Il caso ha voluto che, incuriositi dalla varietà di stili musicali proposti e attirati da alcuni nomi del cartellone, quest’anno capitassimo in quel della Norvegia per assistere a questo festival, meta alternativa rispetto ad altri nomi più noti e usuali nel panorama dei festival estivi europei. Hove è un festival giovanissimo, giunto quest’anno solamente alla seconda edizione, organizzato sull’isola di Tromøy, la più grande nei pressi di Arendal, una cittadina situata a sud della Norvegia. Proprio la location costituisce uno dei maggiori punti di forza del festival, immerso nella natura dei boschi norvegesi e circondato dal mare, in una cornice davvero idilliaca. L’organizzazione poi si è dimostrata capace di raggiungere una perfezione tipicamente nordeuropea impensabile in un paese arretrato in questo campo come l’Italia. Innanzitutto un ampissimo campeggio degno di tale nome e dotato di buone strutture tra cui un numero sufficiente di docce e bagni, chimici e non, consuetudine in diversi festival dell’Europa settentrionale e invece raramente (mai?) visto nei festival delle nostre parti. L’area campeggio di Hove si è spinta in questo ambito laddove nessun festival di nostra conoscenza era mai arrivato, offrendo addirittura un servizio lavanderia all’interno del campeggio. La presenza di un supermercato “da campo”, assicurava ai campeggiatori beni di prima necessità, nonostante sia all’interno che all’esterno dell’area concerti fosse possibile acquistare cibo e bevande in numerosi stand di vario tipo. Le bancarelle disseminate per il festival infatti offrivano una varietà di scelta di cibi ampia che spaziava da pizza e hamburger a cibo messicano e menù vegetariani. Anche esigenze come caricare il proprio telefono cellulare o accedere a internet potevano essere soddisfatte agli appositi stand. Lo staff del festival, in particolar modo personale dell’ufficio accrediti, si è rivelato comprensivo e pronto a venire incontro a qualsiasi necessità. Tipicamente scandinava, e non sempre comprensibile a noi italiani, è la severità con cui viene trattata la materia alcool, che per esempio non poteva essere portato fuori dall’area concerti se acquistato al suo interno e viceversa, e che veniva servito se in possesso di un apposito braccialetto che attestata la compiuta maggiore età e che veniva fornito insieme al braccialetto che dava l’accesso all’area concerti all’ingresso del festival. E pensare che proprio un semplice braccialetto per entrare e uscire comodamente dall’area concerti, come in tutti i festival degni di tale nome, purtroppo nel nostro paese spesso è ancora pura fantascienza. Il cuore del festival, ossia l’area concerti, si presentava come un’ampissima area articolata in diverse zone circondata dai boschi e fornita di stand di ogni tipo, alcuni dei veri e propri negozi, da quelli dedicati all’abbigliamento a quelli di dischi, oltre ai già citati stand del cibo. Numerosi bar erano allestiti in tutta l’area del festival e alcuni anche nei boschi che lo circondavano, e nei quali al termine delle esibizioni sui palchi, la festa proseguiva con DJ set vari. Addirittura il Garage, noto locale live di Oslo, aveva un suo spazio all’interno del festival con una propria area bar. I concerti del festival erano ospitati su tre palchi, uno principale chiamato “Hovedscenen”, uno secondario denominato “AMFI” di dimensioni leggermente più piccole e posizionato in una sorta di anfiteatro naturale, ed un terzo, minore, ospitato all’interno di un ampio tendone e chiamato “Teltet”. Le band che si sono alternate su questi palchi per i cinque giorni del festival coprono una gamma vastissima che va dall’indie rock all’heavy metal passando addirittura per il pop di Duffy e l’hip hop di Jay Z e che include, oltre a quelli recensiti, nomi come: The Kooks, Panic At The Disco, We, Black Tide, Avenged Sevenfold, Baroness, Band Of Horses, Beck, Bullet For My Valentine, Killswitch Engage, Cavalera Conspiracy e The Used. Ancora una volta, facciamo fatica ad immaginare in Italia un festival così vario dove si succedono artisti così diversi, e che accomuna il festival a kermesse nord europee dalla selezione altrettanto vasta come il danese Roskilde, lo svedese Hultsfred e, in un certo senso, anche festival inglesi come Reading/Leeds e Download. Personalmente, abituato a festival più “tematici”, innanzitutto quelli