Dopo un anno e mezzo di pausa e una parentesi che aveva fatto temere uno stravolgimento della formula – con l’annuncio, poi ritirato, di spostare il festival dalla sua tradizionale collocazione di settembre alla primavera – il Kill-Town Death Fest è tornato a celebrare la sua decima edizione. Per fortuna, l’esperimento non è mai stato portato a compimento: settembre è la sua stagione naturale, un appuntamento di fine estate che segna il passaggio dal calendario dei grandi festival open air a quello dei tour autunnali nei club.
Un ponte ideale, dunque, che negli anni è diventato parte integrante dell’identità stessa dell’evento.
Arrivati a questa tappa simbolica, sarebbe superfluo insistere sulle caratteristiche che rendono unico il festival danese: chi lo frequenta regolarmente sa già cosa aspettarsi, e chi vi si avvicina per la prima volta ha di fronte un modello consolidato, privo di scosse o deviazioni. In positivo o in negativo – se così si può dire – il Kill-Town Death Fest ha raggiunto da tempo una sua stabilità, che è anche la sua forza. La formula resta immutata: una line-up che combina con equilibrio un pugno di nomi storici a una folta rappresentanza di formazioni nuove, spesso poco visibili al di fuori del circuito death metal underground; un’attenzione pressoché maniacale alla qualità delle scelte artistiche, che privilegiano sempre la ricerca e la proposta di realtà di nicchia o particolarmente all’avanguardia; e infine un contesto logistico che da anni garantisce la riuscita della manifestazione.
Il Pumpehuset, nel cuore di Copenaghen, resta la cornice perfetta: due palchi interni, il beer garden esterno con il suo piccolo stage per gli show pomeridiani, spazi gestiti in maniera impeccabile e un’acustica che raramente tradisce. Quest’anno qualche problema di volumi ha interessato il main stage nella giornata inaugurale, ma si è trattato di un episodio isolato e non particolarmente grave.
Per il resto, l’esperienza si è svolta secondo copione, con la consueta puntualità negli orari, la vivibilità degli ambienti e un’atmosfera che riesce a rimanere familiare e raccolta nonostante il sold out registrato da mesi.
Il Kill-Town Death Fest non è più, da tempo, un evento in cerca di conferme. Lo era forse nei primi anni, quando l’idea di un festival interamente dedicato al death metal più oscuro e sotterraneo appariva come una scommessa, e lo è stato di nuovo brevemente verso la fine degli anni Dieci, quando il successo crescente aveva fatto intravedere il rischio di qualche contaminazione più mainstream, con tutto ciò che ne consegue in termini di hype e di attenzioni esterne.
Ma quell’ondata si è rapidamente assestata, e oggi il KTDF ha ritrovato la sua misura: circa seicento partecipanti provenienti da ogni angolo del mondo, un clima sempre internazionale ma mai caotico, e un senso di comunità che non si lascia scalfire troppo dal passare del tempo.
In questo contesto, la decima edizione non ha introdotto novità e non ne aveva bisogno: il festival vive della propria continuità, della certezza di offrire, anno dopo anno, un programma di qualità assoluta e un’organizzazione senza falle. È per questo che, concluso un altro fine settimana di death metal allo stato puro, non resta che attendere con curiosità i primi annunci per il 2026.
GIOVEDÌ 4 SETTEMBRE
La prima giornata dell’evento si apre con i VACUOUS. Sono già parecchi coloro che hanno raggiunto il locale: la sala principale è già piuttosto gremita e i riflettori già cominciano a delineare le sagome dei musicisti. I ragazzi inglesi sono qui per promuovere il nuovo “In His Blood”, la cui resa dal vivo acquista sicuramente una marcia in più in termini di velocità e frenesia, grazie soprattutto alle iniziative del batterista Max Southall, un vero portento.
Ci sono passaggi in cui il mix non aiuta a distinguere bene le chitarre, specie nei registri medi-bassi, ma la proposta è sufficientemente chiara da incuriosire: come ampiamente dimostrato dall’ultimo disco, i Vacuous non puntano su virtuosismi, ma su un’aggressività controllata, con il death metal che viene spesso avvolto da vaghe tentazioni industrial e da una ricerca atmosferica che guarda oltre i confini del puro death metal o del death-doom. La risposta del pubblico è incoraggiante, rispettosa, da chi è venuto con la pazienza di godersi anche le aperture non immediate.
