Report di Carlo Paleari
Foto di David Scatigna
“Finally… Finally, they made a heavy metal band play in fuckin’ San Siro”. Finalmente, hanno fatto suonare una band heavy metal a San Siro. Non lo diciamo noi, lo dice direttamente Bruce Dickinson di fronte a più di quarantamila fan in delirio, con quell’orgoglio che può permettersi una band ancora affamata di primati e record.
Sì, perché gli Iron Maiden, mentre festeggiano il loro cinquantennale, sono più grandi che mai e questo risultato, nel nostro Paese, ha preso le sembianze di una data storica, eccezionale per atmosfera ed entusiasmo, che si è tradotta in uno dei migliori concerti della Vergine di Ferro a cui abbiamo mai assistito, superiore anche a quello già eccellente dello scorso anno a Padova.
L’annuncio della data dei Maiden a San Siro, ad appena un anno di distanza da quella allo Stadio Euganeo, per di più con una produzione pressoché identica, aveva naturalmente acceso il chiacchiericcio social: l’Italia avrebbe risposto in massa ad una chiamata a così breve distanza? Oppure Dickinson e compagni avrebbero suonato di fronte ad uno stadio mezzo vuoto?
Considerati i prezzi tutt’altro che popolari, questo ritorno non aveva preso fin da subito le caratteristiche di un gol a porta vuota, per restare in tema calcistico, eppure alla fine ogni dubbio è stato spazzato via di fronte ad uno stadio che, se non è stato sold-out, ha accolto la band con un colpo d’occhio pazzesco, registrando il maggior numero di presenze per un loro concerto da headliner in Italia, con gran parte dei settori stipati di fan e una marea di persone cariche e pronte a cantare ogni canzone parola per parola.
Ottima, almeno dal nostro punto di vista, anche la gestione della logistica, con ingressi e deflussi privi di intoppi, e finalmente una struttura che, al netto dei noti limiti in termini di audio e resa sonora, ha potuto accogliere questo numero di persone con quel minimo di vivibilità che ci ha fatto dimenticare luoghi terrificanti come l’Ippodromo del Galoppo delle precedenti calate.
Infine, concedetecelo, per una redazione come quella di Metalitalia, che ha senza dubbio un legame molto forte con la città di Milano (pur contando su collaboratori sparsi in tutta Italia), è stato particolarmente emozionante vedere un’orda festosa di metallari conquistare lo stadio simbolo della città, un luogo emblematico del calcio in primis, ma anche della musica, che tante volte ha accolto star del rock e del pop, lasciando sempre ai margini il nostro mondo.
Eravamo consapevoli noi del potere simbolico di questa serata, e ne erano consapevoli anche i Maiden, tanto che, questa volta non è stato “Italia”, o “Milano”, a farci battere il cuore, ma un liberatorio: “Scream for me, San Siroooo!”.
L’annuncio dei TRIVIUM come band di apertura ha fatto alzare qualche sopracciglio nei mesi precedenti al concerto. Non perché la band di Matt Heafy non abbia la statura per un compito del genere, quanto piuttosto per una scarsa sovrapponibilità tra il loro pubblico e quello più tradizionale degli Iron Maiden.
Non si respira la massima trepidazione nel parterre dello stadio, quando la band di Orlando sale sul palco, eppure i quattro prendono subito in mano la situazione, buttandosi anima e corpo in un set breve ma efficace. Si parte con “Pull Harder On The Strings Of Your Martyr”, con la band a darci dentro di buona lena, ma purtroppo dobbiamo registrare fin da subito un sound non ottimale, che anche dalla nostra posizione, nel parterre, non consentiva la migliore fruizione della musica, trasformando il tutto in un monolite pesante ma scarsamente leggibile nelle sue sfumature.
Le cose migliorano leggermente man mano che il set prosegue, e possiamo apprezzare episodi come “Strife”, la cadenzata “World Goes Cold” o “Like Light to the Flies”, forse il momento migliore dell’esibizione.
