29/08/2013 - KILL-TOWN DEATH FEST 2013 @ Ungdomshuset - Copenaghen (Danimarca)

Pubblicato il 27/09/2013 da

Nuova edizione per il Kill-Town Death Fest e nuova trasferta danese per Metalitalia.com, che si è ritrovata ancora una volta a trascorrere uno degli ultimi weekend estivi in quel di Copenhagen. La creatura più estrema organizzata dall’efficentissima Undergrundsmusikkens Fremme, associazione che allestisce regolarmente concerti e festival nella capitale danese (fra cui il Kill-Town Hardcore Fest e l’Heavy Days In Doom Town), ha ormai raggiunto una dimensione internazionale, diventando l’happening numero uno al mondo per quello che viene considerato death metal vecchia scuola o underground. Un evento come sempre organizzato da fan per altri fan, senza fini commerciali (per tutti i dettagli su questa scelta vi rimandiamo di nuovo alla nostra intervista) e dove si respira solo ed esclusivamente vera passione per questa musica. Vuoi per la sua particolare natura, vuoi per l’estrema settorialità del target a cui esso di rivolge, è improbabile che il Kill-Town Death Fest diventi mai un evento di grosse proporzioni: ormai vi prendiamo parte da anni e le facce che vediamo tra il pubblico sono più o meno sempre le stesse, tanto che si sta venendo a creare una sorta di piccolo club di appassionati che puntualmente si ritrova ogni dodici mesi. Un’atmosfera appunto familiare che è una delle prime caratteristiche dell’appuntamento, oltre naturalmente alla lineup altamente selezionata, che regolarmente presenta gustose reunion, chicche dal passato e una schiera di giovani realtà e promesse underground. Ormai una piacevole consuetudine anche gli orari perfettamente rispettati, i suoni mai scadenti e l’ottima accoglienza allestita all’interno del centro sociale Ungdomshuset, che, tra cibo vegano, birra locale e rassegne di cinema horror, è praticamente diventato il rifugio perfetto per tutti coloro che desiderano assistere al festival senza dover fare troppo i conti con i prezzi elevati di Copenhagen. In definitiva, ancora una volta il Kill-Town Death Fest si è rivelato un grande successo sotto ogni punto di vista, confermandosi punto di riferimento essenziale per tutti i veri amanti di questa musica e una splendida mosca bianca all’interno del circuito festivaliero europeo, dove sempre più spesso ci si imbatte in cartelloni scontati e/o intercambiabili e costi irragionevoli.

kill town poster 2013

DEATH STRIKE

Come al solito, il Kill-Town Death Fest si apre con un “warm up party” nel popolare quartiere/città libera di Christiania. Quest’anno il cosiddetto highlight della serata è rappresentato dai Death Strike, il gruppo con cui Paul Speckmann ha iniziato a farsi notare nei primi anni Ottanta, prima che i Master diventassero praticamente tutta la sua vita. Il demo “Fuckin’ Death” del 1985 è oggetto di culto per tanti death metaller della prima ora e questa sera viene riproposto per intero, assieme ad altri pezzi del piccolo repertorio Death Strike e ad alcune immancabili hit dei Master. Speckmann è visto come il nonno/padrino del death metal da queste parti: una persona affabile, umilissima e sempre pronta alla risata. Il concerto, infatti, assume presto i connotati di uno showcase per amici, con varie pause colme di ironia e un’atmosfera molto rilassata, a dispetto della barbarità della musica proposta. Alla fine, è come trovarsi ad un concerto dei Master più intimo del solito, dove tanti sono invitati ad interagire, viste le dimensioni ristrette del palco e l’assenza di qualsiasi tipo di barriera fra band e pubblico. Una quarantina di minuti che scaldano a dovere i presenti e che contribuiscono ad alzare il livello di esaltazione generale, in vista del festival vero e proprio.

