08/07/2019 - KING CRIMSON – Verona @ Arena Di Verona - Verona

Pubblicato il 10/07/2019 da

Report a cura di Simone Vavalà

Il 10 ottobre 1969 è una data che, come l’allunaggio di pochi mesi prima, ha cambiato la Storia, ovviamente quella della musica: usciva quel giorno, infatti, “In The Court Of The Crimson King”, da molti considerato tutt’oggi il più grande album progressive di sempre; un disco di una band che ha in realtà saputo unire, in cinque decenni, progressive, rock puro (e a volte anche pesante), jazz e musica classica in modo stupefacente, sempre sotto l’egida del padre-padrone Robert Fripp. Quest’estate i King Crimson sono in tour proprio per celebrare i cinquant’anni di carriera, e l’occasione di vederli e ascoltarli nella cornice unica dell’Arena di Verona era imperdibile. Il loro ingresso sul palco viene anticipato da un annuncio che segnala che ci sarà un bis tra i due atti (del resto, siamo praticamente al cospetto di un’orchestra…) e che la band suggerisce, o meglio richiede con gentilezza, di spegnere cellulari e affini, rilassarsi e godersi lo spettacolo. ‘Alla fine dell’esibizione, Tony Levin vuole fare una foto con tutti voi: aspettate che lo faccia lui e poi potete fare tutte le foto che desiderate’: questa la chiosa con tipico humour inglese, che però convince il pubblico e per una volta ci godiamo un concerto in un silenzio quasi religioso e senza migliaia di schermi accesi davanti a noi… o nelle nostre mani, ammettiamolo.

Il colpo d’occhio sul palco è notevole, con le tre batterie in primo piano e una pedana rialzata appena dietro per gli altri musicisti; e quando i sette membri della band prendono posto è un boato: aprono le danze proprio i tre batteristi con uno strumentale solo per loro, “Hell Hounds Of Krim”, e i rapporti dietro le pelli sono subito chiari: Gavin Harrison è chiaramente il direttore d’orchestra, in certi momenti non sembra neppure fare fatica, ma è preciso come un metronomo; Pat Mastelotto è il picchiatore furioso e un po’ folle (nel corso del concerto suonerà anche lastre di metallo); mentre Jeremy Stacey è l’artista, con i suoi raddoppi e le sue variazioni, alternati al prendersi cura delle tastiere nelle parti soliste. È con “Pictures Of A City”, estratto da “In The Wake Of Poseidon” come nel seguito la ruvida “Cat Food”, che entrano nel vivo anche gli altri componenti: Mel Collins subito centrale col suo sassofono, strumento che è sempre stato rilevante e speciale nell’economia della band; lo strepitoso Tony Levin al basso; Jakko Jakszyk alla chitarra e voce; e poi, il Maestro: Robert Fripp è l’unico seduto, con le cuffie, dietro il mellotron e con in braccio la sua chitarra, che regalerà momenti iconici durante tutta l’esibizione. Proprio nel primo brano cantato notiamo quello che sembra un errore, allorché Jakszyk pare saltare la prima frase della canzone; ma forse si trattava solo di un problema di volume per il suo microfono, perché quello che i King Crimson mostrano per le seguenti due ore e cinquanta è la perfezione assoluta. Attraverso brani che toccano quasi tutti i loro album, da “Discipline” all’ultimo “The Power To Believe”, viene messo in scena uno spettacolo che sa essere ipertecnico: come su “Frame By Frame” o sul free-jazz di “The ConstruKction Of Light”, oppure quando Levin suona il chapman stick con la naturalezza di bimbi alle prese con un flauto alla scuola media, o ancora durante l’assolo di triplice batteria di “Drumzilla”; in altri momenti invece è emozionante, specie nei brani più suadenti (“Islands” e “Starless” su tutti, anche se il secondo nel finale si trasforma, come noto, in un pezzo da fare invidia ai Tool), oppure nelle situazioni in cui si moltiplicano le tastiere con i loro tappeti delicati e onirici, o ancora quando Collins imbraccia il flauto traverso. E poi ci viene semplicemente offerta la Storia, come detto nell’introduzione: sono ben quattro gli estratti dal loro disco d’esordio, dalla toccante “Epitaph” passando per “Moonchild”, perfettamente collegata con code strumentali a “The Court Of The Crimson King”, l’apice emotivo, musicale e di partecipazione del pubblico di tutta la serata; è proprio durante questo brano che c’è spazio anche per gli assoli di Levin (al contrabbasso elettrico), di Jakszyk e soprattutto di Fripp, che esce così dal suo isolamento professionale e dona la pelle d’oca agli astanti. Il bis non poteva che essere dedicato all’iconica “21st Century Schizoid Man”, un pezzo che ha anticipato non solo l’evoluzione del prog stesso, ma altresì l’utilizzo a seguire di vocoder e synth e non può che far applaudire anche i non pochi metallari presenti, con la sua crudezza espressiva e il suo gusto avanguardistico. Un concerto e uno spettacolo strepitosi, che hanno lasciato a bocca aperta (e cellulare in tasca!) tutti i presenti, come scritto; abbiamo sentito anche qualche critica, in particolare sui volumi, ma ci pare inevitabile una resa quasi da teatro (e comunque molto godibile) in un edificio storico in pieno centro urbano, mentre concordiamo che alla voce si nota come non ci siano Greg Lake o Adrian Belew. Ma Jakko fa il suo dovere, eccome. Fuori da un puntiglio ridicolo verso simili mostri, insomma, abbiamo assistito alla giusta celebrazione di mezzo secolo di gloria e genio, offerto con sei orchestrali sorridenti al servizio dell’assoluto Re Cremisi.

Setlist:
Hell Hounds Of Krim
Pictures Of A City
Suitable Grounds For The Blues
Epitaph
One More Red Nightmare
Radical Action III
Islands
Cat Food
Frame By Frame
Drumzilla
Radical Action II
Level Five

The Sheltering Sky
The ConstruKction of Light
Cirkus
Neurotica
Moonchild
The Court Of The Crimson King
Indiscipline
Starless

21st Century Schizoid Man

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