11/11/2025 - HALESTORM + BLOODYWOOD @ Alcatraz - Milano

Pubblicato il 16/11/2025 da

Report e foto di Riccardo Plata

Dopo la prima storica data ai Magazzini Generali nel 2012, gli Halestorm sono tra i gruppi d’oltreoceano più presenti nel Belpaese – quella di stasera è l’ottava volta soltanto nel capoluogo meneghino, tra tour da headliner e di spalla ad altri – e la cosa non può che farci piacere, visto che in sede live Lzzy Hale e soci hanno pochi eguali nella scena hard rock moderna.
Purtroppo, complice l’immancabile affollamento di concerti nel periodo novembrino, il pubblico milanese non ha risposto in massa; il colpo d’occhio che ci accoglie all’ingresso è dunque una metà abbondante del locale vuoto (nella configurazione con il palco grande), nonostante i teli strategicamente posti dietro al mixer.

Per chi c’era, una serata comunque da ricordare per almeno due fattori. Innanzitutto, il “The nEVEREST Tour” è l’occasione per sentire dal vivo gli estratti dell’ultimo “Everest”, sesto album divenuto subito un classico nella loro pur giovane discografia in virtù di un sound forse mai così variegato e fresco.
In secondo luogo, ad accompagnare i fratelli Hale sul palco ci sono degli ospiti d’eccezione come i Bloodywood, band indiana partita da New Delhi alla conquista del mondo nel nome dei Linkin Park (nume tutelare della loro proposta insieme ad una robusta dose di folklore indiano). Dopo una data sold-out in un Legend Club che raramente avevamo visto così imballato, quella di stasera è l’occasione per testarli all’opera su un palco più grande: non avranno avuto l’impatto in termi di affluenza dei Black Veil Brides, gruppo spalla della penultima data milanese degli Halestorm capace di mobilitare centinaia di persone solo per loro, ma sicuramente c’erano diversi fan a giudicare dalle magliette intraviste nelle prime file. Vediamo dunque com’è andata partendo proprio dal sestetto indiano…

 

È un Alcatraz pieno per un terzo scarso quello che accoglie i BLOODYWOOD, ma nonostante l’audience ridotta il palco è quello principale, permettendo al sestetto di potersi muovere con più agio rispetto alle precedenti date milanesi allo Slaughter Club e al Legend Club.
Il ruolo di spalla obbliga anche ad una setlist ridotta ed ad un maggior utilizzo delle basi per gli strumenti tradizionali come il flauto – fa eccezione il dhol dell’indemoniato (e scalzo) Sarthak Pahwa, sorta di Clown nel duplice ruolo di turbina ritmica e master of headbanging sul palco – ma di contro gli spazi ampi permettono una maggiore dose di circle pit, con una nutrita schiera di maschi a petto nudo intenti a pogare per quasi tutta la durata dello show, quasi come se fossimo in una piccola Woodstock ’99.
Le hit ci sono comunque tutte – dalla più datata “Aaj” alle ultime “Dana Dan”, con le Babymetal in base, e “Nu Delhi” – con il frontman Jayant Bhadula e il rapper Raul a dividersi il centro palco, anche se le parole di rappresentanza (dal ringraziamento alla crew fino agli omaggi alla loro terra d’origine) spettano tutti al primo, membro fondatore insieme al chitarrista Karan Katiyar.

Notevole come sempre la presenza scenica, con i cinque in piedi schierati a roteare le capocce con precisione militaresca come i The Hu, e calorosa la partecipazione del pubblico, finché sulla conclusiva “Machi Basad (Expect A Riot)” non scatta immancabile il giochino del ‘tutti seduti, pronti a saltare’. Sul finale, dopo il selfie di rito, apprezzabile il gesto di Jayant che scende in transenna a ringraziare e fare un selfie con un piccolo fan con un cartello dedicato a loro.
Rispetto allo show di qualche mese fa, possiamo dire di aver trovato una band sempre in palla e con il favore del pubblico, come testimoniato dal contapassi collettivo durante la mezz’ora abbondante a loro disposizione, anche se l’energia trasmessa durante lo show da headliner resta incomparabile. Li aspettiamo alla prossima occasione, che siamo certi non mancherà.

