21/02/2017 - KREATOR + SEPULTURA + SOILWORK + ABORTED @ Live Music Club - Trezzo Sull'Adda (MI)

Pubblicato il 03/03/2017 da

Introduzione a cura di William Crippa
Report di William Crippa e Giovanni Mascherpa
Fotografie di Bianca Saviane

Un autentico galà del metallo sta per tenersi al Live Music Club di Trezzo sull’Adda: arriva infatti in Italia il tour dei Kreator e con sè porta nomi che definire supporting act è quasi blasfemo, Sepultura, Soilwork ed Aborted. Forti del nuovo, grandioso album “Gods Of Violence”, Mille Petrozza e compagni stanno facendo piazza pulita in ogni classifica europea e dal vivo garantiscono una qualità oggettiva che da sola giustifica il numero di fan che ci si aspetta da serate così. Ma non sono i soli ad avere del nuovo materiale da testare in sede live, perchè anche i Sepultura sono appena tornati sugli scaffali dei negozi con un “Machine Messiah” che potrebbe davvero fare tornare la band brasiliana su livelli ormai dimenticati da tempo; ed anche gli Aborted, dal Belgio, con il recente “Retrogore” promettono battaglia e violenza; gli unici a non avere materiale recente sono quindi i Soilwork di Bjorn ‘Speed’ Strid, che costituiscono il maggiore elemento di curiosità per la serata, visto quanto sono mutati nella loro storia discografica, pur rimanendo dal vivo delle macchine da guerra. Un programma così ricco necessita di tempo ed il primo show è programmato per le 18.40, cosa che rende impossibile a molti la presenza per l’apertura delle ostilità; nonostante ciò, al nostro arrivo al locale già parecchi sono i fan in attesa dell’inizio degli Aborted.


ABORTED

Nonostante l’orario di inizio molto anticipato, davanti agli Aborted non si presentano grandi vuoti. Il combo belga non è esattamente un opener di secondo piano, ha l’onere di aprire le ostilità soltanto per il fatto che il bill è pieno di pesi massimi e fra questi qualcuno, inevitabilmente, doveva pur prendersi la briga di essere il primo a suonare! Anche se i minuti disponibili sono pochi, i deathster di Sven ‘Svencho’ de Caluwé si presentano su di un palco in allestimento da headliner: fondale gigantesco rappresentante la copertina dell’ultimo, fortunato full-length “Retrogore” e, dettaglio di grande stile, due scheletri umani fosforescenti ai lati, messi sotto teca, con qualche pezzo di finta carne addosso, che rifulgono di una macabra luce rossastra. Il death-grind della formazione è quanto di più infiammabile ci possa essere nel contesto concertistico: veloce, pesante, diretto, tecnico ma senza esagerare in atteggiamenti arroganti, cosparso di giri chitarristici appiccicosi e di affilate melodie di cui si finisce presto in scacco. Il ricorso a un certo grado di atmosfera e gli arrangiamenti più raffinati presenti nell’ultimo disco non hanno intaccato la ferocia determinazione dei cinque, che superato un brano di apertura in parte disturbato dallo scampanio dei piatti, regolati a volumi eccessivi, macellano note con metodo e beata foga. Il singer osserva compiaciuto, si sobbarca quasi da solo il compito di intrattenimento e, mentre insiste sul suo growl grasso e marcissimo, sfida con lo sguardo le facinorose prime file, spingendole a farsi del male nel mosh. Suggerimento accolto da pochi valorosi, che creano comunque i primi momenti di scompiglio all’interno del Live. Il concerto sale di livello una canzone alla volta, arrivando a consumare una splendida carneficina quasi senza che la band si sporchi, perché a un grado di violenza veramente spregevole si contrappone una notevole pulizia esecutiva. La scaletta va a tributare il dovuto spazio all’ultimo album (“Cadaverous Banquet”, “Divine Impediment”, “Termination Redux”), concedendo anche qualche pillola del passato (“Meticolous Invagination”, “Threading On Vermillion Deception”), il tutto senza tradire la benché minima incertezza. Mezz’ora volata via in allegria, come l’ultima autopsia svolta da un medico legale prima della pausa pranzo.
(Giovanni Mascherpa)

