03/04/2011 - Helmet + Saint Vitus + Crowbar + Kylesa + Red Fang + Howl + The Atlas Moth – San Francisco (USA) @ Mezzanine - San Francisco (Stati Uniti)

Pubblicato il 14/04/2011 da

A cura di Mattia Alagna

San Francisco ospita la penultima tappa del mostruoso Metal Alliance Tour, forse l’evento metal indoor più spavaldo e sontuoso verificatosi in città dall’inizio dell’anno. La line-up, interessante e di tutto rispetto, ha raccolto nello stesso luogo realtà vecchie e nuove del metallo pesante USA assolutamente di prim’ordine, che per oltre sette ore hanno messo a ferro e fuoco la discoteca Mezzanine di San Francisco (solitamente orientata all’hip hop e R&B!), locale dotato di un’acustica superlativa (perché sono sempre i locali non-metal quelli con l’acustica migliore?!) e di servizi di tutto rispetto, quali videoproiezione in presa diretta, chillout zone in comune con le band, e display-prova della strumentazione delle varie band. Hanno aperto le danze I post-metaller di Chicago The Atlas Moth, e poi via, una fucilata dopo l’altra in compagnia di Howl, Red Fang, Kylesa, Crowbar e Saint Vitus, fino alla chiusura da parte di Page Hamilton e della sua nuova incarnazione degli Helmet. La serata è stata senz’altro all’insegna dei “vecchi”, che sono saliti in cattedra per ribadire che anni di successi non capitano per caso, fatta eccezione per Page Hamilton e socì, rivelatisi un caso del tutto a sé.

THE ATLAS MOTH

La band di Chicago apre le danze alle 19:00 in punto e purtroppo si vede costretta a suonare con sole cinquanta persone presenti, con le luci del locale ancora accese, e con un viavai di roadie ancora intenti ad allestire il palco alle loro spalle. Veramente un benvenuto vergognoso da parte degli organizzatori, che così facendo hanno messo la band in una posizione scomoda e svantaggiata. Il post-metal psichedelico dei nostri, a cavallo tra Minsk, Tool e Godflesh con spiccate tinte black, è altamente introspettivo ed evocativo, e le condizioni in cui la band si è trovata a dover suonare hanno fortemente limitato il loro raggio d’azione, rovinando irreparabilmente il loro set, e probabilmente anche demotivando la band a spingere sull’acceleratore fino in fondo. Band da tenere d’occhio senz’altro, comunque, che considerando i compromettenti intoppi organizzativi si è fatta più che valere.

HOWL

Gli Howl sono l’ennesima band della Georgia che la Relapse sta spingendo, da utilizzare probabilmente come riserva nel caso i Baroness si perdano per strada. E la stoffa da panchinari questi quattro red neck ce l’hanno tutta, riproponendo il solito mix di thrash, hardcore, sludge e southern rock che ha fatto la fortuna di Mastodon e Baroness, senza ovviamente avere né le capacità tecnico-compositve dei primi, né il pathos e la creatività dei secondi. Noiosi e banali.

RED FANG

I Red Fang invece si difendono bene, e il loro hard-rock insudiciato di noise rock e hardcore, riesce a scuotere qualche chiappa nel pubblico e a far scapocciare qualche testa capellona. I nostri sono interessanti soprattutto per il forte richiamo seventies che permea la loro musica, e per la strumentazione super vintage che utilizzano. Il tutto, unito ad una spiccata incombenza punk, riesce a sprigionare un mix sonico energizzato e ad alto voltaggio. Prendete i Black Flag, gli ZZ Top, aggiungete un pizzico di anfetamine ed ecco a voi serviti i Red Fang. Non è fisica quantistica, ma alla fine diverte. Da lacrime la cover di "Brother Blue Steel" degli Obsessed, eseguita in compagnia di un debordante Wino alle voci, salito sul palco per l’occasione.

KYLESA

La band georgiana anche in questa occasione riconferma le serie lacune di cui soffre in sede live, che allarga ulteriormente il baratro qualitativo apertosi per la band fra il tiro notevole sprigionato in studio grazie alla realizazione di album costantemente ben assememblati, e la mosciezza messa in campo sul palco. Le voci di Laura Pleasants e Phillip Cope, anche se non propriamente stonate, sono sempre calanti e lamentose, quasi pavide (o sbronze…). Le due batterie, invece di apportare rinforzi e dinamizzare la performance (sarebbe meglio lasciare tali stranezze a chi le sa gestire veramente, come i Melvins), creano solo confusione e spostano ripetutamente l’asse centrale dei pezzi, sbilanciandoli in continuazione. Il theremin suonato da Cope e le tastiere suonate dal bassista Corey Barhorst aggiungono solo ulteriore confusione al live set di una band composta da musicisti tutto sommato per niente stellari che tentano ottusamente di strafare sul palco cimentandosì in più attività di quante riescano in realtà a gestire. Il palco di un locale e quaranticinque minuti a disposizione sono anni luce dalle comodità e dal tempo, spesso illimitato, a dispizione in uno studio di registrazione, e i Kylesa questo forse non lo hanno ancora capito. Disorganizzati e maldestri.