Seguono, sul secondo palco, i giovani finlandesi MALFORMED, e qui la proposta va ad assestarsi su registri un po’ più tradizionali. Se su disco la band mostra ancora margini di crescita e un songwriting a tratti non del tutto messo a fuoco, dal vivo le cose prendono un’altra piega. L’affiatamento è evidente, i ragazzi si muovono compatti e convinti, e il materiale del recente debutto “Confinement of Flesh” guadagna spessore e vigore.
La resa sonora restituisce un impatto più diretto, più viscerale, che convince anche i più scettici. Quando, qua e là, spuntano riff che richiamano i primi Suffocation, le prime file si animano con decisione, segno che l’energia arriva forte e chiara. Certo, resta da vedere come il quartetto riuscirà a mettere meglio a fuoco la scrittura nei lavori futuri, ma per quanto riguarda il palco i Malformed dimostrano di avere già le carte in regola: intensi, compatti, capaci di accendere la platea.
Con IMPETUOUS RITUAL il contesto cambia di nuovo, questa volta drasticamente. Non si parla più di riff in senso stretto – perlomeno non sempre – ma di un insieme di frequenze disturbanti, un magma sonoro che sembra voler destabilizzare più che guidare. Le chitarre si muovono come blocchi informi, sovrapposti fino a generare un frastuono che oscilla tra l’opprimente e il caotico, mentre la sezione ritmica talvolta lavora più sulla sensazione di urto che sulla costruzione di linee riconoscibili. È un approccio che non concede appigli tradizionali, e che di conseguenza divide: non tutti riescono a entrare in sintonia con questa declinazione estrema di war metal, volutamente sfibrante e ossessiva, ma la curiosità è palpabile e molti restano immobili a osservare, cercando di decifrare ciò che accade sul palco.
Anche l’aspetto visivo contribuisce a creare un impatto forte: il consueto look da uomini delle caverne, ricoperti di sangue e sudiciume, accentua l’effetto ritualistico dell’esibizione e calamita l’attenzione. È un immaginario che non ha nulla di compiaciuto o teatrale in senso stretto, ma che serve a rafforzare la dimensione di disagio e di caos controllato.
Nel complesso, il set degli Impetuous Ritual non lascia indifferenti: per alcuni è un muro invalicabile, per altri una suggestione potente, ma in entrambi i casi rappresenta uno dei momenti più radicali e discussi della giornata.
Sempre sul palco principale, i CORPUS OFFAL offrono un set che non è solo una riproposizione dal vivo dell’omonimo debut album, ma ne mostra ulteriori potenzialità: i pezzi guadagnano in spessore, la pesantezza compositiva emerge con ulteriore chiarezza, e il contrasto tra le sezioni più brutali e quelle più rarefatte risulta davvero ben calibrato. Ogni passaggio più lento, ogni discesa nel groove assume un valore maggiore perché supportato da una resa sonora che non lascia scoperti né i bassi né gli armonici superiori.
L’aspetto visivo – le figure losche dei quattro statunitensi – aggiunge un pizzico ulteriore di ostilità e contribuisce a rendere l’atmosfera complessiva coerente con la musica, facendone percepire la tensione intrinseca. Ma è nei riff che i Corpus Offal dimostrano di essere in grado di collocarsi tra le realtà più convincenti del festival: riff robusti, poderosi, spesso incisivi al punto giusto da far vibrare le prime file. Il suono è grande – pieno, potente, ben bilanciato – e la band non appare mai sopraffatta dall’intensità che richiedono certi passaggi, ma li domina.
Per molti spettatori, questo è il miglior spettacolo della giornata. Non soltanto per l’esecuzione: è la coerenza tra ciò che il disco propone e ciò che accade sul palco, la capacità di trasformare le potenzialità del debut album in esperienza tangibile, concreta, che segna la performance come una delle più alte sul cartellone di questa decima edizione.
Con gli americani LEFT CROSS si torna a un’impostazione un po’ più lineare e tradizionale, ma non per questo meno feroce. Il loro è un death metal serrato, compatto, che spinge a tratti verso i canoni del war metal contemporaneo, soprattutto per il livello di intensità mantenuto dall’inizio alla fine del set. Si potrebbe definire una versione più ‘standard’ degli Antichrist Siege Machine, e il paragone non è casuale: dietro la batteria siede infatti SB, attivo in entrambe le formazioni, e il suo drumming implacabile imprime alla performance un ritmo martellante, che non concede alcuna tregua.
Pur senza ricercare soluzioni particolarmente innovative, i Left Cross convincono grazie alla loro capacità di mantenere alta la tensione e di proporre un live energico e sentito, costruito su riff diretti e su un impianto sonoro che punta all’impatto immediato. Il pubblico risponde con entusiasmo: la densità dei brani si traduce in movimento sotto al palco, e l’atmosfera si scalda non poco tra le prime file. Una resa buona, senza sbavature, che conferma la solidità del gruppo e consegna un altro momento divertente della giornata.
