A tredici anni dal suo ultimo concerto romano, Joe Bonamassa torna nella Città Eterna ad infiammare un magnifico tramonto di metà luglio con il suo blues. Reduce dalla pubblicazione del nuovo album “Breakthrough”, uscito appena il giorno prima dello show in questione, il chitarrista italoamericano si è esibito dinanzi a tremila persone in una performance entusiasmante sotto ogni aspetto, complice la Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, il posto ideale per assistere ad un live di questo tipo.
Tuttavia, non un solo brano dal suo diciassettesimo album in studio fresco di stampa ha trovato posto nella scaletta del live capitolino, né tantomeno c’è stato alcun riferimento alle recenti date irlandesi che hanno visto il buon Joe impegnato a tributare la leggenda Rory Gallagher e i suoi Taste.
L’intero spettacolo è stato incentrato sul penultimo disco del 2023, “Blues Deluxe Vol. 2”, uscito esattamente a vent’anni di distanza dal suo celebre lavoro in studio “Blues Deluxe”, intervallato da qualche successo del passato discografico del chitarrista.
Joe Bonamassa, classe 1977, è già da tempo uno dei più rinomati musicisti della scena blues, rock e hard rock internazionale, con diciassette album in studio da solista (undici dei quali hanno debuttato al primo posto della Billboard Blues Chart), quattro collaborazioni con altri artisti (Beth Hart, Mahalia Barnes) e venti live album, tutti caratterizzati da performance uniche in location importanti (Red Rocks, Royal Albert Hall, Vienna Opera House, ecc.) o da tematiche specifiche (tributi ad artisti come Clapton, Page, Beck, Muddy Waters, Howlin’ Wolf). Il suo passato all’interno di band osannate da pubblico e critica come i Black Country Communion e i Bloodline, poi, non fa altro che arricchire il curriculum di tutto rispetto di un musicista che ha cominciato a confrontarsi alla pari con i professionisti del settore a soli dodici anni di età, quando prese parte ad un tour con sua maestà B.B. King.
L’atmosfera è già calda quando JOE BONAMASSA sale sul palco con l’autenticità e la classe che da sempre lo contraddistinguono. Con gilet elegante e pantalone lungo, imbracciando una Gibson SG d’epoca – la prima di una serie di chitarre d’annata che forgerà il sound del concerto romano – il musicista italoamericano parte con “Hope You Realize It (Goodbye Again)”. Il brano è uno dei quelli scritti dal chitarrista insieme a Tom Hambridge (tra i maggiori autori blues del nostro tempo, che vanta collaborazioni con Roy Buchanan e Buddy Guy) per l’album “Blues Deluxe Vol.2” di un paio di anni fa. L’uptempo in questione da subito sfida il groove dei musicisti, e la voce di Bonamassa calda e intonata, unita alle svisate soliste occasionali, dirige il gruppo di sette elementi, che vede tra le sue fila anche due coriste che intervengono a riempimento del sound generale.
La band è in forma, merito non solo del livello altissimo dei musicisti, ma anche della coesione rodata in un lungo tour di cui la data romana è il momento conclusivo, e quando parte il riff di “Dust Bowl”, scritta insieme al suo produttore storico Kevin Shirley (lo stesso alla cabina di regia dei dischi degli Iron Maiden dal Duemila ad oggi), le luci si abbassano e l’atmosfera si fa intima.
Il crescendo finale con la sezione ritmica ridotta al minimo è il primo momento emozionale dello show, e valorizza l’incedere di un brano che già da tempo assurge al ruolo di classico contemporaneo. Bonamassa è perfettamente a suo agio sia come chitarrista che come cantante, l’impressione che dà è quella di un musicista totalmente padrone del suo strumento, capace di piegare qualsiasi versione del blues e del rock and roll al volere delle sue dita.
Sempre preciso, intenso, con un tocco caldo ed essenziale, sembra aver assorbito per osmosi, attraverso anni di esperienza, il tocco vellutato e pieno di soul di Warren Haynes, nonché il suo graffio vocale, il suono americano della Allman Brothers Band, l’eleganza senza tempo di Clapton e la versatilità virtuosistica di Gary Moore, capace di spaziare da lick fulminei a territori jazzati fino all’hard rock, il tutto con una pulizia che non odora mai di sterilità espressiva, tutt’altro.
