Report di Denis Bonetti
Fotografie di Acidolka – Facebook / Instagram
Ci sono festival che nascono, crescono e poi esplodono. Non sappiamo di preciso se fra cinque anni il Fortress sarà ancora un festival chiacchierato, ma di sicuro questo è davvero il momento in cui la kermesse musicale che si tiene annualmente a Scarborough, nel nord dell’Inghilterra, è sbocciata definitivamente (soprattutto nelle ultime due edizioni) e si appresta a fare un ulteriore salto in avanti con l’annuncio degli Emperor per l’edizione 2027.
Diciamocelo: trovare un festival metal di valore in Europa non è così difficile, anzi, ma alcuni nomi hanno una marcia in più a livello di location, scelta del bill, servizi e in generale, atmosfera: il Fortress in questi anni è riuscito a piazzarsi praticamente in tutte le categorie riuscendo ad eccellere nella scelta delle band e nella location, un centro congressi in riva al Mare del Nord. Inoltre, la cornice tipicamente britannica della cittadina di Scarborough – lontana da centri metropolitani caotici come può essere Londra – con i suoi cieli spesso nuvolosi, un po’ di vento e la possibilità di un po’ di pioggia ogni tanto offre l’atmosfera giusta per un happening quasi completamente dedicato al black metal.
La location stessa, formata da un main stage sala teatro con balconate, un secondo palco dal suggestivo nome di Ocean Room e un terzo piccolo teatro con tanto di poltrone imbottite, non sono propriamente comuni in un mondo di capannoni industriali riadattati a locali live, senza contare la parte esterna del palazzo, realmente fronte mare dove è possibile fare un pausa tra una band e l’altra, mangiare e bere.
Da parte nostra, avevamo già visto buona parte del bill anche in più occasioni in passato, quindi abbiamo preso l’esperienza Fortress come una sorta di passerella in cui abbiamo ‘assaggiato’ della setlist un po’ di quasi tutte le band e senza l’ansia dover presenziare da nessuna parte: in definitiva, è stata la chiave giusta per farci godere il fest al meglio.
SABATO 30 MAGGIO
Il colpo d’occhio per chi si avvicina per la prima volta al Centro Congressi Spa di Scarborough è decisamente notevole: si tratta di un enorme edificio di stile sette/ottocentesco con ampio colonnato situato in riva al mare nella parte sud della cittadina, raggiungibile a piedi tramite la passeggiata che passa dal centro città pieno di negozi e locali.
Quando ci avviciniamo noi, un buon numero di persone è già nell’area e attende di entrare. Con una struttura di questo tipo e la divisione in tre palchi (più aree ristoro) è difficile quantificare il pubblico totale ma, dopo aver chiesto in giro, ci rendiamo conto che si tratta di un evento di quasi duemila persone già sold-out da diverso tempo – a sottolineare ancora una volta come il Fortress, ora come ora, goda di un momento di particolare successo.
Iniziamo il nostro percorso fra i vari palchi con i tedeschi GROZA, già visti più volte e di cui abbiamo apprezzato la crescita concerto dopo concerto. Siamo di fronte ad una band che formalmente non inventa praticamente nulla, a partire dal look per proseguire con le sonorità ampiamente debitrici dei Mgla e di certo post-black. C’è da dire però che i nostri hanno sempre saputo scrivere buoni pezzi e, soprattutto, sono in grado di creare atmosfere coinvolgenti sul palco.
I suoni fin da subito perfetti e le bellissime visual (a cura del festival, come per quasi tutti gli artisti che vedremo) li aiutano, e il pubblico è decisamente partecipe, anche se parliamo della prima band in scaletta.
Verso la fine della loro esibizione ci spostiamo sul secondo palco per vedere con curiosità lo show dei BLACK CILICE, nome già ‘di culto’ dell’ondata raw black di questi ultimi quindici anni. Portoghesi, incidono da diverso tempo per la tedesca Iron Bonehead e portano avanti la cifra stilistica del raw black più minimale di Darkthrone o della scena francese. Rimaniamo per alcune canzoni e notiamo come la loro performance e attitudine siano molto simili a quella di gruppi come Candelabrum o Sanguine Relic.
Il loro concerto diventa una sorta di rituale occulto, molto statico, con abbondante fumo, mantelli e un evidente distacco verso l’audience. La nostra è sicuramente un’opinione di parte – e come tale va presa – ma stiamo parlando di un sottogenere del black metal che a nostro avviso dà il meglio nell’ascolto su disco e non sul palco. Avevamo avuto modo di vedere due gruppi molto simili – Candelabrum e Night’s Threshold – in tour e l’impressione con i Black Cilice è identica: suggestivo sì, ma incapace di evocare le stesse sensazioni di dischi enormi come “A Corpse, A Temple”.