Finalmente, i PORTAL chiudono la serata. La loro performance era da tempo anticipata come punto alto (anche perché il gruppo manca da queste parti da ben un decennio), e conferma le attese: palco principale avvolto nella penombra, uso accurato del fumo, l’illuminazione minima che enfatizza le ombre.
Il suono è denso, non sempre facile da decifrare nei dettagli, ma intenzionale in ogni scelta: non è la velocità, è la tensione, è la pressione. La voce occlusiva, cavernosa, di The Curator si fonde ai muri di distorsione; ogni pausa, ogni riverbero di chitarra serve a disegnare un’ombra. Come di consueto, gli australiani e il loro death metal denso, compresso e sperimentale non accondiscendono lo spettatore: richiedono attenzione, creano uno spazio mentale oltre lo spazio fisico del locale.
La folla è visibilmente concentrata, alcuni volti illuminati solo dai pochi fasci di luce si muovono in silenzio, altri restano immobili come in contemplazione. Alla fine, quando le ultime note si spengono, non ci sono ovazioni semplici ma un senso di soddisfazione raccolta: il pubblico sa di aver visto qualcosa che è stato costruito con misura, non con effetto d’impatto immediato.
Certo, musica non per tutti, ma ogni esibizione di questa realtà riesce sempre a restare impressa.
VENERDÌ 5 SETTEMBRE
La giornata inizia sul main stage con i finnici GALVANIZER, che portano sul palco un death‑grind diretto, serrato e senza troppi fronzoli, ispirato prevalentemente ai primi Xysma e vecchie glorie affini.
I brani ovviamente non puntano a virtuosismi complessi, ma sono costruiti per colpire subito, e si può dire che la band riesca a valorizzarli grazie pure al palco principale, il quale conferisce alla loro presenza un’autorità più spiccata. L’energia è costante e il gruppo mostra un buon controllo delle dinamiche, anche se a tratti il set risulta leggermente più lungo del necessario: per ilvalore complessivo del repertorio, mezz’ora avrebbe probabilmente concentrato meglio l’impatto.
Nonostante questo, la performance diverte e coinvolge, con i musicisti che alternano momenti di completo arrembaggio a passaggi più calibrati, dove il chitarrista Aleksi Vähämäki si ritaglia un suo spazio in fase solista. Il quartetto stabilisce così un inizio di giornata vivace e riconoscibile, mettendo subito in chiaro il suo approccio snello e diretto.
Sul palco minore salgono quindi i NOROTH, e le buone aspettative vengono confermate. La band di Seattle propone brani essenziali, basati su riff ficcanti e diretti, che, come prevedibile, dal vivo acquistano un vigore maggiore rispetto alla registrazione. La scelta di farli suonare in un contesto più raccolto e sudato funziona: l’atmosfera intima amplifica la compattezza del suono, e la tensione tra ritmo serrato e momenti più groovy crea un effetto immediato sulle prime file.
Quando emerge un groove alla Cianide, il pubblico reagisce con headbanging convinto, e la band sfrutta questo coinvolgimento per costruire un set scorrevole e dinamico. Nonostante la semplicità apparente dei brani, il trio dimostra precisione, controllo e capacità di catturare l’attenzione per tutta la durata della performance, confermandosi una presenza solida e convincente all’interno del festival.
Restando tutto sommato in linea con l’approccio dei loro connazionali, i texani FLESHROT portano sul palco un sound altamente grezzo e diretto, fatto di groove carnosi e midtempo irresistibili per l’headbanging. Il loro death metal, volutamente ignorante e immediato, punta sulla sostanza più che sulla tecnica complessa o sull’astrazione: ogni riff è concepito per avere impatto e risultare memorabile, e l’insieme genera un set energico e divertente, capace di strappare sorrisi e muovere la folla.
In un cartellone spesso impegnativo, se non addirittura sperimentale, la loro proposta semplice ma efficace funziona come una pausa di leggerezza senza perdere peso sonoro. Il pubblico apprezza il ritmo chiaro, l’ignoranza e la compattezza del quartetto, e si crea un clima di divertimento condiviso, con gli spettatori che si muovono liberamente e reagiscono con entusiasmo a ogni cambio di tempo verso registri più quadrati.
