Secondo la tradizione, Santa Lucia venne accecata dai suoi aguzzini durante il martirio, mentre in alcune versioni si strappò essa stessa gli occhi al fine di non vedere più i suoi persecutori, e su questi leggiadri presupposti non ci viene in mente niente di meglio che una bella serata di feroce metallo della morte per celebrare il giorno dedicato alla santa in questione e alla sua mutilazione.
Le funzioni si sono svolte all’Arcadia di Schio, Vicenza, che il 13 dicembre ha ospitato una serata di spessore con cinque band di estrazione diversa ma unite da un approccio deciso e da sonorità orientate verso territori duri, ma non solo.
Niente di religioso, quindi, se non l’attenzione con cui è stata osservata la quasi totalità delle esibizioni da parte di un pubblico magari non numerosissimo (una settantina circa i presenti), ma sicuramente molto attento e partecipativo, tra cui – che bello! – abbiamo visto anche qualche adepto più giovane.
Particolare attenzione hanno ricevuto le due realtà di casa Dusktone, Sonum e soprattutto Sedna, due band piuttosto diverse come genere ma con un approccio solenne e professionale che ha svettato nella serata; in particolare i Sedna, impegnati nella presentazione del nuovo disco “Sila Nuna”, hanno offerto uno show intenso di cui parleremo nel dettaglio fra qualche riga.
Ognuna delle band della serata ha mostrato generi e identità differenti; se da una parte una tale varietà musicale ha avuto il pregio di creare una certa dinamicità, dall’altra non si è venuta a creare un’atmosfera ben definita, portando la serata a essere più una sequela di esibizioni che una celebrazione come la si voleva intendere. Una piccola osservazione tutto sommato di poco conto, vista la qualità di buona parte delle performance.
Arriviamo proprio nel momento in cui attaccano gli strumenti gli ADOM; la band vicentina gioca in casa e viene supportata da una propria rappresentanza, ma in realtà un po’ tutti i presenti – non ancora tantissimi, a dire il vero (sono le 20 circa) – si stanno godendo l’esibizione con attenzione.
Il genere proposto è uno stoner doom strumentale e fluttuante, che non punta troppo sulla pesantezza quanto su un impatto sonoro ipnotico e caldo, saldo sulle proprie radici psichedeliche.
Una prova strumentale efficace e secca, non priva di qualche sfuriata muscolare d’impatto e con un amalgama dei vari strumenti ben strutturato, capaci di procedere senza perdere di vista l’obiettivo finale. La prova è salda e sicura, i suoni davvero puliti e al servizio della proposta, che si dipana per una quarantina di minuti e ci serve un ottimo antipasto.
L’atmosfera nel locale è gradevole, tra qualche birretta, facce note e chiacchiere al merch delle band, e non passa troppo tempo che è già l’ora per la seconda band in cartellone, l’unica internazionale del lotto, ovvero i WOODEN VEINS, band originaria del Cile ma residente a Berlino, autrice di un post-metal tendente al doom e a evocazioni quasi gothic in certi frangenti.
L’inizio spiazza un po’ i presenti, soprattutto per le parti vocali, ancora più esasperate rispetto ai due dischi sinora editi dai cileni: la voce infatti è disperata e goticheggiante, sulle corde di nomi di certi Tiamat o Anathema, e in generale l’incedere dei Wooden Veins risulta piuttosto darkeggiante.
I suoni purtroppo non aiutano molto a settare il climax tra pubblico e artista e, per le intensità ricercate dai musicisti, la cosa non gioca a favore.
Tra accelerazioni abbastanza corpose e qualche momento più puramente rock, la band si spende con energia, mostrando coordinate personali e sicure, ma senza fare grandissima breccia tra i presenti. Da rivedere.
Tocca all’altro nome che gioca in casa dopo gli Adom: per i SONUM peraltro non è primissima volta sul palco dell’Arcadia, e hanno ormai ben collaudato dal vivo il proprio secondogenito, “The Obscure Light Awaits”. La band è molto attenta nella preparazione del set, tra candele accese, stendardi e incensi che attirano l’attenzione dei presenti, la cui quasi totalità è ora davanti al palco, creando un buon colpo d’occhio.
La proposta musicale è all’altezza dell’aspetto visivo: il death metal dissonante dei berici impiega giusto un attimo a carburare, forse per i suoni inizialmente un po’ bassi delle chitarre, ma dal secondo brano la situazione si assesta. La proposta è meticolosa e ricercata, in odor di Execration, Ulcerate e Deathspell Omega, e la prova tecnica dei musicisti è decisamente di qualità, diluita in un perenne bilanciamento tra violenza e melodia, passaggi furenti e dissonanze più rilassate.
Una prova energica sorretta da un dialogo acceso tra le due chitarre, una più strutturale e l’altra più audace, una batteria capace di stupire su alcuni passaggi molto intricati e una buona prova del frontman e bassista Thomas. La risposta dei presenti è partecipata e la band esce tra i consensi generali.
Un nuovo cambio di palco e di approccio al metallo: tocca agli (ECHO) il compito di rallentare i battiti con il loro death doom melodico e malinconico, che può portare alla mente nomi quali Swallow The Sun o October Tide. I suoni iniziali dei bresciani non aiutano, rendendo le prime note un po’ scarne e asettiche, ma la band si rimette in carreggiata rapidamente, offrendo una prova onesta e matura.
L’esibizione cresce minuto dopo minuto, con il cantante Fabio Urietti sugli scudi (anche letteralmente, in piedi sulle casse spia) a incitare i presenti, mentre i brani assumono progressivamente un peso maggiore, arrivando a lambire anche territori post metal che ricordano nomi come Cult Of Luna. Sicuramente una band da tenere in considerazione.
Dopo una breve pausa, arriva il turno di quelli che di fatto sono gli headliner della serata. I SEDNA, freschi di pubblicazione del quarto sigillo della loro discografia, una volta saliti sul palco impiegano esattamente il tempo di suonare due accordi per settare il contesto del proprio show: basta un attimo per ritrovarsi infatti avviluppati da un vortice scuro, elegante e intenso.
La quasi totalità dei presenti osserva in silenzio le gesta del gruppo romagnolo, che nelle sue sonorità post-black riesce a ricreare un clima solenne e spirituale anche dal vivo.
L’esperienza e la professionalità si vedono e si sentono, tanto nella presenza scenica quanto nell’approccio sonoro, pieno e ricercato, e il vigore è piuttosto palpabile in un’espressività che si serve di espedienti insoliti (l’archetto utilizzato dal cantante Alex Crisafulli sulla propria chitarra) quando non capace di navigare in divagazioni strumentali oscure ed evocative, che ben si sposano con l’ottima prova vocale.
Il pubblico lo percepisce chiaramente, reclamando un bis che arriva a chiudere una serata riuscita, capace di mandare a casa più di qualcuno con il sorriso sulle labbra. L’underground resiste, insomma, e sembra cavarsela ancora piuttosto bene.

