07/06/2002 - GODS OF METAL 2002 – Prima Giornata @ Stadio Brianteo - Monza

Pubblicato il 30/05/2003 da

Eccoci ancora una volta a proporvi una retrospettiva sul più importante festival heavy italiano, quest’anno tenutosi nell?appropriata cornice del Brianteo di Monza. Una due giorni metallica svoltasi senza intoppi di sorta (se si escludono gli ormai tradizionali lanci di bottiglie ai gruppi più stravaganti e la defezione dei Rammstein) che ha placato la fame di musica dura dei moltissimi accorsi ad applaudire Slayer, Manowar, Blind Guardian e tutte le altre bands che si sono avvicendate sull?ampio palco del Brianteo.

NODE

Spetta al ‘team’ di Daniel Botti dare inizio all’edizione 2002 del Gods Of Metal; dopo la consueta (ed a mio avviso sempre fuoriluogo) apparizione del frate metallaro, salgono sul palco i quattro death/thrashers milanesi, che danno subito il via alle danze proprio con ‘Hystory Seeds’, l’opener del loro ultimo album, ‘Sweatshops’. E’ un peccato non poter apprezzare brani estratti anche dalle precedenti fatiche della band (ed in particolare non avrei disdegnato una ‘Ask’ o una ‘As God Wills’ in chiusura del pur brevissimo setlist), ma comunque i nostri riescono a confezionare una prova convincente insistendo su alcuni dei migliori episodi dell’ultimo album: ‘Sacristan Scorn Towards Water’, ‘Thanatophobia’, ‘Bloody Hills’ e soprattutto ‘Jerry Mander’, riscaldano gli animi delle prime file come nessun altro riuscirà a fare almeno fino all’esibizione dei Soil e dei Sodom poi. Visibilmente emozionati fin dalle prime battute, i Node sono usciti a testa alta dalla loro primissima esibizione su un palco così importante senza troppe difficoltà. Promossi!

ANTIPRODUCT

Pop-punk’n roll non eccezionalmente originale ma discretamente divertente per questi Antiproduct. Non sarebbe stato disprezzabile poter apprezzare lo show dei nostri coloratissimi punk, non fosse stato per il perentorio lancio di bottiglie che ha visto il cantante vestire i panni del bersaglio mobile. Con ironia e coraggio la band ha affrontato il pubblico ed è uscita a testa alta dal classico linciaggio che solo l’audience italiana riserva ai musicisti. Da premiare per la personalità. Da rivedere musicalmente.

SOIL

Il primo scossone della giornata metallica al Brianteo lo danno gli statunitensi Soil. Forti di una formula che unisce granitico heavy rock a sonorità molto groovy praticamente studiata per il live, i nostri hanno sciorinato in mezz’ora scarsa grinta e talento riuscendo a far muovere la testolina anche al defender più oltranzista. La band esegue con perizia e convinzione i brani dell’ultimo ‘Scars’, non sbagliando neanche una nota e coinvolgendo il pubblico grazie all’ottima padronanza del palco e dei propri mezzi tecnici. Ottima la prova del singer, a suo agio tanto sulle partiture pulite quanto su quelle più aggressivi. Lo show si chiude con il singolo ‘Halo’, il cui impatto dirompente sveglia definitivamente gli intorpiditi avventori del Brianteo.

ILL NINO

Non mi aspettavo molto da loro, devo essere sincero; avevo visto un loro video su MTV, e la band non mi era apparsa assai differente dalle realtà più affermate della scena crossover/nu-metal, ed in particolare modo da Soulfly, P.O.D. ed i ‘soliti’ Korn. Nonostante un’attitudine abbastanza controversa per un festival come il Gods Of Metal, ed un sound che solitamente quelli con la maglia degli Emperor come il sottoscritto non avrebbero mai e poi mai potuto digerire, gli Ill Nino riescono ad uscire a testa alta da un’esibizione non proprio semplicissima, per i motivi ivi elencati, grazie ad una prova energica, potente e precisa che è riuscita a smuovere le teste e far agitare i corpi di molti kids tra le prime file.

