Judas Priest ed Alice Cooper sono entrambi impegnati nei loro rispettivi tour estivi: due percorsi indipendenti che, però, si sono incontrati in una serata che ha assunto da subito connotati leggendari alla O2 Arena di Londra. Non capita spesso, infatti, di vedere sullo stesso palco due nomi di questo calibro al di fuori del circuito dei festival e, pertanto, abbiamo colto l’occasione, volando nel Regno Unito per assistere ad un concerto che ci ha riservato diverse sorprese inaspettate.
La O2 Arena è una struttura molto grande, in grado di accogliere fino a ventimila spettatori, garantendo una visuale ottimale praticamente da ogni settore. Attrezzata come se fosse un centro commerciale, con un’area coperta antistante agli ingressi, piena di locali, caffetterie e pub, attendiamo piacevolmente di accedere nell’arena, che si rivelerà davvero notevole per dimensioni ed accoglienza.
Unica scelta abbastanza incomprensibile, quella di optare per dei posti a sedere anche nel parterre, una soluzione che – naturalmente – non ha impedito a tutto il pubblico di assistere in piedi al concerto, ma che di certo ha creato più intralci che benefici in un contesto musicale come il nostro.
Senza ulteriori indugi, quindi, vi lasciamo alla nostra cronaca della serata.
L’apertura della serata è affidata a PHIL CAMPBELL AND THE BASTARD SONS, che sfruttano i trenta minuti scarsi a loro disposizione per scaldare l’atmosfera in attesa dei due nomi principali.
Puntualissimi sulla tabella di marcia, chitarrista e famiglia salgono sul palco e attaccano subito con “We’re The Bastards”, vero e proprio manifesto d’intenti capace di metterci subito nel giusto stato d’animo.
La scaletta prevede solo sei brani, un piccolo compendio che favorisce le canzoni originali, lasciando spazio solo a due estratti dal catalogo dei Motörhead, ovvero “Going To Brazil”, sempre devastante, e naturalmente la leggendaria “Ace Of Spades”, che vede la massima partecipazione del pubblico.
Campbell ha un suono ed uno stile molto personali e l’intesa con i suoi figli è ormai totale (d’altra parte, hanno un’attività live intensissima); non da meno anche il cantante Joel Peters, dotato di una voce calda e della giusta attitudine da frontman.
Una buona esibizione, quindi, senza dubbio, ma visto il rigido coprifuoco londinese e il poco tempo a loro disposizione, ci chiediamo se non sarebbe stato meglio lasciare il campo solo ai due headliner, permettendo loro di suonare qualche canzone in più, senza dover infilare a forza una terza band per uno concerto appena abbozzato.
Spesso i tour estivi di ALICE COOPER, che devono potersi adattare a contesti e a scalette molto diverse a seconda delle esigenze, sono accompagnati da una scenografia decisamente più spartana rispetto alla media, una condizione particolarmente utile in questo contesto, visto che ha permesso ad Alice di non rinunciare al proprio set-up, pur dovendo condividere gli spazi con l’attrezzatura già montata dei Priest.
Chi segue abitualmente il Nostro sa che il suo concerto non è semplicemente una raccolta di brani, bensì una sorta di flusso continuo, in cui le singole canzoni sono altrettante scene all’interno della narrazione teatrale di Alice. E’ uno spettacolo con i suoi tempi e i suoi punti fissi, eppure non è mai uguale a se stesso, perché il cantante è sempre attento ad inserire piccole variazioni, recuperando canzoni dai cassetti più remoti della sua discografia, aggiungendo piccole trovate sceniche o semplicemente rimescolando le carte in tavola per dare una rinfrescata allo show.
Abbiamo immediatamente una prova di quanto detto con l’apertura affidata a “Lock Me Up”, da “Raise Your Fist And Yell”, un episodio abbastanza oscuro, che Alice ha riesumato dopo quasi quarant’anni dalla sua pubblicazione.
