12/06/2019 - FEVER 333 @ Legend Club - Milano

Pubblicato il 21/06/2019 da

Report a cura di Maurizio ‘morrizz’ Borghi
Fotografie di Stefano Marotta

Dopo l’esordio novembrino davanti all’imponente pubblico dei Bring Me The Horizon, i Fever 333 si esibiscono per la prima volta da headliner in Italia. Approfittando della chiamata alle armi per la data di Reggio Emilia dell’In Fest, prevista per il giorno successivo, si è materializzata questa ghiotta proposta che il promoter (Hellfire Booking) ha messo sul piatto per assecondare la grande richiesta da parte del pubblico. Nessun gruppo di supporto in cartellone, per una serata completamente all’insegna del ‘333’!

 

Con il sostanziale consenso della critica ma senza il push di un singolone di successo, il seguito del trio californiano è frutto di un passaparola che potrebbe presto diventare epidemico: in maniera lenta e costante, fuori dal Legend si assiepa un pubblico numeroso ed entusiasta, formato da molti volti giovani, parecchie presenze femminili e una fetta di ‘vecchia guardia’ che si frega le mani per il ritorno di un certo tipo di crossover per il quale dalle nostre parti c’è ancora parecchia sete. L’energia si accumula sino ad alti livelli durante la trasmissione dell’intro, quando poi si abbassa il telone ed il frontman si presenta con un sacco sul volto: l’energia esplode in maniera fortissima lato palco, venendo restituita elasticamente dall’intero locale. Basta la prima manciata di pezzi – “Burn It”, “Made An America”, “Animal” – per capire che il trio incarna tutte le aspettative del pubblico, a partire, in cima alla lista, da una presenza scenica letteralmente impressionante: i tre dominano il palco e sono letteralmente scatenati, dando l’impressione di voler stupire a costo di andare immediatamente in debito di ossigeno. La realtà è che siamo davanti a performer decisamente al di sopra della media, in grado di spingere la propria fisicità pericolosamente vicino al limite fisico senza sacrificare la resa sonora. Bastano pochi minuti per vedere i Fever 333 grondare come pugili alle prese col taglio del peso, scatenati e folli come riuscivano ed esserlo solo i The Dillinger Escape Plan: Jason Aalon Butler si getta dal palco per cercare l’abbraccio del pubblico facendo il pelo a una delle pale rotanti (si farà male solo a una mano); Stephen Harrison è un secondo frontman che nelle aperture senza chitarra fa le doppie o mima il cantato; Aric Improta è forse il batterista più spettacolare in circolazione, costantemente in piedi e pronto a farsi notare, anche nelle limitazioni del soffitto basso del Legend. Temevamo che l’assetto politicizzato della band potesse tarpare in qualche modo le esibizioni, che il gruppo arriva addirittura a definire ‘dimostrazioni’, ma Butler sa dosare temporalmente i propri interventi e soprattutto riesce a non scendere mai troppo nello specifico, in modo da non appesantire e rendere universale il proprio messaggio. Sembra sincera la sua gratitudine quando sceglie di parlare ad alta voce senza microfono e la sala si zittisce per ascoltarlo. Musicalmente ci siamo: i cori riescono ad essere riprodotti perfettamente, le parti cadenzate/rappate non sono assolutamente un problema, ritmicamente la macchina regge anche senza il basso (sebbene a volte Stephen abbraccia proprio lo strumento a quattro corde, per sottolineare passaggi particolarmente heavy) e l’uso di basi è limitato al necessario. Il repertorio non è immenso, ma la setlist non risulta per niente annacquata, anche l’unico intermezzo che potrebbe essere giudicato gratuito – una parentesi dedicata alle percussioni – risulta gradevole, come i soliti espedienti del wall of death e del ‘tutti giù per terra’. Si ha l’impressione di essere davvero davanti a una next big thing, una band con tutte le carte in regola per diventare enorme – brani, originalità, sound distintivo, una grossa label alle spalle – e che se riuscirà a mantenere questa traiettoria andrà a scalare rapidamente i cartelloni dei festival ampliando la propria base di fan in maniera esponenziale. Vederli fermarsi a lungo dopo lo show per accontentare praticamente tutti i presenti con foto ed autografi non può che aumentare la nostra simpatia nei loro confronti.
There’s a motherfucking fever coming!

 

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