Report di Enrico Ivaldi
Fotografie dalla pagina Facebook del festival
Quella di quest’anno è la prima edizione dell’Inferno Festival senza la completa supervisione di Jan-Martin Jensen, figura storica scomparsa nel febbraio dello scorso anno, ideatore e da sempre coordinatore di quello che, nel tempo, è diventato uno degli eventi di metal estremo più importanti d’Europa e non solo.
Qualora ci fossero state anche solo remote preoccupazioni riguardo al futuro del festival, ogni dubbio è stato spazzato via dopo questi quattro giorni di concerti che, come sempre, hanno richiamato pubblico da tutto il mondo.
Con una delle line-up più interessanti degli ultimi anni, l’Inferno Festival 2026 è riuscito nell’intento di organizzare una manifestazione ricca di eventi, musicali e non, con un calendario mai opprimente (come invece accade in altri grandi festival europei), lasciando il giusto spazio sia a chi vuole assistere al maggior numero possibile di concerti, sia a chi è venuto esclusivamente per vedere le proprie band preferite.
La logistica e la divisione dei palchi si confermano impeccabili: il palco principale del Rockefeller fa la parte del leone insieme a quello più raccolto del John Dee, raggiungibile direttamente tramite una scala a lato dell’area merch.
Non mancano i concerti del primo pomeriggio nei vicini Vaterland, Kniven — storico bar metal di Oslo, dove è spesso possibile incontrare musicisti della scena norvegese — e Brewgata, affiancati da quelli serali, che vedono l’introduzione del Crowbar come nuova venue, in sostituzione del Goldie, che ha purtroppo chiuso i battenti poche settimane prima di Pasqua.
Fitta anche l’agenda degli eventi extra-musicali, tra conferenze e dibattiti: tra questi vale la pena citare l’incontro con Shane Embury dei Napalm Death; una stimolante discussione sui costi e le difficoltà del suonare nel continente americano (anche alla luce degli sviluppi più recenti), con ospiti come John McEntee degli Incantation e Jeremy Walker, organizzatore del festival statunitense Fire in the Mountains; l’appuntamento con Jaime Gomez degli Orgone Studios, produttore di band come Paradise Lost, Ghost, Oranssi Pazuzu e Primordial; e l’intervento sul marketing virale curato da Rune Krieghr Røstad degli Slagmaur, protagonisti di una peculiare campagna promozionale per il loro ultimo disco.
Non mancano le clinic di batteria con Charlie Koryne (Incantation e Morbid Angel) e di chitarra con Teloch e Ghul dei Mayhem, così come la ormai classica Inferno Tattoo Fair, che riunisce alcuni tra i migliori tatuatori dell’ambito estremo.
Al netto di qualche defezione dell’ultimo minuto, come gli svizzeri Vígljós — costretti a dare forfait per via dei costi troppo elevati, pur confermando il tour nei paesi africani tra maggio e giugno — il resto del programma non ha subito ritardi o problemi di sorta.
E, a parte i consueti prezzi elevati di bevande e alcolici (circa 150 corone per una birra, pari a 13 euro), sorprende in positivo il costo del merch: se è vero che il prezzo dei CD risulta piuttosto alto, in linea con quello dei negozi di dischi cittadini (intorno alle 250 corone, circa 22 euro), quello delle magliette non ha mai superato le 400 corone (circa 35 euro); cifre tutt’altro che economiche, ma comunque ragionevoli se rapportate al costo della vita in Norvegia e al cambio favorevole per i paesi dell’eurozona.
Ora è il momento di entrare nel vivo del racconto di questi quattro giorni di metal, accompagnati da un meteo tutt’altro che clemente, tra pioggia e una nevicata improvvisa.
GIOVEDÌ 2 APRILE
Per questioni logistiche non abbiamo potuto assistere alla serata tributo ai Darkthrone della sera precedente, con ospiti quali Dolk dei Kampfar e altri musicisti provenienti da band come Troll, Den Saakaldte, Tilintetgjort e Dold Vorde Ens Navn. Le voci raccolte parlano però di un evento particolarmente intenso, con un sold-out quasi immediato.
Il nostro Inferno Festival inizia quindi nel primo pomeriggio, quando riusciamo ad assistere a due concerti nei locali affiliati dedicati agli eventi minori. I FEVERSEA sono una nuova realtà norvegese molto interessante, capace di mescolare post-metal, atmosfere doom e spigolosità ai limiti del black metal atmosferico. Dal vivo, pur necessitando ancora di un po’ di rodaggio, risultano intensi e ben preparati, con una menzione speciale per la bravissima cantante Ada Lønne Emberland, a suo agio sia nelle parti più sognanti e melodiche sia in quelle in cui sfoggia una voce sporca e davvero infernale.
Chi invece non ha certo bisogno di rodaggio sono i nostri HOMSELVAREG, che sul piccolo palco di un Brewgata già gremito propongono uno show minimale, violento e senza fronzoli. Black metal di scuola classica, ma con punte di intensità tipiche del suono moderno e atmosferico, e un cantato in italiano che richiama subito alla mente gli Spite Extreme Wing. Diretti, precisi e sufficientemente ferali, la band di Como rappresenta, insieme agli Hierophant, il nostro paese in questa edizione, e lo fa nel migliore dei modi.
Sono quasi le quattro e mezza e arriviamo giusto in tempo — senza nemmeno fare coda per ritirare il pass — per un gruppo che torna finalmente sul palco dell’Inferno dopo due anni di cancellazioni: gli ucraini 1914 hanno finalmente l’opportunità di esibirsi, dopo un paio di edizioni saltate all’ultimo minuto per cause di forza maggiore facilmente intuibili. L’attesa è altissima, come dimostra un Rockefeller già completamente pieno e una scenografia a tema bellico.
I quattro di Lviv si presentano più agguerriti che mai, vestiti con divise della Prima guerra mondiale — concept centrale della loro produzione — e con una carica di violenza impressionante.
Il loro black/death metal moderno, simile a quello dei Kanonenfieber ma meno teatrale e più diretto, dà vita a uno show intenso e partecipato, arricchito da interventi del frontman sul conflitto russo-ucraino.
Gran parte della scaletta attinge dal recente “Viribus Unitis”, come dimostrano le intro in italiano di brani quali “1916 (The Südtirol Offense)” e “1917 (The Isonzo Front)”. L’ora scarsa a disposizione vola tra l’entusiasmo del pubblico: un’attesa lunga, ma pienamente ripagata.

