19/02/2014 - Hatebreed + Napalm Death + Buffalo Grillz – Roma @ Orion Live Club - Roma

Pubblicato il 28/02/2014 da

A cura di Claudio Giuliani

L’ultima volta a Roma per gli Hatebreed fu all’Alpheus una decina d’anni fa, neanche cento persone e uno show consumato in fretta e furia. Nel frattempo le cose sono cambiate: il gruppo è diventato di quelli molto importanti, consolidando il proprio successo album dopo album, specie a metà della prima decade del secolo attuale. Un nuovo album uscito nel 2013 da sostenere in tour, “The Divinity Of Purpose”, non il loro migliore senza dubbio alcuno ma sicuramente un lavoro valido pieno di canzoni che, come vedremo, dal vivo rendono bene. Chiamare i Napalm Death gruppo di supporto è lesa maestà. Ma i due gruppi sono amici e con questa accoppiata si garantiscono il pienone in ogni dove. È così anche a Roma, dove gli aficionado delle due band, di estrazioni diverse, si ritrovano nello stesso pit a fare baldoria e casino. Vi raccontiamo quindi una serata passata all’insegna di una parola romanesca che rende perfettamente l’idea: ‘caciara’!

hatebreed roma


BUFFALO GRILLZ
Quante volte abbiamo visto i Buffalo Grillz? Tante, decisamente tante. Ma sono tante le volte che abbiamo anche bevuto una birra e non smettiamo mica però, segno che loro sono come il prezzemolo, stanno bene dappertutto. E quindi, ad aprire lo show di questi mostri sacri, troviamo il grind goliardico di Enrico Giannone e soci. Il leader, ex cantante degli Undertakers, non lesina intermezzi in dialetto napoletano quando annuncia – ridendo, perché non crede manco lui, delle volte, ai titoli delle canzoni che canta – “Linkin Pork”, “Manzo Criminale” e via dicendo. Una scarica di grindcore che atterrisce, con il nuovo batterista che fa fatica a reggere i ritmi e che alza il braccio come a invocare una pausa. Simpatico il siparietto con il vecchio drummer, ‘Mastino’ (una macchina, instancabile, del blast-beat), presente in sala ad acclamare gli ex compagni quando Giannone dice che hanno perso un batterista ‘’nguaiato’ e ne hanno acquistato un altro ‘’nguaiato peggio’. Buffalo Grillz, e sai cosa ascolti.

NAPALM DEATH
“We are Napalm Death from Birmingham, UK, at your fuckin’ service”. “Silence Is Defeaning”, “Errors In The Signal”, “The Wolf I Feed”, “Unchallenged Hate”, “Deceiver”, “Protection Racket”, “When All Is Said And Done”, “Scum”, “The Kill”, “Deceiver”, “Dead”, “Breed To Breathe”, “Nazi Punk Fuck Off”, “Siege Of Power”. Suoni pessimi, band in grandissima forma. Insomma: i soliti Napalm Death di cui avete letto decine di reportage, molti dei quali scritti da chi scrive ora. Proviamo un approccio diverso per spiegare come nasce l’amore verso la band più potente del mondo (sì, perché sono loro senza dubbio alcuno i più grandi scatena-casino del metal). Il flirt con i Napalm, presto trasformatosi nell’amore della vita, nacque venti e passa anni fa, quando qualcuno ci passò – nel tape trading dell’epoca, unica forma ‘epistolare’ che permetteva la scoperta di nuovi gruppi – la musicassetta di “Scum”, un concentrato di brutalità così avanti nei tempi che all’epoca ci sconvolse. “Ai vostri figli piacerà”, avrebbe detto Marty McFly di “Ritorno al Futuro” dopo l’ascolto di quelle canzoni dalla durata breve, scariche di rabbia legate fra di loro dal rifiuto del conformismo e dalla rottura degli schemi noti fin lì. Di quella line-up non è rimasto nessuno nei Napalm di oggi, ma di lì a poco la loro formazione cambiò e oggi dal vivo troviamo scampoli di quel manipolo di musicisti che avevano provato a miscelare punk e hardcore, velocizzando il tutto e inventando il grindcore. Album dopo album il gruppo ha consolidato la sua forza. Arrivano “Harmony Corruption”, “Utopia Banished”, e noi lì a passare i giorni in attesa del postino per il pacco musicassetta, con l’attesa che radicava dentro l’amore per questo gruppo, in trepidante attesa di scoprire cosa avessero fatto di nuovo, acquistando alla cieca, senza preview, senza download, senza YouTube. Era amore cieco, incondizionato. E poi la prima volta dal vivo, quando nel 1996 suonarono al Circolo degli Artisti (quando il Circolo era ancora a piazza Vittorio Emanuele a Roma e ad aprire c’erano gli At The Gates). Una prima fila conquistata con il fisico e difesa con le unghie e con i gomiti, con lo stage diving selvaggio che lasciò lividi, scarpe che volavano e scarpe che colpivano la nostra faccia. E loro lì a macinare riff (aprirono con “Antibody”, pezzo tritaossa edito su un EP nella fase più sperimentale del gruppo). Fu un concerto allucinante, come lo sono gli show intensi di oggi, dominati da quei riff marziali, con Herrera a dirigere il traffico all’interno del pit dove i corpi dei fan si ammassano, si incrociano, si lasciano e si ritrovano seguendo come una scia il rullante del batterista che dà il ritmo e guida, da esperto nocchiero, la nave umana desiderosa di confrontarsi fisicamente. E loro poi, sul palco, oggi con Barney e Mick con i capelli corti, da paggetto, con gli anni che avanzano ma col sudore versato che trasuda la genuinità degli esordi, un sudore di qualità diremmo. Ci sono delle istantanee che conserveremo sempre, alle quali penseremo sorridendo di gioia, cardini della nostra vita musicale: il ballo di San Vito di Greenway mentre abbaia al microfono scaricando la rabbia, cosa che continua anche a fine canzone quando accompagna sempre la fine del brano con un ghigno, con un gesto di stizza; i sermoni politici intrisi di rabbia e saggezza dello stesso cantante (“At least fuckin’ think!”); le urla sguaiate di Mick Harris e i suoi pantaloncini corti; l’attitudine metallara pura di Shane Embury, la sua fisicità ingrombrante, strana nelle forme, ma possente come poche altre mentre stringe e maltratta il suo basso. Passano gli anni, ma seguiamo i Napalm Death in ogni dove, sia che vengano a suonare sotto casa sia che ci sia da seguirli a Londra se il loro tour di promozione per “Smear Campaign” non tocca l’Italia, sia se c’è da mettere la sveglia al Wacken Open Air (!) perché sono in cartellone la mattina alle ore 11.00. E i concerti al Forte Prenestino a 5 euro d’ingresso e un quartiere a fare festa, e le chiacchiere al bancone del bar con loro, ragazzi splendidi e sempre umili. Noi ci siamo stati e ci siamo per loro, e ci saremo sempre perché l’amore si dimostra ogni giorno. E allora Dio salvi la Regina, ma salvi soprattutto i suoi sudditi, a cominciare da questi quattro di Birmingham: “We are Napalm Death from Birmingham, UK, at your fuckin’ service”. HellYeah.

