffina e tecnica nella sua impostazione lirica quanto nelle sfumature più morbide e pop, incarnata in un simbolo di incontrastata bellezza nordica, particolare ed affascinante, e nel contempo dotata di una grazia e di una raffinatezza che non hanno eguali tra le metal singer. Tarja incanta con la voce e con la sua eleganza, non scadendo mai nel volgare anche svestendosi leggermente e mostrando garbatamente al pubblico alcune delle sue grazie. La tracklist pesca un po’ da tutto il repertorio tralasciando solamente i brani da “Oceanborn”, con particolare predilezione per il platinato “Once”: spettacolare “Planet Hell” (non a caso in coppia con Marco) e soprattuto il singolo “Nemo”, decisamente troppo mieloso su disco, assume una nuova dimensione dal vivo. Perla della serata la cover di “High Hopes” dei Pink Floyd, eseguita da Marco con gran pathos e partecipazione. Chiude il concerto e la prima edizione dell’ Evolution la magnifica “Wish I Had An Angel”, che segnerà probabilmente la direzione futura del gruppo, destinato a raggiungere vette di popolarità ancora maggiori. Ottima conclusione per un festival davvero piacevole e ben organizzato, in una location eccezionale e con una scaletta ricca e variegata, che si spera diventi un appuntamento fisso visto l’estremo disogno di un’iniezione di qualità nel divertimento dei festival estivi.

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