1914
In attesa dell’apertura del merch, ci spostiamo al piano inferiore per gli islandesi FORSMÁN, autori di un interessante EP di debutto nel 2021 e poi rimasti in silenzio fino a oggi. Il concerto di Oslo rappresenta la loro prima vera apertura verso l’estero, anche in vista dell’uscita di un nuovo singolo che anticipa il prossimo album.
Il loro black metal si muove su coordinate tipicamente islandesi: viscerale, intenso e sufficientemente grezzo, ma con una componente moderna e dissonante. Ne risultano tre quarti d’ora asfissianti e claustrofobici, perfetti per un John Dee strapieno e quasi completamente buio. Non siamo forse ai livelli di Misþyrming o Svartidauði, ma è difficile sbagliare quando si parla di scena islandese.
Riusciamo poi ad assistere a una parte del set degli SVARTTJERN, già visti al Midgardsblot: le impressioni restano le stesse – un black metal che funziona nelle parti più tirate, ma perde mordente in quelle più rock’n’roll alla Carpathian Forest, un po’ ripetitive e talvolta datate.
Decisamente meglio i MYR, band di Oslo che, pur senza rivoluzionare il genere, propone uno show solido, teatrale quanto basta e ben eseguito. Il loro black metal, mai eccessivamente estremo e influenzato dagli ultimi Rotting Christ, funziona bene dal vivo e coinvolge il pubblico, che dimostra di apprezzare i brani del debutto “Helvegen”. Un risultato tutt’altro che scontato per una band autoprodotta e ancora poco conosciuta fuori dai confini norvegesi.
Sono le sette e mezza quando le note di “Golgotha” devastano le pareti del Rockefeller, seguite da “Devoured Death”. Dopo pochi minuti, è lo stesso John McEntee a confermare ciò che ormai appare evidente: per questa sera, e solo per questa sera, gli INCANTATION eseguiranno integralmente il capolavoro “Onward to Golgotha”.
La resa sonora è impeccabile, fedele al suono sulfureo e cavernoso del disco: caotico ma sufficientemente definito da permettere di cogliere ogni dettaglio. Bastano quarantacinque minuti e brani come “Unholy Massacre”, “Entrantment of Evil” e “Deliverance of Horrific Prophecies” per sancire uno dei concerti più memorabili di questo 2026.

