Riprende l’attività concertistica milanese nell’ultima settimana di agosto, in una città ancora parzialmente spopolata, tra avvisaglie di autunno imminente e i grandi eventi di fine anno ancora lontani. Non poteva essere allora che una situazione prettamente e orgogliosamente underground a risvegliare le nostre attenzioni: tornano in Italia i Kayo Dot, la poliedrica e umorale creatura del polistrumentista americano Toby Driver, formazione tanto celebrata dalla critica quanto capita e amata solo da una fetta assai ridotta di ascoltatori.
In questo caso non ci lanceremo in filippiche sulla supposta ingiustizia del cinico mondo, perché stiamo parlando di una musica tanto affascinante quanto ostica, onestamente improba da ascoltare se non si è proprio affamati di essa. Per giunta, nel rimettere assieme la line-up dello storico primo album “Choirs Of The Eye”, Driver se n’è uscito con “Every Rock, Every Half-Truth Under Reason”, una delle pubblicazioni più impenetrabili del suo catalogo, divisa tra sperimentazioni rumoristiche e disturbanti e registri melodici di ottima fattura ma non propriamente iperlineari.
Quella milanese è la prima data di un tour europeo che vedrà la band divagare in lungo e in largo in Europa per circa un mese, segno che nonostante il suo carattere di nicchia la proposta del collettivo americano ha un suo seguito trasversale in tanti luoghi. E se le venue, come del resto il caso del Barrio’s milanese, sono spesso piccole e un po’ spartane, poco male, basta che ci sia un pubblico magari sparuto, ma fedele, a supportare questi eroi dell’avanguardismo.
Ad affiancare i Kayo Dot per le date di Milano e Bologna ci sono gli italianissimi – di Macerata – Klidas, usciti nel 2023 con il primo album “No Harmony” – e i quasi esordienti milanesi Supervulkan, duo in attività da pochissimo e qui a quella che è probabilmente la data più significativa del loro giovane percorso.
Mentre qualcuno se n’è rimasto a casa preoccupato per possibili nubifragi – poi avvenuti solo in minima parte, per fortuna – un manipolo di seguaci di sonorità storte e poco canoniche fa già bella presenza di fronte al piccolo palco, quando attaccano i Supervulkan…
Giocando in casa, il duo chitarra/voce e batteria che apre la serata non soffre di quell’impietosa, fredda atmosfera che troppo spesso deve subire un opening act poco noto quando deve aprire per qualche nome più blasonato. Chiaramente ci sono diversi amici e conoscenti a sostenere l’operato dei SUPERVULKAN e loro non si fanno pregare per offrire una prestazione energica e vissuta.
Mentre il sudore scende copioso dalle loro schiene, complice una moderata afa all’interno del locale, la musica ci investe rumorosa e viscerale, attraversando diversi stili con competenza e vigore. Sommariamente, il duo suona un noise-rock piuttosto contaminato, tra sfumature alternative, post-rock, indie e un trattamento vocale che potrebbe ricordare l’emo meno ovvio e più sentito. La musica vibra equamente di rabbia e malinconia, in alcuni momenti più lineare e vagamente orecchiabile, più spesso spigolosa, nervosa, incline a farsi ruvida e poco addomesticabile. Complice la già citata presenza di molte persone di loro stretta conoscenza, i Supervukan possono godere di un costante supporto, comunque onestamente guadagnato per quanto offerto sul palco.
Deciso cambio di sonorità con i KLIDAS, band con qualche anno in più d’esperienza sul groppone e un’idea sonora che per diversi aspetti non va poi così distante da quella degli headliner. Il loro è un progressive/jazz metal diviso tra momenti più secchi, tirati e quadrati e divagazioni pazzoidi ma concrete, orchestrate con una signora tecnica, forte teatralità e gusto per la commistione eccentrica.
Da una canzone all’altra lo scenario muta drasticamente, tenendo quale comune denominatore il feeling jazzato e una specie di scivolosità di ritmiche e arrangiamenti, come se in un attimo dovessero scappare di mano e tramutarsi in qualcosa di completamente diverso. Funziona tutto nell’operato del gruppo, gli elementi più imponderabili, come gli interventi di sax e certe incursioni bizzarre della seconda voce, si incastrano bene con una sostanza metal più concreta e diretta. I presenti paiono gradire assai, i cinque marchigiani sorridono soddisfatti e compiaciuti, osservando come la risposta sia probabilmente anche oltre le loro aspettative.
Vero, la sala è tutt’altro che gremita, ma partecipe quel che basta e per fortuna con un’età media neanche troppo elevata. I Klidas riescono a passare in rassegna buona parte del materiale contenuto nell’esordio “No Harmony”, lasciando proprio una bella impressione e la speranza che possano proseguire con successo il loro cammino.
E veniamo agli headliner, che complici diversi piccoli ritardi accumulatisi nel frattempo salgono sul palco allo scoccare delle undici di sera, circa un mezz’ora dopo rispetto al programma. Non se ne cura nessuno, non c’è fretta alcuna in questo sonnacchioso angolo di Milano un po’ fuori da tutto.
Rispetto alla formazione da studio i KAYO DOT si presentano in cinque, invece che in sei, trovando in qualche maniera spazio per tutto il loro arsenale di strumenti e pedali sull’angusto stage del Barrio’s; una situazione alla quale questi musicisti sono abituati, peraltro, non essendo esattamente una formazione da ampi palcoscenici, eccetto qualche ospitata a grossi festival (come l’Arctangent inglese di metà agosto).
Il sobrio carisma di Driver prende affabilmente possesso della sala, mentre risuonano le note del primo brano in scaletta; i suoni, così come nel resto della serata, sono sufficientemente nitidi per apprezzare il colto divagare tra avant-garde metal, jazz, progressive, sperimentazione indefinibile, per quanto non ci siano condizioni miracolose da questo punto di vista. Comunque nulla che infici l’operato del gruppo, visto che anche il violino e gli strumenti a fiato si odono distintamente e senza mortificazioni.
La band non è sicuramente composta da animali da palco, quanto da espertissimi, inappuntabili professionisti dello strumento, per cui l’intrattenimento è dato essenzialmente dal trasporto concentrato con cui si immergono nel flusso di note e creano un clima straniante, dolcemente irreale e assorto.
Quello del Barrio’s è il primo concerto per testare il materiale del nuovo, già controverso, “Every Rock, Every Half-Truth Under Reason”. Per fortuna due delle tre canzoni estratte da quel lavoro sono quelle più morbide e meglio riuscite, così che “Blind Creature Of Slime” e “Oracle By Severed Head” possono farsi apprezzare per le loro irregolari sinuosità, l’estensione impeccabile della voce di Driver e un intrecciarsi di fraseggi strumentali di eccellente fattura.
Clima completamente opposto con la respingente, rumorosa e stridente “Mental Shed”, una specie di minaccia alla tenuta dei padiglioni auricolari: tanto estenuante su disco come dal vivo, dobbiamo riconoscere che live, se presa nel suo carattere di esperimento estremo, di sfida ed eccesso, ha un suo fascino, anche se ringraziamo sia stato l’unico momento di questo tipo nella setlist, completata da due ripescaggi più datati, uno più affabile e l’altro più frenetico, con stacchi velenosi tra black metal e grind.
Tempo un’ora e tutto è finito, senza possibilità di alcun bis. Non una prestazione altisonante e da tramandare ai posteri, quanto una onesta testimonianza di classe, talento e ricercatezza, in linea con quanto ci si aspetta da una realtà di questo valore. Ci possiamo accontentare.

