13/05/2014 - Loss + Worship + Black Temple Below @ Blue Rose Saloon - Bresso (MI)

Pubblicato il 23/05/2014 da

Introduzione a cura di Giovanni Mascherpa
Report a cura di Giovanni Mascherpa e Lorenzo Ottolenghi 

Notte di strazi, di grida inascoltate dal profondo del cuore, ferite non rimarginate e incessantemente grondanti sofferenza. Arrivano due pesi massimi del funeral al Blue Rose, gente che al di qua e al di là dell’oceano ha modellato, partendo dalle proprie macerazioni interiori, una storia artistica assimilabile a una ferale Via Crucis. I Worship rappresentano un culto irresistibile per chi sguazza nello stagno acquitrinoso del funeral doom fin da quando tale definizione è stata coniata per sintetizzare quelli che, a inizio anni 2000, erano gli sconvolgenti precursori del doom iper-rallentato e stritolato da mille corone di spine. Le tragiche vicende umane dell’ex-singer Fucked-Up Mad Max, morto suicida nel 2001, sono la conseguenza massima e la migliore esplicazione possibile dello stato di prostrazione in cui da sempre si dibatte la musica dei tedeschi, un simbolo ineguagliato della depressione trasposta in suono. La condizione di un Io tormentato, demoralizzato da qualsiasi aspetto della vita terrena, è stata sviscerata in ogni aspetto dai Worship, attesi con febbrile curiosità da quei pochi metaller che riescono a penetrare l’ermetismo di una proposta tanto estrema. I Loss accarezzano un’interpretazione più progressiva e leggermente meno oppressa degli umori funebri, con maggiori scampoli death e una propensione a ricami progressivi; “Despond”, unico full-length prodotto in mezzo a una selva di split, è uno di quegli oggetti di culto cresciuto di considerazione grazie a passaparola di tipo carbonaro, tramite vibranti raccomandazioni e consigli fraterni professati dai fan su forum e webzine. In apertura sono chiamati a presenziare i Black Temple Below, ensemble emergente dispensatore di un coacervo black/doom/ sludge disperato e atroce, affine per negatività ai più famosi colleghi con i quali condividono il palco stasera, ma più fisici e crudi, trafitti dai pungiglioni dell’hardcore più nero.

NWH

BLACK TEMPLE BELOW
I Black Temple Below hanno un’immagine più affine al circuito crust/d-beat che a quello metal, si potrebbero scambiare tranquillamente per dei seguaci di Victims, From Ashes Rise, Tragedy. Considerato che i gironi infernali del metal estremo e quello anarco-punk sono ormai entrati in commistione, abbiamo subito il sospetto che i segnali visivi possano sposarsi ad attitudini artistiche che prevedano il dialogo tra entrambi questi mondi. Ed in effetti questo accade prontamente. Cerchiamo di dimenticarci i fischi da casse e amplificatori che tormenteranno per tutta l’esibizione i ragazzi, renderanno in parte inudibile l’unica chitarra e metteranno eccessivamente in primo piano la batteria, e ci concentriamo sul messaggio veicolato. I quattro giovani emiliani ci parlano di morte, e lo fanno con sadismo, impegnandosi a far soffrire e a disturbare, passando da pestilenze suicidal black a maleodoranti andamenti sludge, tenendosi come arma segreta un asettico minimalismo tipico dello stoner/doom completamente disperso nel rumore, violentato nel midollo da una innata indole crust. Coaguli di sangue nero dalla componente viscosa ancora un minimo presente insozzano e macchiano la venue, spargendosi a fiotti irregolari. La rappresaglia vocale verso ogni minimo sentore di umanità è agghiacciante, il singer sfrutta molto bene il delay per allungare in sinusoidi pressochè infinite le urla inumane che gli scaturiscono dalle viscere: se poteste immaginare un incrocio tra Niklas Kvarforth agli inizi, Bryan Funck e Mike Williams, allora avreste capito a grandi linee di cosa si tratta. La comunicatività è sotto zero, la band non ha alcun interesse a dire e/o fare qualcosa che possa essere di intrattenimento e vada a integrare la musica: giusto così, ci saremmo rimasti male a sentire del calore umano e ad ottenere un minimo di dialogo. Un appunto che ci sentiamo di muovere riguarda il plot delle singole tracce proposte, che pochissimo muta fra un capitolo di annichilimento e l’altro. Non che li si voglia far diventare progressivi e rifiniti, ma qualche deviazione dalla linea di condotta principale potrebbe fare bene ai Black Temple Below. Oltre a ciò, non ci sentiamo di rimproverare null’altro ai ragazzi, anzi, ci fa piacere di aver subito spauriti la loro malata visione del mondo.
(Giovanni Mascherpa)

