27/11/2015 - Fear Factory + Once Human + Dead Label @ Magazzini Generali - Milano

Pubblicato il 30/11/2015 da

Report a cura di Marco Gallarati

16 giugno 1995 – 27 novembre 2015: praticamente vent’anni e mezzo di distanza separano la data d’uscita ufficiale di “Demanufacture” dal giorno in cui i Fear Factory approdano in Italia, ai Magazzini Generali di Milano, per riproporlo finalmente nella sua interezza. Avendolo trattato poco tempo fa, qui su Metalitalia.com, per la rubrica I Bellissimi, non staremo troppo a soffermarci sull’importanza e sull’impatto avuto dall’album in questione sulla scena musicale mondiale del tempo (con ovvie ripercussioni anche su quella d’oggigiorno), bensì andremo semplicemente a raccontarvi una serata come tante altre da vivere live, giostrata piuttosto bene da una formazione che lungo la propria storia ha dovuto superare parecchie traversie e che ora è solo per metà quella storica che registrò, quattro lustri fa, il proprio capolavoro: basteranno, infatti, Dino Cazares e Burton C. Bell a far rivivere gli echi meccanicistici e cibernetici del platter che li ha resi famosi in tutto il mondo? A supportarli in questo evento, ecco i nuovissimi Once Human, rientro sui palchi per Logan Mader, indimenticato chitarrista dei Machine Head su “Burn My Eyes” e “The More Things Change…” e oggi rinomato producer metal, e i semi-sconosciuti irlandesi Dead Label. E sono proprio questi ultimi che purtroppo riusciamo a perderci, con i doverosi ringraziamenti al traffico di Milano al venerdì sera e l’inizio del concerto veramente improbo da affrontare, addirittura le 19.15…

fear factory - locandina milano - 2015


ONCE HUMAN

Persi quindi i Dead Label, alle 20 in punto siamo in zona palco, nella proverbiale ghiacciaia dei Magazzini Generali durante le date invernali, per verificare le capacità on stage degli Once Human, accolti su questo portale, in sede di recensione del loro debutto “The Life I Remember”, con non celata freddezza. Logan Mader è rimasto nei cuori di tanti metalhead presenti alla venue – sebbene questi siano per la stragrande maggioranza in trepidante attesa solamente degli headliner – quindi la curiosità di vedere all’opera la band con cui il chitarrista fa il suo rientro sulle scene è notevole. Ci si trova di fronte, scritta in termini semplicistici, ad una versione più metalcore-oriented e meno classicheggiante degli Arch Enemy, impressione chiaramente acuita dal timbro e dalle linee vocali acide e aggressive della simpatica (e ovviamente carina!) Lauren Hart: la giovane ha una buona presenza scenica, un po’ troppo impostata in stile Angela Gossow e ancora lievemente impacciata, ma certo non deprecabile; l’educazione della voce è praticamente assente – basterebbe consigliarle di urlare leggermente staccata dal microfono, perchè a tratti il suo volume sovrastava in modo fastidioso gli strumenti – il riverbero usato strabordante, ma tutto sommato, come prima prova dal vivo in Italia e primo tour importante, la Hart si può considerare promossa. Certo, il resto della band aiuta la frontgirl in tutti i modi tramite un approccio allo stage impeccabile, senza strafare e senza stare troppo fermo al proprio posto. Mader non fa per nulla il protagonista, ondeggia i suoi lunghi rasta quanto basta e mette in mostra il fisico ancora muscoloso e asciutto, nonostante il freddo pungente all’interno dei Magazzini; mentre da segnalare è la buona prova solista dell’altra ascia Skyler Howren. Tra i brani eseguiti, al di là di una linearità fin troppo marcata e di canovacci sonori piuttosto scontati, sono spiccati “Pick Your Poison”, “Demoneyes” e “Time Of The Disease”, quest’ultimo dotato anche di epiche orchestrazioni pre-registrate. Esattamente prima dell’ultima esecuzione, proprio la succitata “Time Of The Disease”, ecco la prevedibile sorpresa: gli Once Human eseguono l’immortale anthem dei Machine Head “Davidian”, che Mader ha di certo contribuito a plasmare nel lontano 1994. Il pubblico finalmente smuove un po’ le chiappe iniziando a pogare e gridando a gran voce il verso “let freedom’s ring with a shotgun blast”, ma la riuscita cover non ha completamente risollevato le sorti di un set non malvagio e sufficiente, ma anche piatto e standard in modo non incoraggiante. Occorre rivederli fra qualche tempo, questi ragazzi: potenzialità ci sono, ma si deve lavorarci sopra.

