22/07/2025 - FEAR FACTORY + SKW @ Legend Club - Milano

Pubblicato il 27/07/2025 da

Articolo di Maurizio ‘morrizz’ Borghi
Foto di Fabio Livoti

I Fear Factory tornano sui palchi italiani a distanza di un anno e, probabilmente per attrarre più persone quello che doveva essere un semplice tour estivo (diviso tra apparizioni nei festival e date da headliner), esso è diventato, poco prima dell’inizio, la celebrazione del trentennale di “Demanufacture”, seminale capitolo discografico della band e vera e propria pietra miliare di industrial ed alternative metal. Un disco influente, dirompente e, troppo spesso, poco celebrato da parte di industria discografica, pubblico e a volte anche addetti ai lavori.
La cornice della data italiana è quella del Legend Club di Milano, location quasi obbligata considerato l’ormai scarso ventaglio di opzioni disponibili, che vede riunirsi i fan storici della band che sfidano il caldo e, visto il numero di magliette a tema presenti, sono felicissimi di ascoltare uno dei loro dischi preferiti nella sua interezza.
Accanto ai molti fan ‘storici’ che hanno condiviso l’appuntamento coi Soulfly il martedì precedente troviamo anche qualche coppia padre/figlio, a testimoniare che a volte la passione è ereditaria e un ricambio generazionale è possibile.
Mentre molti restano nell’ampio giardino del locale a cenare o a far quattro chiacchere davanti a una birra, l’evento comincia, spaccando il minuto.

Come unici supporter della serata sono stati scelti i milanesi SKW, band molto nota nel contesto locale e nazionale che condivide addirittura i natali con i Fear Factory – la prima incarnazione del gruppo è infatti data 1989. Forti di una line-up stabile dal 1996, gli SKW non si sono mai fermati, diventando un vero e proprio pilastro della scena metal milanese con un’identità forte e presente nella scena e nella vita notturna ‘alternativa’ da decenni.
Non stupisce quindi che molti dei presenti rispondano benissimo ai brani proposti, con diversi estratti dal recente “Humans”. La prova del quartetto è affiatata, coinvolgente e molto professionale, con i musicisti che riescono facilmente a proseguire nonostante qualche problema alle basi; particolarmente impressionante la performance del cantante Marco Laratro, che spinge nelle strofe dimostrando al tempo stesso grandi capacità in ritornelli melodici di scuola alt metal a stelle e strisce, mentre il chitarrista Simone Anaclerio incarna come sempre la figura più dinamica e divertente della formazione.
Durante il loro set si diffonderà la notizia della morte del Principe delle Tenebre Ozzy Osbourne, di conseguenza per molti dei presenti ci sarà una comprensibile distrazione, ma nelle prime file l’entusiasmo rimarrà elevatissimo, sino alla degna conclusione con una foto di rito.

La mezz’ora dedicata al cambio palco è dedicata a messaggi frenetici, abbracci e qualche lacrimuccia dedicata ad uno dei simboli dell’heavy metal che almeno nella memoria resterà immortale, quindi partecipare alla celebrazione di “Demanufacture” dei FEAR FACTORY non è da subito l’esperienza che ci si aspettava, col pubblico stranito e con la testa decisamente altrove. Anche Dino Cazares, soprattutto nei primi brani, sembra procedere meccanicamente, un po’ distante da quello che sta succedendo intorno a sé.
La potenza del capolavoro del 1995 non fa prigionieri in ogni caso, quindi già con “Self Bias Resistor” e “Zero Signal” la situazione si scalda, col pubblico che entra più concretamente nella situazione e comincia a muoversi, pogare e cantare. Con la sala piena e la gente che si accalca la temperatura si alza drammaticamente, com’era prevedibile, ma “Replica” diventa finalmente un boato, un plebiscito, uno sfogo. Pochi telefoni in aria e tanta partecipazione, com’è giusto che sia.
“New Breed” replica l’entusiasmo, con il suo slogan urlato a gran voce da tutti, mentre “Dog Day Sunrise” fa cantare la sala intera.

La seconda parte della tracklist trova canzoni suonate meno frequentemente nella storia del gruppo, come “Body Hammer” e “Flashpoint”, brani di cui ci viene ricordata la grandezza e che non sfigurano affatto davanti ai capisaldi in discografia come “H-K (Hunter Killer)” e “Pisschrist”. Un po’ una chicca sentire “A Therapy For Pain”, la canzone conclusiva del disco, un lento distopico che con le sue dominanti melodie vocali funge da sipario eccellente.
Milo Silvestro, non ci stanchiamo di dirlo, è letteralmente una manna dal cielo per Dino e per tutti i fan del gruppo: preciso, tecnico, confidente e sicuro, non sbaglia praticamente niente rendendo giustizia a tutti i brani, sia nelle parti più violente che nei ritornelli, mai così fedeli. Grazie alla sua passione e all’amore viscerale per quelle composizioni fa sembrare tutto facile, tanto che anche coloro che hanno assistito per la prima volta alla sua prova da frontman non possono che applaudire la scelta di continuare con il suo supporto.
Nessuna sbavatura e nessuna licenza poetica nemmeno per i super professionali Pete Webber, alla batteria, e Ricky Bonazza (altro italiano trapiantato a Los Angeles, in forza anche nei Butcher Babies), bassista che sostituisce il titolare Tony Campos.
Venendo a Dino dobbiamo dire che, sebbene abbia suonato bene come sempre, questa sera appare abbastanza affaticato, sfiancato dal caldo o dalla triste notizia piombata sulla testa di tutti. Anche il suono della sua chitarra è per molto tempo un po’ strano, con un effettistica e una distorsione imperfetta.

Dopo l’ampia sezione dedicata a “Demanufacture” nella sua interezza c’è spazio per qualche brano extra per chiudere la serata, con la grandiosa accoppiata formata da “Shock” ed “Edgecrusher” a far tornare entusiasmo e partecipazione ai massimi livelli, nonostante la disidratazione e la sudorazione siano del tutto fuori controllo. Ci pare sia proprio in questi brani che Milo si identifichi al 110%, vista e considerata la potenza e il trasporto che ci mette, cantando in tutta tranquillità dopo un’ora di show in condizioni estreme.
Anche “Linchpin”, che molti fanno coincidere con una sbandata nu metal, viene suonata con grandissimo entusiasmo ed accettata a braccia aperte da tutti.
E’ a questo punto che, con naturalezza, vien dato sentito tributo anche allo scomparso Madman: la band attacca l’iconico riff di “Iron Man” dei Black Sabbath e il pubblico lo canta a squarciagola, con Milo che porge il microfono alla sala, prima di chiudere la parentesi con un doveroso “Rest in peace!”.
Scelta coraggiosa mettere fine all’esibizione con “Archetype”: si tratta della title-track di uno dei due dischi dei Fear Factory in cui non suona Dino Cazares, ma il brano viene comunque proposto durante i live della band e stasera si guadagna anche l’importante spot del congedo.
La riproposizione di Silvestro riesce magnificamente, con una precisione che, soprattutto sul crescendo finale, strappa qualche brivido.
I Fear Factory sono lanciati e non hanno intenzione di fermarsi, insomma, e la celebrazione del loro capolavoro è stata più che degna nonostante i tristi eventi della serata. Ora aspettiamo nuova musica, oltre alla futura commemorazione di “Obsolete”.

 

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