Il frontman compare sulla scena tagliando con la spada un telo che riproduce un articolo di giornale sulle sue malefatte e, accompagnato dalla sua rodatissima band, si lancia in una carrellata di canzoni suonate senza quasi riprendere fiato, come da tradizione: “Welcome To The Show” conferma l’efficacia del recente “Road” nella sua dimensione ideale, quella dal vivo; “No More Mr. Nice Guy” e “I’m Eighteen” ci catapultano nel periodo d’oro degli anni Settanta; mentre tocca ad “Hey Stoopid” e “He’s Back (The Man Behind The Mask)” portarci invece alla fase più metallica di Alice, quella figlia degli anni Ottanta.
Sul palco, intanto, si alternano personaggi e figure minacciose: Jason di “Venerdì 13”, il gigantesco Frankenstein, oppure sua moglie, Sheryl Cooper, ora fasciata di pelle nera a far schioccare la frusta sulle note di “Go To Hell”, ora sposa cadavere pronta a danzare intorno al corpo decapitato del suo amato.
Alice è in forma, il suo carisma è immutato e il suo concerto ormai è una macchina perfetta, che vive tanto di immagini quanto di note musicali. Sono già volati i primi quarantacinque minuti e ci accorgiamo che è già arrivato il momento della ghigliottina, una delle rappresentazioni più iconiche ed apprezzate dei concerti di Alice. Ancora una volta, vediamo il cantante prima cantare “Ballad Of Dwight Fry” imprigionato da una camicia di forza, per poi essere strattonato e portato al patibolo: la lama scende e la testa di Alice rotola in un cesto, prima di essere esibita sulle note di “I Love The Dead”.
Se fino a questo punto abbiamo assistito ad un concerto ottimo, ma tutto sommato nella norma, il finale è invece un vortice di sorprese.
Alice, che nel mentre era scomparso dietro le quinte, risorge e torna sul palco, ma questa volta indossa una maglietta di Ozzy Osbourne e la canzone successiva – per la prima volta in assoluto nella sua carriera – è la celeberrima “Paranoid”, suonata oltretutto con il supporto di Johnny Depp alla chitarra ritmica. Un momento di grande emozione che ha reso il giusto tributo per la scomparsa di una leggenda indimenticabile.
L’apoteosi finale, però, arriva con “School’s Out”, il classico per eccellenza di Alice, che vede salire sul palco a sorpresa, oltre al già citato Johnny Depp, anche Dennis Dunaway, Neal Smith e Michael Bruce, ovvero la band originale di Alice, tornata in attività proprio quest’anno sul nuovo album “The Revenge Of Alice Cooper”.
In un delirio di palloni colorati, bolle di sapone e coriandoli, la band si congeda tra gli applausi, lasciando al pubblico la netta sensazione di aver assistito ad un evento unico ed eccezionale.
Setlist:
Lock Me Up
Welcome to the Show
No More Mr. Nice Guy
I’m Eighteen
Hey Stoopid
He’s Back (The Man Behind the Mask)
Feed My Frankenstein
Go to Hell
Poison
Black Widow Jam
Ballad of Dwight Fry
Killer (band only)
I Love the Dead (band only)
Paranoid
School’s Out
Sarebbe stato difficile per chiunque tenere il passo con uno show di questo livello, eppure i JUDAS PRIEST sono riusciti nell’impresa, presentandosi al loro primo appuntamento con la O2 Arena in una forma smagliante. Dobbiamo ammettere che, all’annuncio di un nuovo tour a così breve distanza da quello passato al Forum di Assago nel 2024, avevamo immaginato ad una sorta di continuazione dello stesso, con una scaletta tutto sommato in linea con quanto già ascoltato. Le prime date dello “Shield Of Pain Tour”, invece, ci hanno riservato non poche sorprese, con una selezione di canzoni semplicemente eccezionale, che recuperava brani suonati di rado e che rendeva il giusto onore a quel disco leggendario che risponde al nome di “Painkiller”.
Ed è proprio il capolavoro del 1990 ad aprire le danze con l’accoppiata formata da “All Guns Blazing” e “Hell Patrol”, due canzoni che ci permettono già di fare qualche prima considerazione.