Con “Twenty‑Four Hour Blues”, sempre da “Blues Deluxe Vol. 2” siamo dinanzi alla prima cover. L’artista tirato in ballo è Bobby Bland, maestro americano di quel tipo di blues contaminato dal gospel e dal rhythm and blues, ed è qui che emerge la maestria sorprendente di Bonamassa, che riesce a diventare ‘autore’ perfino nelle cover, non limitandosi a reinterpretare, ma riscrivendo e rileggendo i brani in base alla sua esperienza e sensibilità, così come accade nell’apprezzabile tributo alla leggenda Guitar Slim, con “Well, I Done Got Over It”.
Le cover, già incise e reinterpretate dal chitarrista di Utica, sono diverse anche in questa occasione: si passa da “I Want to Shout About It” di Ronnie Earl con cui la band mette in scena una performance esemplare, dove le interazioni fra gli strumentisti, in grado di gestire le dinamiche e i cambi di intensità al pari di una vera orchestra, raggiungono un livello altissimo, a una mirabile “Pack It Up” di Freddie King, fino ad “It’s Hard But It’s Fair” di Bobby Parker.
Bonamassa le suona e le canta tutte da maestro, rendendole proprie, aiutato da musicisti sempre sul pezzo, ma una menzione speciale va dedicata a Reese Wynans. Il musicista americano, impegnato alle tastiere e all’organo, è un’icona vivente e accompagna Bonamassa sui palchi di mezzo mondo sin dal 2015.
Già membro dei Second Coming nel 1968 insieme a Dickey Betts e Berry Oakley, prima che questi fondassero con Greg e Duane Allman la Allman Brothers Band, Wynans ha accompagnato sul palco autentiche leggende del rock e del blues, tra cui Stevie Ray Vaughan & Double Trouble (collaborazione che gli ha permesso di entrare nella Rock and Roll Hall of Fame), John Mayall e i Captain Beyond, il leggendario gruppo di Rod Evans, il primo cantante dei Deep Purple, considerato fra le perle oscure dell’hard rock undergorund degli anni Settanta.
Con una maestria incredibile, Wynans sciorina note con gusto, non lesinando assoli ai limiti del virtuosismo ad accompagnare i brani della scaletta in maniera esemplare, ma il meglio lo dà nei momenti dove il climax si fa più intenso.
“Self-Inflicted Wounds” è uno dei brani più commoventi nel repertorio del chitarrista, e il suo carattere ipnotico riesce a zittire un’auditorium ormai emotivamente coinvolto. Dicasi lo stesso per la lenta “The Last Matador of Bayonne”, dove la voce chitarristica di Bonamassa raggiunge dei livelli timbrici ed espressivi da manuale. La chiusura dello show è affidata al riff infuocato di “How Many More Times”, brano mai troppo celebrato tratto dal debutto dei Led Zeppelin, suonato con una Telecaster d’epoca che si aggiudica il titolo del miglior ruggito sonoro dell’intero spettacolo, seguito dal capolavoro “Sloe Gin”, canzone del 1978 tratta dal primo album di Tim Curry. Il brano, scritto all’epoca da Bob Ezrin e Michael Kamen, è il classico esempio di come Bonamassa abbia saputo nel tempo rileggere e adeguare le canzoni degli altri al suo repertorio. Il pubblico lo canta a memoria, e l’assolo di Bonamassa rende giustizia a quello della versione originale, suonato dal compianto – e mai troppo elogiato – Dick Wagner.
Insomma, Bonamassa non è più una stella in ascesa del mondo della musica, ma uno dei più grandi musicisti e performer rock e blues sulla scena internazionale e il concerto di Roma lo dimostra ancora una volta. Il fatto che abbia deciso di non includere nello spettacolo alcun riferimento all’album “Breaktrough”, inoltre, ci lascia sperare in una nuova calata italica a breve termine, per poter salutare di nuovo questo artista nel cui percorso disciplina, talento e competenza vanno di pari passo da quasi quattro decenni.
Setlist
Hope You Realize It (Goodbye Again)
Dust Bowl
Twenty‐Four Hour Blues
Well, I Done Got Over It
Self-Inflicted Wounds
I Want to Shout About It
The Last Matador of Bayonne
Pack It Up
It’s Hard But It’s Fair
How Many More Times
Sloe Gin