Torniamo sul palco principale per i MESARTHIM e il loro space black metal che avevamo potuto vedere ed ascoltare l’anno scorso all’Avantgarde Festival e rimaniamo piacevolmente colpiti dalla qualità dell’esibizione. Sicuramente volumi, setting – e chissà magari una giornata semplicemente migliore per la band stessa – ci offrono suggestioni molto più forti dello scorso anno e ci trattengono per quasi tutto il loro set dove possiamo, almeno un po’, viaggiare negli spazi siderali evocati dai nostri a suon di black metal e di elettronica.
Ancora una volta aiutati dalle visual veramente adeguate, gli australiani hanno davvero reso giustizia al suono denso e atmosferico che ce li ha fatti amare sul disco.
Tentiamo di spostarci verso il secondo palco per vedere almeno un po’ dell’esibizione degli AEON WINDS e ci imbattiamo in quella che è, a nostro avviso, l’unica vera pecca di questo Fortress: l’accesso al secondo palco è limitato nei numeri e rallentato da ulteriori controlli di sicurezza, facendo spesso e volentieri creare una coda molto lunga all’entrata, che diventa una lista di attesa. Senza voler addossare alcuna colpa all’organizzazione (i motivi di sicurezza sono più che legittimi), decidiamo così di concederci una pausa, visto che per la prima giornata sul terzo palco/teatro sono previste solo interviste e talk con gli artisti.
Mentre fuori è una splendida giornata di sole piuttosto calda, aspettiamo quindi che si palesino gli OSSAERT, la band ‘originale’ di P, ora coinvolto con Doodswens e da poco anche nei Dödsrit. La loro è una proposta di black metal serrato (ma mai troppo old-school) che fino a questo momento avevamo ascoltato solo di sfuggita che se non stupisce strumentalmente, trova forza nell’interpretazione vocale (crediamo sempre dello stesso P., visto che da studio si tratta di una one-man band, mentre sul palco di Scarborough ci siamo trovati davanti ad un gruppo completo) varia e sopra le righe.
Se spesso siamo abituati ad un paio di stili classici del cantato in scream, il lavoro fatto sulle voci dagli Ossaert li ha veramente resi sorprendenti.
Un nuovo giro veloce al secondo palco ci permette di godere dei MIDNIGHT ODYSSEY, altra band che abbiamo potuto vedere in passato ma che eravamo curiosi di risentire, visto che si tratta di una proposta non particolarmente semplice.
Parliamo sempre di black metal progressivo, dai brani complessi, venato di influenze varie tra cui quella ambient ed elettronica. I musicisti sul palco vengono accompagnati dalla drum machine e, come avevamo avuto modo di constatare in passato, il loro è un approccio globale in cui non contano questo o quel brano: riconosciamo qualche passaggio dai due “Biolume” e dal primo “Funerals From The Astral Sphere”, ma l’impressione è decisamente meno coinvolgente di quella dei Mesarthim, probabilmente a causa della location e dei suoni.
Altro problema, il click su cui suonano i musicisti resta udibile in sala (il gruppo lo farà notare in modo divertito e quasi scusandosi sui social media) rendendo tutto abbastanza artificioso.
Torniamo sul palco grande per gli AKERCOCKE che sembrano aver ottenuto, da qualche tempo, il giusto riconoscimento per il lavoro fatto con gli album dei primi anni Duemila tra cui “Choronzon”, oggi suonato per intero. Gli inglesi ci sono sempre piaciuti ma sono rimasti sempre poco popolari fuori dal loro paese natale e ci eravamo sempre chiesti come in definitiva possa funzionare sul palco una miscela di metal estremo come la loro. Se escludiamo una breve esibizione in uno slot a mezzogiorno in un festival estivo, non ci era mai capitato di vederli e l’impressione è stata ottima.
Brutali, precisi e coinvolti, i nostri sul palco del Fortress hanno saputo rendere giustizia alla miscela di death, black, suoni dissonanti, tastiere e voci growl, scream e pulite di vario genere nel modo migliore. Il loro è stato uno show davvero coinvolgente con la sala grande davvero presente partecipe.