SOILWORK
Giungono veloci le 19.30 ed arriva anche il turno del secondo set: sono di scena gli svedesi Soilwork, band che nella sua storia ha avuto il coraggio e l’incoscienza di affrontare cambi di sound e rotta non sempre vincenti, irrompenti sullo stage sulle note della title-track dell’ultimo “The Ride Majestic”. Il pubblico è già caldo dall’esibizione degli Aborted e non si fa assolutamente pregare per dare vita ad un poco di sana violenza sotto il palco. ‘Speed’ Strid chiama a sè i fan, fiero ed incazzato a centro-palco, esortandoli al circle pit lanciando la ritmatissima “Nerve”. I suoni non sono assolutamente ottimi, ma la band è in grande forma, precisa e potente, con il frontman, grintosissimo, sugli scudi; grande è la partecipazione da parte del locale, che gradualmente si sta riempiendo. La dura “Rise Above The Sentiment” precede la durissima “Bastard Chain”, che scatena un mosh cattivo e violento, e che coinvolge praticamente tutti coloro che stanno nelle prime file. E’ un fottuto massacro sonoro, senza mezzi termini, ed ogni brano è supportato al meglio dal pubblico. La doppietta “The Living I” e “Two Lives Worth Of Reckoning” è da urlo, e l’apprezzamento da parte dei presenti si manifesta platealmente nel pogo, con un circle pit colossale a godere della colonna sonora. C’è anche tempo per scherzare con il pubblico e ‘Strid’ si ritaglia uno spazio per eleggere un fan a capo mosh, incaricando tutto il Live di seguire il ‘capitano’, il tutto tra uno sputo e l’altro sul palco, dato che il cantante mostra di avere a disposizione molta più saliva in corpo rispetto a una persona normale, regolarmente rilasciata sulle assi dello stage. “Late For The Kill, Early For The Slaughter” porta al finale targato “Stabbing The Drama”, classicone che chiude un’esibizione molto apprezzata dopo quaranta minuti.
(William Crippa)

SEPULTURA
Grandiosa, ecco come definire l’esibizione dei Sepultura. I brasiliani salgono sul palco tra grandi applausi dopo una breve intro con la nuova, feroce, “I Am The Enemy”, dal nuovo “Machine Messiah”, uscito a metà gennaio. Si tira minimamente il fiato quando il suono della clave introduce “Phantom Self”, davvero gradevole in sede live; ma è solamente un’illusione, visto che Derrick Green prontamente si porta al tamburo per una terremotante “Choke”, al termine della quale forte si alza un coro all’indirizzo della band. “Desperate Cry”, molto apprezzata dai presenti, apre un varco nel tempo di ventisei anni, ma è solo questione di attimi per il ritorno al contemporaneo con la nuova “Alethea”. Vero, i fan digeriscono a fatica i brani dell’ultimo corso, così poco diretti seppur di ottima qualità e ben scritti, ma il sostegno ad Andreas Kisser e compagni non manca neppure per un istante, anche perchè è davvero evidente che il gruppo il cuore ce lo mette davvero; ed è una vera festa quando, dopo l’esecuzione di “Sworn Oath”, il chitarrista annuncia in italiano che è arrivato il momento per riascoltare i vecchi Sepultura: “Inner Self” è devastante e scatena l’headbanging  in ogni parte del locale, ormai strapieno. Solo un altro passaggio per “Machine Messiah” con “Resistant Parasites” prima che un autentico boato accompagni l’attacco di “Refuse/Resist”, cantata a gran voce da tutta la venue; venue che si ritrova in autentico delirio quando arriva il momento di “Arise”, che accende un pogo da antologia. Finale al solito affidato a “Roots Bloody Roots”, maestosa, che arriva dopo una divertentissima e ritmatissima “Ratamahatta”. Colpisce il fatto che, dopo ben otto album usciti dallo split con Max Cavalera, la band abbia deciso di proporre materiale solamente dall’ultimo lavoro da studio, con l’unica eccezione per “Choke”, sacrificando per intero tutti i brani da “Nation” a “The Mediator Between Head And Hands Must Be The Heart”, segno questo che, prescindendo dal bisogno di promozione dell’album, i Sepultura credono molto in questo nuovo lavoro. Ottima la prova strumentale di tutta la band, Kisser in testa, e buona la presenza scenica, per uno show che lascia tutti i presenti già soddisfatti in vista degli headliner.
(William Crippa)

 