Incantation
HULDER ci riporta in territori più oscuri con un black metal fortemente influenzato dalla prima scuola scandinava di Emperor e Satyricon. In poco meno di un’ora veniamo immersi in sonorità anni Novanta, arricchite da elementi folk medievaleggianti. Il progetto di Marliese Beeuwsaert non punta tanto all’originalità quanto a un omaggio personale e ben riuscito a un certo modo di intendere il black metal, come dimostra anche la nutrita presenza di pubblico al John Dee.
Con una scaletta equamente divisa tra i due album e una formazione tecnicamente solida, impreziosita dalla presenza magnetica della stessa Marliese, il risultato è più che soddisfacente.
Pochi minuti dopo è il momento di uno dei gruppi più influenti nell’evoluzione del black metal degli anni ’90: i TORMENTOR, di ritorno in Norvegia dopo l’Hellbotn Festival 2024 e il Midgardsblot 2019.
Gli ungheresi, in formazione originale con Attila Csihar, concentrano il set sulle uscite più propriamente black metal, ovvero il demo “Seventh Day of Doom” e il debutto “Anno Domini”, lasciando al più sperimentale “Recipe Ferrum” solo la title track e “Iron County”.
Un’ora di metal vecchia scuola, sospesa tra il thrash più serrato e suggestioni black primordiali, con brani come “Elisabeth Bathory” e “In Gate of Hell”. La componente teatrale è centrale: Attila domina il palco con una presenza scenica naturale, tra oggetti di scena e un uso della voce poco ortodosso. Non sorprende che pezzi come “Beyond” o “Tormentor II” abbiano contribuito a definire un linguaggio musicale da cui sono nati Mayhem, Darkthrone e l’intera scena norvegese. Ancora oggi, nel 2026, mantengono intatto il loro impatto.

Tormentor
Decisamente meno convincente la proposta dei CARNIVORE A.D., progetto legato al nome dei Carnivore dell’ex Type O Negative Peter Steele. L’assenza totale di membri originali pesa, così come il confronto con una figura carismatica come Steele. Nonostante una resa discreta di brani come “Carnivore”, “Male Supremacy” e “Jesus Hitler”, l’impressione è quella di una cover band superflua. Dopo poco più di mezz’ora decidiamo di spostarci per il primo headliner.
La presenza dei CULT OF LUNA rappresenta un unicum tra le band di chiusura del festival, lontani dalle sonorità estreme più canoniche, tuttavia, ignorare il peso della loro carriera — quasi trent’anni — e della loro influenza sul post-metal sarebbe miope.
Per oltre due ore i sei svedesi — con due batterie sul palco, come da tradizione — conducono il pubblico attraverso gran parte della loro discografia. Il suono è potente ma atmosferico, perfettamente bilanciato, qualità essenziale per sostenere le lunghe strutture dei brani.
Dai synth inquietanti di “Cold Burn” fino a “Ghost Trail”, passando per “I: The Weapon” e “Adrift”, il concerto si sviluppa in un crescendo emotivo continuo. I due batteristi si dividono tra parti percussive e più classiche senza mai risultare invasivi, come evidente in “In Awe Of”.
La chiusura è affidata a “The Silent Man” e “Blood Upon Stone”, con l’assenza — curiosa ma non penalizzante — di brani da “Somewhere Along the Highway”. Il risultato è un live praticamente perfetto, che conferma la solidità e la maturità di una band capace di dominare il palco con naturalezza.
Sono quasi le due di notte ed è ora di tornare per riprendere le forze per i tre giorni rimanenti che si prospettano parecchio intensi.

