24/06/2010 - GODS OF METAL 2010 – 25 giugno @ Parco Della Certosa Reale - Collegno (TO)

Pubblicato il 05/07/2010 da

Introduzione di Marco Gallarati
Report a cura di Marco Gallarati, Maurizio ‘MorrizZ’ Borghi e Alessandro Corno
Fotografie di Francesco Castaldo e Giacomo Astorri

Gods Of Metal 2010, Parco della Certosa Reale, Collegno, Torino. Paradossalmente scrivendo, quella di quest’anno è stata una delle edizioni del più importante festival metal italiano meno discusse in assoluto, in quanto, purtroppo o per fortuna, a seconda dei pareri, era evidente fin dal (tardivo) annuncio del bill che la 3-giorni in questione sarebbe stata di profilo più basso rispetto ai gloriosi anni passati. La mancanza dei soliti grossi headliner di turno al Gods – solo gli immarcescibili Motorhead si potevano un minimo paragonare ad Iron Maiden, Slayer, Heaven And Hell – ha fatto registrare una quasi totale unanimità di pre-commenti (negativi) sull’edizione 2010 degli Dei del Metallo. In più, la decisione degli organizzatori di proporre anche una notevole sequela di show singoli più o meno nello stesso periodo – citiamo solo Slayer, Rammstein, Ozzy Osbourne, Iron Maiden e Alice Cooper più avanti – ha reso chiaro a molti che il 2010 sarebbe stato l’anno del Gods più low-cost della Storia. Ebbene, senza farla troppo per le lunghe con le premesse, cominciamo ad analizzare la prima giornata del festival.

Sgombriamo subito il campo da equivoci: per chi ha seguito la scena metal-core degli ultimi cinque-sei anni, i gruppi presenti a Collegno il venerdì sono stati quanto di meglio la suddetta scena abbia fatto uscire nel tempo. Escluse le band tedesche – e quindi anche i Caliban – i Chimaira, i Bleeding Through e le formazioni più vicine all’hardcore, la créme de la créme del metal-core USA era presente in toto, per far vivere agli appassionati di tali sonorità una giornata davvero memorabile. L’affluenza non è stata certo esaltante, ma la decisione di accorpare band di un solo genere tutte al primo giorno è da considerarsi positiva. Solo i Fear Factory ed in parte i Job For A Cowboy – quest’ultimi comunque partiti da matrici death-core – stonavano con il resto del bill, ma diciamo pure che l’omogeneità del programma, volto al moderno e all’estremo, è stata completamente rispettata. L’audience, quindi, è andata di pari passo con la proposta musicale e nella giornata inaugurale, infatti, si sono visti parecchi metal- e hardcorers darsi battaglia sul cemento del pit del Parco della Certosa Reale, per una partenza di festival che tutto sommato non ha deluso le aspettative, ovviamente già ridimensionate di loro.

Nota: i trafiletti dei report che leggerete, così come quelli relativi alle altre giornate della kermesse, sono gli stessi utilizzati per il report in diretta che vi abbiamo proposto e che tanto è stato apprezzato.

36 CRAZYFISTS

I 36 Crazyfists hanno l’onore di aprire l’edizione 2010 del Gods Of Metal, quando il Sole già arroventa l’asfalto dell’arena e ustiona le fronti, facendoci sudare persino lo scroto. Il gruppo dell’Alaska non sarà abituato né ad essere buttato giù dal letto a quest’ora, né a simili temperature, ma si conferma un’ottima live band, ben rodata e capace di attirare davanti al palco un discreto numero di persone. "At The End Of August", vicina al finale del set, è di sicuro il climax dello show, dante la possibilità ai mosher di agitarsi a dovere. Curioso il nuovo ingresso al basso, che sembra scippato agli Amon Amarth (capelli e barba lunghissimi con tanto di bracciali di cuoio), che si è davvero prodigato per fornire una performance esemplare. Un buon sound sin dall’inizio e un gigantesco wall of death per inaugurare al meglio la giornata. Promossi!

Maurizio ‘Morrizz’ Borghi

UNEARTH

Con gli Unearth, se mai ci fossero bisogno di ulteriori conferme, si capisce definitivamente che la giornata odierna sarà all’insegna del massacro totale a 35 gradi all’ombra. L’intro affidata al riff tastieroso di "The Final Countdown" degli Europe è solo una finta, perché così, di primo impatto, i ragazzi di Boston scaraventano sul già corposo pubblico "The Great Dividers", probabilmente il loro brano più famoso e devastante. Chi scrive non ha esitazioni e si butta nel mosh incalzante. Inarrestabili nel loro metal-core d’assalto, gli Unearth non si fermano un secondo e nella loro mezzora di tempo riescono a creare continuamente circle-pits e poghi spontanei. I ragazzi nel pit paiono apprezzare di più i brani più recenti proposti e forse non è un caso che si arrivi alla conclusiva "Black Hearts Now Reign" – allungata anche un po’ ed impreziosita da un salto poderoso di Buzz McGrath dagli ampli – con il pubblico ormai stremato, soprattutto dal caldo bruciante dell’ora di pranzo!