KREATOR

“Gods Of Violence” sta avendo il grosso merito di mettere d’accordo tutti coloro che possono definirsi metallari, gettando un ponte fra tipi di ascoltatori diversi e generazioni che, ai tempi di una scena parcellizzata in tanti piccoli micro-mondi e strambe derivazioni, fatica enormemente a scovare dei poli d’attrazione univoci. Mille Petrozza e la sua ciurma sanno benissimo cosa sta accadendo, gli spettacolari dati di vendita affermano benissimo quale impatto stia avendo l’ultimo full-length dei thrasher teutonici sul pubblico, e di pari passo a questa provvisoria età dell’oro va anche la produzione per gli show della tournée in corso. Sul palco appaiono ben sei schermi a led rettangolari, disposti simmetricamente a destra e a sinistra, interrotti soltanto dalla postazione della batteria. Da quando si sono rimpossessati dell’acuminata corazza di spietati thrasher, bandendo le sperimentazioni degli anni ’90, i Kreator hanno sempre giocato sul sicuro nelle scalette dei tour, puntando su brani diretti e travolgenti. In ogni caso, che si pescasse dalla seminale discografia ottantiana, o si andasse a estrarre tracce dai dischi recenti, si veniva triturati vivi da musica efferata e incompromissoria. Non stupisce quindi l’apertura con “Hordes Of Chaos (A Necrologue For The Elite)”, primo di una lunga serie di anthem che infiammeranno per un’ora e mezza gli animi. Petrozza non l’abbiamo mai visto sottotono o poco invasato e anche in quest’occasione non si permette alcun contegno, brandendo il suo strumento come fosse una spada, trasfigurato, demone calato sulla Terra per un unico scopo: trucidarci. L’ossessivo refrain di “Phobia” fa il paio con quello dell’opener e mentre Mille lascia penzolare la chitarra dal suo collo taurino si alzano cori brutali e corna al cielo. Sappiamo che stiamo assistendo al concerto ideale per chi dal metal chiede sangue, energia e intrattenimento. Questo arriva, come previsto, anche a livello visuale, grazie al turbinare di immagini nitidissime sugli schermi e gli sbuffi di vapore sparati a bordo palco. I colori sgargianti del video ad accompagnamento di “Satan Is Real” ci immergono in un godurioso, pacchiano, clima di epos luciferino, interpretato magnificamente dalla band tutta, che si prodiga tanto in atteggiamenti da metaller tutti d’un pezzo, quanto in mosse più da abili intrattenitori, senza che ciò presti il fianco all’accusa di ruffianeria. Per quanto l’intero materiale proposto percorra una direzione sola, portando all’attenzione ritmi quadrati, chorus isterici e riff sconquassanti, vi è un astuto rimbalzare fra invettive più groovy (“People Of The Lie”), scatti d’ira nichilisti (la primordiale, applauditissima, “Total Death”), odi gonfie di maschia sensibilità, di cui è un perfetto esempio “Fallen Brother”. Canzone che fa scendere qualche lacrimuccia, perché in rapida successione appaiono sugli schermi le immagini di David Bowie, Leonard Cohen, Pete Steele, Lemmy, Phil Lynott e molti altri musicisti scomparsi da tempi più o meno lunghi. Un bel modo di ricordare e ringraziare chi ha contribuito a dare grande significato culturale alla musica e ha lasciato dietro di sé opere immortali. Se Mille è il condottiero per il quale tutti quanti darebbero la vita in battaglia, così sprezzante, carismatico, pieno d’odio e animoso nelle parole e nei gesti, Sami Yli-Sirniö ne è il migliore contraltare possibile. Il chitarrista di origine finlandese incarna una versione appena meno pittoresca di Malmsteen nelle smorfie (anche il gonfiore del volto comincia a essere quello dell’axeman svedese), mentre la sua chitarra dipinge quel poco di finezza che impreziosisce ogni doloroso cazzotto rifilatoci. I suoni curatissimi danno il dovuto risalto alle invenzioni soliste, così come consentono alle ritmiche di martellare con precisione e di non perdere un grammo del proprio lancinante impatto. Le tematiche belliche e apocalittiche di “World War Now”, “Extreme Aggression”, “Civilization Collapse” sono rese con vividezza da una formazione in stato di grazia, che non conosce acciacchi, segni dell’età, necessità di rifiatare. Il break prima dell’encore passa in un lampo, le marcate melodie di “Violent Revolution” fanno ripartire la macchina della morte, che rientra pienamente a regime con “Flag Of Hate”. Mille si ripresenta solo sullo stage, impugnando la famigerata ‘bandiera dell’odio’, la sua voce al cianuro arringa una platea né doma né sazia, che accoglie con rinnovata energia una delle canzoni simbolo del quartetto. C’è ancora spazio per due cartucce mortali: “Under The Guillotine” e una superba “Pleasure To Kill” danno il colpo di grazia ai pochi sopravvissuti rimasti a rantolare al suolo. I Kreator hanno vinto incontestabilmente anche il conflitto atomico di Trezzo sull’Adda, non si discute!
(Giovanni Mascherpa)

Setlist:
Hordes of Chaos (A Necrologue for the Elite)
Phobia
Satan Is Real
Gods of Violence
People of the Lie
Total Death
Phantom Antichrist
Fallen Brother
Enemy of God
From Flood into Fire
World War Now
Hail to the Hordes
Extreme Aggression
Civilization Collapse
Encore:
Violent Revolution
Flag of Hate
Under the Guillotine
Pleasure to Kill


 

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