Cult Of Luna
VENERDI 3 APRILE
Un timido sole accompagna questo venerdì, durante il quale riusciamo ad assistere agli ultimi minuti del concerto sul palco del Vaterland degli islandesi GADDAVÍR, gruppo che propone un hardcore diretto, senza fronzoli e di buon impatto, figlio degli anni Ottanta e influenzato dai paesaggi decadenti e industriali di Akranes, insediamento a nord di Reykjavík.
Con un mood completamente opposto si aprono invece i tendoni del Rockefeller, al suono triste e decadente dei FUNERAL, storica band norvegese tra i precursori del doom più funereo insieme a My Dying Bride e Anathema, pur senza raggiungere la notorietà degli inglesi, anche a causa di una formazione da sempre instabile e costellata di continui cambi.
Il loro è uno show sofferto e fortemente emotivo, caratterizzato da una potenza sonora enorme, sorretto da un cantante — Eirik P. Krokfjord — praticamente perfetto dal punto di vista tecnico e convincente nel ruolo di cerimoniere dell’estremo saluto.
Gran parte della scaletta si concentra sugli ultimi lavori, con brani come “Too Young to Die” e “Materie”, per poi tornare indietro fino a “The Will to Live” e “This Barren Skin”, dando vita a architetture sonore maestose e deprimenti, dal sapore gotico e dalle melodie intime ed evocative. Preziosi gli interventi del violino, che in alcuni momenti aggiungono ulteriore tensione.

Funeral
Rimaniamo in terra norvegese per il primo concerto al John Dee con i SOVEREIGN e il loro metal a cavallo tra death e thrash, figlio degli anni ’90 ma arricchito da una discreta dose di contemporaneità nella costruzione dei brani, spesso poco ortodossa. I quattro di Oslo si inseriscono in quella scena, insieme a band come Nekromantheon e Obliteration, che ha riscoperto il linguaggio di gruppi come Sepultura, Nocturnus o i primi Pestilence, rinnovandolo con freschezza senza rinunciare al gusto rétro. I pezzi, mai troppo lineari e costruiti su strutture non banali, funzionano bene dal vivo, e si nota come gran parte del pubblico sia composta da locali: segno che, pur non essendo particolarmente noti altrove, i Sovereign godono di un buon seguito in patria.
Torniamo al palco principale per quello che si rivelerà uno dei momenti più memorabili del weekend: è il turno degli islandesi MÚR, su cui si concentrava una certa attesa dopo l’ottimo debutto discografico. Quello messo in scena dai musicisti di Reykjavík — uno dei chitarristi era già apparso il giorno precedente con i Forsmán — è uno show intenso e coinvolgente, sostenuto dalla presenza scenica del cantante Kári Haraldsson (anche alla keytar), dotato di una voce straordinariamente potente e per certi versi affine a quella di Devin Townsend.
I Múr rappresentano un vero trait d’union tra la maestosità di Townsend, la modernità progressiva dei Leprous e le melodie dei Sólstafir: un equilibrio che, già convincente su disco, dal vivo esplode grazie soprattutto a una prova vocale impressionante, capace di spaziare tra pulito e sporco con naturalezza. L’intero album di debutto viene eseguito per intero in poco meno di un’ora, lasciando il pubblico visibilmente colpito: uno dei set più memorabili dell’intero festival.

Múr
I DER WEG EINER FREIHEIT si domostrano ancora una volta tra le band più amate dal pubblico, come dimostra il merch esaurito in tempi rapidissimi. I tedeschi sono una macchina perfettamente rodata: il loro black metal moderno, atmosferico ma ancora intriso di violenza, rappresenta un equilibrio riuscito tra estremismo e accessibilità, sulla scia di realtà come primi Gaerea, Groza e Afsky.
Con una carriera ormai prossima ai vent’anni, i bavaresi offrono una performance precisa e compatta, focalizzata soprattutto sul recente “Innern”, da cui vengono eseguiti quattro brani (“Forlorn”, “Eos”, “Xybalba” e “Marter”), affiancati da pezzi come “Aufbruch”, “Immortal” e “Ruhe”. Un concerto formalmente impeccabile, forse un po’ freddo dal punto di vista scenico, ma musicalmente intenso e senza sbavature.