Marco Gallarati

DEATH ARMY

Tocca alla epic folk symphonic metalband milanese Death Army inaugurare il minuscolo Stage 2 del Gods Of Metal 2010. Quello che potrebbe essere dunque un onore (vista la caratura di altre band che si esibiranno sullo stesso palco nei giorni successivi) palesa presto i suoi svantaggi. Il suono difatti non è paragonabile a quello dello Stage 1, non essendo ben definito, soprattutto considerando il sound ricco di elementi del gruppo; gli spazi sono ristretti e anche il pubblico in platea è piuttosto scarso, complice pure il diverso stile delle altre band presenti in questa giornata. Arpa, tastiera, due voci liriche, una voce maschile, due chitarre, un basso e una batteria meriterebbero dunque una cura decisamente superiore da parte di chi sta al mixer, ma la band mette ad ogni modo tutte le sue forze per cercare di coinvolgere il pubblico. Nei venti minuti a disposizione esegue i suoi brani più rappresentativi pescando un po’ da tutta la propria carriera, passando dalla epica e articolata "Arischild", eseguita in apertura, alla chiusura con la più allegra e coinvolgente "Skoal", sulla quale il cantante Igor incita il pubblico a più riprese. L’esecuzione, a parte l’imprecisione di alcuni passaggi di chitarra solista, è discreta e ci consente di esprimere un giudizio complessivamente positivo per uno show a dir poco limitato dalle pecche sopra indicate. Da rivedere.

SETLIST:
Arischild
Ragnarok
Beowulf
Skoal

Alessandro Corno

JOB FOR A COWBOY

Dimenticatevi la scialba prova all’Alcatraz di Milano, oggi i Job For A Cowboy hanno potuto sfoggiare tutto il loro brutale impatto grazie a un mixaggio degno di tal nome. Di sicuro il brutal death metal delle giovani promesse (i JFAC sono etichettati da molti come il futuro del genere) paga in fatto di numeri il fatto di essere la proposta più estrema della giornata (in molti hanno approfittato per farsi una pausa), ma c’è comunque un certo numero di appassionati che sostiene la band e non si lascia spaventare dal caldo. E’ tuttavia evidente come la pesantezza sonora vada di pari passo con una difficile assimilabilità da parte delle orecchie meno abituate a growl ultra gutturali e pig squeals. Il picco della setlist? Ancora la vecchia "Entombment Of A Machine" sicuramente, che trova i maggiori consensi del pubblico. Per concludere possiamo dire che i JFAC hanno tenuta di palco invidiabile e mantengono le potenzialità per un futuro roseo progredendo un passo alla volta.

Maurizio ‘MorrizZ’ Borghi

DRAGONIA

ATREYU

Dopo aver seguito i Job For A Cowboy e ora gli Atreyu, iniziamo a chiederci se gli Unearth non meritassero una posizione in scaletta più dignitosa. Non che la band di Alex Varkatzas abbia demeritato, ma certo il coinvolgimento del pubblico è stato nettamente inferiore alle attese. Vero anche che il metal-core dolciastro e melodico del gruppo ormai è un po’ in fase calante, ma la band non ha proprio entusiasmato. Solo verso la fine dell’esibizione, i ragazzi hanno esaltato un minimo l’audience, diciamo da "Right Side Of The Bed" in poi. Buoni e ben coordinati i movimenti delle tre asce sul palco, anche se a tratti stucchevoli e troppo ‘da rockstar’. La cover di "You Give Love A Bad Name" dei Bon Jovi non è servita di molto a tirare su l’impatto degli Atreyu quest’oggi, non male in definitiva ma anche un bel po’ anonimi. Ora attendiamo l’entrata in scena dei big della giornata, a cominciare dagli As I Lay Dying…