CADAVERIC FUMES

La giornata di venerdì prende invece il via con i Cadaveric Fumes, giovanissimo quartetto transalpino che ha lasciato un’ottima impressione con l’EP di debutto “Macabre Exaltation”. Non abbiamo idea dell’esperienza accumulata dai ragazzi dal vivo sinora, ma quest’oggi rimaniamo davvero impressionati dalla loro performance, che sembra essere a tutti gli effetti il frutto di una preparazione meticolosa e di una baldanza che non è da tutti. Il gruppo è sicuramente aiutato da dei suoni molto ben mixati, ma ci mette anche del suo, tenendo il palco con sicurezza e coinvolgendo i presenti con tutte le classiche “attività da concerto death metal”, vale a dire headbanging e imprecazioni varie. Infine, non vanno chiaramente sottovalutati i brani, che in concerto acquistano senz’altro una marcia in più in termini di impatto, oltre a rivelare ulteriormente tutte le belle idee dei ragazzi, che, con un death metal tanto aggressivo quanto atmosferico, ispirato a nessuna scena in particolare, sembrano veramente pronti per lasciare il segno con un full-length.

ENTRAILS

Arriva il momento di “quelli che contano” a partire dagli svedesi Entrails, che si presentano sulle ali del successo ottenuto dalla loro recente prima prova per Metal Blade Records, “Raging Death”. I Nostri, come già detto varie volte, sono un gruppo realtivamente giovane, ma formato da dei veri veterani della scena. Il palco non è quindi un ambiente sconosciuto per nessuno di loro e lo dimostra in primis l’affiatamento che i Nostri ostentano sin dai primissimi minuti, quasi a voler zittire immediatamente scettici e miscredenti. I tre album pubblicati sinora trovano equamente spazio all’interno della setlist, che alterna sapientemente up e midtempo, momenti da pogo e altri da headbanging. Tra le prestazioni, colpisce come al solito in positivo quella di Adde Mitroulis (General Surgery, Birdflesh), gran batterista che riesce ad occuparsi anche di tante backing vocals. Ottimo, comunque, l’impatto complessivo del quartetto, che senza strafare è diventato rapidamente un nome su cui contare all’interno del panorama death metal vecchia scuola. Già in passato gli Entrails ci avevano dato l’impressione di essere una live band capacissima, ma questa sera, con pezzi come “Entrails” e “Bloodhammer” a spiccare in scaletta, hanno ribadito il concetto davvero alla grande.

CONVULSE

Il primo nome veramente storico della giornata è invece quello dei Convulse, da Nokia, Finlandia! Il mini-classico “World Without God” (1991) è custodito gelosamente da tanti avventori del Kill-Town Death Fest, quindi quale occasione migliore per rispolverare buona parte dei suoi brani in un concerto “best of”? I Nostri hanno un nuovo album in uscita, ma non è questo il luogo per indugiare troppo sul presente o sul recente passato. Rami Jämsä e compagni lo sanno bene, tanto che decidono di aprire il set direttamente con la title track del succitato album, passando poi alle varie “Putrid Intercourse” e “Incantation Of Restoration”. I suoni sono ottimi e il gruppo dà l’impressione di essere davvero entusiasta dell’accoglienza tributata loro, tanto che le pause vengono ridotte al minimo in modo da poter suonare più pezzi possibile. Certe aperture veloci più vicine al thrash o allo stile dei primi Death danno prova di rendere particolarmente bene dal vivo, così come i numerosi lead di chitarra che condiscono le parti più atmosferiche. Il death metal dei Convulse, almeno agli esordi, ha sempre goduto di un buon bilanciamento tra brutalità e melodia e questa sera riassaporiamo con entusiasmo la formula, che viene riproposta dal vivo con notevole fedeltà nei suoni e nell’esecuzione. Si vede che il gruppo ha preparato al meglio questo appuntamento e i Nostri vengono ripagati da reazioni calorosissime da parte di tutta la sala. Il festival è entrato nel vivo!

