15/03/2012 - Helmet + Fighting With Wire + Goran D. Sanchez @ Magnolia - Segrate (MI)

Pubblicato il 21/03/2012 da

Introduzione e report a cura di Marco Gallarati
Foto di Emanuela Giurano

Gli Helmet sono un gruppo storico. Pionieri novantiani della fusione tra metal e hardcore, piombarono sulla scena newyorchese, americana e mondiale più di vent’anni fa e ne rovesciarono gli stilemi esattamente vent’anni fa – scusate la voluta ripetizione – con il seminale “Meantime”, fra l’altro insignito della postazione di privilegio dei nostri I Bellissimi proprio poco tempo fa. E proprio grazie a tale anniversario – la pubblicazione di quel disco grandioso – abbiamo finalmente avuto l’occasione di poter ammirare dal vivo la band di Page Hamilton, in una cornice underground ideale, un Circolo Magnolia quasi pieno e ribollente che ha accolto i non più giovani musicisti con giusto entusiasmo e rispetto, senza sforare nell’idolatria fine a se stessa. Assieme agli Helmet, gli altri protagonisti della serata sono stati i support ufficiali Fighting With Wire e i nostri bravissimi Goran D. Sanchez, sorpresa assoluta del concerto. Ma andiamo per ordine…

 


FIGHTING WITH WIRE

Entriamo al Magnolia quando da ormai una decina di minuti i nord-irlandesi Fighting With Wire stanno scartavetrando il palco semi-esterno del locale, posto ancora sotto un tendone viste le temperature fresche ma non troppo primaverili di questa metà marzo. Il gruppo, sconosciuto quasi sicuramente ai più e in generale al pubblico metal, propone un rock energico e alternativo, mischiato al punk, al grunge e a un pelo di verve hardcore, che per forza di associazioni lo fa sembrare un epigono accettabile di Foo Fighters, Nirvana, At The Drive-In e gli Weezer più vivaci e adrenalinici. Il set dura quaranta minuti – forse troppi! – e il pubblico presente pare gradire educatamente, anche se buona parte di esso è impegnato al bancone del bar o nella zona fumatori. Pressoché innocui.

 

GORAN D. SANCHEZ
I Goran D. Sanchez spaccano abbestia! Porca miseriaccia. Astutamente fatti suonare, sul minuscolo palco interno della venue, come sorta di intrattenimento tra Fighting With Wire ed Helmet, i ragazzi nostrani hanno atomizzato i primi e, almeno in parte per chi scrive, allontanato l’attenzione dal gruppo principale. Post-hardcore violentissimo e ultra-marcio, ciò che propone questa formazione, che colpisce per l’attitudine ‘zero fronzoli e manate in faccia’ del suo liveset. Con accelerazioni rockeggianti improvvise che ricordano i Queens Of The Stone Age – l’iniziale “Yanduu” – i Goran si avvolgono su se stessi e si ripercuotono da soli in un nichilismo informe, ben espulso dalle vocals al vetriolo e dai movimenti on stage, nervosi, dinamici e che saprebbero far decollare un cadavere. “Weed Or Weedout You” è stata paurosa. Andate a vederli!

 

HELMET
Dopo l’appagante antipasto al veleno dei Goran D. Sanchez, il grosso dell’audience presente al Magnolia torna a riempire il main stage e, nel giro di cinque minuti, ecco la seminale formazione salire sul palco con naturalezza e semplicità. Page Hamilton pare ovviamente un po’ invecchiato ma comunque in ottima forma fisica, accompagnato dai suoi nuovi pard, Kyle Stevenson alla batteria, Dan Beeman alla seconda chitarra e Dave Case, session al basso. Il pezzo forte del set, come chiaramente esposto anche nel titolo del tour, è la riproposizione per intero del masterpiece assoluto “Meantime”, uscito per Interscope Records nel 1992. Ma prima di ciò, potendo usufruire immediatamente di una calibrazione di suoni piuttosto buona, gli Helmet si riscaldano con una manciata di pezzi più recenti, portando la cospicua folla lentamente all’ebollizione. Attimo di pausa ed ecco il buon Page annunciare che “Meantime” verrà eseguito per intero…ma al contrario! Si parte quindi con “Role Model” e già il pit inizia ad animarsi almeno il doppio di quanto si era mosso fino a quel momento. Le chitarre pestano che è un piacere, nonostante l’impatto esca fuori fin troppo pulito e poco abrasivo; oltretutto, Hamilton non urla più come una volta, preferendo un cantato anch’esso più clean e politically correct. La resa del disco è comunque buona e all’altezza di “Unsung” la tensione è già elevata, per raggiungere il culmine con il classico per antonomasia della band, “In The Meantime”, saltellata praticamente da tutti quanti. C’è spazio ancora per un bis con qualche altro brano, ma possiamo tranquillamente affermare come il concerto si sia acceso e spento all’improvviso con il disco protagonista di questo tour europeo, che ha ripresentato anche qui in Italia una band che ha fatto davvero la Storia. Bello.

 

 

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