Marco Gallarati

AMPHITRIUM

AS I LAY DYING

Il New England Hardcore And Metal Fest…ops, scusate…il Gods Of Metal 2010 continua con la calata sul palco dei christian-corer As I Lay Dying, che sicuramente forniscono la miglior prestazione della giornata, almeno finora. La partenza al fulmicotone di “94 Hours” fa subito scattare la Babele di mani, piedi e gambe volanti che anima il moshpit in un microsecondo, ma non è solo l’incipit del concerto a definire la qualità dello show degli AILD. Tim Lambesis, Jordan Mancino e soci sono in formissima e, tra i nuovi pezzi tratti da “The Powerless Rise” (non molti per la verità) e i loro travolgenti cavalli di battaglia, davvero diventano autori di una performance notevole. Il finale, poi, dove nell’ordine si susseguono “Meaning In Tragedy”, “Confined”, “Nothing Left” e “Forever”, rasenta la perfezione. Ci attendono i Fear Factory, simpaticamente mai nominati nei ‘saluti fra loro’ delle band della ‘cricca’ metal-core…

Marco Gallarati

FEAR FACTORY

Leggermente fuori contesto nella ‘fiera del metal-core’, i Fear Factory hanno dimostrato la loro classe sopraffina fornendo una prestazione non impeccabile – come al solito – ma ben corroborante, forti di un repertorio che davvero ha fatto la storia degli anni ’90. Solo il quartetto finale dedicato a “Demanufacture” – title-track, “Self Bias Resistor”, “H-K (Hunter-Killer)” e “Replica” – è valso la presenza sotto il palco durante lo show della Fabbrica della Paura. Una setlist non molto differente da quella suonata durante la data di Milano del marzo scorso, ovviamente tranciata di qualche brano per motivi di tempo, ha svolto il suo dovere nel fomentare un’audience ormai devastata dal caldo e dalle tante birre bevute. L’asfalto dell’arena non ha pietà dei tanti inciampati a terra, ma per il Dio Metallo questo e ben altro! Da segnalare, purtroppo, l’ormai cronica instabilità della voce di Burton C. Bell, sopperita per fortuna dalla qualità dei brani a sua disposizione.

Marco Gallarati

DEVILDRIVER

Pensando a Dez Fafara la prima parola che ci viene in mente è carisma: il frontman dei DevilDriver non perde l’occasione, finalmente in una posizione in cartellone degna del loro nome, di dimostrare di cosa è capace la sua creatura, nutrita amorevolmente in un percorso in crescita verticale. La band soffre di suoni leggermente impastati nella prima metà dello show, ma il trademark inconfondibile emerge lo stesso ed esalta il pubblico, completamente in mano al magnetico singer. La svolta è segnata da "Clouds Over California", dove il mixaggio viene aggiustato e i pezzi vengono vomitati nella loro forma migliore. Nessuna incertezza da parte dei musicisti e un pubblico molto reattivo che si prodiga in un circle-pit mastodontico ("NO fucking kung fu kicks and punches, I HATE that shit" – ammonisce Dez), alzando le corna al cielo in ogni occasione. Una incomprensibile pecca è l’esclusione di moltissimi pezzi dell’ultimo "Pray For Villains", a parere di chi scrive il disco migliore dei californiani. Poco importa in ogni caso, la missione può dirsi compiuta. Un meritato applauso finale e la palla agli headliner Killswitch Engage!

Maurizio "MorrizZ" Borghi

KILLSWITCH ENGAGE

Il Sole ha cominciato a dare finalmente tregua e al tramonto i Killswitch Engage inaugurano un set mai così lungo per i loro standard: la posizione di headliner li onora, ma li coglie quasi di sorpresa, pur potendo coprire un minutaggio così ampio con la loro discografia. Howard Jones sfoggia una camicia che a stento contiene i suoi bicipiti, Adam D. fa il supereroe col mantello di Superman e tutti hanno già quello che aspettavano: il gruppo del Massachussets, capostipite del movimento metalcore e degno conclusore della giornata, sforna una serie di gioiellini sul trademark del gruppo, composti di chitarre heavy, tanto groove e continui sing-along che tengono impegnati tutti i presenti. Impeccabile la prova di una formazione oramai rodatissima e inesauribile la simpatia della ‘strana coppia’ formata da Howard Jones e dal chitarrista pazzo, il primo pacato e sornione, ma sempre pronto alla zampata vincente, il secondo pronto a tracannare una birra dopo l’altra e ad aizzare la folla con proclami demenziali e divertenti. Tutto fila liscio fino all’obbligatoria "My Last Serenade", ma il pubblico vuole di più: ecco quindi lo spilungone con le basette lunghe diventare per un attimo serio (pochi secondi ovviamente) e annunciare "Holy Diver" del rimpianto Ronnie James Dio, diventata quasi istantaneamente la maggiore hit del gruppo. E’ un tripudio totale per i presenti, anche quelli che non possono davvero sopportare l’inflazionato movimento metalcore. Anche se il set è più corto rispetto al previsto (ed era prevedibile), tutti escono stremati ma col sorriso sulle labbra!

Maurizio "MorrizZ" Borghi

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