Der Weg Einer Freiheit
I MORAX, invece, affondano le radici nel metal anni Ottanta di Mercyful Fate, Black Sabbath post-Ozzy e nella scuola britannica più oscura di Angel Witch e Satan. Di fatto progetto solista di Remi André Nygård (già con Inculter e Hjelvik), i nostri rappresentano un tributo sincero a un certo modo di intendere il metal, particolarmente apprezzato in Norvegia, come dimostra il buon afflusso al John Dee. Uno show divertente, diretto e senza particolari picchi, ma efficace nel spezzare la continuità più estrema della giornata.
Dopo una breve pausa per mangiare qualcosa, torniamo al Rockefeller, già gremito, per uno degli appuntamenti più attesi: il ritorno dei THE KOVENANT dopo oltre quindici anni di silenzio.
Nonostante l’assenza di Amund ‘Blackheart’ Svensson e Astennu — sostituiti da Ghul dei Mayhem e Knut Magne Valle (Arcturus, ex Ulver) — la band si presenta con gran parte della formazione di “Nexus Polaris”, inclusi Hellhammer, Sverd, Nagash e persino Sarah Jezebel Deva ai cori.
Come previsto, il concerto è interamente dedicato a “Nexus Polaris”, evento di grande valore simbolico per chi ha vissuto quell’epoca. La performance rende piena giustizia all’album, con classici come “The Sulphur Feast”, “Planetarium” e “Chariots of Thunder” accolti con entusiasmo. Se la chimica sul palco non appare ancora del tutto rodata, si tratta comunque di dettagli marginali: l’occasione di riascoltare questi brani dal vivo basta da sola a rendere il tutto memorabile; inoltre, la presenza, seppur limitata, di Sarah Jezebel Deva è la classica ciliegina sulla torta.
Molto apprezzata anche la chiusura con “Jihad” e “New World Order” da “Animatronic”: brani forse datati su disco, ma ancora efficaci dal vivo nel mantenere alta l’energia.

The Kovenant
Gli ultimi a esibirsi al John Dee sono i GROZA, con un black metal a metà tra Mgła e la scuola atmosferica. Anche loro sembrano godere di un seguito consistente: segno che, se ben confezionato, questo tipo di proposta continua a funzionare. Non particolarmente originali, né dal punto di vista estetico né musicale, ma solidi e convincenti, soprattutto grazie a un lavoro come “Nadir”.
Lasciamo il loro set quasi al termine per tornare al Rockefeller, già oltre la capienza, in attesa dei MAYHEM. Nonostante suonino spesso in patria, la partecipazione resta altissima, con sold-out costanti sia nei festival sia nelle date singole.
Quella di stasera è la prima data del nuovo tour a supporto del recente “Liturgy of Death”, dopo il lungo tour celebrativo per i quarant’anni di carriera. La scaletta è quindi rinnovata e include diversi brani nuovi: si parte con “Realm of Endless Misery”, seguita da “Buried by Time and Dust” e “Bad Blood”.
Il concerto è un viaggio attraverso tutte le incarnazioni della band, con pezzi come “Whore”, “Psywar”, “Ancient Skin”, fino a “Freezing Moon”, accompagnata dagli inserti vocali originali di Pelle “Dead” Ohlin, capaci ancora di generare brividi.
La band è una macchina perfettamente oliata: gli anni di stabilità interna hanno reso i Mayhem uno dei migliori live act della scena estrema, anche grazie alla cura dell’immagine e alla teatralità di Attila Csihar, sempre più protagonista assoluto.
La chiusura, come da tradizione, è affidata a “Deathcrush” e “Pure Fucking Armageddon”: un finale potente per un set che conferma ancora una volta il peso storico e l’attualità di una band che continua a muoversi su due piani paralleli — quello mitico delle origini e quello, più concreto, della contemporaneità. In entrambi i casi, il risultato resta all’altezza della loro leggenda.