Sul secondo palco, i giovani statunitensi PURULENCY dimostrano fin dai primi brani una maturità sorprendente, nonostante abbiano alle spalle solo un demo, “Transcendent Unveiling of Dimensions” (2024). La band del Tennessee traduce le influenze del vecchio death metal finlandese, quello più ruvido ed evocativo, in una performance coerente e potente: ogni passaggio dal vivo risulta più incisivo, con maggiore densità e tensione, rispetto alle registrazioni.
Per completare il set, i giovani americani propongono anche cover dei Convulse e degli Abhorrence, che non sono solo omaggi, ma contribuiscono a contestualizzare il loro stile e a rafforzare il legame con la tradizione a cui si riferiscono. Il pubblico reagisce bene, seguendo con attenzione e muovendosi nei momenti più groovy e intensi, e l’impressione generale è quella di una formazione pronta a confermare le buone impressioni con il futuro debut album.
L’equilibrio tra atmosfera, aggressività e presenza scenica rende la loro performance tra le più convincenti della serata.
Sul main stage salgono quindi i MITOCHONDRION, e la loro performance segna uno dei picchi della giornata.
Come ampiamente ribadito dall’ultimo, estenuante, album “Vitriseptome”,il gruppo di Vancouver combina esasperazione a livello ritmico, fisicità e tecnica individuale in una miscela densa e travolgente. Ogni pezzo tratto dall’ultimo lavoro è un vasto esercizio di tensione, con riff intricati, strappi repentini e momenti di opprimente densità sonora.
Vengono sì evocati, almeno a tratti, i Morbid Angel di “Formulas…” e “Gateways…”, ma reinterpretati con maggiore frenesia e deviazione sonora. La band, tuttavia, riesce a mantenere un indubbio controllo sulle transizioni, e questa coesione tra i membri permette di sostenere un’intensità estrema senza mai scadere nel caos. Chiaramente non è musica per tutti: la complessità e la crudezza del suono richiedono attenzione, ma chi segue il genere riconosce subito la qualità e l’autorità del gruppo.
Il pubblico risponde con entusiasmo, apprezzando la precisione e la capacità – soprattuto da parte del frontman Shawn Haché – di interpretare un suono tanto complesso con una certa disinvoltura.
I messicani REVERENCE TO PAROXYSM salgono sul palco secondario mostrando una visione più articolata di quanto ci si potrebbe inizialmente aspettare. Il loro death metal mantiene la forza immediata dei riff più diretti, con qualche passaggio che sa di vera badilata, ma è arricchito ogni tanto da passaggi dissonanti e momenti atmosferici che interrompono la linearità del set e creano un vago senso di imprevedibilità. La band alterna insomma sezioni aggressive a dettagli più sottili, riuscendo a far emergere alcune sfumature sonore che, come accennato, non erano state messe in conto di primo acchito.
Detto ciò, il classico fuoco latino della loro esecuzione emerge chiaramente: energia, intensità e un approccio appassionato travolgono il pubblico, che si avvicina al palco e contribuisce a un’atmosfera vibrante e partecipata.
A chiudere il main stage e la giornata di venerdì ci pensano quindi gli ANTEDILUVIAN, con un concerto chiaramente concepito per essere sfibrante e difficile. Il black‑death metal dei canadesi è costruito su pezzi che spesso si interrompono bruscamente, apparendo quasi troncati, generando un senso di instabilità e tensione costante.
La scenografia – ovvero quella sorta di accappatoi indossati dai musicisti, che riflettono le proiezioni luminose – aggiunge una dimensione visiva coerente con la degenerazione sonora, trasformando il set di Haasiophis e soci in un’esperienza totale. Ogni elemento, dalla dinamica degli spigolosi riff all’illuminazione, appare calibrato per creare disagio e tensione, facendo sentire lo spettatore immerso in un contesto difficile e opprimente.
In questi contesti, capita che la proposta dal vivo diventi più masticabile, magari più dritta e vigorosa, ma non è questo il caso. La folla davanti al palco, infatti, si assottiglia col passare dei minuti: chi resiste si concentra sulla crudezza e sulla densità del suono, chi esce lo fa per sovraccarico sensoriale. È
uno show tortuoso e deliberatamente sadico, che conferma la fama della band e lascia una forte impressione sul pubblico più preparato e disposto a sorbirsi questa sorta di sperimentazione estrema, consolidando il ruolo di riferimento del trio nel panorama del death-black più disarmonico.
SABATO 6 SETTEMBRE
Il sabato prende avvio presto, nel grande beer garden all’aperto, e per noi l’avvio corrisponde con il concerto dei RUINOUS POWER.