di heavy metal, la varietà di Hove ha costituito un’ulteriore spunto d’interesse. Parallelamente alle esibizioni, il festival prevedeva anche numerose iniziative culturali, tutte disertate dal sottoscritto, ma che comprendevano installazioni all’aperto di arte moderna, incontri di teatro e di letteratura tra cui letture di poesie e spoken word su un palco apposito e rassegne di cinematografia indipendente e non. Hove è anche un festival dalla forte filosofia ecologista, sulla quale gli organizzatori sembrano insistere molto. Sia il campeggio che l’area concerti erano infatti disseminati di diversi bidoni della spazzatura per la raccolta differenziata di vetro, carta e lattine. In defintiva, l’Hovefestival si è rivelato davvero completo e vario, lontano anni luce da situazioni in cui il festival non è nulla di più che una sequenza di esibizioni su un unico palco, sembra anzi concepito per dare allo spettatore un’esperienza in grado di offrire quanto più possibile. La qualità, doveroso dirlo, ha il suo prezzo e il biglietto-pass per tutti e cinque le giornate del festival quest’anno si aggirava attorno ai 230€. Ma se quanto avete letto in questo report vi intriga e non vi lasciate intimorire dalla forte valuta norvegese (o, più semplicemente, se potete permettervelo) fate un pensiero su Hove, ne vale davvero la pena.COHEED AND CAMBRIA
FLOGGING MOLLY
BAD RELIGION
BEHEMOTH
PRIMORDIAL
DIMMU BORGIR
Considerando che i black metaller Dimmu Borgir sono tra i best seller assoluti di sempre nel loro genere e che siamo nella loro madre patria, stupisce un po’ vedere che la band si esibisce sul palco “AMFI”, leggermente più piccolo rispetto a quello principale. Il pubblico accorre comunque numerosissimo nonostante l’esibizione del gruppo di Shagrath, l’ultima di rilievo in programma, inizia a notte ormai inoltrata. Sarà “l’effetto cinema” del fatto che decidiamo di assistere seduti allo show, per via dell’ora e della stanchezza di tutta la giornata, ma quando il concerto comincia sembra quasi di assistere alla proiezione di una pellicola in stile “Mortal Kombat” in dolby sorround: tuoni, fulmini e vari effetti pirotecnici, intro orchestrali, schermi con proiezioni varie, tutti gli elementi del gruppo dotati come da copione di face painting e vistosi abiti di scena con tanto di una mega armatura del buon Shagrath, che ha ben oltrepassato il livello di malvagità per sconfinare abbondantemente nella pacchianeria. Nulla da eccepire sulla validità dei musicisti coinvolti e sulla qualità della proposta musicale del gruppo, ma dopo aver assistito ad un’esibizione dei Dimmu Borgir appare evidente il motivo del successo della band: black metal per le masse. In pratica tutta l’aurea di malvagità e trasgressione di questo genere underground sdoganata ad un ampio pubblico (presumibilmente giovane) in cerca di sensazioni forti. Se consideriamo il loro concerto dal punto di vista dell’intrattenimento più puro, i Dimmu Borgir sono indiscutibilmente grandissimi professionisti e il loro è uno spettacolo nel senso più ampio del termine. La band poi stasera gioca in casa e il successo del loro “norsk black metal”, per usare le parole testuali della band, è assicurato e il pubblico sembra gradire.
JOB FOR A COWBOY
I Job For A Cowboy hanno decisamente un nome strano, in particolare modo in relazione alla loro proposta musicale. Incuriosito dal vederli in azione, mi dirigo verso il palco dove la band ha già iniziato a suonare. La musica proposta dal quintetto è un efferratissimo death metal, tanto brutale quanto tecnico e articolato. La band dell’Arizona ha un solo disco all’attivo, “Genesis”, pubblicato lo scorso anno e i cui brani costituiscono la maggior parte dei scaletta, preceduto dal un EP di due anni fa intitolato “Doom” e caratterizzato da una componente più vicina al metalcore assente nella nuova direzione musicale della band. I cinque membri del gruppo appaiono piuttosto giovani ma la loro caparbietà e convinzione traspare appieno dalla loro esibizione. Dotati di una precisione impeccabile, lo show si rivela più che convincente per gli standard del genere. In un contesto così ampio come quello di questo festival però, la musica del gruppo si rivela tanto capace di entusiasmare gli appassionati del genere, quanto con tutta probabilità un po’ noiosa per chi non è per nulla avvezzo a questo tipo di sonorità.