Mayhem
SABATO 4 APRILE
Un sabato piovoso, accompagnato nella notte da una leggera spruzzata di neve, crea il contesto ideale per iniziare il pomeriggio con i DARVAZA, di cui riusciamo a vedere l’ultima parte del set. Black metal nel puro stile Terratur Possessions, in equilibrio tra sonorità classiche e derive più inquietanti e moderne, suonato da una band compatta e capace di mantenere alta l’intensità per tutta la durata dell’esibizione.
Scendiamo verso il John Dee e notiamo come il locale sia già quasi pieno: segno che la curiosità attorno al giovane ANGELL — figlio di Ihsahn degli Emperor e nipote di Einar Solberg dei Leprous — è decisamente alta.
Con due demo e qualche data locale all’attivo, bastano pochi minuti per capire che la sua presenza in cartellone è più che meritata e non legata a dinamiche di nepotismo. Angell Solberg Tveitan, insieme ai musicisti che lo accompagnano, offre un set di poco meno di un’ora di altissimo livello, sia tecnico che compositivo. Vengono eseguiti tutti i brani di “Veiled by Woe”, dalle influenze più death metal, e di “Unveiled”, più progressivo e vicino alle sonorità soliste del padre, oltre a una devastante cover di “Where the Slime Live” dei Morbid Angel, estremamente fedele all’originale.
La musica di Angell rivela una maturità sorprendente e una cura negli arrangiamenti non comune, rendendolo una realtà da seguire con grande attenzione in futuro.

Angell
I WHOREDOM RIFE in Norvegia godono di un seguito considerevole, giustificato dalla qualità costante delle loro pubblicazioni e delle esibizioni dal vivo. Anche il concerto odierno non fa eccezione: in quarantacinque minuti il duo composto da V. Einride e K.R. propone una selezione dei propri brani migliori, tra cui “Den Vrede Makt” e “Curse of the Moon”, ricchi di atmosfera e richiami agli anni d’oro del genere, ma costruiti con un’attenzione particolare alla resa live. Intensi, violenti e maestosi: una garanzia per la cosiddetta scena black nidrosiana (cioè di stanza a Trondheim e spesso parte del roster Terratur Possessions).
È poi il turno degli HIEROPHANT, seconda band italiana presente a Oslo in questo weekend, che beneficia di un ottimo slot al John Dee, perfetto per il loro metal feroce e claustrofobico. Il loro percorso li ha portati dall’hardcore oscuro degli esordi — debitore verso i The Secret — verso un approccio sempre più vicino al black/death, evoluzione che ha contribuito a consolidarne la popolarità, culminata con l’uscita di “Death Siege” per Season of Mist.
Luci rosse soffuse, blast beat incessanti e riff dal suono marcio e cavernoso definiscono un concerto diretto, privo di cali e molto apprezzato dal pubblico.

Hierophant
I SAMAEL tornano sullo stesso palco dopo quasi dieci anni. I timori iniziali di possibili sbavature o cali vengono subito dissipati dalle prime note di “Black Trip”, che introducono un set fortemente orientato alle sonorità old-school, con ampio spazio a “Ceremony of Opposites”.
Pur non essendo eseguito integralmente, l’album regala momenti memorabili con “Baphomet’s Throne”, “Flagellation” e la title-track. Non mancano “Jupiterian Vibe” e “Rain” da “Passage”, così come la nuova “Hidden Empire”, proposta per la prima volta dal vivo.
Il duo Xy–Vorph appare in grande forma e, nonostante un fastidioso problema tecnico che genera a tratti un rumore di fondo, dimostra di avere ancora molto da dire, sia ripescando il passato con “Into the Pentagram” e “After the Sepulture”, sia con materiale più recente come “Black Supremacy”.

Samael
Infine i KANONENFIEBER riempiono il Rockefeller in ogni ordine di posto, come un vero headliner.
Alla luce delle recenti polemiche sui prezzi del merch, notiamo che anche a Oslo la band non espone il proprio materiale, deludendo molti fan. Il palco, però, è una vera trincea della Prima guerra mondiale e lo spettacolo è arricchito da effetti pirotecnici già dall’apertura con “The Yankee Division March”.
Suono impeccabile e attenzione maniacale ai dettagli danno vita a uno show teatrale e perfettamente orchestrato, guidato dal frontman Noise.
Non sorprende che i bavaresi siano diventati in breve tempo una delle realtà più in ascesa della scena estrema: brani diretti, violenti e costruiti attorno a un concept — la guerra — reso con intensità, ritmiche marziali e una marcata drammaticità.
I cambi di costume frequenti e momenti scenici come quello dedicato alla vita in trincea in “Der Füsilier I” o alla guerra sottomarina in “Kampf und Sturm” contribuiscono a rendere lo show coinvolgente anche per chi non è particolarmente affine alla proposta musicale.

