Introduzione di Giuseppe Caterino
Report di Giuseppe Caterino e Roberto Guerra
Fotografie di David Scatigna
Dopo aver visto protagonisti nomi quali Slipknot o Lynyrd Skynyrd, Ferrara torna ad essere epicentro di un happening metallico al quale, almeno sulla carta, sembrerebbe impossibile mancare.
L’unica data italiana dei Judas Priest, infatti, per quest’anno passa solamente sul palco della Piazza Ariostea e, complice una nuova (seconda? terza?) giovinezza che sembra aver graziato la band inglese, tra gli ultimi due ottimi dischi studio e il ricordo della devastante prova live ad Assago l’anno scorso, ci immaginavamo un esercito di fedelissimi del metallo in quel di Ferrara.
I numeri invece, complice probabilmente il giorno infrasettimanle o il fatto che comunque i Judas sono passati un po’ di volte ultimamente, sono sembrati un po’ fiacchi rispetto alle aspettative (sulle quattro/cinquemila presenze), ed il colpo d’occhio sulla piazza sembrava più consono ad un nome un po’ più dimesso rispetto alle leggende britanniche (e anche nel pit, almeno verso il fondo, si poteva stare davvero larghi).
Come vedremo, in ogni caso, la band ha suonato come se fosse davanti a centomila persone, rendendo onore e merito agli intervenuti, con buona pace di chi è stato a casa. Un pubblico eterogeneo ed in linea a questo tipo di eventi, soprattutto quelli di nomi con più di cinquant’anni di carriera alle spalle: dai veterani con qualche capello ingrigito alle famiglie con bambini muniti di cuffie/tappi per le orecchie a normalissimi giovani metallari, passando a persone probabilmente scappate dal lavoro per essere qui; l’atmosfera che si respira nella piazza Ariostea è più che gradevole: in pieno centro città, con la giusta quantità di erbetta, poche zone d’ombra ma non del tutto assenti, la location è piuttosto peculiare (anche per la colonna, orpello diremmo inusuale ai concerti, di solito).
I prezzi non sono stati esattamente popolari, forse, ma comunque nella media dei concerti estivi (da dire che le birre comunque costavano sette euro, un euro in più della media pub delle grandi città – cosa che non va bene di principio, certamente, ma che non è per forza ad appannaggio dei soli concerti), e un sound dal palco non solo molto potente ma anche abbastanza cristallino, a differenza della media dei grandi eventi estivi in Italia.
Il sole – che peraltro dà le spalle al pubblico, ogni tanto sono i musicisti a dove strizzare gli occhi – è ancora abbastanza intenso quando iniziano a farsi le 19, e le chitarre dei Warlord appaiono proprio pronte a farsi sentire…
Iniziamo a godere proprio con quegli stessi WARLORD che quasi un anno fa, presso l’edizione 2024 del Metalitalia.com, avevano fornito una prova emozionante ed esemplare, rinforzati da una formazione ben amalgamata e preparata.
In questa sede le nostre impressioni non si discostano da quanto percepito allora, anche se il poco tempo a disposizione non può non influire negativamente su una resa generale che tocca i suoi picchi massimi su classici come “Penny For A Poor Man” e, soprattutto, “Child Of The Damned”, cantata a gran voce dai presenti all’interno del pit, e non solo, mentre il combo macina lick e melodie epiche su un palco provvisto di un buon impianto sonoro.
Anche i pezzi più recenti funzionano bene, a conferma ulteriore di uno show ancora una volta molto piacevole e degno di ovazioni; eppure, continua a rimanerci in bocca una leggera sensazione di amaro, in quanto riteniamo che la formazione americana, capitanata dal batterista Mark Zonder, avrebbe meritato una posizione più illustre del bill odierno, indipendentemente dalla verve nostalgica che spinge la gente ad esaltarsi al pensiero di sentire qualche cover dei Motorhead, da parte di chi si esibirà a breve. (Roberto Guerra)
Dopo la soddisfacente prova dei Warlord, siamo curiosi di vedere se la scaletta di PHIL CAMPBELL & THE BASTARD SONS seguirà le orme del proprio presente o del proprio passato: il passato, glorioso, è quello dei Motorhead, ove il chitarrista ha passato diversi decenni ad aiutare Lemmy ad insegnare al mondo come si suona il rock and roll.
Il nostro dubbio nasce dall’ultima volta che abbiamo visto Phil & figli, peraltro sempre in compagnia dei Judas Priest, quando hanno optato per materiale della propria band e giusto qualche cover dei Motorhead, lasciando un po’ l’amaro in bocca; spulciando online, invece, abbiamo visto che solo pochi giorni fa avevano eseguito una scaletta Lemmycentrica, pertanto la speranza è giustificata.
Veniamo subito disattesi però quando comincia “We’re The Bastards”, introdotta dall’eclettico Joel Peters, che non starà quasi mai fermo e che tra una chiacchiera e l’altra strapperà anche qualche risata. La scaletta ruota attorno a brani autografi come “Step Into The Fire” o “Hammer And Dance”, ma è quando vengono annunciati i brani dei Motorhead che cambia il tono dell’esibizione: “Going To Brazil” prima, “Born To Raise Hell” e (soprattutto) “Ace Of Spades” dopo (questa cantata da chiunque ed introdotta con un siparietto buzzurro ma simpatico di insulti e dita medie al bassista) fanno sentire la differenza di partecipazione dei presenti (a questo punto già un bel numero).