SODOM

La band capitanata da Tom Angelripper e’ stata protagonista di una prova altalenante, accostabile per certi versi a quella offerta lo scorso Gennaio con Kreator e Destruction: se in brani come l’iniziale ‘Among The Weirdcong’, ‘Remember The Fallen’ o ‘Stalinhagel’ i nostri hanno mostrato tutta la loro violenza e investito i presenti con il loro grezzo Thrash Metal, in altri sono apparsi imprecisi e pressapochisti, commettendo errori tecnici banali e piuttosto gravi per una band della loro caratura ed esperienza. Il carisma di Angelripper e il muro costituito dalla chitarra di Barnemann hanno tutto sommato sopperito a queste mancanze e il pubblico e’ rimasto in gran parte soddisfatto ma lo show tenuto a Wacken la scorsa Estate rimane comunque su un ben piu? alto livello. Inoltre, come ho avuto modo di sottolineare nella recensione dell”Hell Comes To Your Town’ tour, non capisco la scelta di escludere dalla setlist pietre miliari come ‘Tired And Red’ o ‘Agent Orange’. Capisco che il loro tempo a disposizione fosse piuttosto limitato ma i succitati  sono brani storici e di tutt’altro spessore rispetto a quelli del pur buono ‘M 16’ e della maggior parte degli altri dischi che fanno parte della loro discografia. A mio parere, quindi, dovrebbero avere sempre un posto fisso in scaletta. Rimandati per l’ennesima volta.

KREATOR

E’ passato poco più di un quarto d’ora dall’ottima prova di Angelripper e compagni quando sul palco si apprestano a salire i Kreator. La band si presenta on stage senza l’ausilio di fronzoli vari e senza farsi aspettare, attaccando subito con un breve intro a cui segue la devastante title-track dell’ultimo ‘Violent revolution’, già cantata a squarciagola dai fedelissimi della band presenti nelle prime file dove, oltre all’headbanging, si scatena anche un pogo violento e molto trascinante. I suoni sono buoni, e la band (nonostante presenti un Petrozza sempre più in sovrappeso e che nonostante ciò si ostina a sfoderare il suo fisico con magliette attillate) suona in modo impeccabile e preciso, grazie all’attento drumming di Ventor e alla bravura di Mille (quest’oggi anche particolarmente in forma dal punto di vista vocale).
Si susseguono così senza sosta pezzi dall’ottimo ultimo disco (quali ‘Reconquering the throne’, ‘Servant in heaven, king in hell’ e la grandiosa ‘All of the same blood’) e altri classici thrash senza tempo suonati in maniera impeccabile, anche perché sempre eseguiti ai concerti dei Kreator, in particolare ‘Renewal’, ‘Pleasure to kill’ (presentata da Mille in modo da esaltare tutti i presenti, già troppo euforici viste le dimensioni del pogo nelle prime file), a cui si aggiunge la relativamente recente ed ‘alternativa’ ‘Phobia’, tratta da un album sperimentale quale è ‘Outcast’. Ma il tempo è tiranno, ed avendo a disposizione solo 45 minuti i Kreator devono porre fine al loro show (lasciando purtroppo da parte alcuni grandi classici attesi dal pubblico, come ‘Europe after the rain’ o ‘Terrible certainty’), ma non prima di aver sciorinato le ultime 2 mazzate finali sul pubblico come si conviene, questa volta in forma di medley: sto parlando ovviamente di ‘Flag of hate’ e ‘Tormentor’, i due pezzi più famosi dei Kreator, durante i quali si scatena un inferno tra pogo e stage-diving (ne sa qualcosa il sottoscritto, che si trovava proprio tra le prime file), e che pongono fine ad un’ottima prestazione sotto tutti i punti di vista della band , coadiuvata anche da una buona resa sonora nonostante abbia suonato piuttosto presto e con un sound-check non curatissimo.

MY DYING BRIDE

L’inizio dello show degli Albionici non e’ stato dei migliori: la batteria purtroppo corpriva tutti gli altri strumenti e i primi due brani, ‘My Hope The Destroyer’ e ‘The Raven And The Rose’, entrambi tratti dall’ultimo album, sono stati riconosciuti a stento solo grazie alla voce di un Aaron in gran forma. Il suono col passare dei minuti e’ migliorato fino a raggiungere una qualita’ perlomeno decente ma la musica della band, del tutto fuori contesto in una giornata ed in una situazione come questa, non e’ mai riuscita a coinvolgere pienamente i presenti ad eccezione di un buon numero di fedelissimi assiepati appena sotto il palco. Da segnalare comunque le buone esecuzioni di ‘The Cry Of Mankind’ e ‘A Kiss To Remember’ e la buona prova strumentale di tutti i membri. Per esprimere quindi un giudizio definitivo sullo stato di salute dei nostri non ci resta che aspettare il prossimo tour nei piccoli clubs, situazione sen’altro piu’ consona per la loro proposta.

