07/06/2003 - Gods Of Metal 2003 @ Palasharp - Milano

Pubblicato il 24/06/2003 da

A cura di Gennaro Dileo e Andrea Raffaldini.
Dopo la forzata defezione di Marilyn Manson della giornata precedente, una certa aria di delusione era palpabile anche al Gods Of Metal. Come se non bastasse, sin dalle prime ore del mattino ha iniziato a circolare la notizia, fortunatamente infondata, della defezione dei Saxon in quanto impegnati la stessa serata ad un festival in terra teutonica (un cambio di posizione con i Destruction ha permesso a Biff Byford e soci di suonare ad entrambe le date). L’affluenza al Mazda Palace, almeno fino a sera, non è stata affatto incoraggiante, durante l’esibizione delle prime bands, il pubblico presente era davvero poco. Fortunatamente, all’avvicinarsi dei gruppi headliners, la folla si è rinfoltita e la manifestazione si è svolta senza eccessivi intoppi, fatta eccezione per la performance dei Queensryche durata solo una ventina di minuti a causa di una serie di problemi tecnici…peccato. Un Gods Of Metal per nostalgici, per vecchi rockers, quello che si è svolto a Milano, e, nonostante il successo ottenuto, è mancato un nome di richiamo per i ragazzi più giovani. Ma in fondo, non si possono far suonare i Manowar tutti gli anni…
Ci vediamo l’anno prossimo.

MADHOUSE

Nonostante l’inizio di mattina prestissimo, i Madhouse, formazione che ha ottenuto “l’ingaggio” per il Gods Of Metal grazie al concorso organizzato dal Transilvania, sono riusciti a strappare buoni consensi ai pochi disperati che sono riusciti ad entrare. Un buon heavy metal tinto da influenze hard rock ha divertito, purtroppo per un quarto d’ora scarso, ed ha aperto nel migliore dei modi quella che sarà una lunga giornata.

DGM

Titta Tani e la sua band non potevano deludere! Ancora a livello di audience siamo davanti ad uno striminzito numero di presenti, ma la performance del combo tricolore si dimostra sin dall’inizio davvero di buona fattura. Suoni non esagerati, ma comunque convincenti risaltano il prog metal che i DGM da ormai tanti anni stanno portando avanti. Piena promozione per questa band che, purtroppo, non è mai riuscita a riscuotere tutto il successo che si merita. Sarà la volta buona?

MANTRA

Hard rock dal sapore settantiano e dalle influenze marcate Led Zeppelin è la proposta dei Mantra. Anche in questo caso la proposta è convincente, purtroppo un guasto tecnico alle chitarre spezza per un attimo il feeling instaurato tra band e pubblico. Tecnicamente i ragazzi dei Mantra sono preparatissimi, e la jam session con protagonista il basso ne è una conferma. Se non fosse stato per dei suoni così penalizzanti, lo show avrebbe potuto prendere una piega nettamente migliore. Divertenti, ma non eccelsi.

THOTEN

I brasiliani Thoten sono una power metal band che, pur preparata a livello tecnico, mostra un song writing ancora pieno di incertezze. Dal vivo la band tenta di trascinare il pubblico, il singer Renato Tribuzy salta e canta tentando di “plagiare” Bruce Dickinson: la voce di certo non manca, contrariamente ai brani con “tiro”. Solo alla fine, con la cover della sempre osannata “Painkiller”, il pubblico si sveglia e si lancia verso il palco per ballare e cantare il classico dei Judas Priest.

PAIN OF SALVATION

Dopo una performance insieme ai Dream Theater in quel di Bologna che non mi aveva per nulla convinto, oggi per i Pain Of Salvation è giunta l’ora del riscatto. “Used”, uno dei brani più potenti della band, apre uno show che subito mette in mostra le altissime qualità tecniche della band. Daniel Gildenlow e la sua incredibile voce sono stati i protagonisti assoluti dell’intera performance, “Ashes”, “Inside” e tutti gli altri brani proposti hanno goduto di un’energia davvero invidiabile e di un responso più che positivo della numerosa folla presente. Insieme ai DGM, i Pain OF Salvation hanno mantenuto alta la bandiera del “prog” metal, in mezzo ad un bill incentrato su ben altre sonorità.

ANGRA

Come da manuale, il combo brasiliano di Kiko Loureiro e Raphael Bittencourt si è dimostrato uno dei più tecnici in assoluto. “Nova Era” scalda subito la folla, i suoni permettono un ascolto più che sufficiente, così l’atmosfera diventa subito rovente. Tra brani vecchi e nuovi, citiamo “Acid Rain” e la sempre coinvolgente “Nothing To Sat”, gli Angra si sono pure concessi il lusso di proporre un brano strumentale eseguito da tutti i membri della band con il solo uso di percussioni. Per chi scrive, questa scelta risulta discutibile, in virtù del poco tempo concesso molto avrebbero preferito un hit in più. Ormai il feeling instauratosi tra vecchi e nuovi membri è totale, persino il cavallo di battaglia per eccellenza degli Angra, “Carry On” viene eseguito alla pari, se non meglio dell’originale, con un Edu Falaschi  in grado di tirar fuori dalla sua gola una voce incredibile! Nonostante la posizione in scaletta li abbia penalizzati, gli Angra hanno ancora una volta convinto.