THE HELLACOPTERS
CONVERGE
La prima band che abbiamo il piacere di ammirare oggi sono gli spietatissimi Coverge. Il gruppo di Jacob Bannon e Kurt Ballou dal vivo ha un impatto terrificante, la loro psicotica commistione di metal e hardcore crea un muro sonoro dall’impatto notevole. Jacob Bannon, col cranio rasato e il corpo magro ricoperto quasi per intero di tatuaggi, è autore di uno screaming impressionante, oltre a colpire per la propria presenza scenica, dimenandosi e aggirandosi per il palco con un fare inquietante. Il resto della band non è da meno lo accompagna con esecuzioni violentissime dei loro brani e il risultato è un assalto sonoro senza pari. “No Heroes”, ormai vecchio di un paio d’anni, è l’album più recente della band e difatti la copertina troneggia gigantesca sullo sfondo del palco principale. Ci sono anche estratti dal precedente “You Fail Me” e ovviamente dall’ormai classico “Jane Doe” del 2001. Una band come i Converge, che per via delle propria attitudine e radici hardcore sembrerebbe dare il meglio di sé nel contesto di situazioni più raccolte, si rivela un’autentica macchina da guerra anche nella sede di un festival.
CHROME HOOF
I Chrome Hoof sono la band di Leo Smee, conosciuto ai più come bassista dei doomster britannici Cathedral, e suo fratello Milo; il primo appassionato di sonorità hard rock, il secondo di musica elettronica. La proposta musicale della band sembra voler quasi unire queste due realtà, dando origine ad una bizzarra commistione progressiva e futuristica, dove si ritrovano elementi di metal, elettronica e disco music. Anche l’immagine del gruppo non è da meno in quando a stravaganza e avvicinandosi al palco si posso scorgere ben nove elementi, tutti incappucciati con dei mantelli d’argento. L’organico della band è quindi piuttosto numeroso e oltre a chitarra, basso e batteria ci sono anche tastiere, un violino, una tromba, un sassofono e addirittura un violoncello. Completa la formazione la cantante Lola Olafisoye, un’amazzone nera, impegnata anche in movenze davvero teatrali. Sia per l’immagine “spaziale”, sia per via della forma di band “aperta” con membri del gruppo che vanno e vengono liberamente, i Chrome Hoof riportano alla mente le band-comune degli anni ’70 come Hawkwind e Amon Duul. E anche se la proposta musicale è indubbiamente lontana da queste formazioni, ne condividono certamente l’approccio progressivo e totalmente privo di ogni vincolo alla sperimentazione. Sfortunatamente, l’esibizione della band inglese è rovinata dal cattivo tempo, e la pioggia, oltre ad aver decimato il pubblico, impedisce di gustarci la loro performance. I Chrome Hoof si rivelano comunque interessanti anche nel contesto di un festival, ma probabilmente, vista la sua particolarità, la loro proposta musicale non è per tutti.
