06/06/2017 - FIVE FINGER DEATH PUNCH + MINISTRY + MONSTER MAGNET + CODE ORANGE @ Alcatraz - Milano

Pubblicato il 12/06/2017 da

Introduzione a cura di Maurizio Borghi
Report a cura di Maurizio Borghi, Davide Romagnoli e Simone Vavalà
Fotografie di Francesco Castaldo

A che punto sono i Five Finger Death Punch nel 2017, a due anni dall’uscita di “Got Your Six”? Ivan è ancora con loro e con i numerosi fan o il giocattolo s’è rotto? La band ha intenzione di scappare nuovamente di fronte al clima di tensione che gli attacchi terroristici stanno creando nel Vecchio Continente? Il gruppo di Las Vegas deve rispondere a molte domande in un concerto molto atteso che ospita un evento nell’evento, ovvero la doppietta Ministry/Monster Magnet, che va a richiamare una fetta di pubblico decisamente diversa da quella degli headliner in un cartellone eterogeneo e curioso, ospitante due generazioni di fan lontane per anagrafe e gusti musicali. In apertura i Code Orange, formazione giovane che sta molto facendo parlare di sè…


CODE ORANGE

L’hardcore band di Pittsburgh è sulla bocca di tutti da quando ha firmato per Roadrunner, soprattutto per le innumerevoli lodi che continuano ad arrivare da parte di artisti ed addetti ai lavori. L’enorme sforzo promozionale dell’etichetta sta donando loro una grande evidenza con piazzamenti importanti in quasi tutti i festival estivi. Il quintetto si presenta a muso duro, mostrando immediatamente il loro lato più heavy ed inaccessibile con una scaletta basata quasi completamente sull’ultimo “Forever”. Una lettura efficace la fornirà Kris Kael, bassista dei 5FDP molto attento alla scena contemporanea, che definirà il pubblico della serata ‘totalmente pietrificato’ davanti alla dimostrazione di forza dei Code Orange, che in maniera cruda e violenta andrà a polarizzare le opinioni sul proprio conto in un concerto che mostra sicuramente la validità degli elementi industrial e metalcore del proprio arsenale e, contemporaneamente, farà grattare il capo ai presenti per un’eterogeneità forse troppo marcata.
(Maurizio Borghi)

MONSTER MAGNET
Mezz’ora di show risulta inevitabilmente troppo poco per poter godere appieno di quello che Wyndorf e soci hanno saputo dire in una carriera che ha ormai ampiamente superato i venticinque anni di attività. Altrettanto indubbio è che in questo minutaggio appaia chiaro come il pugno di brani scelti siano cosa che ben poche band possono vantare di avere in repertorio. Ben consci del fatto che il pubblico della serata non era decisamente lì per loro, e nemmeno per recondita conoscenza o per sentito dire, ripetono molte volte il loro nome come se fossero una band d’apertura ai primi concerti. La performance, ovviamente, è quella della band che i Monster Magnet hanno imparato ad essere nel loro status di paladini dello stoner rock più incisivo e vintage che ci possa essere. Wyndorf è in forma e i suoi sessant’anni (mistero della fede, forse in qualche Space Lord lassù) trasudano psichedelia, ‘motherfuckers’ e acidi ancora una volta, rendendo il poco tempo a disposizione capace di imprimersi nella mente dei fan e dei neofiti del verbo negasonico. “Saw your face last night on the tube / Strong fine snake in a sucker’s vacuum / 15 clicks and it’s time to say bye / 15 trips and a love that won’t die”.
(Davide Romagnoli)

 