DROWNED

Dai “noti” Convulse si passa ai più criptici Drowned, realtà ormai attiva da decenni ma ancorata per scelta alla dimensione demo. Il gruppo di Berlino, composto da ex e attuali membri di band rispettabilissime come Essenz e Necros Christos, è una sorta di culto underground da diverso tempo e questa sera viene premiato con un slot da pre-headliner che forse gli stessi musicisti non si aspettavano. In effetti, i Nostri appaiono ben poco estroversi sul palco, rimanendo del tutto fedeli a quell’aura enigmatica che si sono costruiti in tutti questi anni. Il terzetto suona quasi come se si trovasse in sala prove per conto suo, lasciano che sia esclusivamente la propria musica a parlare. E’ un tripudio di death metal arcano, dai toni doomeggianti, fedele alla tradizione di Incantation e Asphyx, con quel tocco magico che i suddetti Necros Christos hanno promosso di recente. Pane per l’avventore abituale del Kill-Town, che vede in questo tipo di realtà la spina dorsale del genere. In effetti, durante la performance dei tedeschi la sala è piena e sempre pronta ad incitare i musicisti, nonostante questi paiano essere tutto sommato indifferenti a qualsiasi tipo di reazione. La parte viene recitata sino all’ultimo e l’obiettivo viene centrato: si crea un’atmosfera di riverenza che dona al concerto un’impronta del tutto particolare, lontana di molto dalla caciara dei Convulse e da quanto succederà di qui a poco con i Rottrevore.

ROTTREVORE

La sala torna a riempirsi di vera euforia con l’arrivo dei Rottrevore, uno dei gruppi più attesi di questa edizione del festival. La band statunitense si è riformata da poco ed è alla sua prima apparizione in assoluto sul suolo europeo. In molti sono accorsi da queste parti solo per loro e l’entusiasmo si nota sin dalle primissime battute del set, quando il pit si apre in un pogo che di rado si è visto al Kill-Town Death Fest. Il simpatico Chris Weber e i suoi compagni sono carichi e godono di suoni più che accettabili, la scaletta è ovviamente incentrata su “Iniquitous”, il loro debut album diventato negli anni un disco di culto, e la platea è appunto infervorata… insomma, gli ingredienti per un fine serata memorabile, degno di un headliner, ci sono tutti. Aggiungiamo poi che il death metal dei Rottrevore è praticamente perfetto per tenere alta l’attenzione in questa tarda ora: intricato ma non eccessivamente pretenzioso, ricco di spunti groovy e ignoranti, ma mai piatto. La potenza che i Nostri sprigionano anche in concerto fa fede alla fama che il loro suddetto primo (e per ora unico) album ha racimolato negli anni: i Rottrevore sono senza ombra di dubbio una delle death metal band più squisitamente heavy apparse al Kill-Town Death Fest. Ovviamente se ne rende conto anche l’organizzatore David Mikkelsen, frontman degli Undergang, che sale sul palco per una “ospitata” molto gradita. Che sia una “Jesters Of Recession” o una “Ceased By Failure” tutti trovano il loro momento topico del concerto e la serata si conclude decisamente alla grande, esattamente come preventivato. Del resto, in un evento come quello in questione un gruppo come i Rottrevore gioca sempre e comunque in casa.

OBSCURE INFINITY

E’ il pomeriggio di sabato e si è ormai nel pieno del Kill-Town Death Fest 2013. Ad aprire questa giornata ci pensano gli Obscure Infinity, realtà devota ad un death metal di matrice europea decisamente classico, che in particolare segue le coordinate tracciate a inizio anni Novanta da gruppi svedesi come Unleashed e Necrophobic. Il quintetto ha un’attitudine molto “rock’n’roll” sul palco: i musicisti sorridono, scherzano fra di loro e il frontman Jules cerca in più occasioni di coinvolgere il pubblico, dimostrandosi molto spigliato e, paradossalmente, quasi fuori luogo in un evento come questo, dove in tanti giocano a fare i cattivoni. Forse è anche per questo che gli Obscure Infinity ci risultano quasi subito simpatici: musicalmente non sono dei geni, ma i ragazzi suonano con passione e disinvoltura, svolgendo al meglio il ruolo di opener della giornata. Hanno da poco firmato per l’arrembante F.D.A. Rekotz e quindi probabilmente sentiremo ancora parlare di loro.