CROWBAR

Quello che i Kylesa non sanno, i Crowbar, che di esperienza ne hanno da vendere, invece lo sanno alla perfezione, e senza tanti gingilli e giri di parole vanno diritti al sodo con un set roccioso e compatto eseguito con precisione chirurgica e con un pathos da veri professionisti, che si è incentrato sopratutto sull’esecuzione di pezzi provenienti dall’ultimo “Sever The Wicked Hand”. La line up dei Crowbar versione 2011 è probabilmente la più compatta e devastante che abbiano mai avuto. Patrick Bruders dei Goatwhore al basso, e Tommy Buckley dei Soilent Green alla batteria hanno dato un tiro micidiale ai pezzi permettendo a Kirk Windstein e al secondo chitarritsa Matthew Brunson di cimentarsi in totale libertà nel loro muro di chitarre fatto di riffoni sludge-blues quadrati e brucianti, e di assoli southern caldi e avvolgenti. Windstein non è certo un’ugola d’oro al microfono, ma i suoi anthem rasposi e catramosi in realtà sembrano aggiungere solamente ulteriore pathos ad una musica che in fonodo proviene dalle fosse e dalle pozze delle paludi e dell’anima di New Orleans. Ottima performance e reputazione assolutamente preservata.

SAINT VITUS

Dedicando il loro intero set al recentemente scomparso batterista Armando Acosta, Dave Chandler, Mark Adams, Wino e il nuovo batterista Henry Vasquez si sono impossessati del palco alle undici in punto, e nei sessanta minuti successivi da soli hanno più che ripagato il prezzo del biglietto per l’intero festival. Questi quattro vecchi biker non hanno fatto sconti a nessuno, hanno alzato il volume a palla contro le rigide disposizioni del locale e piazzato una cassa di Jack Daniels a bordo palco da condividere con il pubblico. Wino sembra uno sciamano indiano maledetto. I lunghi capelli grigi sembrano lievitare nell’aria satura di watt e feedback, e i suoi lamenti esoterici si sono sparsi in ogni angolo del locale indicando una condizione vocale in assoluto stato di grazia. Dave Chandler è un pioniere del doom, un vecchio bucaniere del feedback. I suoi riff acidi e spaziali sprigionano una potenza straniante che non trova eguali. Mark Adams brandisce il basso come ormai non lo fa più nessuno. Le sue ossute dita hanno danzato sulle corde con la sicurezza e l’inventiva di chi è parte della partita da quarant’anni e che ha vissuto i seventies con tutto il loro carico di sperimentazione e autodistruttiva libertà, direttamente sulla propria pelle. Con i Black Sabbath morti e sepolti, rimane da vedere cosa combineranno i Pentagram nel loro tour imminente (in formazione oltretutto molto riarrangiata), ma dopo la suddetta performance dei Vitus, lo scettro della più leggendaria doom metal band ancora in attività, è tornato di diritto in mano a Wino e Soci. A conti fatti, i veri headliner avrebbero dovuto essere loro.

HELMET

La “Page Hamilton Band”, che ancora si ostina a chiamarsi Helmet, ha chiuso l’evento rendendosi protagonista di una performance dalle profondissime contraddizioni. Il tour in questione ha visto Hamilton e “soci” cimentarsi nella performance di “Meantime” nella sua interezza, da cima a fondo, scelta che ha senz’altro rafforzato il set e arginato un tantino la diffidenza incombente che serpeggiava tra i presenti. Il colpo d’occhio quando la band si è imposessata del del palco è stato da infarto: Page Hamilton, ultraquarantenne, si è presentato di fronte al pubblico con tre anonimi e sconosciuti ragazzini, appena ventenni, vestiti da damerini emo-hip hop con cappellini e Vans e con le tasche probabilmente cariche di biglliettoni. Lui piazzato a bordo palco e loro confinati in fondo al palco nell’ombra totale, segno di un’inequivocabile e bruciante consapevolezza. Senza aver ancora suonato una nota, la band, già solo visivamente, è sembrata subito pericolosamente imbarazzante. Il resto si è consumato a metà strada tra rabbia e silenziosa dissidenza del pubblico verso questa ostinata procrastinazione del nome Helmet (dopo due canzoni, sotto al palco erano rimaste solo una cinquantina di persone, mentre la zona fumatori e l’esterno del locale erano gremiti di gente), e commuovente ipnosi indotta, nei pochi fedellissimi rimasti, dai riff leggendari di “In The Meantime”, “Unsung”, “Ironhead”, “FBLA II” e così via. La maggior parte della poca gente rimasta, compreso il sottoscirtto, ha lanciato uno sguardo a Page e alla sua scintillante ESP rosa in segno di forzato rispetto, e poi ha chiuso gli occhi in disapprovazione totale per non dover assistere allo scempio che veniva fatto a canzoni che ormai sono senza tempo e inarrivabili per chiunque. Hamilton ha urlato e scapocciato per tutto il set, ha avvolto le sue vecchie dita intorno al collo della sua chitarra e dimostrato ancora una volta al mondo che chitarrista di razza sia e di quali mezzi illimitati riesce a disporre quando piegato sulla sua sei corde. Lui, e solo lui è stato da commovente inchino. Il resto è stata desolazione totale, un’incomprensibile insistenza nell’utilizzare un nome che è ormai svuotato di ogni significato. Il tentativo ottuso e compulsivo di rianimare un animale che senza la sezione ritmica di Henry Bogdan e John Stanier è morto e sepolto. Sentire il finale a valanga di “Milquetoast” suonato da dei ragazzini di vent’anni senza la benché minima idea di quale potenza si trovavano a dover ammaestrare, è stato come vedere un leone in gabbia, una bestia dimezzata, uno stupro a trecentosessanta gradi. Fino al 1997, un concerto degli Helmet avrebbe registrato il tutto esaurito anche in una piccola arena e una bolgia infernale sotto al palco. Qui erano presenti, a scapocciare timidamente, solo una cinquantina di ultra-trentenni che ancora non sono venuti a patti con la tristissima evidenza del presente. Uno “spettacolo” desolante. Basta Page, metti gli Helmet a dormire, una volta e per tutte.

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