SATYRICON
In programma sarebbero previsti gli Opeth, che però vengono cancellati all’ultimo minuto a causa della varicella contratta da Mikeal Akerfeldt che costringerà la band a non esibirsi per qualche giorno, rinunciando così ad alcune apparizioni programmate per festival come Hultsfred e oggi stesso. Vengono chiamati a sostituirli sul palco principale i black metaller norvegesi Satyricon, che come i Dimmu Borgir, giocano anche loro in casa. A differenza di quest’ultimi però non godono del favore delle tenebre, essendo la loro esibizione di pomeriggio. Il black metal funereo e maestoso del gruppo si rivela sufficientemente maligno e sortisce comunque il suo effetto. L’attenzione è tutta ovviamente per i leader Frost, batterista del gruppo, e Satyr, cantate e frontman della band, che oggi sfoggia un’inedita combinazione tra face painting e un taglio corto leccato all’indietro. La band è completata da session man a me sconosciuti, ma che comprendono due chitarristi, un bassista ed una tastierista. Per il concerto i norvegesi scelgono una scaletta ricca di estratti dall’ultimo album pubblicato dalla band, ovvero quel “Now, Diabolical” di due anni fa e tra questi ricordiamo: “K.I.N.G.”, “The Pentagram Burns” la title track, mentre dalla produzione passata segnaliamo “Forhekset” dal mini “Megiddo” del 1996, “Havoc Volture” dall’album della svolta “Rebel Extravaganza” e il black’n’roll di “Fuel For Hatred” da “Volcano”. C’è spazio anche per un’anticipazione del nuovo album in uscita a novembre con “My Skin Is Cold”, già presente sull’EP omonimo. Ai Satyricon, uno dei nomi più importanti di sempre della scena black metal norvegese, va dato atto di aver costantemente cercato di rinnovarsi e da “Rebel Extravaganza” in poi, tentando un’innovazione del genere allargandone i confini. La lunga “Mother North” dal classico “Nemesis Divina”, autentico inno del gruppo, chiude come da copione il concerto.
BLACK MOUNTAIN
Arriva l’ora dei canadesi Black Mountain, in programma sul palco Teltet. E’ ormai di nuovo buio e l’atmosfera più raccolta ben si addice al rock psichedelico del quintetto di Vancouver. Con la pubblicazione dei “In The Future”, la band ha riscosso pareri molto positivi in tutto il mondo, Italia inclusa, dove si parla del disco come di una delle uscite più valide di questo 2008. La proposta musicale del gruppo è un rock dallo spiccato gusto retrò, con ampio spazio a divagazioni psichedeliche, in un insieme dove convivono riff Sabbathiani e atmosfere soffuse, nelle quali gioca un ruolo di primo piano la voce della cantante Amber Webber. Proprio quest’ultima è al centro del palco, affiancata dal leader Stephen McBean, che nella band ricopre il ruolo di chitarrista e cantante maschile. Il modo di tendere il palco dei canadesi sembra adattarsi alle atmosfere delicate della loro musica: il gruppo appare prevalentemente concentrato sui propri strumenti, quasi a dare l’idea di “artigiani della musica” e interagisce poco o nulla col pubblico. Amber, quando non impegnata a cantare, rimane ferma sul palco come ipnotizzata dalla loro stessa musica, limitandosi ad accompagnare gli altri con un tamburello. Il repertorio è incentrato prevalentemente sull’ultima fatica del gruppo, ma non mancano episodi anche dall’omonimo esordio del 2005. I Black Mountain dal vivo non deludono affatto, anzi danno luogo ad uno spettacolo convincente e si rivelano in grado di riproporre in sede live quanto di buono proposto su disco.
IN FLAMES
A causa dell’esibizione dei Black Mountain, per larga misura sovrapposta a quella degli In Flames, ci perdiamo buona parte del concerto di quest’ultimi, rassicurati dal fatto che avremo modo di recuperare la loro esibizione a casa nostra in occasione dell’Evolution. Come noto, il fato purtroppo vorrà che una grandinata danneggerà il palco, impendendo al gruppo di esibirsi. Gli In Flames negli ultimi anni hanno visto un aumento di popolarità notevole, che li ha visti passare da entità underground in crescita fino allo status odierno di star internazionali del metal. A partire da “Reroute To Remain” del 2002 in poi, la band infatti si è aperta a soluzioni sempre più commerciabili e alla conquista del pubblico americano. Lo status di megastar è ancor maggiormente consolidato nella natia Svezia e in Scandinavia, e difatti avvicinandoci al palco principale appare subito evidente la produzione in grande stile, con un impianto scenico spettacolare ed imponente, in particolar modo per quanto riguarda le luci e gli effetti pirotecnici. La band, autentica padrona della serata, tiene il proprio pubblico in pugno, che accompagna il gruppo cantando i ritornelli e ha tutta l’aria di essere coinvolta alla grande dal concerto degli svedesi. Arrivati al brano conclusivo dell’ultima esibizione di rilievo della notte, la band è anche l’ultima ad esibirsi sul palco principale, essendo di fatto gli headliner della serata. Il finale dello show degli In Flames chiude il festival ed è accompagnata da fuochi d’artificio coi quali questo Hovefestival 2008 giunge alla sua conclusione.
