28/10/2017 - HELLBRIGADE FESTIVAL 2017 @ Elyon - Rozzano (MI)

Pubblicato il 03/11/2017 da

Introduzione a cura di Simone Vavalà
Report a cura di Lorenzo “Satana” Ottolenghi

La serata si preannuncia di quelle calde e non certo esclusivamente per gli ultimi scampoli di Sole che stanno graziando Milano. Nella cornice dell’Elyon, che alle porte della città offre un calendario di appuntamenti ormai consolidato per gli amanti della musica estrema, per questa occasione va in scena la settima edizione dell’Hellbrigade Festival. Sotto il patrocinio della meritevole Iron Tyrant, questa adunanza è l’appuntamento per tastare efficacemente lo stato di salute del death metal italiano, con ben cinque band nostrane in programma, sebbene sia stata annunciata solo all’ultimo la defezione degli Hadit e, inoltre, perdiamo purtroppo l’esibizione degli opener Ekpyrosis. Ciliegina sulla torta, e probabilmente elemento principale di richiamo per i numerosi presenti, la prima e presumibilmente ultima calata in Italia degli svedesi Merciless, band a dir poco di culto, ma che non ha fatto assolutamente sfigurare le ottime band che si sono esibite prima di loro, come potete leggere nel seguito.

 

INTO DARKNESS
Mezz’ora di set per i deathser milanesi. L’ottimo doom/death del demo d’esordio (ristampato su più formati) e l’EP “Transmigration Of Cosmic Creatures Into The Unknown”, rilasciato in 7” da Doomentia, più votato al death classico, sono ancora il cardine della musica degli Into Darkness, che si muovono su territori vicini ai Bolt Thrower con rallentamenti e mid-tempo decisamente interessanti e tirate sferzanti e violente. L’unico membro in pianta stabile della band, Doomed Warrior, ha l’onere della chitarra solista e della voce, un growl che (anche in sede live) ha potenza ed espressività che nulla hanno da invidiare a colleghi maschi che gli stereotipi vorrebbero essere unici depositari di questo stile; anzi, ci ricorda spesso la potenza graffiante di Brett Hoffmann. La leader della band tiene bene il palco, nonostante il pubblico non sia ancora numerosissimo, e macina un pezzo dopo l’altro, coadiuvata anche da un’ottima seconda ritmica. Qualche problema, invece, nella sezione ritmica: la batteria si perde in un paio di occasioni ed il drumming, in generale, risulta un po’ scolastico; l’assenza del basso, poi, si sente un po’ troppo nelle parti più lente che sono, invece, la peculiarità degli Into Darkness. Nel complesso, comunque, una bella prova: ottimi pezzi e una presenza scenica buona, anche se migliorabile.

GRIND ZERO
Un’altra band milanese calca il palco: i Grind Zero. Due demo all’attivo, inframezzati dall’ottimo full-length “Mass Distraction” e un death metal old-school che, forse, non sarà originalissimo ma che dal vivo risulta una vera e propria mazzata sulle gengive. I cinque membri affollano il piccolo palco dell’Elyon e la partenza è subito tiratissima, con energia e violenza che vengono dispensate senza rimorso sul pubblico ora più numeroso. Marco, alla voce, è un frontman dalle ottime doti: senza troppi fronzoli tiene ottimamente il palco, affiancato dalle chitarre di Udo Usvardi e Mr. D. Proprio le chitarre macinano riff in continuazione e senza sosta, con un sound granitico (per quello che permette un locale non certo perfetto dal punto di vista dell’acustica) e scatenano ancora più potenza con alcuni passaggi e break di chiara ispirazione thrash. Si continua e non c’è un secondo di respiro: i Grind Zero sembrano avere come unica missione l’annientamento degli astanti e portano avanti il loro compito con determinazione e capacità: i pezzi sono tutti validi, senza mai un calo di tensione o una minima incertezza e la sezione ritmica dà corpo al sound del gruppo, con un drumming impressionante e letale. Nel complesso funziona tutto perfettamente: i pezzi ci sono e hanno la giusta dose di crudele violenza, la presenza scenica è ottima e tutto il set scorre via in un attimo. A nostro avviso il miglior support act della serata e, se non la miglior band di questo Hellbrigade Festival, poco ci manca.