GRAVE DIGGER

La band teutonica ha sfornato una buona prestazione, coinvolgendo una buona fetta di pubblico presente. L’opener “Rheingold” sinceramente non ha entusiasmato, complice una prestazione non proprio impeccabile di Chris Bolthendal. Decisamente meglio è stata la riproposizione dei classici targati Grave Digger, come “Knights Of The Cross” e “Dark Of The Sun”, dove i riff granitici di Manni Schmidt hanno creato un wall of sound notevole, non facendo rimpiangere il vecchio axeman. La chiusura dello show è affidata all’accoppiata “Rebellion” (il coro iniziale è stato cantato da quasi tutti i presenti) con l’immortale “Heavy Metal Breakdown”, che ha concluso la performance della band di Bolthendal.

SAXON

Ben prima dello show correvano voci che i Saxon non si sarebbero esibiti, a causa di un altro show programmato per la stessa sera in Germania. Ma, con un intelligente cambio di scaletta con i Destruction, Biff & C. sono stati i veri god della giornata, eseguendo i loro brani in maniera impeccabile. Il trittico iniziale – “Heavy Metal Thunder”, “Dogs Of War” e “Motorcycle Man” – ha scatenato un headbanging da guinness, con Biff in forma smagliante nonostante l’età. Successivamente, quando il lungocrinito singer ha annunciato “In The Court Of The Crimson King”, sono rimasto letteralmente sorpreso e la reinterpretazione della song in chiave heavy si è rivelata alquanto efficace e personale. Tutta la band ha suonato alla grande, e “Wheels Of Steel” ha chiuso un concerto che per la maggior parte dei presenti è stato indimenticabile!

DESTRUCTION

Altra grande esibizione di una band storica del thrash europeo, che ha vinto e convinto grazie alla prestazione al di sopra delle righe del gruppo. L’opener “Curse The Gods” ha scatenato un violentissimo pogo, e la voce al vetriolo di Schmier ben si sposava con le ritmiche indiavolate, i riffing assassini e gli assoli al cardiopalmo. I nostri hanno alternato sapientemente la scaletta, eseguendo classici come “Total Desaster”, “Mad Butcher” e “Live Without Sense”, con le nuove “Thrash Till’ Death” (dove Schmier introduce la song dichiarando guerra alla generazione ‘trendy’, cresciuta a pane e MTV), “Nailed To The Cross” e “The Butcher Strikes Back”. Insomma, per gli amanti del thrash puro è stato un concerto imperdibile, e mi auguro che la band torni al più presto in Italia per massacrare i padiglioni auricolari dei thrasher nostrani!

MOTORHEAD

Sono convinto che Lemmy adori l’Italia dato che, in questi ultimi quattro anni, la band si è esibita in ben tre edizioni del Gods Of Metal. Oramai anche i sassi sanno che la band ha suonato “loud and proud” per tutto il concerto, divertendosi e facendo divertire il pubblico accorso per loro. L’unica nota negativa del concerto è stato il fatto che da metà scaletta in poi i nostri (sopratutto Lemmy), hanno perso la carica iniziale, e ammetto con franchezza che lo show di due anni fa è stato sicuramente migliore. Ma come si fa a restare fermi davanti a brani come “We Are Motorhead”, “No Class”, “Iron Fist”, “Ace Of Spades e “Overkill”? Ma, soprattutto, vi siete chiesti come a 25 anni di distanza i brani risultino ancora freschi e potenti? Meditate gente, meditate…

QUEENSRYCHE

La classe non è acqua? Be’, la band di Seattle ha dimostrato a tutto il pubblico la propria tecnica, il feeling e soprattutto la voce straordinariamente espressiva di Geoff Tate. Peccato che abbiano suonato solo per 40 minuti, sebbene lo show sia stato strepitoso. “Revolution Calling” è stata accolta da un boato da tutto il pubblico presente (e notavo con piacere che il Mazda Palace era pieno per tre quarti), e il chorus è stato cantato a gran voce dai presenti. “Speak To Me”, “Spreading The Disease” e “The Mission”, hanno scosso l’uditorio grazie al loro indiscutibile feeling, emozionando ed esaltando allo stesso tempo. Il concerto è stato chiuso a sorpresa da “Saved”, tratta dal bistrattato ma tutto sommato buono (almeno per chi scrive) “Hear In The Now Frontier”, lasciando un po’ di amaro in bocca, dato che pezzi da “Rage For Order”, “Empire” e “Promised Land” non sono stati suonati. Ma come si suol dire: chi si accontenta gode… o no?

WHITESNAKE

Devo ammettere di aver atteso con emozione e, allo stesso tempo, con curiosità di vedere all’opera David Coverdale (uno dei miei singer preferiti in assoluto) con i suoi Whitesnake. Ebbene, le attese non sono state deluse, visto che il singer è apparso in piena forma fisica (anche se il microfono ultra effettato ha fatto la sua parte) e la band ha sciorinato molti classici della band. “Bad Boys” ha acceso la serata, grazie al riffing hardeggiante di Reb Beach e Doug Aldrich, addolcito dal chorus ruffiano in pieno stile anni ’80. Le hit che mi aspettavo sono state eseguite tutte, dalla dolce “Is This Love” alla storica “Crying In The Rain”, interrotta da un grande drum solo (che ha letteralmente esaltato il pubblico) e che per metà è stato eseguito a mani nude (in ricordo di Bonzo?) dal drummer. Le calde e bluesy “Slide It In” e “Slow An’Easy”, hanno infiammato anima e corpo dei presenti. Molti di essi ovviamente erano over 30, ma ha fatto piacere sentire i metal kid più giovani cantare a squarciagola le loro canzoni (che finalmente si siano accorti che non esiste soltanto l’happy metal?). “Still Of The Night” ha chiuso alla grande un concerto sarebbe stato ancor più bello se fosse durato per tutta la notte, ma già il fatto di aver visto per la prima volta i Whitesnake dal vivo, in fondo, basta e avanza…

 

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