Report di Riccardo Plata
Foto di Pamela Mastrotaro
Dopo l’incendiario show di spalla ai Trivium un paio di anni fa attendevamo con trepidazione una data milanese da headliner per gli Heaven Shall Burn, storica formazione metalcore tedesca che a queste latitudini non si vede spesso (quella di stasera è la loro quarta esibizione in assoluto nel capoluogo lombardo in quasi un quarto di secolo di carriera). Nonostante in madrepatria, ormai, ogni uscita della formazione di Saalfeld raggiunga i vertici delle classiche, i cinque vivono ancora la musica come un hobby, come confermato nella loro ultima intervista su queste pagine, quindi a differenza di molti colleghi non sono soliti fare centinaia di date all’anno, il che rende la serata di oggi ancora più speciale. Ad impreziosire il tutto, un pacchetto di band di prim’ordine, se pur di estrazione diverse tra loro: il melo-death vintage dei The Halo Effect (loro sì presenzialisti nel Belpaese, a partire da Stanne) non ha bisogno di presentazioni, così come i The Black Dahlia Murder sono un nome storico della scena melo-death-core americana, se pur con una formazione rinnovata; per finire i texani Frozen Soul, con due dischi all’attivo su Century Media ed un ibrido sonoro tra death metal più classico e partiture moderne cariche di groove.
Siamo in pieno orario aperitivo quando i FROZEN SOUL prendono possesso del Live Music Club, facendo tremare le assi del palco sotto i colpi di “Encased in Ice” con una potenza ritmica seconda solo alla stazza del corpulento frontman Chad Green, personaggio che sembra uscito da un videogioco anni Novanta (immaginate un ibrido tra Zangief e Rufus di “Street Fighter”), con tanto di asta del microfono a forma di catenaccio.
Le quattro canzoni estratte dall’ultimo “No Place Of Warmth”, tra cui “Absolute Zero” e la title track, incontrano il gradimento dello sparuto pubblico presente, segno di come la ‘cura Heafy’ (con il mastermind dei Trivium impegnato in veste di produttore) abbia dato i suoi frutti rendendo il sound del quintetto potente ma al tempo stesso più appetibile.
La seconda metà dello show ripesca alcuni estratti dai lavori precedenti (“Glacial Domination” e “Crypt Of Ice”), dando vita ai primi circle pit della serata. Se a livello concettuale possono ricordare una versione sottozero dei Sabaton, visti i temi bellici e la predilizione per la forma solida dell’acqua, dal punto di vista musicale il mix di death, core e groove no sarà particolarmente originale ma è comunque funzionale dal vivo, almeno nel ruolo di primo gruppo di serata.
C’è stato un periodo, nella prima decade del terzo millennio, in cui i THE BLACK DAHLIA MURDER sembravano poter diventare uno dei nomi di punta della New Wave of American Heavy Metal, ponendosi insieme ai Darkest Hour come i portavoce americani più puri del melo-death svedese anni Novanta in un contesto all’epoca dominato dalle contaminazioni moderniste del metalcore. La storia ha poi voluto diversamente, fino al tragico epilogo della scomparsa del cantante nel 2022, a seguito del quale il suo posto dietro al microfono è stato preso dal chitarrista Brian Eschbach; dell’anno scorso è invece l’uscita dello storico chitarrista Brandon Ellis, sostituito in tour da un turnista.
Se il cambio di frontman, già testato a queste latitudini nell’estate del 2024, ha fatto perdere alla formazione di Detroit parecchi punti carisma – al netto del phisique du role impiegatizio, l’immobilismo scenico di Eschbach sul palco tradisce un vissuto non esattamente da showman, così come le sue interazioni tra un brano e l’altro – dal punto di vista musicale nulla si può eccepire alla nuova formazione, compatta come una macchina da guerra tanto sugli estratti dell’ultimo disco (metà scaletta, tra cui spiccano la conclusiva “Utopia Black” e “Cursed Creator”) quanto sui vecchi cavalli di battaglia; ben venga dunque risentire qualche estratto dai primi lavori (“What a Horrible Night to Have a Curse”, “A Vulgar Picture”), virgulti germogliati dalle spore di “Slaughter Of The Soul”.
Il pubblico, nel frattempo fattosi più numeroso, si lascia coinvolgere con passione in questo tuffo nel passato, e pur senza particolari effetti speciali possiamo dire che anche stavolta la Dalia Nera ha portato a casa la pagnotta, mostrando un maggiore rodaggio della nuova formazione rispetto all’ultima data allo Slaughter Club.
In attesa di una data da headliner, dopo gli show di spalla a Machine Head al Fabrique e Meshuggah all’Alcatraz, fa comunque piacere ritrovare i THE HALO EFFECT, stavolta forti di un secondo album da promuovere e di una line-up quasi al completo, per quanto sempre orfana dal vivo di Jesper Stromblad.
Michael Stanne dal vivo si conferma il solito animale da palco, sia a livello di presenza scenica che di prestazione vocale, così come per i nostalgici della vecchia Gothenburg è un piacere rivedere in azione e così affiatata la sezione ritmica formata da Peter Iwers e Daniel Svensson; notevole anche l’apporto del chitarrista Niclas Engelin, tra i più attivi nell’incitare il pubblico, ma qualche dubbio resta sulla qualità delle canzoni proposte.