HALFORD

E’ grande l’attesa che accompagna il ritorno in grande stile del Metal God, che si presenta al suo primo Gods of metal alle porte di quello che dev’essere l’album della conferma dopo gli ottimi risultati di ‘Resurrection’.
Halford si presenta ai 10.000 del Brianteo sotto una fitta pioggia con l’usuale giubbotto borchiatissimo, e viene  accolto da una grandissima ovazione dai presenti cominciando ad eseguire cori con il pubblico.
Ed è a questo punto che il buon Rob, con grande stupore di tutti, annuncia in screaming: ‘This is the painkiller!’ lasciando letteralmente di stucco i presenti (per usare un eufemismo), visto che durante il  tour precedente non aveva mai eseguito pezzi dei Judas priest tratti dai dischi successivi a ‘Defenders of the faith’.
Tra l’euforia dei presenti, letteralmente impazziti dopo l’annuncio del Metal God, si scatena un pogo assolutamente micidiale e direi anche abbastanza inaspettato (nonostante la potenza di ‘Painkiller’), di gran lunga il più pesante della prima giornata dopo quello degli Slayer; ma la mia attenzione è anche rivolta alla band che lo accompagna, che varie volte nel tour precedente non si era dimostrata alla sua altezza ma che ora sembra reggere egregiamente anche la difficoltà di un pezzo quale ‘Painkiller’ ed in particolare il batterista, che mi è sembrato piuttosto preciso ed a suo agio, dando anche la sensazione di non impegnarsi al massimo.
Rob, dal canto suo, ce la mette tutta per dimostrare che i cinquant?anni compiuti da poco non gli pesano, e ci regala un’interpretazione davvero magistrale del pezzo (sembra quasi tornato ai tempi d’oro!), anche se per lo sforzo si rovinerà parzialmente la voce calando nell?interpretazione dei pezzi successivi.
Halford sceglie accuratamente i pezzi più tirati della sua carriera con i Priest in modo da infiammare il pubblico: e allora via con ‘Exciter’ e ‘Freewheel burning’, anche queste delle novità, in quanto mai eseguite nei tour precedenti; ma c’è spazio anche per il nuovo ‘Crucible’ da cui estrae due pezzi, tra cui il già video ‘Betrayal’ (dove purtroppo si sente già il calo di voce di Halford, visto che non viene cantata in screaming come da studio), e per ‘Resurrection’ (una delle più cantate dai presenti), ‘Made in hell’ e ‘Cyberworld’ tratte dal suo primo album solista.
E’ sempre un piacere, poi, tornare sui pezzi più famosi del suo repertorio con i Judas, e quindi via con ‘Jawbreaker’, ‘Electric eye’ e ‘Riding on the wind’ prima di chiudere (un po’ a sorpresa, visto che in chiusura tutti si aspettavano gli inni più di successo dei Judas priest come ‘Breaking the law’, ‘Living after midnight’ o ‘Metal Gods’), alfiere di una buona prestazione vocale unita alle più che discrete capacità del resto della band, indubbiamente migliorate rispetto al passato.

SLAYER

Il momento più atteso della giornata è finalmente giunto. Dopo la defezione dei Rammstein, tutta l’attenzione non poteva che essere catalizzata su di loro; ed a differenza dello scorso Ottobre, quando la band fece scalo a Milano con il Tatto The Planet Tour, Kerry King e soci appaiono molto più fermi e convinti delle loro potenzialità, quasi rinforzati dal successo in crescita costante tra le nuove leve ed il ritorno in line up (purtroppo solo momentaneo, come confermato recentemente dalla band in alcune inteviste) dell’indimenticato Dave Lombardo. L’incipit è devastante, come al solito: ‘God Hates Us All’, ‘War Ensamble’, per passare poi a classici come ‘Hell Awaits’, ‘Postmortem’/’Raining Blood’, ‘Die By The Sword’ che la folla sembra apprezzare come sempre; si continua poi con ‘Born Of Fire’, ‘Spirits In Black’, fino ad arrivare ai classici dei classici, ‘South Of Heaven’, ‘Seasons In The Abyss’, ‘Dead Skin Mask’, fino alla consueta e conclusiva ‘Angel Of Death’. Il loro è un concerto devastante, che la gente mostra di apprezzare pogando, saltando, urlando le canzoni ed i nomi dei quattro Slayer a gran voce, in ogni attimo di pausa. Alla fine ci sono solo le carcasse ed i pochi sopravvisuti, ma la gente voleva questo. E lo ha avuto. 
Splendidi i giochi di luce, eccellenti i suoni, enorme l’esecuzione: unica pecca, se proprio vogliamo sottilizzare, sta nel non aver riservato neanche una mezza parola a quell’omino seduto dietro la batteria, che non saliva su un palco insieme a King, Araya e Hanneman da una decina d’anni.

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