Ci prendiamo una pausa per cenare e poi ci rechiamo nuovamente nella sala principale per vedere ancora una volta i DØDHEIMSGARD che stasera si esibiscono eseguendo per intero “Black Medium Current”, uno dei dischi estremi del 2023. Il loro set verte esattamente e solamente sul disco e la reazione del pubblico è entusiasta.
Uno dei concetti ricorrenti di questo racconto del Fortress è che siamo stati di fronte a molte band che propongono musica di non facile assimilazione, soprattutto per chi magari non conosce gli album da studio. Anche i Dødheimsgard rientrano in questa categoria, nonostante “Black Medium Current” sia, rispetto al passato, un disco più semplice da comprendere ed apprezzare. Sia come sia, alla fine anche questa volta Vicotnik e soci hanno dimostrato di saper tenere il palco, intrattenere e divertire nel modo giusto.
Un passaggio veloce mentre aspettiamo gli headliner lo dedichiamo ai WHOREDOM RIFE, una delle poche realtà davvero classiche presenti al Fortress di quest’anno.
Il loro black metal nordico ma roccioso nei suoni è probabilmente fin troppo classico su disco, ma dal vivo la band di Vyl ha sempre qualcosa da dire e quella manciata di pezzi a cui siamo presenti lo conferma davvero. Dopo tanta musica particolare, un pugno in faccia stile Dark Funeral, Marduk o Setherial ci ha fatto proprio bene.
Rimangono solo gli headliner per la prima giornata, i redivivi OLD MAN’S CHILD di Galder che abbiamo potuto già vedere alcuni mesi fa. In questo momento oltre a Galder, alla batteria siede Tjodalv (Dimmu Borgir, Susperia) e il resto dei musicisti sono tutte seconde linee di pregio della scena norvegese.
La scaletta è una celebrazione del vecchio catalogo della band che insiste maggiormente sulla prima parte con diversi estratti da “Born Of The Flickering” e “The Pagan Prosperity”, ma vengono presi in considerazione anche i brani del secondo periodo, quando ormai al tempo la band era diventata un vero progetto da studio di Galder e si era allontanata completamente dai palchi. A risentirli ora, questi brani hanno mostrato una qualità che forse al tempo ci era sfuggita, visto che uscirono in anni in cui un certo tipo di black metal aveva smesso di stupire.
Il black metal epico, melodico e anche abbastanza strutturato degli Old Man’s Child potrebbe non essere più così di moda in questo momento, ma abbiamo assistito ancora una volta ad uno spettacolo ben fatto e notevole. Nonostante siano headliner, la sala con loro non è piena, ma non possiamo certo dire si sia trattato di uno show deludente o non partecipato.
DOMENICA 31 MAGGIO
Il secondo giorno del Fortress, altra inaspettata giornata di sole parecchio calda, si apre con un dubbio logistico: mentre il giorno precedente la musica era divisa su due palchi e il piccolo teatro era dedicato ai talk, oggi la terza sala ospiterà diverse esibizioni ambient/dungeon synth, purtroppo in coincidenza con gli altri palchi. Non neghiamo di essere venuti fino a Scarborough (non comodissimo visto che si tratta di un viaggio aereo più tre ore di treno sia da Londra che da Manchester, i due aeroporti più vicini serviti da linee low-cost in partenza dall’Italia) soprattutto per la curiosità di poter vedere questo tipo di esibizioni.
L’apertura comunque è affidata a A FOREST OF STARS, ritornati con il loro sesto album dopo otto anni di silenzio. Il loro avantgarde/progressive black metal ancora una volta non è dei più appetibili come proposta e ce li ricordiamo da esibizioni di diversi anni fa non proprio semplici da seguire.
I nostri invece, con una formazione a sette con tanto di violino e flauto, si rivelano essere particolarmente piacevoli in questa occasione. Nel tempo che siamo rimasti a sentirli abbiamo riconosciuto pezzi dal recentissimo “Stack Overflow In Corpse Pile Interface” e in generale ci hanno trasmesso più atmosfera e sognante melodia che avantgarde e progressione musicale. E’ quindi il momento di approfondire di più il nuovo album e magari recuperare anche alcuni vecchi lavori: in fondo, i festival servono anche a riscoprire e a riconnettersi con band che si erano lasciate magari un po’ da parte.
Dopo di loro passiamo a dare un’occhiata si THIS GIFT IS A CURSE, gruppo svedese che si è fatto notare con “Heir” del 2025 ma che non è propriamente da considerarsi una nuova leva, visto che si tratta di musicisti in giro da quindici anni. La loro miscela di black metal, hardcore e musica estrema li avvicina abbastanza a Celeste, Hexis e a certi Gaerea.