Kanonenfieber
Arrivano poi i SADISTIC INTENT, leggenda dell’underground death metal, di ritorno a Oslo dopo appena un anno. Attivi da quasi quarant’anni, i fratelli Rick e Bay Cortez si confermano autentici animali da palco, snocciolando brani con violenza parossistica e spirito old-school. “Resurrection”, “Lurking Terror” e “Impending Doom” sono tra i momenti migliori, mentre Bay intrattiene il pubblico tra un pezzo e l’altro, creando un’atmosfera intima e partecipata. Nonostante la lunga carriera, la loro attitudine resta quella di una band agli esordi.
Sono passati due anni dall’ultima esibizione degli ENSLAVED nella capitale, e nel 2026 tornano come headliner dell’Inferno Festival dopo oltre un decennio. Considerata la loro carriera — praticamente priva di passi falsi — il forte seguito in patria e i cinque Spellemannprisen vinti, si tratta di una scelta pienamente giustificata.
Il set si concentra in buona parte sul materiale più recente, con un’apertura affidata a “Ethica Odini” che accende subito il pubblico. Non mancano però i classici come “As Fire Swept Clean the Earth” e “Heavenless”, quest’ultima particolarmente complessa da eseguire ma resa con grande precisione. I dieci anni di stabilità nella line-up si percepiscono chiaramente: la band suona con sicurezza e naturalezza, senza perdere entusiasmo. Menzione speciale per il batterista Iver Sandøy, impeccabile anche nelle parti vocali pulite, e per Grutle Kjellson, vero trascinatore sul palco.
Il finale è tutto dedicato al passato, con “Isa”, “Fenris” e una “Allfǫðr Oðinn” che, nonostante i suoi trentacinque anni, mantiene intatto il proprio impatto, chiudendo un’ora e mezza di grande livello.

Enslaved
DOMENICA 5 APRILE
La domenica pasquale si apre nel segno dei MORK, prossimi alla pubblicazione di un nuovo album. La band di Halden è diventata negli anni uno dei nomi più apprezzati del black metal classico, riuscendo al tempo stesso a evolversi fino a sviluppare un suono personale, pur mantenendo quella ruvidità tipica dei primi anni Novanta. Dal vivo risultano persino più efficaci che su disco.
Il loro è un black metal malinconico, raramente spinto agli estremi se non in momenti ben calibrati in cui la velocità aumenta senza mai prendere il sopravvento, lasciando spazio a composizioni più strutturate e cangianti o, al contrario, a una certa ripetitività di matrice burzumiana. “Kulden”, “Arv” e la dolente “Da Himmelen Falt” riempiono il Rockefeller, mentre Thomas Eriksen presenta anche due nuovi brani, tra cui la già nota “Ødelagt”, che fanno ben sperare per il futuro.

Mork
Gli ABHORRATION sono senza dubbio una delle realtà più interessanti per gli amanti del death metal dei primi Morbid Angel, forti di un debutto davvero notevole. Con una line-up che include membri di Purple Hill Witch e Nekromantheon, i quattro di Oslo dimostrano di aver assimilato alla perfezione la lezione di Trey Azagthoth, dando vita a un concerto che è un vero tuffo nei primi anni Novanta, tra “Altars of Madness” e “Abominations of Desolation”.
Un’ora serratissima, senza un attimo di respiro, suonata con una compattezza impressionante: brani come “Chamber of Agilarept” e “Invoke Them” diventano veri e propri inni al culto lovecraftiano, consegnando uno dei migliori live dell’intero weekend.

