- LORD OF THE LOST + DOGMA + LEAGUE OF DISTORTION @ Alcatraz - Milano

Pubblicato il 03/05/2026 da

Report di Riccardo Plata
Fotografie di Pamela Mastrototaro

Una band tedesca piuttosto famosa in patria, così come in ascesa nel resto d’Europa, che si trova a suonare sul palco B dell’Alcatraz, rinunciando per di più a vendere il merch per effetto di commissioni e tasse ritenute troppo alte: detta così sembra un remake di quanto successo un paio di mesi fa con i Kanonenfieber, ma nel caso dei Lord Of The Lost il tutto viene preso fortunatamente con molta più leggerezza.
Sebbene in Germania siano abituati alle zone alte delle classifiche, soprattutto dopo aver rappresentato la loro terra natia al carrozzone dell’Eurovision 2023, quella di stasera è solo la quinta data italica per la band di Chris Holms, passata prima del Covid da un piccolo locale di Prato e poi nel capoluogo milanese al Legend, successivamente al Live di Trezzo, fino appunto alla data di stasera; nel mezzo, l’indimenticabile show di spalla degli Iron Maiden nella sfortunata trasferta bolognese di qualche anno fa, quando gli headliner furono bloccati da un nubifragio.
In questa prospettiva l’affluenza del pubblico in questa calda domenica primaverile può dirsi soddisfacente, nonostante qualche spazio vuoto ai lati del palco ed una presenza ad occhio più sbilanciata sugli over 50 che sugli under 20; per chi c’era, è stato comunque uno show piuttosto ‘instagrammabile’ sotto diversi aspetti, a partire dai due gruppi di apertura…

È un audience più da Legend Club quella che accoglie i LEAGUE OF DISTORTION, giovane formazione tedesca con un paio di dischi all’attivo su Napalm e freschi di collaborazione con gli headliner sulla ballad “Please Break The Silence”, peraltro riproposta più tardi.
La proposta del quartetto non brilla certo per originalità – stiamo parlando di un modern symphonic metal tanto roccioso quanto ballabile – ma questa facilità di ascolto ha una buona presa sull’ancora sparuto pubblico in transenna.
La frontwoman Anna Brunner, ideale via di mezzo tra Elize Ryd degli Amaranthe e Lisa Marie Watz degli April Rodeo, mostra da subito una spiccata personalità, e dopo un paio di pezzi di rodaggio riesce nella non scontata impresa di far cantare tutto il locale sulle note di “My Enemy”.
Con “Wolf Or Lamb” entra in scena incappucciata con un mantello, evidente metafora del titolo, ma l’apice della serata arriva con i 4/4 marziali in stile Rammstein di “Crucify Me”, definitivo richiamo per chi era rimasto più nelle retrovie.
Allo scadere della mezz’ora, quando i quattro si congedano sulle note scandite a gran voce di “L.O.D.” (che nella versione del pubblico sembra quasi un coro per Elodie) siamo pronti a scommettere che il loro contatore social sarà sicuramente cresciuto di qualche unità nel Belpaese.

E’ un palco più elaborato quello che accoglie le DOGMA, con un paio di teli scenografici oltre al classico backdrop, coerentemente con una band che punta molto sull’immagine al punto da sembrare costruita a tavolino, complice il mistero sull’identità dei membri e la frequente rotazioni degli stessi (e conseguenti dichiarazioni drammatiche o inviperite da una parte e dell’altra), con tre quinti della formazione cambiata soltanto pochi mesi fa.
A loro debutto sul suolo milanese, le cinque componenti si presentano sul palco (poco) vestite da suore e da subito le quattro musiciste in piedi danno vita a coreografie e balletti sulle pedane con pose da spogliarelliste, secondo un rituale evidentemente ben studiato come in una versione metal delle farfalle della ritmica.
Chiarito l’aspetto scenografico, dal punto di vista musicale il loro hard rock/glam risulta comunque efficace in sede live nonostante il recente rimescolamento della line-up: le due chitarriste, in particolare, si dimostrano abili sia nella cascate di note ritmiche che negli assoli, come in “My First Peak” o “Made Her Mine”, e le allusioni erotiche durante i vari tapping, sweep picking e slide fanno alla fine parte dello show tanto quanto le linguacce dei Kiss o le facce fuligginose dei Ramstein.