Tecnicamente comunque l’esibizione è senza sbavature, e anche brani quali la plumbea “Dark Days” o la conclusiva “Strike The Match” fanno la loro figura e raccolgono i loro degni applausi, sebbene sembra che l’attenzione cali sempre un po’.
In genere, comunque, l’impressione è che il gruppo abbia risuonato lo stesso concerto di aprile 2024, senza grandi picchi, senza grandi baratri, sull’onda di una certa nostalgia e di molti applausi per uno dei grandi assenti della musica tutta.
I suoni si sono confermati anche qui più che buoni dalla nostra postazione (circa alla fine del pit, centrali), lasciandoci presagire un grande concerto subito dopo. Insomma, lo dicemmo anche l’anno scorso: è pur sempre rock and roll, e non si può voler mai male ad un concerto così. Un discreto antipasto, dopo l’aperitivo dei Warlord, prima del piatto forte della serata, che non tarderà a farsi vedere sullo stesso palco. (Giuseppe Caterino)
Vi è una punta di preoccupazione negli attimi precedenti la salita on stage della leggenda britannica a nome JUDAS PRIEST: qualche giorno prima, a Barcellona, la band si è resa infatti protagonista di uno show un po’ sottotono per via di alcune problematiche tecniche, nonché di una vivibilità non ottimale della venue, anche per i musicisti stessi, che hanno personalmente confermato entrambe le questioni poco tempo dopo.
Ebbene, sin dai primi rintocchi di “All Guns Blazing”, appare evidente che, in questa sede, la solfa è destinata ad essere un’altra: i suoni sono infatti più curati ed impattanti, il pubblico manifesta una grinta eccezionale e, cosa più importante, Rob Halford e compagni si presentano visivamente più energici e vogliosi di infiammare il palco.
L’intera scaletta viene sciorinata con grinta e precisione, celebrando ottimamente il capolavoro “Painkiller”, che viene proposto quasi nella sua interezza (escluse, purtroppo, “Leather Rebel” e “Metal Meltdown”) e non lesinando sui rimandi esterni, tra cui le immancabili “Breaking The Law”, “Electric Eye” e “Living After Midnight”, e persino due assenti dalla precedente selezione dell’ottimo ultimo lavoro in studio, e ci riferiamo alla stupenda “Gates Of Hell” e alla aggressiva “The Serpent And The King”.
Volendo fare un paragone con la precedente calata italica del combo britannico, possiamo dire di aver trovato un concerto più conciso e diretto al punto, senza certi fronzoli superflui (incluso lo scambio di vocalizzi con il pubblico) e con qualche dettaglio in meno a livello di scenografia. A parte ciò, le costanti sono sempre al loro posto: Scott Travis mena le pelli al meglio delle sue possibilità, Ian Hill sorregge le retrovie e la coppia di asce la fa da padrone, come sempre, escludendo ovviamente il proverbiale ‘Metal God’ dietro al microfono.
Forse si potrebbe criticare il fatto che, per fare spazio ai vari anfratti del celebre disco datato 1990, sono state rimosse molte di quelle chicche provenienti dalle opere meno inflazionate, focalizzando così le attenzioni su pezzi dal piglio più noto, ma non lo riteniamo un difetto in senso stretto, considerando di che brani stiamo parlando.
Si potrebbero dire molte cose in merito alla attuale incarnazione dei Judas Priest, rinforzati da due chitarristi giovani e rappresentati da un frontman relativamente (ma forse anche fisiologicamente) affaticato con la voce, ma sarebbe bene non dimenticare che parliamo della heavy metal band per antonomasia, il cui sound ha rappresentato un emblema per tutto ciò che è venuto dopo; e in un periodo in cui le realtà storiche iniziano a ritirarsi definitivamente – compresi quei Black Sabbath intenti a esibirsi per l’ultima volta a Birmingham – riteniamo che si debba solo godere ed essere grati, soprattutto quando una scaletta così leggendaria viene proposta con cotanta energia e precisione esecutiva, di fronte a un pubblico non propriamente dei più numerosi, ma senza dubbio dei più affamati ed appassionati.
Ce ne ricorderemo tutti, quando anche questi mostri sacri dovranno arrendersi allo scorrere del tempo, possibilmente il più tardi possibile. (Roberto Guerra)
Setlist:
All Guns Blazing
Hell Patrol
You’ve Got Another Thing Comin’
Freewheel Burning
Breaking The Law
A Touch Of Evil
Night Crawler
Solar Angels
Gates Of Hell
Battle Hymn/One Shot At Glory
The Serpent And The King
Between The Hammer And The Anvil
Giants In The Sky
Painkiller
Encore:
The Hellion/Electric Eye
Hell Bent For Leather
Living After Midnight
WARLORD
PHIL CAMPBELL AND THE BASTARD SONS
JUDAS PRIEST






















































