Il suono del gruppo è potentissimo, con la sezione ritmica di Ian Hill e Scott Travis che non accenna mai a perdere colpi ed una coppia di chitarristi che ormai hanno raggiunto un’intesa quasi pari a quella dei nemici/amici Tipton e Downing. Andy Sneap, che nei primi anni della sua attività dal vivo con la band sembrava essere un po’ distaccato dal resto del gruppo, ha acquisito sempre più sicurezza – non tanto come strumentista, dove è sempre stato eccellente, ma come performer.
Anche la scelta di farsi crescere i capelli, adeguandosi al look ‘true metal’ del resto della band ci è parsa frutto di un lavoro di integrazione da non sottovalutare. Richie Faulkner, invece, si conferma sempre di più il vero motore dei nuovi Priest, con un’energia ed una sicurezza tali da rendere evidente la sua crescita enorme.
Chi ci ha lasciato davvero a bocca aperta, però, è quella vecchia volpe di Rob Halford, che si è reso protagonista di una performance semplicemente aliena: certo, da maestro della voce usa tutti i trucchi del mestiere per coprire le inevitabili difficoltà, ma sentire un uomo di settantaquattro anni cantare in questa maniera ha reso ancora più evidente perché viene universalmente riconosciuto come il ‘Metal God’.
Il nome dato a questo tour è abbastanza esplicativo di per sé e, quindi, in questa serata londinese possiamo apprezzare numerosi estratti da “Painkiller”, a cui si affiancano alcuni episodi dell’ottimo “Invincible Shield”. Tra i primi, spiccano senza dubbio “Night Crawler”, potente e sinistra, l’immancabile title-track e soprattutto una versione stratosferica di “A Touch Of Evil”, resa in una maniera che non sentivamo davvero da tanti anni.
Dal più recente album in studio, invece, vengono suonate “Gates Of Hell” e “Giants In The Sky”, quest’ultima dedicata alle tante leggende della musica che ci hanno lasciato negli anni e, in particolar modo, ad Ozzy, a cui viene tributata una sentita ovazione. Spiace, invece, non aver potuto ascoltare “The Serpent And The King”, uno dei pezzi migliori di “Invincible Shield”, qui tagliata per ragioni di tempo.
Il resto dello show è una carrellata di classici: “Freewheel Burning”, “Breaking The Law”, “You’ve Got Another Thing Coming” e perfino “Solar Angels”, un brano del non brillantissimo “Point Of Entry”, recuperato quest’anno dopo un’assenza che durava dal 2005.
Il finale, invece, non può essere affidato a “Hell Bent For Leather”, che vede come di consueto l’ingresso di Rob Halford a cavallo della sua Harley Davidson, e “Living After Midnight”, che ci dà un’ultima botta al cuore con l’arrivo di Glenn Tipton, che si unisce ancora una volta ai suoi compagni per ricevere il giusto tributo in questa data importante del tour.
L’unica nota negativa dell’intera serata è stata la durata dei due concerti, con Alice Cooper che ha appena superato i sessanta minuti ed i Priest che hanno chiuso invece dopo solo un’ora e un quarto. Un po’ poco per due band che nel resto del tour hanno suonato abitualmente per un’ora e mezza a testa.
Al netto di questo, comunque, vedere nella stessa occasione due concerti di questo livello è qualcosa di veramente incredibile, soprattutto perché si è trattato di due esibizioni eccellenti a prescindere e non solo in relazione all’età dei diversi musicisti coinvolti, come troppo spesso accade. Questa stagione estiva di concerti, già caldissima, non poteva avviarsi ad una conclusione migliore.
Setlist:
All Guns Blazing
Hell Patrol
You’ve Got Another Thing Comin’
Freewheel Burning
Breaking the Law
A Touch of Evil
Night Crawler
Solar Angels
Gates of Hell
Between the Hammer and the Anvil
Giants in the Sky
Painkiller
Hell Bent for Leather
Living After Midnight