Che Lzzy sia una delle migliori frontwoman della sua generazioni non lo scopriamo certo ora – non a caso era l’unica donna sul palco del “Back To Tbe Beginning” show di addio dei Black Sabbath in mezzo al gotha della scena rock e metal – ma sarebbe sbagliato identificare gli HALESTORM soltanto con lei, dato che la band sul palco è da sempre un’autentica famiglia unita nel segno del rock, e stasera ne abbiamo avuto l’ennesima conferma.

Il chitarrista Joe Hottinger non sarà forse il musicista più loquace in circolazione, ma a parlare per lui è la sua Gibson; anche in quest’occasione non sono mancati i momenti jam session, come ad esempio durante la versione estesa di “I Gave You Everything”: la chimica tra il chitarrista e la sua compagna (di palco e di vita) parte dagli sguardi complici che si lanciano a vicenda e trova la sua sublimazione nel rapporto quasi carnale tra le due chitarre, avvinghiate in un menage a trois con l’ugola di Lzzy che si sgola dietro al microfono dando tutta se stessa come da titolo del pezzo.
Il batterista Arejay, fratello di Lzzy nonché seconda voce nei cori, è da sempre l’anima istrionica del gruppo, e anche stavolta la sua performance è uno spettacolo nello spettacolo, tra giochi funambolici con le bacchette durante l’esecuzione dei pezzi fino al consueto drum solo, più breve rispetto al passato ma come sempre chiuso con le bacchettone giganti. Più defilato a livello scenografico il ruolo del bassista Josh Smith, ma dal punto di vista musicale il suo basso è il collante ritmico di tutta la formazione, ben in evidenza nel mix permettendo di gustare a fondo le finezze alla quattro corde.

La scaletta di stasera è incentrata come detto sull’ultimo album, suonato quasi per intero a partire dall’opener “Fallen Star”, che introduce la band in versione ombre cinesi dietro ad un telo bianco, poi tirato giù dopo un minuto dando il via allo show. Tra i momenti più atmosferici, segnaliamo le ballad “Shiver” e “Darkness Always Wins”, accompagnate dalle torce degli smartphone, anche se il momento clou in questo senso è “Like A Woman Can”, introdotta dalla più datata “Break In” con Lzzy inizialmente da sola al piano, per poi tornare alla chitarra con tutta la band nella consueta jam corale.
L’anima rock degli Halestorm è tuttavia quella dominante, frutto di un evoluzione che li ha portati verso nuovi lidi forse meno redditizi commercialmente ma sicuramente più stimolanti e duraturi in termini di carriera: dopo il disco omonimo di debutto c’era il rischio potessero diventare i nuovi Paramore, sotto l’influenza di produttori ingombranti e con il bel faccino di Lzzy a fare da sfondo a qualche serie TV per adolescenti, ma la band della Pennsylvania ha saputo rafforzare la propria identità senza scendere a troppi compromessi, al punto di potersi permettere stasera di riproporre una delle loro vecchie hit (“Love Bites (So Do I)”) riarrangiata in versione più heavy alla stregua della nuova “Watch Out”, oppure di presentarsi con ben due twin guitar durante l’esecuzione di “I Am The Fire”.

Il bluesaccio old-school di “I Like It Heavy” ci traghetta verso il gran finale con “Here’s To Us” (preceduta da un brindisi con un grappino), a chiusura di una scaletta diversa finora ad ogni data del tour europeo, ulteriore segnale di una band che non si limita al compitino ed in connessione totale con il proprio pubblico: non riempiranno ancora i palazzetti, almeno in Italia, ma non vediamo l’ora di poterli rivedere la prossima volta, certi che sarà l’ennesimo spettacolo da ricordare.

BLOODYWOOD

HALESTORM

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