Alla chitarra ritroviamo Sebastian Montesi dei Mitochondrion, qui impegnato in un contesto più snello rispetto alla band madre. Il loro black-death metal mostra infatti un’impostazione meno stratificata e più diretta, con alcuni strappi che richiamano in maniera piuttosto evidente i primi Morbid Angel.
L’ambiente esterno non è forse la cornice ideale per un sound così oscuro e compresso, ma il gruppo si dimostra affiatato e riesce a catturare l’attenzione di un pubblico già numeroso nonostante l’orario.
Colpisce in particolare la compattezza della sezione ritmica, che permette ai brani di mantenere tensione anche quando i dettagli più atmosferici si disperdono nell’aria aperta. Un inizio convincente, che dimostra come il nome stia cominciando a circolare con un certo interesse.
La prima vecchia gloria della giornata sono i danesi MACERATION, formazione dalla storia intermittente e mai davvero salita agli onori delle cronache. Nati come side-project death metal dei thrasher Invocator, i Maceration hanno avuto sin dall’inizio la collaborazione di Dan Swanö, ma nonostante ciò non sono mai diventati un riferimento.
La lunga pausa – quasi trent’anni – tra il debutto e il ritorno a titolo “It Never Ends…” ha probabilmente pesato, ma, se presi senza soffermarsi troppo sul loro percorso, su puoi dire che dal vivo questi veterani si muovano con dignità, rendendo giustizia soprattutto ai brani più recenti. Tuttavia, non è un caso che i momenti più applauditi del set siano le cover di “Nightfear” dei Benediction e “Inside The Wire” dei Bolt Thrower, eseguite con Dave Ingram al microfono: un segnale eloquente sul valore complessivo del repertorio originale. Nonostante la buona volontà, resta l’impressione di una band che vive soprattutto di legami storici e di passioni personali, più che di reale necessità artistica.
Gli HAR, gruppo metà israeliano e metà tedesco, rappresentano una di quelle realtà che pur senza presentare tratti di assoluta originalità sanno comunque farsi notare dal vivo. Il loro è un death metal luciferino che pesca tanto dai Necrovore quanto dai Morbid Angel dei primi anni, per poi confluire in coordinate affini a band più moderne come Lvcifyre o Ascended Dead.
Sul palco secondario la resa è asciutta ma incisiva: i riff sono taglienti, l’esecuzione compatta e il pubblico concede attenzione, anche in assenza di una vera presenza scenica. È una proposta che convince per coerenza e dedizione, pur senza offrire veri colpi di scena. Si ha l’impressione che la band stia ancora cercando il proprio tratto distintivo, ma nel frattempo riesce comunque a mantenere viva l’attenzione e a lasciare un’impressione positiva.
Il main stage si riempie in fretta per l’esibizione dei CAUSTIC WOUND, formazione statunitense che raccoglie membri di Mortiferum e Corpus Offal. La loro miscela di death metal e grindcore rappresenta uno dei momenti più frenetici del festival: un vortice sonoro che investe la folla con brani brevi, secchi e incalzanti. Rispetto ad altre esperienze estreme, colpisce come nonostante la velocità e l’aggressività vi sia grande attenzione per i riff, tratto che permette al materiale di restare memorabile.
L’impatto è superiore alla resa in studio e la folla risponde con entusiasmo: una scarica di adrenalina che, come ampiamente prevedibile, non concede tregua. La band si dimostra precisa, affiatata e soprattutto credibile, senza mai dare la sensazione di affidarsi soltanto alla velocità come arma. Un’esibizione travolgente, che li colloca tra le sorprese più energiche di questa edizione.
Tra i protagonisti assoluti della giornata ci sono poi i norvegesi ABHORRATION, che mandano in tilt la capienza della sala secondaria: tanta è l’affluenza che la security è costretta a bloccare gli ingressi. Il quartetto si conferma tra i migliori nel reinterpretare i canoni dei Morbid Angel, a partire dal debut album “Demonolatry”, che dal vivo acquista ulteriore potenza.
Brani taglienti, atmosfera sulfurea e un’interpretazione che non lascia scampo: il pubblico assiste a un’esibizione devastante che colloca gli Abhorration, a livello di personalità e tiro, direttamente accanto ai connazionali Obliteration e Nekromantheon, con cui non a caso condividono anche il chitarrista Arild. Un set che spazza via ogni dubbio e che rafforza l’idea che la Norvegia estrema non si esaurisca affatto con il black metal. È un concerto che resta a lungo nella memoria, non solo per l’intensità ma anche per la sensazione di trovarsi davanti a un gruppo che ha ancora ampi margini di crescita.