Intendiamoci, nessuno si aspettava un nuovo “Whoracle” o “The Mind’s I”, ma l’‘effetto halo’ promesso all’atto di formazione lasciava presagire un reboot dei vecchi In Flames e Dark Tranquillity, mentre quello che vediamo sul palco stasera è di fatto un rebranding degli Engel (la vecchia band di Engelin, che resta il principale compositore) con un upgrade di cantante.
Chiarito questo aspetto, i cinque sul palco restano dei signori musicisti e, con due album all’attivo per tre quarti d’ora, c’è modo di variare un po’ la scaletta rispetto alle precedenti date: “This Curse Of Silence” e “March Of The Unheard” vengono accolte bene dal pubblico fin dal primo classico arpeggio, e brani come “The Neeldess End” o “Our Journey To Darkness” rappresentano una bella botta di energia, sulla scia dei lavori d’inizio millennio delle band madri (“Reroute To Remain” e “Damage Done” su tutti).
La faccia sorridente del cantante rossocrinito, e il suo inconfondibile cantato pulito dispensato con moderazione, rappresentano il valore aggiunto di un’esibizione double face: il peso delle aspettative e il pedigree dei musicisti risultano superiori alle melodie facilone sentite stasera (a partire dalla conclusiva “Shadowminds”, pietra angolare del progetto dal 2021), ma alla fine la classe e l’affetto che si prova per questi ragazzi è tale che quasi tutto il locale alla fine dello show si trova stipato sotto le transenne ad applaudire durante le foto di rito.
Arriva finalmente, con qualche minuto di anticipo, l’ora degli headliner: sulle note della strumentale “Ad Arma” gli HEAVEN SHALL BURN salgono sul palco nel buio, presto squarciato da luci e tuoni ritmici sulle note di “War Is The Father Of All”, traccia di apertura dell’ultimo album, che stasera la farà da padrone in scaletta. Ad “Heimat” è infatti affidata anche la chiusura (“A Whisper From Above”), e nel mezzo sono presenti altri due estratti (“Confounder” e “My Revocation of Compliance”) che ben si amalgamano ai vecchi anthem; segno evidente di una band che dopo un quarto di secolo di carriera non ha ancora perso un grammo dello smalto originale, in un perfetto equilibrio tra la potenza del metalcore europeo old-school e il gusto melodico del melo-death svedese.
Ad essere cambiato è sicuramente il loro status nei bill dei festival: dopo aver suonato da headliner all’Impericon e al Summer Breeze davanti a decine di migliaia di persone il Live Club pieno per poco più di metà potrebbe sembrare il salotto di casa ma, fedele allo spirito hardcore delle origini, anche stasera la band di Saalfeld non ha risparmiato una goccia di sudore, e i quattro musicisti in piedi sul palco sembrano anzi divertirsi parecchio, scambiandosi a più riprese linguacce e pacche affettuose tra di loro.
Mattatore della serata è, come da tradizione, il cantante Marcus Bischoff: non particolarmente loquace nelle interazioni con il pubblico – tanto che la dedica di “Confounder” alla resistenza ucraina viene fatta dal chitarrista Alexander Dietz – ma comunque magnetico nel suo headbanging carico di pathos e dotato di un carisma nel linguaggio del corpo, al punto che basta uno sguardo od un gesto per caricare a molla un pubblico decisamente partecipe e fortunatamente poco incline all’uso degli smartphone.
Allo stesso modo, l’allestimento scenografico del palco è minimale – giusto un telone con lo sfondo dell’ultimo album e un po’ di fumo – ma quando si hanno in canna autentici anthem metalcore come “Voice Of The Voiceless”, “Counterweight” e “Endzeit” non servono orpelli da circo o effetti speciali per mandare in delirio il pubblico, non a caso composto da millenials che si sono verosimilmente innamorati del genere anche grazie ad album come “Antigone” o “Deaf To Our Prayers”.
Non poteva ovviamente mancare “Black Tears”, cover degli Edge Of Sanity ormai entrata di diritto nel loro repertorio, mentre l’unica variazione sul tema è rappresentata dalla cassa dritta e dai synth discotecari di “Übermacht”, segno di una mai sopita anima tamarra che di tanto in tanto fa da contraltare alla più nota malinconia delle loro strumentali.
Vista la durata non eccessiva dello show – circa un’ora e dieci – poteva forse esserci spazio in scaletta per un altro brano (ad esempio la cover di “Valhalla”, eseguita in altre date del tour, o il classico “The Weapon They Fear”), ma considerando l’intensità dello show e il ‘tempo di gioco effettivo’ (senza praticamente pause, anche prima degli encore) possiamo dirci più che soddisfatti di questo ritorno da headliner per gli HSB nel Belpaese.
Resta per noi un mistero il motivo per cui l’affluenza ai loro show sia inferiore rispetto a band tutto sommato similari e ben più presenzialiste come Amon Amarth od In Flames, ma speriamo di non dover aspettare un’altra dozzina di anni per rivederli in veste da headliner.
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