Il frontman, nel mentre, fa di tutto per coinvolgere il pubblico: incita la platea a saltare, applaude ai tentativi di circle pit nati nelle prime file, si cimenta in diverse frasi italiane (con esiti più che apprezzabili) e scherza sulle origini italiane del loro bassista Paolo Gregoletto.
Una parte del pubblico si lascia trascinare con gusto, mentre in altre occasioni la fatica è più evidente, come quando Matt cerca inutilmente di far accovacciare tutto il parterre prima della deflagrazione finale di “In Waves”. Un buon concerto, in definitiva, forse poco adatto al contesto della giornata (diciamocelo, gli Anthrax, invitati in altre date, avrebbero avuto un tappeto rosso, nella medesima situazione), ma tutto sommato positivo.
Sono da poco passate le 20.50, quando dalle casse dello stadio esplodono le note di “Doctor Doctor”, che fanno assiepare il pubblico nel parterre in tempo per assistere all’ingresso degli IRON MAIDEN, che si catapultano sul palco sulle note di “The Ides Of March”, prima di dare fuoco alle polveri con “Murders In The Rue Morgue”.
Come è noto, la prima sezione del concerto è dedicata agli esordi della band: “Wrathchild”, con il basso di Steve Harris in primo piano, fa cantare tutto lo stadio; “Killers”, devastante come sempre, ci prende a calci pur con qualche inciampo scoordinato nella parte centrale, mentre “Phantom Of The Opera” rimane un manifesto della grandezza dei Maiden, autori sopraffini e dotati di classe enorme fin dal primo disco.
La band è carichissima e il pubblico risponde con altrettanto entusiasmo, attivando quel circolo virtuoso che rende un concerto epocale. È uno scambio continuo, un dialogo tra il pubblico e i musicisti, che procede in una curva esponenziale, alimentata da una scaletta che, sì, non avrà molte sorprese, ma che è innegabilmente un concentrato di classici senza tempo.
Dopo l’immancabile “The Number Of The Beast”, arriva finalmente un momento molto atteso dai fan storici, che hanno potuto coronare il sogno di ascoltare “Infinite Dreams” dal vivo, una delle canzoni più amate di “Seventh Son…” che i Maiden ci hanno negato per ben trentotto anni.
La resa finale è stata ottima e, sebbene di fatto questa sarà l’unica variazione in scaletta rispetto al tour dello scorso anno, si tratta di una modifica talmente importante da aver forse convinto qualche indeciso a comprare il biglietto. Peccato solo l’assenza di grafiche a tema nei maxischermi, che invece hanno proiettato le immagini relative a “The Clairvoyant”, ovvero la canzone che occupava la medesima posizione della prima leg del tour.
Questo dettaglio ci consente anche di fare una breve digressione sull’aspetto visivo del concerto: è curioso notare come il “Run For Your Lives Tour” sia al tempo stesso uno dei più scarni dal punto di vista scenografico, e allo stesso tempo il più spettacolare. Niente carri armati, gonfiabili, mitragliatrici, caccia bombardieri… Anzi, a dirla tutta, in questa serata non ci sono stati nemmeno i pyro (non sappiamo se per via delle stringenti regolamentazioni italiane o per altre motivazioni). Eppure, questo ingresso degli Iron Maiden nel mondo delle animazioni sui maxischermi ha dato un sapore completamente nuovo alla performance: ogni canzone ha un suo setting, una sua messa in scena e un’ambientazione dinamica che si muove seguendo la musica.
A beneficiare di questo aspetto, ad esempio, è tutta la sezione dedicata a “Powerslave”: la title-track a tema egizio, con la piramide centrale e le sfingi, acquisisce un’atmosfera ancora più epica e solenne; mentre la lunga “Rime Of The Ancient Mariner” si trasforma in una sorta di trasposizione cinematografica del poema di Coleridge, con animazioni e fondali che portano lo spettatore a bordo di una nave sul mare in tempesta.