Ormai i veterani svedesi INTERMENT calcano i palchi con parsimonia, ma ogni volta lo fanno con grande solidità. Il loro è un death metal svedese nel senso più classico del termine: riff abrasivi, andamento diretto e una resa che privilegia la sostanza alla ricerca del colpo di scena. Non c’è più nulla da dimostrare per Johan Janssson e compagni, e forse anche per questo la performance appare naturale e sciolta, con i suoni che si assestano progressivamente fino a raggiungere un equilibrio soddisfacente.
Alla fine gli applausi sono convinti: una band serie e affidabile, che regala un momento di puro revival senza apparire stanca. Si respira la sensazione di assistere a un pezzo di storia del nostro underground preferito, tenuto vivo con passione e professionalità. Piacerebbe ora poter ascoltare il successore dell’ottimo “Scent of the Buried”: sono già trascorsi quasi dieci anni dalla pubblicazione di quella prova.
Anche in questa situazione, i MISCREANCE confermano la loro crescita esponenziale: il quartetto italiano sembra nato per suonare dal vivo e per dare al proprio techno thrash-death una carica ulteriormente propulsiva sul palco. Lo dimostra la disinvoltura con cui interpreta il proprio materiale, cosa evidente ancor di più quando ci si sofferma sul batterista/cantante Andrea Feltrin, davvero impressionante a livello di precisione.
Questa sera la band suona compatta e aggressiva, con un approccio genuino che travolge la platea, evidentemente ansiosa di saggiare la resa live dei pezzi del fortunato debut “Convergence”.
L’anima thrash si amalgama perfettamente con quella più tecnica, dando vita a un’esibizione dinamica e senza cali. Non manca un promettente assaggio del secondo full-length, registrato di recente, oltre alla sempre convincente cover di “Merciless Death” dei Dark Angel, che scatena il pubblico. Una parentesi insolita per il KTDF, visto il carattere generalmente più oscuro e pesante della line-up, ma tra le più apprezzate. La sensazione è quella di trovarsi davanti a una formazione che può davvero ambire a ritagliarsi un ruolo di rilievo a livello internazionale, e il calore della risposta lo conferma.
Un po’ sottovalutati rispetto ad altri nomi della scena, soprattutto contemporanea, i norvegesi EXECRATION si confermano pionieri nel portare il revival old-school death verso territori più complessi e personali, cosa per cui sono spesso stati accostati a formazioni del calibro dei Morbus Chron. La loro proposta, che già in studio si distingue per l’approccio progressivo e talvolta avantgarde, dal vivo acquista ulteriore spessore, certo aiutata dai proverbiali ottimi suoni del secondo palco. Zigzaganti, aggressivi e spesso imprevedibili, i brani mantengono una coerenza interna che non smorza la tensione, ma anzi la amplifica.
Sono passati quasi dieci anni dall’ottimo “Return to the Void”, eppure l’energia sul palco e la risposta del pubblico dimostrano che la band ha ancora un seguito e può regalare altro a questo circuito. È un concerto – con tanto di gustosa cover di “Twisted Mass of Burnt Decay” degli Autopsy in chiusura – che rende giustizia a una carriera troppo spesso trascurata e che rilancia con forza la loro rilevanza all’interno del panorama death metal europeo.
La chiusura spetta a una vecchia gloria della scena newyorkese, i MORPHEUS DESCENDS. Se in studio i Nostri non sembrano più avere grandi cose da dire, dal vivo la situazione cambia radicalmente: i brani degli anni Novanta – di perle come “Ritual of Infinity” e “Chronicles of the Shadowed Ones” – restano solidi, intrisi di sostanza e dotati di riff che ancora oggi reggono il confronto con l’arsenale della più giovane concorrenza.
I suoni sono imponenti, e nonostante qualche inconveniente tecnico – in particolare alla chitarra di Robert Yench – la band mantiene convinzione e autorevolezza, proseguendo senza badare a quanto accade al lato del palco, dove Yench pare impegnato in una lunga sessione di bestemmie per risolvere il problema. È un set che mette in risalto la componente più pesante e ribassata del death metal newyorkese, con richiami a rallentamenti e stacchi che evocano anche i primissimi Suffocation e Pyrexia, pur con un approccio meno tecnico e più quadrato.
Un finale dunque trascinante, che chiude la giornata con il giusto equilibrio tra culto e sostanza, lasciando il pubblico soddisfatto e consapevole di aver assistito a una testimonianza ancora viva di un certo panorama d’altri tempi.