KATECHON

Ci pensano i Katechon ad alzare il livello di brutalità e malvagità. Il gruppo norvegese è artefice di un ibrido death/black/grindcore che, tutto sommato, non rientra completamente nel sound tipico del festival, ma, vuoi per dei suoni grezzissimi, vuoi per la presenza di un frontman che incute realmente timore, i Nostri riescono ad attirare attorno a sè un’attenzione di tutto rispetto. Abbiamo apprezzato il debut album “Man, God, Giant” e dobbiamo ammettere che molti dei suoi pezzi acquistano un tiro ancora più feroce dal vivo: si sente una marcata impronta crust-hardcore nelle ritmiche, così come nell’urgenza dell’esecuzione. Poco ordinati, ma molto incisivi, i norvegesi smuovono fan e curiosi in un set che dura il giusto, terminando prima che possa diventare ripetitivo. Tra tanto death metal, spesse volte tradizionale sino all’eccesso, i Katechon si rivelano un bel diversivo. Superata la prova del live, serve ora un nuovo album un pelo più maturo per scalare ulteriori posizioni nell’underground europeo.

ENGULFED

Dalla Norvegia si passa alla Turchia… non si può certo dire che il Kill-Town Death Fest e la scena death metal underground non abbiano acquisito una dimensione internazionale negli ultimi tempi! Gli Engulfed ci avevano ben impressionato con il loro EP di debutto dell’anno scorso e li ritroviamo ora sul palco del festival danese, per quella che è probabilmente una delle loro prime apparizioni live (se non la prima) fuori dal loro Paese. La prima cosa che ci colpisce è il look del terzetto, che sembra quasi un gruppo grind o hardcore e sfata il “mito” che vuole i death metaller vecchia scuola tutti borchie e pelle; poi viene la musica, e anche questa desta la nostra attenzione, nonostante dei suoni non esattamente perfetti (almeno in principio). Il gruppo propone i brani di “Through Eternal Damnation” e un pezzo inedito con buona fedeltà, mettendo soprattutto in luce le buone capacità di cantante/bassista di Serkan Niron. Il pubblico è piuttosto numeroso durante la performance e, anche se non si segnala chissà quale presenza scenica da parte del combo, supporta degnamente i Nostri, tanto che si arriva persino a chiedere un improbabile bis a fine show. Il set degli Engulfed è stato abbastanza breve, ma ha confermato le buone impressioni suscitate dall’EP. Tra i vari discepoli di Incantation e Dead Congregation, questi ragazzi turchi sono tra i più interessanti al momento.

LANTERN

L’immagine misteriosa che i Lantern danno nelle foto promozionali viene smontata dalla dimensione live. Il gruppo finlandese, infatti, si presenta assai sobriamente, sfoggiando un classico look denim & leather che pare andare un po’ in contrasto con le atmosfere arcane e luciferine della musica contenuta nel recente “Below”. Poco importa, comunque, visto che la proposta musicale è l’unico elemento che a noi interessa. La lineup della band è ovviamente allargata per l’occasione, essendo i Lantern ufficialmente un duo, ma la cosa non risalta più di tanto, sia perchè la band denota subito un buon affiatamento, sia perchè nessuno si sta comunque aspettando dei veri animali da palco. Muovendosi tra classico death metal finlandese e reminiscenze Celtic Frost, i Nostri sono riusciti a dar vita ad uno stile piuttosto personale, che viene qui esaltato da una performance sicuramente all’altezza della situazione, nella quale spicca soprattutto il frontman Necrophilos, che si piazza al centro del palco attirando tutta l’attenzione su di sè, ora per il suo growling peculiare, ora per la pura e semplice stazza. Non è uno show che scatena pogo o chissà quale reazione selvaggia, quello dei Nostri, ma la sala è piena e l’attenzione da parte degli astanti non sembra mai scemare. I Lantern, d’altronde, negli ultimi tempi sono diventati una sorta di caso nel circuito death metal underground e la curiosità di vederli all’opera su un palco era parecchia. Dal canto loro, Necrophilos e soci si sono fatti trovare pronti.

