18/02/2011 - Godspeed You! Black Emperor + OM – San Francisco @ Warfield - San Francisco (Stati Uniti)

Pubblicato il 26/02/2011 da

A cura di Mattia Alagna

Fare un’introduzione onorevole e rispettosa ad un concerto come quelloche hanno tenuto i Godspeed You! Black Emperor (e, con le dovuteproporzioni, gli OM) al Warfield di San Francisco è un compito alquantoarduo che necessiterebbe di un milione di righe in più in questostriminzito spazio, dell’aiuto di un astrofisico e della consulenza diuna troupe di psicologi. I GY!BE esistono dal 1994 e hanno pubblicatotre album (“F#A#∞” del 1997, “Lift Your Skinny Fists Like Antennas ToHeaven” del 2000, e “Yanqui U.X.O.” del 2002) che, oltre ad essere deirompicapi indecifrabili, sono anche tre capolavori inarrivabili senza iquali tutta la marmaglia “post” che esiste oggi neanche esisterebbe. Per darvi un’idea puramente “numerica” (perché oltre, come detto, sembraimpossibile andare) della portata dell’evento in questione, vi diciamoinvece che inizialmente era prevista una sola data alla Great AmericanMusic Hall (sempre a San Francisco, capienza mille persone), che èandata tutta esaurita nel giro di otto ore. Aggiunta una seconda data,sempre alla “Hall”, questa ha registrato il sold out entro un paiod’ore, scatenando l’ira di migliaia di fan su centinaia di blog e forum, locali e non. Dopo qualche giorno management e booking hanno finalmente dato il giusto peso alla portata di questa storica reunion aggiungendouna terza data (quella di cui vi parleremo), questa volta al Warfield,capienza tremila posti, e anch’esso sold out nel giro di poche ore.Siamo venuti a sapere che addirittura alle date in questione eranopresenti persone venute fin dall’Oregon, dal Nevada e dallo stato diWashington. Detto ciò, possono essere considerati giustificabiliun’eccitazione e nervosismo simili per una band che in fondo di popolare e “godibile” non ha proprio nulla? Molto di più, e cercheremo dispiegarvi il perché.

 

OM

Gli OM di Al Cisneros (Shrinebuilder ed ex-Sleep, per chi ha vissuto su Marte per gli ultimi vent’anni) ed Emil Amos sono risultati una delle opening band meglio azzeccate che si potessero trovare per un main act impegnativo come i GY!BE. La musica minimalistica e “mantrica” del duo della Bay Area ha ottimamente riscaldato l’atmosfera per la performance cosmica che ha preso forma dopo, e ben preparato il pubblico allo stato confusionale e semi-allucinato in cui sarebbe piombato di lì a poco. Accompagnati splendidamente da un flauto, da un organo Hammond e inaspettatamente (e furbamente!) da una chitarra nascosta nelle tenebre, il duo della Bay Area si è fatto più che valere nel proporre il proprio ipnotico e circolare “acid-doom-rock”. Cisneros è un musicista veramente mostruoso, e le sue linee di basso sarebbero riconoscibili tra un milione. Suona il basso come se fosse un prolungamento del suo stesso corpo, e lo fa “mormorare” come se fosse un ventriloquo, mentre recita i suoi ipnotici mantra sonici. Il nuovo batterista Emil Amos (anche nei post-rockers Grails) è il  principale motore della deriva “tibetana” che sta sempre più caratterizzando la musica degli OM negli ultimi tempi, e le sue ritmiche jazzate e ossessive hanno spianato la strada per uno show fumoso e soporifero, profondamente reminiscente delle sonorità e dell’immaginario himalayano. Uno show convincente ed evocativo che ci ha mostrato una band in splendida forma e pienamente padrona del proprio sound, che è ormai unico e riconoscibilissimo.

GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR

I GY!BE, dal canto loro, con uno show di oltre due ore e mezzo hanno traghettato la serata ad un livello successivo e del tutto inarrivabile per qualunque band. Presenti tutti e otto i membri storici, la band di Montréal si è presentata sul palco del Warfield (oltre che con basso, due batterie, violino, contrabbasso, e synth e tastiere di ogni tipo) con un vero e proprio arsenale di amplficatori, facendo chiaramente intendere le proprie intenzioni. La musica dei GY!BE è notoriamente eterea e stratificata, e trova il suo punto di forza e di equilibrio nel gioco di squadra e nella collaborazione reciproca fra gli strumenti coinvolti. Ma quando non una, non due, non tre, ma ben quattro chitarre decidono di azionare i reattori e liberare ogni grammo di tensione accumulata, il risultato è quello di un magma unico, incandescente e inarrestabile. Un meteorite che impatta per distruggere ogni cosa. Come accennato poc’anzi, la band funziona come un organismo complesso: multiple parti altamente specializzate che si scambiano continuamente informazioni ed energia fra loro. Strutturata più come un’orchestra sinfonica che come una rock band, l’esecuzione millimetrica di ogni partitura individuale completa a vicenda tutte le altre, in un circolo continuo di collaborazione e nutrimento reciproco. Iniziata una canzone, la band sembra intraprendere un viaggio senza ritorno in cui col passare dei minuti (anche venti di fila sulle stesse note) l’intensità e la tensione aumentano esponenzialmente. Come la famosa goccia d’acqua lasciata cadere sulla fronte per giorni usata come strumento di tortura, il minimalismo e la ripetizione della musica dei GY!BE prima porta all’ipnosi, poi fa sprofondare nella pazzia, e infine deflagra nella catarsi più totale. In certi frangenti dello show era quasi come se qualcuno vi tenesse la testa sott’acqua fino quasi ad annegare per poi farvi riemergere all’ultimissimo secondo per fagocitare aria freneticamente in preda agli spasmi. E il pubblico durante lo show assiteva osmotico. Difficile che qualcuno dei tremila presenti sia riuscito a farsi le due ore e mezzo dello show di fila senza prendersi una pausa di qualche minuto – il sottoscritto compreso. Il corridoio fuori dalla sala principale del Warfield era costantemente gremito di piccoli gruppi di persone intente a riprender fiato commentando il totale sbigottimento e straniamento che lo show dei GY!BE stava provocando loro, prima di rituffarsi nuovamente nel vortice. Un’esperienza unica e difficilissima da spiegare. Le facce delle persone all’uscita dal concerto sono state più esemplificative di mille parole, e anch’esse a loro volta difficili da descrivere. Adesso, forse, il motivo della pausa di otto anni che la band si è presa è spiegato. Anche loro sono uomini, ma la loro musica è disumana. Aspettative rispettate, superate, umiliate e poi annientate.

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