DOMENICA 7 SETTEMBRE
La giornata conclusiva del festival, da tempo denominata ‘Gloomy Sunday’, prende avvio nel beer garden con i death-doom metaller spagnoli SANCTUARIUM, e come spesso accade in questo spazio, le condizioni non aiutano a creare la giusta atmosfera: la luce diurna, il via vai di gente e l’acustica più dispersiva penalizzano un genere che di solito vive di tensioni ovattate e di ambienti raccolti.
La band, però, ha l’accortezza di impostare il set su alcuni dei brani più immediati del proprio repertorio, mettendo in risalto riff ficcanti e ben assestati che riescono comunque a catturare l’attenzione. Su disco la loro proposta si distingue per un’aura torbida e per un mood funereo, caratteristiche che qui non trovano piena espressione, ma considerato il contesto la scelta si rivela intelligente. Nonostante tutto, i Sanctuarium tengono il palco con buona padronanza, offrendo un inizio più solido di quanto le premesse potessero far immaginare.
Con gli italiani ASSUMPTION si sale di livello: tra le realtà più raffinate del panorama death-doom attuale, i Nostri si confermano musicisti di grande classe anche in questa cornice. La resa sonora è superiore a quella di molte altre band che hanno calcato il main stage, e il repertorio mette in luce una scrittura capace di usare il death-doom come base per un discorso musicale ampio, che alterna densità e aperture dall’impostazione particolarmente variegata.
I brani respirano, si distendono, si riempiono di dettagli prima di precipitare nuovamente nell’abisso. Un pezzo come “Liberation”, con la sua tensione costante e i passaggi in sospensione, resta un piccolo capolavoro e dal vivo non perde nulla della sua forza. La platea è già ampia e risulta partecipe, segno che anche in un cartellone tutto sommato votato a sonorità più opprimenti c’è spazio per proposte complesse e introspettive, capaci di scavare in profondità e mescolare le carte senza perdere molto a livello di impatto.
Tra i momenti più attesi del Gloomy Sunday – e in generale di tutto il festival – spicca la prima apparizione europea dei DUSK, gruppo statunitense che ha segnato con un unico album, “…Majestic Thou in Ruin” (1995), il cuore di molti appassionati del death-doom più oscuro e malinconico. Attorno a quella release, considerata ormai di culto, si è costruita negli anni una piccola leggenda, e vederla finalmente celebrata dal vivo in occasione del suo trentesimo anniversario ha il sapore di un evento speciale. La scaletta ruota quasi interamente attorno a quel lavoro, con l’aggiunta di un paio di brani dal mini di debutto, eseguiti con altrettanta cura e convinzione.
Ciò che sorprende subito è la solidità della resa: il gruppo, pur visibilmente attempato, appare affiatato, compatto, attento ai dettagli. Ogni nota è pesata, ogni sfumatura curata per rendere giustizia a un repertorio che vive di equilibri delicati tra lentezza funerea e vigore death metal. Un aspetto particolarmente apprezzato è la decisione di portare sul palco Dana Ignarski, cantante che nei Dusk ha un ruolo abbastanza marginale ma distintivo: poche linee vocali, eppure fondamentali nel contribuire all’atmosfera. Molti gruppi si sarebbero affidati a una traccia preregistrata, ma la scelta di farla esibire dal vivo restituisce autenticità e viene accolta con applausi sinceri.
Musicalmente, lo show, proprio come il disco, richiama a tratti l’aura brumosa e decadente dei primissimi My Dying Bride, soprattutto nelle sezioni più lente e malinconiche, ma non scivola mai nel puro lamento: i riff, solidamente ancorati alla tradizione death metal, mantengono sempre un margine di aggressività, conferendo al concerto una robustezza che evita il rischio della monotonia.
Ne risulta una performance vigorosa e al contempo evocativa, capace di bilanciare introspezione e impatto fisico. L’entusiasmo nelle prime file è palpabile, segno che l’attesa non è stata vana: i Dusk, pur restando una band dal profilo quasi sotterraneo, si dimostrano all’altezza della propria fama.
Il ritorno dei MOONDARK rappresenta uno di quei momenti che al Kill-Town Death Fest assumono il sapore della riscoperta, del tributo a formazioni che magari non hanno mai conosciuto una vera popolarità, ma che in nicchie specifiche hanno lasciato tracce di un certo peso. La band è infatti una sorta di estensione degli Interment, con cui condivide gran parte della line-up, impreziosita però dalla presenza di Mattias ‘Cryptan’ Norrman (October Tide, ex Katatonia) alla chitarra solista e di Alexander Högbom (October Tide, ex Centinex) alla voce. Una combinazione che già sulla carta garantisce affiatamento e qualità interpretativa, e che dal vivo trova puntuale conferma.