PENTACLE

I Pentacle sono una delle band che meglio rappresenta il vero spirito underground. Attivi da decenni, i Nostri hanno sempre suonato per passione, limitando le pubblicazioni al minimo indispensabile, curando queste ultime al massimo, tenendo solo concerti selezionati e così via. L’invito a prendere parte al Kill-Town Death Fest è l’ennesimo riconoscimento in una carriera sì sempre vissuta lontano dai riflettori, ma assolutamente dignitosa sotto ogni aspetto. Il quartetto è spesso visto come la risposta olandese ai primi Celtic Frost e questa sera ne abbiamo l’ennesima conferma: il sound è il più groovy e compatto della giornata, diretto e semplice da seguire. Wannes Gubbels è poi il frontman perfetto per questo genere di band e sonorità: ci dispiace abbia lasciato gli Asphyx, ma i Pentacle sono da sempre la sua priorità e vederlo dare tutto sulle assi del palco questa sera ci ricorda che cosa voglia dire credere realmente nelle proprie idee e nei propri sogni. Avrebbe potuto continuare a dividersi fra due gruppi, magari per racimolare qualcosina in più, ma così facendo avrebbe inevitabilmente rallentato le attività della sua creatura. Inutile dire che a Gubbels va parecchia della nostra stima, così come è superfluo sottolineare che il concerto degli olandesi sia terremotante dall’inizio alla fine. Quella dei Pentacle è musica nata per essere suonata dal vivo e la performance di quest’oggi spazza via qualsiasi tipo di dubbio. “Four Poisoned Tongues, Four Poisoned Arrows” è la hit della serata.

BLASPHERIAN

Quello di questa sera è il primo concerto europeo della storia dei Blaspherian. I texani partiranno per un tour europeo il giorno seguente e quale evento migliore del Kill-Town Death Fest per presentarsi ufficialmente al pubblico del Vecchio Continente e per scaldare definitivamente i motori? Il quintetto ha già dalla sua i buonissimi riscontri ottenuti dall’ultimo album “Infernal Warriors Of Death” e si presenta denotando una certa sicurezza. Il look old school da satanic death metaller, con borchie gigantesche, fa la sua scena, così come la presenza scenica del massiccio frontman Desekrator, che scoprireremo essere illustratore di diverse copertine di band come Insect Warfare, P.L.F. e Toxic Holocaust. A livello musicale, siamo in pieno territorio Incantation: un death metal quadrato, cupo e pesante, in cui il dinamismo viene spesso sacrificato sull’altare della profondità. Band come questa non stravolgeranno mai un genere, nè riusciranno a guadagnare fan fuori dalla loro nicchia, ma è sempre bello vedere dei musicisti così coinvolti nella propria arte, nonchè entusiasti di trovarsi ad un festival che è nato appositamente per ospitare formazioni simili ai Blaspherian. Gli statunitensi, infatti, suonano con grande partecipazione e faticano a nascondere il loro entusiasmo, nonostante cerchino di ostentare un’attitudine malvagia e senza compromessi. Più volte scorgiamo il batterista ridere di gusto dietro i tamburi! Ci aspettavamo uno show opprimente ma anche vivace e così è stato: gruppo e fan sono certamente rimasti soddisfatti.