FEAR FACTORY
Veniamo ai Fear Factory, che non si fanno attendere tanto e, dopo un cambio palco piuttosto agile, si fanno introdurre da una trama futuristica aliena al tanto atteso “Demanufacture”. Due sono le cose che ci fanno un po’ stranire, subito in partenza. La prima è irrisolvibile, ovvero l’assenza di Raymond Herrera e Christian Olde Wolbers alla sezione ritmica: sebbene il belga non prese parte alle registrazioni del disco in questione, nell’immaginario metallico globale lui e Herrera fanno coppia con Cazares e Bell nella formazione storica della Fabbrica della Paura, ed è quindi un colpetto al cuore vedere al loro posto i pur bravi Mike Heller e Tony Campos, rispettivamente alla batteria e al basso, nell’esecuzione dell’epocale masterpiece. La seconda, invece, si pensava potesse essere più curata, ovvero l’ambientazione di scena: ad esclusione di un backdrop gigante alle spalle dei Nostri e di un gioco di luci prevalentemente incentrato sul blu tetro e sul viola, colori dominanti, assieme al nero, sulla cover di “Demanufacture”, poco altro è stato dato in pasto ai presenti. Verissimo che i Fear Factory non hanno mai puntato molto la loro carriera sul supporto di scenografie importanti, ma in questa occasione ci saremmo aspettati qualcosa di più visionario e distopico. Peccato, quindi. E per il resto? Be’, per il resto le difficoltà di Burton sul pulito sono note da anni e non si sono certo risolte negli ultimi tempi; però bisogna ammettere che la situazione non è più drammatica come qualche tempo fa: solo all’altezza del ritornello di “Body Hammer” abbiamo sentito il bisogno di tapparci le orecchie inesorabilmente. L’iniziale “Demanufacture” ha sollevato il sipario in modo entusiastico, più per la risposta degli astanti che per la mera esecuzione del gruppo, ripresosi subito dopo con un’ottima versione di “Self Bias Resistor”. “Zero Signal” ha riempito d’epos cibernetica i Magazzini Generali, catapultati di colpo in un incubo industriale, mentre la seguente “Replica”, attesissima da tutti, ha fomentato il bailamme generale. E fin qui, a dir la verità, poco o nulla di nuovo; la band è diversi tour che propone le prime quattro canzoni di “Demanufacture” come chiusura di set, per cui a tutto ciò eravamo bellamente abituati. Difatti, il vero massacro e il vero interesse della data in esame sono scattati con la successiva “New Breed”, cyber-gabber-core da pogo assassino e data in pasto come sale ad una ferita ad un parterre già bello carico. Il violentissimo slogan di denuncia ‘born, bred, beaten!’ è stato uno degli highlight di tutto il concerto! “Dog Day Sunrise”, contornata da albeggianti fasci di luce gialla, ha messo in mostra un Bell un po’ a disagio su certe tonalità, che quando deve metter da parte il growl e lo scream resta palesemente in difficoltà. E poi ecco la semi-disastrosa “Body Hammer”, seguita da una rapida “Flashpoint” e da una sorprendentemente riuscita “H-K (Hunter-Killer)”, con un Burton scatenato ad additare spettatori sparsi per la sala come ‘criminali’ (il leit-motiv del pezzo è infatti il verso “I am a criminal”, ripetuto senza sosta). “Pisschrist” ha portato l’audience a livelli di stanchezza elevati, prima di lasciare spazio ad una sentita e potente resa di “A Therapy For Pain”, i cui finali effetti industrial hanno spedito la band dietro le quinte in attesa dei bis. E la seconda parte del concerto, più lunga e corposa di quanto ci saremmo aspettati, si è aperta con la devastante doppietta iniziale di “Obsolete”, composta da “Shock” e da “Edgecrusher”, che hanno rianimato a tuono un pubblico fino a quel momento provato. D’incanto, poi, ecco i migliori suoni della serata (magia? Qualche trucchetto strano? Basi?) per un trittico di brani estratti dal nuovo “Genexus”, pezzi bene accolti e soprattutto proposti impeccabilmente dalla band, con un vocalist tornato incredibilmente in palla sebbene ormai quasi afono – e lo si notava soprattutto nei siparietti tra una canzone e l’altra, quando alla voce già roca é via via subentrata una tonalità esilarante da Paperino. Gran finale affidato a “Martyr”, manifesto di quel “Soul Of A New Machine” che anticipò, all’epoca, i deliri robotici del seguente “Demanufacture”, omaggiato con alti e bassi, ma anche con lampante successo, da una creatura metallica che pare avere, proprio come un adamantico Terminator, duemila vite. In definitiva, la miglior cura per il nostro dolore.

Setlist:
Demanufacture
Self Bias Resistor
Zero Signal
Replica
New Breed
Dog Day Sunrise
Body Hammer
Flashpoint
H-K (Hunter-Killer)
Pisschrist
A Therapy For Pain
2^ parte:
Shock
Edgecrusher
Soul Hacker
Dielectric
Regenerate
Martyr

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