HATEBREED
L’intro marziale di “Rocky”, elogio della pacchianeria più sfrenata, è l’urlo di raccolta dei fan che buttano le sigarette, imbracciano le birre poggiate sul bancone del bar esterno e corrono a posizionarsi per la scarica d’adrenalina in arrivo. Il più banale stridio chitarristico aziona le percussioni e quindi sulle note di “Defeatist” comincia lo show, subito alla grande, con Jasta che coinvolge il pubblico nei cori. Le braccia volano al cielo, i corpi oscillano mentre si imita lo stile del frontman: l’intensità è talmente elevata fin da subito che sembra già passata mezz’ora, tale è la voglia del pubblico di scatenare il finimondo sulle note dei cinque del Connecticut, rigorosamente from the iuessei. Arrivano una dietro l’altra “This Is Now” ma soprattutto “Straight To Your Face”, altro inno alla confusione e al contatto fisico. Nel mezzo dell’Orion, una sorta di anfiteatro con tribune che circondano il pit, si scatenano i leoni, con circle pit sempre più grandi e coinvolgenti. E quindi “Empty Promises” (DE-VA-STAN-TE!), “Horror Never Dies”, “Put It To Torch”, “Doomsayer”, “Before Dishonor”, tutti pezzi che distruggono l’audience. C’è gente che accorre dai propri amici a bordo pista per prendere liquidi per il naturale reintegro da contatto e movimento. Nel mezzo c’è il caos che potete ben immaginare: orde di fan che animano i balli sollecitati dal vocalist; pose arroganti e movenze di esagitati con muscoli in bella vista e vogliosi dello scontro fisico; gente che parte all’impazzata dalle retrovie perché fomentata da un particolare ritmo che cerca di raggiungere le prime file, che incassano botte e sono anche nel mezzo dalle naturali colluttazioni fra il servizio di vigilanza – abituato alle discoteche, crediamo – e i fan. Per bloccarne uno addirittura devono intervenire in tre. È un crescendo. Dopo gli omaggi a compagni di tour e crew, l’hardcore dalle spruzzate metal continua a tenere svegli tutti quando è passata la mezzanotte da un pezzo. “I Will Be Heard” arriva col suo fragore chitarristico prima che si compia la distruzione finale, ovviamente con “Destroy Everything”, canzone-commiato che celebra un matrimonio col pubblico romano che non ammirava i propri beniamini da dieci anni. Foto di rito come nella migliore delle feste e appuntamento alla prossima con Jasta che giura “We will not await another ten years to come back to Rome!”. Che il countdown abbia inizio quindi.

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