TRIBULATION

L’arrivo dei Tribulation cambia rapidamente le carte in tavola. T-shirt blasfeme e borchie vengono sostituite da un elegante look seventies che lascia interdetto più di qualcuno all’interno della sala. Gli svedesi stanno evidentemente prendendo le distanze da tutto ciò che è tradizionale in questo campo, come, del resto, dimostrano in primis le sonorità contenute nell’ultimo “The Formulas Of Death”. I candelabri posti ai lati del palco donano un ulteriore tocco di classe all’esibizione, ma è ovviamente la qualità della musica a porre veramente in risalto il quartetto di Arvika, che, con in programma un tour americano di spalla ai Watain, sembra proprio essere sulla rampa di lancio verso il grande pubblico. Johannes Andersson appare un po’ sovrappeso, ma la sua voce è quella di sempre, così come risultano immutate le movenze feline di Adam Zaars e Jonathan Hultén, che spesso rubano quasi la scena al frontman. Vi è tantissima gente ad assistere alla prova dei Tribulation, segno appunto che il quartetto è davvero riuscito a scalare numerose posizioni con il suo ultimo album; per molti sono i veri headliner della giornata, per altri un gruppo di cui tutti parlano che va ascoltato con attenzione. Insomma, per un motivo o per l’altro, i Nostri riempiono la sala e danno vita ad uno dei concerti più seguiti della manifestazione. A livello prettamente tecnico, va quasi tutto per il meglio e canzoni come “Wanderer In The Outer Darkness” e “When The Sky Is Black With Devils” esplodono come ci si aspettava. Intenso, comunque, l’intero set, durante il quale il combo mantiene le pause al minimo, come se stesse suonando una lunga suite. Forse in futuro i Tribulation non saranno più un “gruppo da Kill-Town”, ma poco male; questa sera ci siamo davvero goduti il loro concerto.

EXHUMED

L’aura misteriosa e la sottile malvagità dei Tribulation vengono spazzate via in men che non si dica dall’arrivo degli ignorantissimi Exhumed, sicuramente uno degli headliner più “popolari” nella storia del Kill-Town Death Fest. Il gruppo non è esattamente underground ormai da tempo (incide per Relapse, va in tour con nomi anche molto noti, ecc) ma resta senza dubbio un vero alfiere del death-grind old school, come del resto ben dimostra l’eccellente “Necrocracy”, album appena pubblicato. Il gruppo si presenta con una delle sue migliori lineup di sempre, soprattutto a livello ritmico: Rob Babcock al basso e Mike Hamilton (dai Deeds Of Flesh) alla batteria sono praticamente delle macchine e non fanno rimpiangere per nulla i loro predecessori. Babcock è essenziale anche nella gestione delle linee vocali, dato che si occupa di quasi tutti i growl più profondi, mentre Hamilton ha donato al sound della band maggiore groove e profondità. Il perno degli statunitensi rimane comunque Matt Harvey, vero mattatore sia in studio che sul palco. Questa sera il pubblico segue il Nostro senza esitazioni, dando vita al mosh pit più violento e prolungato della storia del festival. Solitamente al Kill-Town gli astanti si limitano a fare headbanging, ma la natura più barbara e incalzante della musica degli Exhumed ha portato molti a rompere gli indugi. Dopo tutto, certa musica estrema necessita una reazione altrettanto estrema! Inutile quindi sottolineare come lo show si riveli intensissimo, con da una parte un gruppo che suona senza freni, anche a dispetto di alcuni problemi tecnici, e dall’altra file di gente che si strapazzano gettandosi in ogni angolo. Da ricordare le esecuzioni delle datate “Necromaniac” e “Torso”, rispolverate per omaggiare la vecchia scuola accorsa all’evento, così come quella della più recente “Dysmorphic”, che ha dimostrato come gli Exhumed siano ancora oggi assolutamente in forma.