C’è spazio anche per un paio di pezzi nuovi: se “Carnal Liberation” si pone sulle stesse coordinate veloci e sbarazzine del debutto, viceversa la più lenta “My Matricidal” non ci ha convinto, e in particolare la nuova cantante Lilith III non ci è sembrata all’altezza delle sue compagne e di chi l’ha preceduta, toccando il fondo in un’imbarazzante versione di “Like A Prayer” (cover di Madonna), dove fortunatamente la sua voce era sovrastata dagli strumenti e dalle basi registrate.
Il tentativo di bissare il succssso dei Ghost mescolato con la fantasia maschile a base di abiti monacali e peccati capitali – che la popstar Annalisa si sia ispirata a loro per il suo ultimo singolo in cui si dichiara “suora e pornodiva”? – è fin troppo palese, così come lo stereotipo del gruppo costruito a tavolino in questo caso non è una maldicenza; alla prova del live possiamo comunque dire di esserci divertiti, e lo stesso sembra essere per il pubblico, nel frattempo quasi raddoppiato.

Mancano dieci minuti alle 21 quando entrano in scena i LORD OF THE LOST, con un allestimento imponente che vede, oltre all’imponente batteria di Niklas Kahl, ben due tastiere sulla destra, appannaggio del tastierista titolare Gerrit Heinemann (impegnato anche alle percussioni) e del chitarrista Benji Mundigler, occasionalmente a supporto quando il frontman Chris Harms prende in mano la chitarra; uno di schema di gioco versatile, ma evidentemente necessario per una band capace di spaziare dal dark glam all’industrial, passando per il symphonic heavy e il gothic metal, a seconda dei pezzi.
La data di stasera è l’occasione per celebrare il pantagruelico “Opvs Noir”, trilogia uscita nel corso dell’ultimo anno, e non a caso a fine serata saranno ben nove gli estratti da questi tre album, a fronte di una scaletta altrettanto ricca – più di venti brani in quasi due ore di show, peraltro suonati praticamente senza interruzioni visto il disprezzo dichiarato nei confronti di encore e finte uscite di scena.

Comunque la si pensi sulla formazione teutonica – per chi scrive tanto talentosa ed eclettica quanto troppo logorroica e a volte stereotipata su disco – bisogna riconoscere come dal vivo i Nostri sappiano tenere ottimamente il palco (compreso il bassista Dom Crey, reclutato all’ultimo mentre il titolare Klaas Helmecke si è preso una pausa) ed ispirano una genuina simpatia, tra qualche parola abbozzata in italiano e ringraziamenti di rito a più riprese, oltre a trovate divertenti (come il ‘One Person Circle Pit’ in cui tutto il pubblico viene fatto ruotare sul posto con il dito puntato al cielo durante l’esecuzione di “Blood For Blood”, sorta di versione a 8bit dei Rammstein).
Il momento clou della serata è probabilmente la cover di “Cha Cha Cha” – brano del finlandese Käärijä, vincitore dell’Eurovision 2023 – cantata in finnico da un istrionico Chris Harms mentre sotto il palco si scatena la parodia di un wall of death; già prima ci avevano pensato “Doomsday Disco” e “Blood & Glitter” a trasformare l’Alcatraz in un dancefloor, confermando come l’anima tamarra del sestetto sia una delle sue caratteristiche migliori, per quanto anche i passaggi più heavy (“On This Rock I’ll Build My Church”, il finale “The Things We Do For Love”) abbiano fatto il loro effetto tra breakdown e cannoni sparafumo.
Molto toccante è stato anche il duetto dal vivo con Anna Brummer sulla già citata “Please Break The Silence”, mentre gli altri brani che originariamente prevedevano la presenza di ospiti (“I Hate People”, “Damage” e “Light That Only Shine In The Darkness”) sono stati eseguiti senza l’ausilio di basi registrate, con l’aiuto prezioso dei due chitarristi dietro al microfono.

Nella ricca scaletta di stasera c’è tuttavia posto per almeno un brano da tutti i lavori della band, ad eccezione del debutto del 2010: una scelta forse indifferente per i fan più recenti, che magari li hanno scoperto nei trascorsi all’Eurovision o da quando sono nel roster Napalm Records, ma sicuramente apprezzata per i profondi conoscitori della band, felici di risentire classici ormai datati come “Prison” (in odore di The 69 Eyes e HIM) o la marcetta mansoniana di “I’ll Sleep When You’re Dead”.
Non saranno probabilmente headliner ai grandi festival – e anche dal vivo un paio di pezzi in meno forse ci potevano stare (soprattutto nella parte centrale dello show) – ma il misto frutto caciarone di Rammstein, Marylin Manson, Deathstars, HIM e Unheilig ha decisamente fatto presa sul pubblico italiano.

LEAGUE OF DISTORTION

DOGMA

LORD OF THE LOST

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