Abhorration
Gli AUÐN, invece, con il loro mood malinconico trasportano il pubblico nelle desolate e affascinanti lande islandesi. Con tre dischi solidi ma forse non imprescindibili, la band — erede dei Dynfari — acquista dal vivo una personalità e un impatto decisamente superiori. Brani come “Eldborg”, “Drepsótt” e la conclusiva “Í Hálmstráið Held” esplodono in tutta la loro intensità, rivelandosi una piacevole sorpresa.
Assistiamo poi al concerto/rituale degli austriaci PERCHTA al John Dee: uno spettacolo affascinante sul piano visivo, ma meno convincente musicalmente. Il loro black metal con influenze folk-pagan rimane piuttosto tradizionale e trova il suo vero punto di forza nella performance vocale della talentuosa Julia-Christin Casdorf. Spesso, però, si ha la sensazione che il gruppo renda meglio nei passaggi acustici, mentre la componente metal finisce quasi per appesantire idee di per sé molto suggestive.
Tutto procede invece secondo le aspettative con i PRIMORDIAL, una band rimasta pressoché invariata da trent’anni, la cui solidità emerge con evidenza sul palco. I quattro irlandesi guidati da Alan Averill coinvolgono il pubblico in un abbraccio epico e sincero.
Pur essendosi adagiati negli ultimi anni su coordinate stilistiche più consolidate, i Primordial mantengono un’intensità rara dal vivo, grazie anche a un frontman carismatico e a una prova vocale sempre convincente. L’apertura con “Sons of the Morrigan” e “No Grave Deep Enough” lascia poi spazio a momenti più cupi come “Gods to the Godless” e “The Coffin Ships”, fino alla conclusiva “Empire Falls”, in un percorso che attraversa storia, identità e memoria irlandese. La loro musica resta un esempio unico di fusione tra folk viscerale e metal estremo.

Primordial
Ci apprestiamo poi ad assistere allo show degli OLD MAN’S CHILD, di ritorno a Oslo a meno di un anno dal concerto al Tons of Rock. La formazione è quasi invariata, con l’assenza però significativa di Hoest alla voce, sostituito dallo stesso Galder.
Il Rockefeller è gremito e appare chiaro come il progetto abbia finalmente raccolto quanto seminato negli anni in cui veniva percepito come una ‘costola’ dei Dimmu Borgir. Il loro black metal, mai eccessivamente esasperato o pomposo, si fonda su riff solidi e arrangiamenti curati, oggi valorizzati da una sorprendente coesione sul palco.
Nonostante i lunghi periodi di inattività, la band appare rodata e sicura, con una scaletta praticamente perfetta che attraversa tutta la discografia: “Towards Eternity”, “King of the Dark Ages”, “Hominis Nocturna”, “Soul Possessed” e la conclusiva “The Millennium King” sono solo alcuni dei momenti più alti. Oggi, insieme agli Emperor, rappresentano probabilmente il gruppo norvegese più in forma tra quelli emersi tra fine anni Novanta e primi Duemila.

Old Man’s Child
FIRESPAWN, ultimo progetto del compianto Lars-Göran Petrov: una vera e propria all-star band con membri di Necrophobic, Entombed A.D. e altri nomi di rilievo, che propone un death metal svedese moderno, a metà tra la scuola classica di Stoccolma e derive più veloci e violente, riportato sul palco appunto per commemorare il musicista svedese.
Il batterista Matte Modin sfoggia una prestazione impressionante, mentre Jörgen Sandström rende omaggio a Petrov anche attraverso un momento particolarmente toccante. Un’ora devastante, tra mid-tempo granitici e blast beat furiosi: la chiusura perfetta per il palco del John Dee.
Si arriva così all’atto finale con i DEICIDE, che nel frattempo hanno riempito ogni livello del Rockefeller. L’attesa è alta, ma bastano pochi brani per capire che la band è in ottima forma.
La scaletta, distribuita su una ventina di pezzi, si concentra principalmente sui primi cinque album, scelta più che apprezzabile. “Bastard of Christ”, “Once Upon the Cross”, “Dead by Dawn” e “In Hell I Burn” sono solo alcuni dei classici proposti, con particolare attenzione al debutto e a “Legion”.
Glenn Benton, visibilmente appesantito e costretto a brevi pause tra i brani, regge comunque molto bene la prova, soprattutto a livello vocale. La band suona compatta e precisa, dimostrando come il loro successo risieda nella capacità di unire violenza, tecnica e immediatezza. Brani come “Satan Spawn, the Cacodemon”, “Lunatics of God’s Creation” e “Sacrificial Suicide” lo confermano pienamente.
È passata l’una quando, stanchi ma soddisfatti, ci uniamo alla folla verso l’uscita: anche quest’anno siamo sopravvissuti all’Inferno Festival. Ora resta solo il tempo di recuperare le energie, prima di ritrovarci — molto probabilmente — tra dodici mesi, nello stesso posto, sotto lo stesso palco.

Deicide

