Report di David Scatigna e Valentina Piccione
Fotografie di Live Nation Italia
Domenica 5 luglio l’Ippodromo Snai La Maura si è acceso per l’unica data italiana del “Take Cover Tour 2026”.
Sul palco, in ordine, Fat Dog, Idles e Foo Fighters, davanti a circa sessantacinquemila persone arrivate da tutta Italia. Il pomeriggio è partito con il caos elettro-punk dei londinesi, è cresciuto con la fisicità post-punk della band di Joe Talbot, e si è chiuso con oltre due ore di classici sotto la guida di Dave Grohl.
Non un giorno qualunque, per la band americana: il concerto milanese è caduto proprio all’indomani dei trentuno anni dall’uscita del primo, omonimo album dei Foo Fighters, un traguardo che Grohl ha ricordato di persona dal palco.
Due parole anche sull’organizzazione della location, che negli anni passati si era guadagnata più di una critica. Qualcosa, quest’anno, è cambiato: via libera alle bottigliette d’acqua (senza tappo) e alle borracce in plastica o silicone, con punti di refill allestiti tramite qualche boccione da ufficio, soluzione probabilmente non ottimale, con quasi settantamila persone e un caldo così intenso, e che lascia più di un dubbio sulla tenuta del sistema.
Per pagare cibo e bevande, invece, tre strade: carta di credito o bancomat, un’app apposita, oppure i soliti token, sistema che negli anni passati si era guadagnato più di una critica. Fa piacere vedere un primo passo nella direzione giusta, anche se ovviamente il margine di miglioramento è ampissimo. Speriamo che le prossime edizioni portino altri correttivi.
I FAT DOG aprono il pomeriggio poco prima delle diciassette, quando il sole picchia ancora forte sull’Ippodromo Snai La Maura e il prato è tutt’altro che pieno.
Sul palco Joe Love, voce e chitarra, insieme a Ellis D, Chris Hughes, Morgan Wallace, Michael Dunlop, Dillon Harrison e Jed Bevington, con tanto di violino, sassofono e percussioni aggiuntive.
Il loro sound mescola punk elettronico, dance ed elettronica di rave in un impasto difficile da incasellare in un solo genere; aprire un festival alle cinque del pomeriggio, con metà del pubblico ancora in coda o in cerca di ombra, non è compito facile: eppure, i Fat Dog lo affrontano scendendo più volte in mezzo alla gente nel corso del concerto, portando il proprio caos oltre le transenne. Sotto al palco la folla non è enorme, ma è compatta, raccolta nella striscia d’ombra proiettata dal palco stesso, e basta comunque a creare una discreta atmosfera, anche se buona parte del pubblico più lontano resta visibilmente distratta.
“Smile and Wave” apre le danze e recupera subito i primi curiosi piazzati sotto il palco. “Shit Love” e “Bad Dog” restano fedeli al lato più sgraziato del gruppo, mentre “Cancel Me (I’m Tired)”, title-track del disco in arrivo in autunno, regala un piccolo anticipo di materiale inedito. Chiudono “Wither” e “Running”, mezz’ora scarsa giocata più sull’urto immediato che sulla cura del dettaglio. (David Scatigna)
Il testimone passa agli IDLES, e si sente subito la differenza di energia. Ad aprire le danze è il chitarrista Mark Bowen, con indosso un completo color ciclamino che si gonfia leggero nella brezza appena alzatasi, seguito da Joe Talbot e dal resto della band. Non è la prima volta che gli Idles accompagnano i Foo Fighters in tour, e a Milano lo dimostrano con la scioltezza di chi conosce il mestiere. Il loro post-punk fisico e diretto, spesso attraversato da testi apertamente politici, si conferma uno dei più efficaci sulla scena britannica attuale.
Si parte con “Levitator”, e da quel momento la pressione resta alta per gran parte del concerto. “Never Fight a Man With a Perm”, “Mother” e “Gift Horse” scuotono il pubblico con la solita miscela di furia e groove, mentre Bowen e il chitarrista Lee Kiernan si tuffano più volte tra la folla nel corso della serata.
La vena politica resta centrale come sempre, tra riferimenti alla Palestina, alla guerra e ai fascisti portati avanti con la solita rabbia da Talbot, e il pubblico sotto il palco risponde a tono, cantando e saltando senza risparmiarsi. Prima di presentare il cantante, Bowen intona pure qualche verso di “Nothing Compares 2U”, il brano scritto da Prince e portato al successo dalla cantante irlandese Sinéad O’Connor.
Non manca il siparietto in italiano: “grazie Italia, per accoglierci nel tuo bellissimo Paese. Grazie mille Milano, per l’ossobuco”, scherza Talbot, strappando qualche risata al pubblico sotto al palco.
Il concerto prosegue con “I’m Scum”, “The Wheel”, “Divide and Conquer” e “Car Crash”. Poi arriva un momento particolare, quando Talbot ringrazia gli immigrati italiani che hanno contribuito a costruire il Regno Unito, introducendo così “Danny Nedelko”, brano che celebra proprio chi è emigrato oltre confine. A chiudere ci pensano “Dancer”, un breve a cappella su “All I Want for Christmas Is You” di Mariah Carey, “Rottweiler” e, per finire, “Nothing Compares 2U” cantata per intero. (David Scatigna)
FOO FIGHTERS a Milano: il primo capitolo dell’era Ilan Rubin convince, senza inseguire il passato. Da oltre trent’anni la band di Dave Grohl è una delle voci più riconoscibili dell’alternative rock americano, con radici che affondano nel grunge e uno sguardo costante rivolto all’hard rock più diretto.