La setlist è divisa più o meno equamente tra il recente album di ritorno, “The Abysmal Womb” e lo storico demo “The Shadowpath”, risalente ai primi anni Novanta. Si tratta dunque di un viaggio che tocca sia le radici più sotterranee del progetto, sia il tentativo di aggiornarne la formula con sfumature leggermente più complesse e atmosferiche. In entrambi i casi, ciò che colpisce è la capacità della band di mantenere una coerenza di fondo, un approccio che predilige sempre il riff pesante e cadenzato, più vicino a un death metal rallentato che a un vero e proprio death-doom.
Dal vivo, queste coordinate si traducono in un suono possente e avvolgente, ben calibrato a livello di impatto. I brani più vecchi, crudi e diretti, trovano nuova linfa nell’interpretazione della band odierna, mentre quelli più recenti, più stratificati e meditati, beneficiano di un’esecuzione che ne sottolinea tanto la solidità quanto la vena atmosferica. Högbom, pur non essendo un frontman eccessivamente teatrale, sa imporsi con una voce cavernosa e autorevole, perfettamente inserita nel tessuto strumentale.
Non si raggiunge forse l’impatto emozionale del celebre show di reunion che i Moondark offrirono nelle prime edizioni del KTDF – ancora ricordato come un piccolo evento per gli appassionati – ma il gruppo conferma comunque di saper dire la sua anche nel presente, senza vivere solo di nostalgia. La prova odierna dimostra che il progetto, pur nato come costola e per lungo tempo rimasto inattivo, ha ancora ragioni valide per esistere.
Direttamente collegati ai Sanctuarium – con cui condividono un paio di membri – gli spagnoli TROLLCAVE hanno la fortuna di esibirsi sul secondo palco, dove l’acustica e l’atmosfera più raccolta amplificano il loro impatto. Qui il loro suono, ancora più denso e sibillino, può esprimersi al meglio: un death-doom avvolgente, che affonda le radici nell’eredità dei Disembowelment, alternando momenti opprimenti a passaggi più eterei e dilatati.
Senza proporre elementi dirompenti o inattesi, la band interpreta con coerenza e convinzione il proprio repertorio, conquistando una platea che si mostra partecipe sin dalle prime battute. Non è lo show più innovativo della giornata, ma uno di quelli che meglio riesce a creare un clima immersivo e coinvolgente, segno che anche le formazioni minori possono ritagliarsi uno spazio importante quando riescono a valorizzare al meglio i propri punti di forza.
A questo punto della serata, il programma originariamente prevedeva un concerto degli Eternal Darkness, tuttavia, dopo il loro scioglimento, lo slot è stato affidato ai CANCER, che portano così una ventata diversa all’interno della domenica tradizionalmente dedicata ai suoni più lenti e atmosferici.
Non sarà un gruppo da Gloomy Sunday, ma la parentesi movimentata è accolta con favore, anche perché i primi album del gruppo restano di grande valore. La band sta promuovendo il nuovo “Inverted World”, lavoro altalenante, e pesca anche dal precedente “Shadow Gripped”, ma, come prevedibile, è con i classici degli esordi che il pubblico si scalda: “Hung, Drawn and Quartered”, “Into the Acid” e simili ricevono un’accoglienza fragorosa.
L’attuale line-up, ringiovanita e ben oliata, mostra un affiatamento notevole e un impatto scenico davvero convincente. Senza reinventarsi, i Cancer dimostrano insomma di essere oggi una live band solida, capace di rivitalizzare un repertorio storico senza suonare fuori tempo massimo.
La chiusura del festival è affidata ai giapponesi FUNERAL MOTH, scelta che, al contrario dei Cancer, incarna appieno lo spirito del Gloomy Sunday. Tra le realtà più particolari del funeral doom contemporaneo, i nipponici propongono un set che si dilata come una lunga suite, alternando derive agonizzanti a spiragli di luce che emergono da arpeggi rarefatti o da cori delicatamente sospesi sopra la massa strumentale. La loro musica è tanto eterea quanto sfiancante, riducendo progressivamente le energie residue del pubblico, che tuttavia rimane assorto e affascinato dall’intensità del rituale sonoro.
Non è certo un concerto per tutti, ma la scelta di chiudere con una prova così estrema e intransigente va letta come un vero colpo di grazia: un atto coerente con la filosofia del festival, che preferisce spingersi fino all’estremo pur di mantenere intatta la propria identità. Grande prova di dedizione da parte dei Funeral Moth, accolti con entusiasmo e rispetto da un pubblico che riconosce la rarità di un’occasione simile.