Dopo di loro tocca agli ABIGAIL WILLIAMS, altro nome ricorrente dell’underground estremo. “A Void Without Existence” dell’anno scorso è stato un buon disco di black metal non militante (e con militante intendiamo ‘nordico ed old-school ad ogni costo’) che li ha spostati sempre di più verso coordinate atmosferiche, lontani dal symphonic black/metalcore degli inizi. Notevoli, grazie anche a suoni ottimi per praticamente tutte le band del festival. Da segnalare l’italianissimo Federico Leone alla batteria, già con Hierophant, SYK e The Modern Age Slavery.
Iniziano le difficili scelte: le contemporaneità. Ci spostiamo quindi da un lato all’altro del fest per vedere parte dell’esibizione dei francesi DARKENHÖLD e il loro black metal sinfonico e medievale che ci ha stupito per la resa live. I nostri suonano davvero uno stile portato avanti per decadi da Abigor, Emperor o Godkiller e da nomi più recenti che omaggiano la tradizione come gli Stormkeep o i Véhémence.
Nonostante durante la due giorni il secondo palco non abbia sempre goduto di suoni perfetti, i Darkenhöld hanno sfruttato una buona resa sonora che ha reso giustizia alla loro proposta magari non così attuale ma decisamente riuscita.
Ci spostiamo velocemente per poter vedere almeno metà dell’esibizione di FIEF e il suo dungeon synth medievaleggiante e ci accomodiamo quindi nel piccolo teatro. Oltre a Fief, nello stesso posto durante la giornata assisteremo a parte delle esibizioni di EMYN MUIL (i più black metal di tutti, con le loro evidenti influenze Summoning), MORTIIS e OLD SORCERY, ovviamente seduti sulle comode poltrone presenti.
E’ sicuramente un modo particolare di usufruire della nostra musica, probabilmente tanto quanto esibizioni di dungeon synth dal vivo. Se l’elettronica più in generale, in altre ‘scene’ come quella ambient, industrial e noise hanno sempre avuto un loro risvolto live nei club, vedere il dungeon synth dal vivo non è stato così semplice per molto tempo. Negli ultimi anni invece si è infittita la rete dei piccoli tour e anche dei festival dedicati e così un’operazione come questa – supportata da un festival importante come il Fortress – certifica la voglia di spostarsi verso questa direzione da parte della scena metal.
Noi abbiamo vissuto le esibizioni con interesse, ma è pur vero che la staticità intrinseca alla proposta stessa (fondamentalmente, un uomo dietro alla consolle) non aiuta a tenere alta l’attenzione. Per contrastare questo possibile difetto alcuni, come Mortiis, nel tempo hanno riarrangiato le composizioni in maniera più bombastica con un piglio sonoro chiaramente da multisala cinematografica; altri, come Emyn Muil, hanno mescolato le carte con un’esibizione con tre persone sul palco, una chitarra, delle percussioni e l’utilizzo di due voci; altri ancora invece, come lo stesso Fief e il più classico di tutti, Old Sorcery, si sono limitati alle visual proiettate sullo schermo.
In definitiva, riteniamo la scelta del Fortress di ospitare ambient e dungeon synth interessante e siamo curiosi anche di vedere come il genere si svilupperà live, visto che si infittiscono le possibilità di suonarlo dal vivo.
Sul palco grande, a metà pomeriggio è ora degli olandesi FLUISTERAARS, una delle band che attendevamo di più. Difficili da vedere dal vivo fuori dai confini del loro paese, hanno a nostro avviso dimostrato di essere una band molto versatile. Privi di qualunque visual, minimali anche nel look, i nostri hanno sparato un’oretta di post-black feroce ma rifinito e in alcuni momenti, quasi malinconico. Se su disco i nostri ci hanno abituato ad essere eclettici, avendo anche all’attivo un lavoro ambient nel loro percorso e varie uscite con brani non sempre propriamente black metal, sul palco hanno dato sfogo alla parte più classica ed oscura, intrattenendo benissimo il partecipe pubblico del Fortress. Se dovete segnarvi un pugno di gruppi da scoprire, partite da loro.
Meno bene invece gli ANTRISCH, altro gruppo post-black con un concept storico (interessante, sulla carta), patrocinati ora da Art Of Propaganda: non hanno usufruito di grandi suoni sul secondo palco e, a nostro personalissimo parere, dal vivo, costumi a parte, non riescono a trasmettere granché il concept dedicato ai grandi disastri della storia.
