01/11/2013 - Karma To Burn + Ape Skull + SixtySix – Roma @ Traffic Live Club - Roma

Pubblicato il 07/11/2013 da

A cura di Claudio Giuliani

Dovevano suonare l’estate scorsa, ma per problemi vari, verosimilmente riconducibili alla defenestrazione del bassista storico, reo di fare la cresta sui soldi del merchandise, lo show dei Karma To Burn a Roma saltò a data da destinarsi. La No Sun Music, però, ha tenuto fede agli impegni e ha riportato nella Capitale, per l’ennesima volta, uno dei gruppi più duri della musica stoner. Della formazione storica c’è solo William Mecum alla chitarra, mentre alla batteria è già una conoscenza dei romani il batterista Evan Devine, battezzato lo scorso anno al Sinister Noise, mentre, al basso, è stato reclutato nientemeno che Rob Halkett, noto come Irish Rob quando suona nei The Exploited. Una super formazione per un concerto tanto atteso, che ha avuto un ottimo riscontro di pubblico nonostante ci fosse un festival con molte altre band in contemporanea. Ad aprire lo show sono stati reclutati i rocker Ape Skull e i locali SixtySix, band più heavy della serata. Di seguito il reportage del concerto, dominato per l’ennesima volta dal granito puro delle canzoni degli americani!

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SIXTYSIX

Dopo pochi secondi dal via dello show, prendiamo immediatamente le misure a questi ’66’, il primo numero della serata – peccato non sia uno di quelli by Karma To Burn. Il gruppo in questione, infatti, è una band alle prime armi che per ora si limita a imitare i Pantera per larghi tratti, condendo il repertorio proprio con piccole di spruzzate di Down e di thrash metal scolastico. Ulteriori conferme giungono dalla chitarra simil-Dimebag adottata da uno degli addetti. Il suono non è ideale: il basso sovrasta la chitarra, la voce sovrasta tutto. Il cantante dimostra pure una certa profondità vocale, ma il gruppo non è maturo per sfruttare questa caratteristica. Stacchi, riff stoppati, mini-ripartenze, c’è un po’ di tutto nella loro musica, tanto è vero che nelle canzoni a tratti ci si perde per poi ritrovare il filo magari nel finale, con il riff che aveva aperto il brano. Non ce ne vogliano i SixtySix, ma tocca farsi le ossa prima di salire sul palco.

APE SKULL
È proprio il caso di dire che si cambia musica con gli Ape Skull, gruppo molto poco italiano, come direbbe Stanis La Rochelle di Boris. Rocker incalliti, dimostrano subito quanto del buon rock, suonato come si deve, possa fare impallidire la cattiveria e i toni forti di alcune metalband. Sono un terzetto e a cantare, mentre picchia sul suo scarno set di pezzi, è il batterista, dotato di un tono di voce a tratti soave, molto profondo quando gli rimane abbastanza fiato nei polmoni, comunque ampio. Il chitarrista ha l’abbigliamento adatto per ricordare i grandi riccioloni del Rock, da Jimi a Lenny, e imbraccia la sua Gibson d’ordinanza che domina le canzoni dei tre, brani che il più delle volte hanno il sapore dell’improvvisazione, della jam session. A forza infatti di arrangiare con lunghissimi assoli di chitarra, anche di un paio di minuti, gli Ape Skull conquistano la platea. Fra le canzoni, proposte fra le altre l’eccezionale “Lazy” (praticamente un plagio di “Foxy Lady”, a tratti) e una trascinante “So Deep”, estratte dal debutto “I Got No Time”, dal quale viene scelta anche la title-track. Gli Ape Skull sono un ottimo esempio di come l’elettricità possa trasmettersi oltre un conduttore. Con la forza del rock.

KARMA TO BURN
Manca un quarto all’una di notte quando la porta antipanico del palco si apre, lasciando che le sagome dei Karma To Burn si posizionino sul palco. Mecum sorride, sembra ispirato, dà uno sguardo alla sala mentre il batterista si posiziona e l’altissimo Rob Halkett prende il lato destro del palco, proiettando la sua lunga ombra sulle prime file del pubblico. Si parte sulle note di “19”, sparata subito con volumi molto alti, risultato di un ottimo bilanciamento strumentale. Ci si cala immediatamente nell’atmosfera strumentale, essendo tutti avvezzi alla proposta dei Karma To Burn, una delle band che più di altre riesce a fidelizzare la platea. Sulla ruota di Roma questa sera escono, fra gli altri,  il “14”, il “20”, il “28” , l’”8”, il “30”. Numeri che possono non dire niente ma che, tramutati in note, scolpiscono nel granito i brani del terzetto. Momento fra quelli più catartici è sicuramente l’esibizione di “34”, un brano tostissimo che nella parte centrale rallenta, consentendo al batterista di dettare il ritmo (usando anche la doppia cassa), coordinando come un maestro d’orchestra l’headbanging della sala. È il delirio e il coinvolgimento è totale. Dietro le pelli, più si va lentamente nel ritmo e più si picchia forte. Questi riff ora brevi, ora protratti a lungo, ora stoppati nel silenzio della sala per poi essere rilanciati a volumi assurdi, mulinando le braccia quando il plettro lascia le corde, sono l’anima del loro sound. E in tutto ciò la batteria detta il tempo, con Evan Devine che ha reso ancora più selvaggio il suo aspetto con barba e capelli allo stato brado, mentre l’ultimo arrivato sembra leggermente spaesato nel trovare le giuste movenze alla sua ingombrante fisicità, ma intanto gigioneggia con il pubblico adorante. Fra una canzone e l’altra ogni tanto il chitarrista biascica qualche parola al microfono: si vede che non è abituato a fare altro che strimpellare, ma risulta simpatico. Gli piace Roma e Roma ricambia. L’onda sonora che i tre spediscono verso la folla viene cavalcata con goduria dagli avventori del Traffic e alle due di notte, dopo una minipausa buona giusto per scrollarsi vie le copiose gocce di sudore che solo un’esibizione sincera sa dare, i tre salutano la platea. Il countdown per la loro prossima esibizione nella Città Eterna è appena iniziato.

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