MINISTRY
Alle 20 in punto è tempo di un altro mito che ha attraversato gli ultimi trent’anni di musica estrema, ossia Al Jourgensen e i suoi Ministry. La formazione è nuovamente rimaneggiata, fatte salve le (relative) costanti rappresentate da John Bechdel alle tastiere e dal funambolico Sin Quirin alla chitarra solista, ma tutto sommato poco importa: si sa che è il carisma di Al stesso a fare la differenza, se in buona…e per fortuna questa sera le aspettative vengono rispettate. Ci vuole in realtà un buon quarto d’ora perché la band prenda le coordinate perfettamente, ossia il tempo di un paio di brani, tra cui l’inedita “Antifa”, che ricorda molto le cadenze del periodo “Psalm 69” – e il cui titolo non lascia dubbio sui contenuti, ben espressi anche dai filmati che si susseguono dietro la batteria. Con “LiesLiesLies” si alza il livello sotto ogni punto di vista: l’elettronica va in secondo piano, fatti salvi i campionamenti di dovere, mentre Al, visibilmente brillo, prende comunque confidenza con la sua voce e con il palco, diventando il consueto e lisergico maestro di cerimonie, in grado di chiamare il pubblico all’assalto. Pubblico che risponde piuttosto calorosamente, con un pogo limitato in numero ma forsennato, che pare lasciare perplessi i fan più giovani presenti principalmente per gli headliner. Ma come resistere, del resto, a una sequenza che incastona perle trascinanti come “N.W.O.”, “Just One Fix” e “Thieves”? I nuovi entrati Soto, Christopher (ex bassista dei Prong) e Holtgreve costruiscono un tappeto sonoro devastante, su cui il già citato Quirin intesse assoli efficaci e mai sopra le righe, mentre il leader ghigna, sbraita, incita a battere le mani e, semplicemente, a farsi trascinare in questo gorgo infernale e adrenalinico. Una sola ora di esibizione, valsa come un’intera serata in palestra e come una lezione di violenza di rara efficacia.
(Simone Vavalà)

 

FIVE FINGER DEATH PUNCH
Archiviato l’evento nell’evento, è tempo di accendere i riflettori sugli headliner della serata. Ivan non si è fatto vedere nel meet&greet dedicato ai fortunati lettori di Metalitalia.com, di conseguenza non possiamo che aggiungere un altro velo di preoccupazione sul reale stato di salute di un gruppo che, dal 2004, è stato un treno in corsa e che per la prima volta nella propria carriera pare essere provato da situazioni personali (Moody pareva aver annunciato la sua uscita dal gruppo, salvo poi smentire) ed antipatiche gabole legali (Prospect Park sta fermando la pubblicazione di un disco pronto da mesi). Una lunga serie di domande viene frantumata e spazzata via con il suddetto accendersi dei riflettori: “Lift Me Up” mostra un frontman carichissimo, che con una veemenza lucida (fattore fondamentale) e disarmante vuole divertire sè stesso, il suo pubblico e i suoi compagni di ventura. Senza nuove canzoni da promuovere, i dodici pezzi in scaletta potrebbero finire direttamente su un greatest hits o un live album per consegnare ai posteri la grandezza e il valore di una super potenza dell’hard rock/heavy metal contemporaneo. Saltando tra i due generi col proprio piglio moderno e ‘badass’, forgiato dalle forti personalità individuali, i Five Finger Death Punch regalano ai presenti tutto quello che era necessario donare, con uno scambio diretto e ininterrotto tra band e prime file, grandi sorrisi e anche gesti ormai consueti, come l’ospitata di un fan su “Burn MF”. Se il siparietto di ‘cover sbagliate’ è sicuramente preparato, quando il frontman chiede a Zoltan l’arpeggio di “Wash It All Away”, prerogativa della chitarra solista Jason Hook, tutti ridono di gusto. Il chiamare continuamente in causa i propri compagni da parte di Ivan regala la dovuta leggerezza tra i componenti sul palco e trasporta l’intero club nella dimensione migliore per ripercorrere con energia e trasporto emotivo tutti i più grandi successi della band, inframezzate dal break acustico di “Wrong Side Of Heaven”/”I Remember Everything”. Una scaletta bilanciata e il supporto incredibile del pubblico vanno poi a sigillare il meritato successo. I Five Finger Death Punch devono ancora crescere in Italia – l’Alcatraz con il telone a 3/4 è decisamente troppo poco per i loro standard – ma questa data verrà ricordata da tutti i presenti, che sicuramente torneranno nel prossimo futuro e contribuiranno alla parabola del gruppo, che mira ambiziosamente ai vertici e ha tutte le carte in regola per arrivarci.
(Maurizio Borghi)

Setlist:
Lift Me Up
Never Enough
Wash It All Away
Got Your Six
Bad Company
Jekyll And Hyde
Burn MF
Wrong Side Of Heaven
I Remember Everything
Coming Down

Under And Over It
The Bleeding


 

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