Da rivedere comunque: la prima volta che abbiamo visto i Groza diversi anni fa non avevamo avuto chissà quale impressione, mentre al Fortress hanno dimostrato di essere tutt’altro che compendiosi. Diamogli tempo.
Sul palco grande è il momento dei VINTERLAND, visti qualche mese fa anche Dark Easter Metal Meeting in Germania. La loro è una reunion molto semplice da decifrare, visto che portano sul palco il loro unico disco “Welcome To My Last Chapter” del 1996. Piccolo classico del periodo, magari inferiore come fama a “Storm Of The Light’s Bane” e a “Far Away From The Sun”, l’unico disco dei Vinterland è rimasto comunque nel cuore di molti e quindi via di reunion e tour celebrativo.
Il risultato è più che buono, come lo era stato al Dark Easter, anche se non parliamo di un album già al tempo con un appeal semplicissimo (è più vicino ad uno “Slaughtersun” dei Dawn più che ad uno “Storm Of The Light’s Bane”) e l’esecuzione dei nostri è molto d’impatto e viscerale. Avremo modo di rivederli ancora in autunno e speriamo di goderceli ancora, visto che passano dalle nostre parti.
Saltiamo a malincuore quasi tutti i canadesi VESPÉRAL, attesi da molti sin dall’arrivo del merch e andato velocemente sold-out, e attendiamo invece in sala grande i MISÞYRMING, altro nome posizionato in alto nel tabellone a conferma di quanto di buono abbiano raccolto gli islandesi negli ultimi anni.
La loro è un’esibizione priva di sbavature, violenta ma precisa, sostenuta da dei suoni bellissimi: siamo davvero di fronte ad una band che sta proponendo una propria versione del black metal lontana dagli stereotipi classici ma non meno pesante, nera come la pece e inquietante. Da rivedere al più presto, non per convincerci della qualità, ma perché ne vogliamo semplicemente ancora.
Brevissima puntatina – il tempo di due pezzi – dai DARKENED NOCTURN SLAUGHTERCULT, tornati in pista di recente, probabilmente per scaldare i motori per un nuovo disco che manca dal 2019. Erano diversi anni che non li vedevamo live e la nostra impressione è che siano ancora un nome interessante, almeno sul palco.
I capelli lunghissimi, i costumi spaventosi di Onielar sono ancora gli stessi e anche la resa live ci è sembrata ancora buona. Attendiamo lavori in studio.
Concludiamo il nostro fest con i GALLOWBRAID e il loro primo concerto di sempre. Sappiamo che per molti lettori questo nome può non voler dire più di tanto, eppure l’unico EP “Ashen Eidolon” del 2010 ha creato un certo seguito con la sua miscela di black, pagan/folk ma anche tanto altro.
Dietro alla mente del progetto c’è Jake Rogers, già mente di un’altra band di culto come Caladan Brood e ora voce dei Visigoth. E’ interessante ragionare su come il Fortress abbia puntato, almeno in questo caso, su una band davvero di nicchia e abbia trasformato un concerto che sarebbe passato in mezzo a tanti altri in festival più blasonati in un vero e proprio happening: hype mediatico, merchandise bruciato in pochissimo tempo e pubblico in attesa come se si trattasse di una band ben più conosciuta.
Riguardo l’esibizione, ci siamo francamente divertiti a sentire i pezzi di “Ashen Eidolon” sul palco, visto che parliamo fondamentalmente di due lunghissimi brani di oltre dieci minuti più due interludi/intro strumentali più qualche canzone nuova proposta per la prima volta davvero promettente. Rogers da parte sua era entusiasta di essere sul palco e la live band messa su per l’occasione ha reso piena giustizia alla proposta. Vediamo adesso cosa succederà.
Ci allontaniamo dall’area della Spa di Scarborough contenti, perché abbiamo prima di tutto assistito ad un evento sicuramente riuscito se togliamo qualche piccola sbavatura anche trascurabile (il secondo palco tra la limitazione ad entrare e i suoni non è stato sempre al top), ma soprattutto perché abbiamo scoperto un festival dalla linea artistica innovativa che oltre ai nomi che garantiscono l’incasso insiste nel portare gruppi e sotto-generi particolari.
Speriamo che l’annuncio dell’anno prossimo degli Emperor non lo snaturi, perché di un altro festival troppo mainstream non sapremmo davvero che farcene.

Fotografia gentilmente concessa da Stefano Lolli