APOTHECARY

Da un paio d’anni a questa parte, la domenica al Kill-Town significa Gloomy Sunday. Tanta gente ha già preso armi e bagagli e si appresta a tornare a casa; altrettanta decide di restare per un’ultima iniezione di metallo, questa volta dai toni più torbidi. La rassegna doom-death di questa edizione si apre con gli Apothecary, terzetto danese che ha la peculiarità di non avere una chitarra in lineup. Il basso è iper distorto e funge da elemento portante e da traino per la musica dei Nostri. Trattandosi di doom-death metal sporchissimo, la differenza con una chitarra quasi non si nota! Anzi, pare quasi che la band tragga giovamento dall’avere una formazione così essenziale: i brani sono snelli e incisivi al massimo e i musicisti spingono tutti in una sola direzione, lasciando da parte ogni orpello. Colpisce anche la varietà del lavoro di batteria, che in vari episodi non si limita solo al down-tempo. Insomma, per un motivo o per l’altro, gli Apothecary lasciano una buonissima impressione. A quanto pare, l’album di debutto di questi ragazzi è in dirittura d’arrivo e da queste parti siamo assai curiosi di ascoltarlo.

INTO DARKNESS

Gli Into Darkness sono l’unica formazione a rappresentare l’Italia all’edizione di quest’anno. Abbiamo apprezzato non poco il loro primo omonimo EP, ma anche tanta altra gente accorsa al Kill-Town Death Fest pare essere della stessa idea, visto che quando il terzetto lombardo calca il palco la sala è piuttosto gremita. Viene da chiedersi se sarebbe stato meglio inserire il gruppo nel cartellone dei primi giorni, visto che lo stile negli ultimi tempi si è spostato su un death metal più rabbioso e veloce rispetto a quello rintracciabile nel debutto, ma si tratta di sottigliezze. Doomed Warrior dimostra di avere un buon growling e altrettanto valide capacità interpretative anche dal vivo, la nuova sezione ritmica composta da Ken Hunakau al basso/voce e da Pide Guts alla batteria non sbaglia nulla, i suoni sono più che discreti… in sintesi, il concerto dei ragazzi viaggia su binari sicuri, mantenendo alto il livello della giornata, già ben avviata dagli Apothecary e ora entrata nel vivo. Come dicevamo, la musica del gruppo si è fatta indubbiamente più concitata, portando ora alla mente più gli Asphyx che i Winter, ma le atmosfere morbose sembrano però essere rimaste al loro posto. Siamo quindi curiosi di dare un ascolto al nuovo demo “Cosmic Chaos” e di saggiare per bene questa evoluzione. Le premesse sono buone: vi sono ispirazione e voglia di fare. Andando avanti così, gli Into Darkness possono diventare veramente una realtà importante nel circuito death-doom.

OPHIS

Rivediamo con piacere gli Ophis, già ammirati un paio di mesi fa a Londra di spalla agli Evoken. Il gruppo tedesco ha accettato di buon grado l’invito ad esibirsi a Copenhagen, anche per supportare al meglio la validissima compilation “Effigies Of Desolation” rilasciata di recente. A giornata ormai inoltrata, i Nostri soddisfano nuovamente tutte le aspettative che avevamo nei loro confronti: i suoni sono buoni, la presenza scenica di Philipp Kruppa superiore a quella di tanti altri colleghi e il set, comprensivo ancora una volta di un interessante brano inedito, risulta vivace come sempre. Come gli Into Darkness, anche gli Ophis qua e là spingono il piede sull’acceleratore, ma qui le coordinate del festival tornano ad essere più vicine al doom, nonostante la profondità tipica del death metal sia sempre in agguato. Come già detto in passato, apprezziamo molto la capacità del quartetto di dare al proprio materiale un taglio mesto e dinamico al tempo stesso. La cura negli arrangiamenti e nelle ritmiche è da sempre una delle peculiarità degli Ophis e questa sera fan di vecchia data e neofiti ne hanno conferma. Continuano ad esibirsi come supporter o a metà bill, ma i Nostri probabilmente meriterebbero qualcosina di più.