Il concerto procede classico dopo classico, e la performance continua a restare su ottimi livelli. Steve Harris e le tre chitarre sono una macchina perfettamente oliata su cui potremmo anche non aggiungere nulla a quanto già scritto in decine di altre occasioni, limitandoci solo a ribadire come le personalità dei singoli musicisti si compensino a vicenda: più solido e robusto Adrian Smith, Dave Murray preciso e sempre sul pezzo, entrambi perfetti a fare da contraltare alle scorribande più giocose e scomposte di Janick. Ci concediamo, però, due considerazioni su Simon Dawson e Bruce Dickinson: il primo, con il suo drumkit spartano, ci è sembrato decisamente più rodato rispetto alla data di Padova o, ancora di più, rispetto alle testimonianze video delle sue prime esibizioni nel ruolo che fu di Nicko.
È evidente che questi mesi gli hanno permesso di acquisire maggiore sicurezza, di amalgamarsi meglio con la band e, quindi, di portare a casa un risultato più che dignitoso. Forse non diventerà mai il nostro batterista preferito, per tocco e stile, ma sarebbe ingeneroso non sottolineare i passi avanti compiuti dal Nostro.
Bruce Dickinson, invece, è semplicemente un alieno. Non sappiamo veramente come sia possibile, ma la sua esibizione è stata ineccepibile in proporzione alla sua età anagrafica: un misto di talento naturale, forma fisica invidiabile ed esperienza che gli permette di cantare quasi tutto nella tonalità originale, mascherando i pochissimi cedimenti e compensando il tutto con un carisma unico. E quando su “Seventh Son Of A Seventh Son” ha tenuto una nota dritta per qualcosa come trenta secondi d’orologio, siamo certi che siano cadute diverse mascelle per lo stupore.
Il finale, naturalmente, è tutto composto da canzoni irrinunciabili, che abbiamo visto e rivisto dal vivo, ma che poi finiscono per esaltare tutti comunque: “The Trooper”, con Dickinson in uniforme a sventolare la Union Jack; “Hallowed Be Thy Name”, con la scalinata fantasma e il trucco della finta impiccagione; e naturalmente “Iron Maiden”, dove irrompe sulla scena il gigantesco Eddie 3D, in uno degli effetti speciali più efficaci dell’intero concerto.
Non meno spettacolari i bis, con la smitragliata di “Aces High”, le atmosfere gotiche di “Fear Of The Dark”, con Dickinson nei panni di un sinistro personaggio vittoriano, prima della festa finale di “Wasted Years”.
Quando le luci finali si accendono ad illuminare lo stadio, quello che vediamo sono decine di migliaia di persone felici, che hanno vissuto un momento di vera comunità. Abbiamo visto giovani, padri e madri con bambini al seguito, metallari attempati, ragazzi e ragazze, insieme a formare una fotografia perfetta di questi cinquant’anni di carriera capaci di unire come poche altre band hanno saputo fare.
La storia di San Siro ha già in archivio tantissime serate storiche, musicali e non, ma per una sera a far tremare gli anelli dello Stadio Meazza non c’erano Springsteen, Bruno Mars, i Coldplay, Tiziano Ferro o Achille Lauro.
C’erano Bruce, Steve, Adrian, Dave, Janick e Simon. E c’eravamo noi.
Scaletta Iron Maiden:
The Ides of March (intro)
Murders in the Rue Morgue
Wrathchild
Killers
Phantom of the Opera
The Number of the Beast
Infinite Dreams
Powerslave
2 Minutes to Midnight
Rime of the Ancient Mariner
Run to the Hills
Seventh Son of a Seventh Son
The Trooper
Hallowed Be Thy Name
Iron Maiden
Churchill’s Speech (intro)
Aces High
Fear of the Dark
Wasted Years
TRIVIUM
IRON MAIDEN
Le foto del pubblico sono disponibili a questo indirizzo.
































































