08/10/2014 - Flying Colors + John Wesley @ Live Music Club - Trezzo Sull'Adda (MI)

Pubblicato il 15/10/2014 da

A cura di Dario Cattaneo
Fotografie di Francesco Castaldo

L’ultima volta che chi scrive andò al Live Music Club di Trezzo fu per assistere alla prestazione degli Angra attuali, quelli con Lione e Valverde…e in quell’occasione si stupì (e rammaricò) della scarsità del pubblico in loco: un ‘vuoto’ di persone che riusciva a far sembrare la sala addirittura più grande di quello che è in realtà. Siamo dunque rimasti piacevolmente sorpresi dal constatare che, invece, la calata italica dei Flying Colors ha richiamato pubblico su ordini numerici ben diversi, e siamo stati felici di vedere che la sala del club di Trezzo, anche se non del tutto piena, presentava teste di spettatori sufficienti almeno a raggiungere la fatidica zona mixer. I presupposti per una bellissima serata di musica rock c’erano dunque tutti: un album bellissimo appena uscito da presentare, una confermata unità come band da mostrare ed un bel pubblico vivace dal quale raccogliere il meritato e necessario feedback. A questo punto possiamo senza ulteriori indugi raccontarvi come è andata…

 

flying Colors - Locandina - 2014


JOHN WESLEY
Poco pertinenti disguidi di carattere alimentare (leggi: cena finita tardissimo per via di un M&G piuttosto prolungato cui abbiamo accompagnato i vincitori del concorso pubblicizzato sulle nostre stesse pagine) ci hanno impedito di sentire le prime canzoni proposte dalla band di supporto capitanata dal veterano John Wesley. Coloro che bazzicano un po’ il genere progressive se lo ricorderanno probabilmente come chitarrista in tour con Fish dei Marillion e con i Porcupine Tree e, più recentemente, anche nella line-up dei Sound Of Contact; fatto sta che questa sera il Nostro si trovava invece, nei panni di frontman, a presentarci il suo nuovo lavoro “Disconnected”. Avendo una scarsa conoscenza della band (riconosciamo solo la bella “Once A Warrior”, che sentimmo tempo addietro nella versione con l’assolo suonato niente meno che da Alex Lifeson dei Rush) non possiamo valutare la resa rispetto ai dischi, ma siamo ben consci della difficoltà di portare su un palco musica complicata e scarsamente memorizzabile come la sua. L’ora circa a disposizione dell’artista scorre però abbastanza in fretta, con gli spettatori forse più interessati al comparto strumentale e agli assoli del Nostro piuttosto che nel trovare melodie riconoscibili da seguire. Dal canto suo, il bravo frontman capisce subito l’andazzo della serata e si profonde quindi in impeccabili parti chitarristiche, che strappano consensi ai presenti. I circa quaranta minuti di show che abbiamo visto ci hanno positivamente impressionato: non ci rimarrà un ricordo forse indelebile della performance, ma di sicuro si è trattato di tempo speso bene.

 

FLYING COLORS
Con la puntualità che contraddistingue gli show al Live Club di Trezzo, alle 21:45 in punto gli indaffarati roadie sul palco cominciano ad armeggiare con la batteria di Portnoy, torreggiante sul ridotto drumkit di Mark Prator, pur non raggiungendo nemmeno la metà delle parti del set che usava con i Dream Theater durante il tour di “Systematic Chaos”. La band sale sul palco subito dopo, salutata dagli applausi, e già dalle prime note si capisce lo spessore dello show che ci accompagnerà da qui a due ore. Suoni perfetti, musica al contempo tecnica ma espressiva e grandissima simpatia e coinvolgimento sono gli elementi che, come flash di un dipinto astratto, dal palco colpiscono i nostri occhi e le nostre orecchie. Sulla tavolozza virtuale dei Flying Colors possiamo trovare tutta la gamma di tonalità necessaria a comunicarci grande musica: dal rosso cupo di un Portnoy sorprendentemente fisico, nonostante l’approccio percussivo tendenzialmente ‘controllato’ dei brani, al rosso più acceso e vivace di uno Steve Morse davvero incendiario; dal blu elettrico ed intrigante del basso rotondo di LaRue alle gentili ed eleganti pennellate di giallo create dalle tastiere di Neal Morse. Sopra tutti questi colori, si stendono poi le liquide tonalità argento e oro della preziosa ugola del bravissimo McPherson, l’uomo a cui dobbiamo il regalo di ammantare tutto con massicce dosi di melodie bellissime, che poco ci fanno pesare i lunghi intermezzi strumentali. Colpisce, senza dubbio, l’assoluta mancanza di un frontman, ruolo solitamente importantissimo, che qui nei Flying Colors di questa serata è interpretato però a turno da ciascun musicista, ognuno abile a ricavarsi la sua parte di riflettore senza mai rubare la scena agli altri. E’ un impressione di grande armonia, di grande affiatamento, quella che ci deriva da questa performance meneghina, una sensazione che ci fa ben sperare in una vita longeva per questo progetto. La setlist della serata mette subito in chiaro la sua decisione di incentrarsi sul nuovo lavoro, e così, come apre l’album, è proprio la suite “Open Up Your Eyes” a fare gli onori di casa qui al Live. Undici minuti che scorrono in maniera assai veloce, introducendoci subito alcuni leit-motiv che incontreremo in seguito, quali il genio di LaRue al basso o la robusta presenza di Portnoy dietro i suoi tamburi. “Bombs Away” ammanta il locale di ottime melodie tratte dal memorabile ritornello, mentre LaRue calca ancora più la mano sulla sua ecletticità lanciandosi in divagazioni quasi jazz nella prima parte in slap; ciò avviene subito prima di omaggiare il’omonimo debutto con la hit “Kayla”, dolce esempio di prog rock pienamente acclamato dai presenti. “Shoulda Coulda Woulda” mantiene viva l’attenzione dei presenti sul debutto, quasi a monito di non dimenticarci di quel bell’album, ma è ancora “Second Nature” ad imporsi nei pezzi successivi con la elegante “The Fury of My Love” e la sognante “A Place In the World”. Dopo questa fantastica accoppiata, “Forever In A Daze” ci accompagna con i suoi tempi dispari verso un altrettanto complessa ma sicuramente più esplosiva “One Love Forever”, che si pone subito tra le nostre preferite della serata. Un bel momento si propone poi al pubblico quando McPherson da solo attacca con la chitarra acustica gli accordi di “Colder Months”, estratto dalla sua carriera con gli Alpha Rev, canzone che segue un liquido crescendo fino al momento in cui sfocia nella fantastica “Peaceful Harbor”, altro momento magico dell’esibizione. “The Storm” non ha bisogno di presentazioni e carica il pubblico a dovere, prima che gli assoli di Morse in “Cosmic Symphony” e le melodie moderne di “Mask Machine” facciano cadere un lussuoso (e multicolore) velo su una prestazione strepitosa. L’atteso momento degli encore viene poi onorato dalla terza suite, la lunga “Infinite Fire”, che già chiudeva l’album precedente, e, a seguito di questa, non rimane che lo spazio per gli applausi. Ancora una volta non ci resta che applaudire alla classe e alla simpatia di questo cosiddetto ‘supergruppo’, formato sì da gente ormai famosa, ma in grado comunque di farci sognare come poche band ci sono riuscite negli ultimi anni. Grandiosi.

 

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