INDESINENCE

Anche gli Indesinence erano presenti in quella ormai famosa data londinese degli Evoken. Li ritroviamo qui, guidati come sempre dal capace cantante/chitarrista Ilia Rodriguez e accompagnati dal nuovo batterista Paul Westwood, proveniente dai Fen. La band ha suonato dal vivo piuttosto spesso ultimamente, cementando un affiatamento insperato sino a qualche tempo fa. Di certo il successo dell’ultimo album, “Vessels Of Light And Decay”, ha iniettato una dose ulteriore di fiducia nei ragazzi, che forse si sentono sempre meno un “gruppo per pochi”. La consapevolezza dei propri mezzi è importante anche a questi livelli ed è un piacere vedere il quartetto prendere di petto l’impegno e rovesciare sul pubblico il suo death-doom dalla particolare vena melodica. C’è un qualcosa di mistico nella proposta dei ragazzi che a tratti ci ricorda la scena estrema ellenica, ma la loro personalità è comunque indubbia. Gli Indesinence uniscono diverse scuole death e doom metal, anni Novanta e anni Duemila, con una scioltezza che anche dal vivo non incontra difficoltà. Anni di gavetta non sono trascorsi invano: ora la band è matura e pronta a raccogliere i frutti dei propri sforzi. Uno dei momenti migliori di questa giornata va rintracciato nella loro prova.

FUNERALIUM

I pesantissimi Funeralium portano la serata su binari decisamente più opprimenti. Ci è voluto del tempo per rivedere attiva la band dopo la pubblicazione del debut omonimo nell’ormai lontano 2007, ma questo sembra a tutti gli effetti essere l’anno dei Nostri, visto che il nuovo album “Deceived Idealism” è stato finalmente pubblicato e che sono appunto state organizzate delle date di supporto a quest’ultimo. In studio il quintetto oggi punta molto su un quadrato funeral doom, evitando di spaziare su più generi estremi come aveva fatto in passato, e anche lo show rispecchia questa nuova attitudine. Sicuramente siamo davanti alla proposta più soffocante della giornata, basata quasi interamente su ritmi leti e solenni, melodie dolenti e voci strazianti. Addirittura i Nostri fanno uso di due bassi, per evidenziare proprio la loro rinnovata passione per la pesantezza. Qualche arpeggio sibillino interrompe ogni tanto le colate laviche di death-doom funereo, ma chi è in cerca di veri e propri attimi di respiro non può far altro che lasciare momentamente la sala: i Funeralium sono qui per schiacciarci  qualsiasi tipo di compromesso pare essere stasto bandito in partenza dal loro set. Volevamo “doom & gloom”? I francesi ce lo hanno elargito con gli interessi, diventando il vero manifesto di questa giornata.

ANHEDONIST

Si arriva finalmente alla conclusione della Gloomy Sunday con gli Anhedonist, altra band che incarna alla perfezione lo spirito di questo “evento nell’evento”. Il quartetto statunitense è alfiere di un death-doom classicissimo nel suo essere il risultato esatto della somma dei due elementi portanti. Nella musica dei ragazzi non si sente altro al di fuori di death e doom metal: si va dai primissimi My Dying Bride agli Evoken, passando per Mournful Congregation, Ahab e Disma; queste le influenze principali, rivisitate e mescolate da un gruppo che sul palco non sembra avere grandi affanni a riproporre la propria formula. Chi è in cerca di spettacolo ha naturalmente sbagliato band e festival: certa musica dal vivo va semplicemente ascoltata soffermandosi solo sull’esecuzione/interpretazione, gustandosi magari quelle imperfezioni e quelle smagliature nel lavoro di chitarra che rendono la performance più schietta e vibrante. Rispetto al disco, gli Anhedonist sono inoltre più heavy in sede live, cosa che senz’altro non dispiace a noi ormai stremati avventori: il festival è ormai quasi terminato ed è giusto concedersi definitivamente a quest’ultima lenta e inesorabile valanga di riff pesantissimi e growling impietosi. Si chiude in maniera assai classica, insomma, con una realtà che omaggia la tradizione di certi generi senza strafare, puntando molto sulla sostanza, ma facendo anche vedere buon gusto e reali capacità compositive. Un po’ come quasi tutte le formazioni che ogni anno partecipano al Kill-Town Death Fest, alla fine dei conti.

2 commenti
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