C’erano almeno tre domande che aleggiavano sull’Ippodromo La Maura. Come sarebbe stato il primo concerto italiano dei Foo Fighters senza Taylor Hawkins dietro alle pelli? Come avrebbe reagito il pubblico al nuovo batterista Ilan Rubin, dopo la parentesi Josh Freese? La domanda, in fondo, era una sola: dopo gli ultimi anni, segnati da lutti, cambi di formazione e da un’esposizione mediatica che spesso ha oscurato la musica, i Foo Fighters sono ancora la band capace di incendiare uno stadio come nelle storiche due notti del Wembley Stadium del 2008? La risposta, dopo oltre due ore e mezza di concerto, è semplice. Sì.
Non perché abbiano cercato di sostituire Taylor Hawkins, ma proprio perché hanno smesso di provarci. Ilan Rubin entra nella band con un approccio diverso da quello di Josh Freese. Freese era precisione, esperienza, potenza. Rubin porta fluidità, istinto e una lettura personale del repertorio. Non copia Hawkins, non copia Freese, suona da Ilan Rubin, ed era probabilmente ciò di cui Dave Grohl aveva bisogno.
Per i fan di lunga data, però, le differenze tra i Foo Fighters dell’era Hawkins e quelli di oggi sono evidenti, e sicuramente per qualcuno peseranno. Il rapporto tra Dave Grohl e Taylor Hawkins era molto più di un’intesa musicale: era uno dei motori dello spettacolo. Le continue battute, le provocazioni reciproche e i siparietti improvvisati trasformavano il concerto in una conversazione tra due amici prima ancora che tra frontman e batterista.
Oggi quella dinamica non esiste più: Grohl distribuisce la sua attenzione all’intera band, lasciando spazio a ogni musicista. Lo show perde inevitabilmente una parte della sua dimensione più personale, ma acquista equilibrio.
Anche Ilan Rubin non viene relegato al ruolo di semplice esecutore: ha i suoi momenti, può interpretare i brani con il proprio linguaggio e non gli viene mai chiesto di imitare Hawkins. Il suo drumming è più ruvido, fisico e istintivo rispetto a quello di Josh Freese.
Un approccio che sembra sposarsi con il Dave Grohl delle origini, cresciuto tra hardcore e punk, dove l’urgenza espressiva conta spesso più della perfezione tecnica. Rubin non cerca di impressionare con il virtuosismo: mette la sua personalità al servizio delle canzoni, contribuendo a dare alla band un’identità nuova, senza tradirne il passato.
Il concerto non è costruito tanto sull’effetto nostalgia, quanto piuttosto sulla continuità. Dave Grohl resta un frontman totale: canta, scherza, corre, guida il pubblico e trasforma le poche, brevi pause in momenti di connessione.
Perché i Foo Fighters suonano. Sempre. Tanto. Non per dimostrare qualcosa, ma perché sanno esattamente cosa fanno e cosa vogliono: infilare più canzoni possibile nella serata senza perdere intensità. Anche la presentazione dei musicisti diventa una rapida panoramica delle loro radici musicali: dai No Use for a Name di Chris Shiflett ai Sunny Day Real Estate di Nate Mendel, fino ai ruvidi Germs di Pat Smear, poi compagno di Grohl nella fase finale dei Nirvana.
In mezzo Rami Jaffee, ex Wallflowers, a ricordare come questa formazione sia composta da musicisti provenienti da mondi diversi, perfettamente incastrati in una macchina rock ormai consapevole di sé.
La scaletta tiene insieme classici inevitabili e brani più profondi del catalogo. “All My Life”, “The Pretender”, “Monkey Wrench”, “Best of You” ed “Everlong”, posta in chiusura, restano colonne portanti dello show. “Aurora”, dedicata al compianto Taylor Hawkins, apre invece il momento più intimo della serata e ricorda quanto i Foo Fighters abbiano ancora bisogno di guardare avanti senza cancellare ciò che hanno perso. Per i fan storici, una piccola perla poco prima della chiusura: “Exhausted”. Negli ultimi concerti europei il brano era tornato a riaffacciarsi, riportando alla luce la parte più ruvida e quasi post-Nirvana del primo album del 1995. A Milano è arrivato, un regalo enorme per chi segue la band dagli esordi, e a cui il pubblico risponde senza esitazioni: canta dall’inizio alla fine, accompagna ogni ritornello, accoglie con lo stesso entusiasmo i grandi classici e i brani più recenti. Otto anni di assenza dai palchi italiani si sentono tutti, e la voglia di ritrovarsi è reciproca.
I Foo Fighters del 2026 non sembrano voler vivere di rarità, citazioni o nostalgia. Sembrano piuttosto una band che ha accettato di essere cambiata: meno teatrale di un tempo, forse, più corale, più essenziale. Il concerto di Milano verrà ricordato come il primo passo in Italia prima senza Taylor Hawkins e con Ilan Rubin alla batteria. Il primo movimento in cui il peso dell’assenza sembra finalmente trasformarsi in memoria, senza più impedire alla band di continuare a fare ciò che le riesce meglio: suonare. (Valentina Piccione)
Setlist Foo Fighters:
All My Life
The Pretender
Times Like These
Rope
Stacked Actors
My Hero
Learn to Fly
These Days
Walk
This Is a Call
No Son of Mine (con frammento di “Ace of Spades” dei Motörhead)
Wheels (acustica)
Marigold (cover Late!)
Big Me
Under You
La Dee Da
Run
Invincible / Seven / One Headlight / Manimal / Tap Dancing in a Minefield
Monkey Wrench
Breakout
The Sky Is a Neighborhood
Aurora (dedicata a Taylor Hawkins)
Best of You
Exhausted
Everlong