PROFANAL
Cosa dire dei livornesi Profanal? Una band strepitosa, un frutto dell’underground italiano che, grazie a tre split e ai due ottimi full-length prodotti dalla Iron Tyrant, non ha certo più bisogno di dimostrare quanto vale. Quando si sente una band del genere, su disco o dal vivo, non si può non chiedersi dove sarebbero ora questi ragazzi se fossero nati in Germania o in un paese scandinavo; probabilmente su qualche grossa etichetta (senza nulla voler togliere a Iron Tyrant che ha ‘scoperto’ band del calibro di Vornth e Fuoco Fatuo). Purtroppo, nonostante realtà serie, professionali e dalla dedizione encomiabile, l’Italia, in ambito metal, paga sempre lo scotto di essere un po’ considerata un paese più votato a sonorità power o symphonic. Divagazioni a parte, i Profanal propongono un gran set, con un Elyon ormai piuttosto pieno, e scaricano odio e violenza oscura sugli astanti. La voce di Rosy è impressionante e non certo perché si tratta di una donna: la potenza non scema minimamente per tutta la durata del concerto (cosa non da poco per un cantante death metal, maschio o femmina che sia), mentre le chitarre di Burchi e Kristian lacerano e squartano senza pietà. La presenza scenica dei Profanal è perfetta, da band navigata (stiamo comunque parlando di un gruppo che è sulla scena da più di dieci anni) e che non ha, praticamente, mai cambiato formazione. L’affiatamento dei cinque membri è evidente. Anche i Profanal non concedono nulla e sfruttano tutto il tempo a loro disposizione concentrando più pezzi possibile. Ecco: se la capacità live della band è di altissimo livello e altrettanto lo è la loro musica, dal vivo c’è forse un certo appiattimento nel sound che tende a rendere i pezzi un po’ troppo simili tra loro, cosa che su disco, invece, non avviene; certo, il locale, come già accennato, non ha una grande acustica e questo non aiuta una band come i Profanal che fa della potenza sonora e del lavoro di chitarre e batteria uno dei suoi punti di forza. Un concerto, comunque, di ottimo livello, che potrebbe tranquillamente chiudere la serata e mandare a casa tutti più che soddisfatti.

MERCILESS
Ma, in fondo, quasi tutti sono qua per le leggende: i Merciless. Il death/thrash della band svedese non ha bisogno di presentazioni e trovarsi, per la prima e ultima volta in Italia, davanti agli autori di quel “The Awakening” entrato per sempre nell’Olimpo del disco di culto quando Euronymous lo diede alle stampe nel 1990 come prima uscita della sua Deathlike Silence, non è cosa da poco. Anti-Mosh 001 è un numero di catalogo che fa venire la pelle d’oca, sopratutto se si pensa che fu seguito dall’esordio di Burzum e dalla ristampa di “Deathcrush” dei Mayhem. Tre dischi diversissimi e tre monumenti del metal estremo, sopratutto nella sua accezione più underground. Ma questa è la Storia: un passato glorioso e, per certi versi, irripetibile. I Merciless, oggi, pagano decisamente il conto all’età, sopratutto quando guardiamo Peter Stjärnvind (parecchio annebbiato e non esattamente nel pieno possesso delle sue facoltà) e Rogga, appesantito e con la voce ormai priva di potenza e mordente. Si parte con “The Treasures Within”, title-track del secondo album dei Merciless, per poi passare alla vera e propria leggenda con “The Awakening” e proseguire con “The Land I Used To Walk”, tratta dal terzo “Unbound”. E sui primi tre dischi si concentrerà la maggior parte del concerto degli svedesi. “Cleansed By Fire” è l’unica concessione all’omonimo disco del 2002, poi ci si immerge nuovamente nel passato con “Realm Of The Dark”. La qualità del repertorio dei Merciless è fuori discussione: la carica oscura e maligna (specialmente delle prime due release) è massacrante e priva di compromessi e ascoltare pezzi come “Pure Hate” fa ben capire il motivo per cui Euronymous scelse i Merciless come prima uscita della sua etichetta: sebbene il genere sia lontanissimo dal black metal che esploderà a due anni dall’uscita del debut dei Merciless, l’approccio musicale e il feeling ricercato sono già ben evidenti. Il pubblico, poi, non è certo distratto e conosce, riff per riff, strofa per strofa, il repertorio della band: la partecipazione è tale che si scatena anche qualche moshpit, ma forse gli astanti (noi compresi) hanno in mente i dischi e ascoltano con l’orecchio della passione quello che avviene sul palco. La batteria di Stipen e il basso di Joseph Toll, che quest’anno accompagna i Merciless dal vivo, sono gli unici due strumenti all’altezza: la chitarra di Peter regge abbastanza, ma Erik, con il continuo sparire del suo suono e lui chino a maneggiare cavi e effetti, e la voce di Rogga sono, perdonateci il termine, quasi dilettanteschi. Ma la musica dei Merciless è fatta di rabbia e sentimento, quindi alcuni evidenti limiti ci interessano poco; crediamo che tutti sapessero di non potersi aspettare la band dei primissimi anni Novanta e nessuno sembra dar troppo peso alle numerose pause che, anzi, vengono colmate dal nome del gruppo scandito più volte. Rogga e Peter sembrano spesso spaesati, ma neanche la sobrietà è mai stata una caratteristica dei Merciless, e quindi si va avanti. Alla fine, dopo dodici pezzi, gli svedesi lasciano brevemente il palco, ma tutti sanno che manca l’ultimo tassello, quella “Souls Of The Dead” che è probabilmente il punto più alto mai toccato dal gruppo. Gruppo che, puntuale, risale quasi subito sul palco e massacra per gli ultimi tre minuti i fan. Che i Merciless non stessero facendo faville in queste date era risaputo e, forse, proprio le aspettative piuttosto basse ci hanno regalato un concerto, nel complesso, più che dignitoso. Ci sono stati parecchi problemi, certo, ma quando si è al cospetto di leggende di questo calibro tutto può passare in secondo piano: i Merciless hanno guadagnato il loro posto tra le leggende dell’underground e lo hanno fatto con un sound e un’attitudine sempre oltranzista e priva di compromessi. “I’m your God, obey me or die”: con questi versi nelle orecchie ricorderemo la tappa italica degli svedesi e tanto ci basta.

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