09/03/2009 - Judas Priest + Megadeth + Testament @ Palasharp - Milano

Pubblicato il 18/03/2009 da
A cura di Alessandro Corno e Maurizio morrizzBorghi
foto di Francesco Castaldo
 
 
 
 
La festa dei Priest è un successo annunciato: ritrovo di metallari vecchia scuola con la benedizione dei più giovani, che non stentano ad unirsi ad una serata in nome del thrash con la T maiuscola (due tra i Big Four in scaletta!) e, soprattutto, delle leggende viventi del metal, i Judas Priest. Schivata la “minaccia” dell’intero Nostradamus (che non è certo “British Steel”) riprodotto in sede live sin dal tardo pomeriggio l’atmosfera si dimostra caldissima alle porte del Palasharp, con metallari di ogni età appostati e pronti alla celebrazione…

TESTAMENT

I cancelli hanno aperto da poco quando i Testament aprono con “Over The Wall” questa grande serata. I cinque thrasher guidati all’ascia Eric Peterson e dal mastodontico Chuck Billy appaiono da subito in forma smagliante e sparano subito alcune delle loro migliori cartucce con “The New Order” e “Souls Of Black”. Decisamente inattesa ma alquanto apprezzata “Sins Of Omission”, che però soffre come l’intera performance di suoni a dir poco scandalosi. Le chitarre suonano come un incrocio tra una zanzara e un frullatore e la sezione ritmica è poco potente nonché a tratti confusa. Poco poco importa se Alex Skolnick sia il solito mostro di tecnica e precisione, se Paul Bostaph suoni con un tiro incredibile o se Chuck tiri fuori una performance d’altri tempi, il risultato è pesantemente condizionato da una poca se non nulla professionalità degli “ingegneri” del suono dietro al mixer e di chi li comanda. Ok che ai Testament stasera tocca lo scomodo ruolo di supporto, ma se si ha un minimo di rispetto per una formazione storica come questa, si dovrebbe quantomeno garantirle una resa sonora decente… Loro tirano dritti e inarrestabili come locomotiva con la nuova e potente “More Then Meets The Eyes” e con il terremoto “D.N.R. (Do Not Resiscitate)”, acclamata a gran voce dalle prime file. “Three Days In Darkness” precede una grandissima “Pratice What You Preach” dove Alex sale in cattedra con il solito spettacolare guitar solo. Il finale viene riservato alla massicca e più estrema titletrack dell’ultimo lavoro, “The Formation Of Damnation”, che si dimostra efficace anche in sede live. Chuck saluta con un sonoro “Heavy metal forever!” che racchiude in tre parole lo spirito, la passione e l’attitudine di una band in grado di dettare legge alla stragrande maggioranza dei gruppi in circolazione.

MEGADETH

I Megadeth sono sempre accolti da uno scetticismo diffuso, forse per il passato turbolento di Dave Mustaine, forse per i numerosi cambi di lineup che hanno stravolto la formazione decretando, come unica figura di riferimento, solo ed esclusivamente il frontman dai capelli fulvi. Tutte le malelingue saranno però zittite, e tutte le maledicenze spazzate via, dopo l’impeccabile show messo in piedi dalla formazione: sessanta minuti del meglio del repertorio, suonati in maniera veloce, fluida, potente tanto da far impallidire la già eccellente prova dei Testament. Mustaine dichiara subito il suo intento: tutti i minuti a disposizione verranno impiegati per suonare, senza proclami o discorsi evitabili. Ecco quindi, dopo l’apertura affidata alla recente “Sleepwalker”, le bordate di “Wake Up Dead” e “Take No Prisoners”. Spezza la tensione il lentone “A Tout Le Monde”, sorretta dal coro del palazzetto intero (niente Cristina stavolta!), ma è solo un episodio, perché da “Skin ‘O My Teeth” all’esplosivo finale (“Peace Sells” e “Holy Wars”) è un attacco senza tregua. Megadave immenso quindi, devastante nelle parti chitarristiche e in serata anche per quanto riguarda l’ugola, ma va sottolineato come anche il resto della band si è dimostrata all’altezza, soprattutto il chiacchierato Chris Broderick, che dimostra eleganza, professionalità e precisione invidiabile, eseguendo in scioltezza anche i passaggi più intricati. Il futuro è roseo per i Megadeth!

JUDAS PRIEST

Gli anni passano inesorabilmente ma la passione per i Judas Priest riesce sempre a portare migliaia di fan ad ogni concerto della leggendaria band inglese. Questa sera il Pala Sharp è pieno per tre quarti quando parte l’intro “Dawn Of Creation” e i cinque pionieri dell’heavy metal più classico entrano in scena con “Prophecy”. Da manuale come sempre l’ingresso della band sul palco, con Halford che sbuca da una botola posta sulla torre a destra della batteria. Mantello iperluccicante e scettro in mano, il Metal God in posa statuaria sfoggia la sua solita attitudine teatrale calamitando l’attenzione di tutti. Decisamente tradizionale la scenografia e perfetti i suoni, con la cassa della batteria di Scott Travis che scuote il terreno e la voce di Rob in grande risalto. Dopo l’inizio dedicato all’ultimo lavoro, “Metal Gods” e “Eat Me Alive” irrompeono tra le urla dei presenti mentre  “Between The Hammer And The Anvil” ci riporta a Painkiller, quello che è da più parti riconosciuto come l’ultimo album eccezionale prodotto dalla band inglese. La coppia Tipton/Downing appare più affiatata rispetto all’esibizione tenuta allo scorso Gods Of Metal e la sezione ritmica è ineccepibile come al solito. Lui, Rob Halford, il grande protagonista, sente il peso dell’età ma d’altronde questo è inevitabile e il borchiatissimo singer deve far ricorso a tutta la sua esperienza per evitare di pretendere troppo dalle sue corde vocali. “Devil’s Child” anticipa uno dei momenti più attesi della serata, quella “Breaking The Law” che fece e ancora fa la storia di questo genere musicale. A questo punto è più che evidente come la setlist proposta sia praticamente identica a quella del Gods Of Metal 2008 e ciò rende in parte prevedibile il proseguo dello show.  In ogni caso è sempre e comunque un piacere sentire brani come “Rock Hard Ride Free”, “Sinner” o l’accoppiata inossidabile “The Helion/Electric Eye”, pezzi che a decenni dalla loro composizione ancora influenzano le generazioni più giovani, stasera ben rappresentate nelle prime file.  Ovviamente attesissima “Painkiller”, dove Halford fatica non poco. Una breve pausa e il rombo del due cilindri invade la sala prima che il carismatico cantante irrompa sul palco con la sua moto e dia il la a “Hell Bent For Leather” tra gli applausi della platea. Il concerto volge al termine e “The Green Manalishi” ci porta a “You’ve Got Another Thing Comin’”dove il singer fa cantare il pubblico con i suoi tipici vocalizzi e chiude uno show sicuramente positivo. Quanto ancora potranno andare avanti queste cinque istituzioni dell’heavy metal? Chissà…per ora ringraziamo di poterli ancora vedere all’opera.

Setlist:
Dawn Of Creation
Prophecy
Metal Gods
Eat Me Alive
Between The Hammer And The Anvil
Devil’s Child
Breaking The Law
Hell Patrol
Death
Dissident Aggressor
Angel
The Hellion/Electric Eye
Rock Hard Ride Free
Sinner
Painkiller
Hell Bent For Leather
The Green Manalishi
You’ve Got Another Thing Comin’

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