WORSHIP
I Worship non sono gli headliner della serata, se ha senso parlare di headliner e non di mera successione tra due band; non sono gli headliner ma molti dei presenti si trovano alla venue di Bresso principalmente per loro. La presenza scenica del gruppo è nulla e perfetta: Satachrist e DoomNike ai lati del palco, la testa bassa sugli strumenti; al centro Doommonger e la sua chitarra; dietro le pelli Sepulchralis, in un misto di immobilità e granitica indifferenza nel colpire i tamburi. Inutile girarci intorno: Daniel “The Doommonger” Pharos ha fatto la storia del genere, ha contribuito a definirlo e a descriverne i canoni, regalandoci quello che oggi conosciamo come funeral doom metal; il suo carisma trasuda da ogni nota lacerata e strappata dalla chitarra, la sua fredda presenza è magnetica e bastano pochi minuti di “All I Ever Knew Lie Dead” a sprofondare il Blue Rose in una plumbea tenebra musicale e spirituale. Non possiamo piangere ogni persona che se ne è andata, ci dicono i Worship, e l’unica possibilità è unirsi a loro. Sempre da “Dooom”, i tedeschi proseguono il loro straziante percorso con “Graveyard Horizon”, la disperazione che ci comunicano non è intimistica, ma titanica ed avvolgente: il lungo riffing, accompagnato dall’alternanza di parlato e growl, schiaccia a terra con tutta la forza dell’ineluttabilità della morte. E’ il momento di “Fear Is My Temple”, dall’ultimo lavoro della band “Terranean Wake”, come annuncia The Doommonger in una delle poche frasi rivolte agli astanti. La parte centrale in francese non può non ricordare a tutti Fucked-Up Mad Max, sebbene non sia opera sua, e l’eco della sua presenza si avverte nella nera palude in cui i Worship ci portano, una palude di domande senza risposta, un tempio di dolore, delle acque scure in cui il basso di DoomNike ci spinge e ci trattiene, una prigione senza fine che altro non è che noi stessi. Annichiliti, ci chiediamo cosa possa esserci ancora per noi, quando Doommonger ci annuncia quello in cui tutti gli astanti sperano: un pezzo di “Last Tape Before Doomsday”. L’inizio in tedesco ed inglese lascia spazio alla lunga parte in francese: eterni profeti di una luce morente, che si abbandonano all’abbraccio di Orfeo nella scheletrica visione del nostro suicidio. Le parole, ovviamente, portano ancora tra noi la disperata figura di Fucked-Up Mad Max e quasi impressiona come, due anni prima del suo suicidio, Max Varnier avesse già una chiara visione di ciò che voleva ottenere, di come sarebbe terminata la sua esistenza. E’ il momento dell’ultimo pezzo, e non può che essere “Worship”. Anche se ormai abbiamo conosciuto ciò che i Worship trasmettono dal vivo, non possiamo assimilarlo e le sensazioni di oppressione ed ineluttabilità ci invadono nuovamente; “Last Tape Before Doomsday” è un disco che ogni amante del genere considera un capolavoro ed in esso, come un tetro monolite, si innalza proprio il pezzo che dà nome alla band: “Worship”. Le chitarre ormai gridano ma la band resta immobile sul palco; il loro sound ha la forza della vita e della morte, ma i quattro tedeschi non sembrano curarsene, mentre trascinano il pubblico nell’abisso di un’agonia senza fine. “Kill yourself and Worship”. Così ci lasciano: con la perentorietà di una frase che racchiude in poche parole tutto ciò che i Worship sono stati e sono. Il silenzio seguito da un lunghissimo applauso chiude l’esibizione della band, lasciando gli astanti devastati. Alcuni si recano al bancone a prendere una birra, altri all’esterno a fumare una sigaretta, ma le parole di chi ha assistito al concerto sono poche.
(Lorenzo Ottolenghi)

LOSS
Nessuna pietà, nessuna possibilità di metabolizzare la splendida e drammatica prestazione dei Worship, perché i Loss sono pronti a concludere la serata ed il corpulento Mike Meacham, che ha assistito ai precedenti concerti con quella semplicità ed umiltà che contraddistinguono i grandi musicisti, è già sul palco. Orange e Mesa Boogie fanno la loro comparsa tra gli amplificatori, mentre Meacham, davanti ad un bastoncino di incenso, accorda la chitarra durante un’intro tra ambient e noise. E’ proprio Doommonger dei Worship che si occupa della regolazione dei livelli della band americana. Si inizia con “An Ill Body Seats My Sinking Sight”, presa dallo storico split con i Worship. Dopo qualche piccola noia di volumi, il sound dei quattro di Nashville esplode nella forza prorompente e cupa, il messaggio non cambia e le tetre visioni sorrette dal growl e dall’ottimo riffing di Meacham spingono verso una fine inesorabile. La proposta sonora e scenica dei Loss è, però, molto diversa da quella dei Worship. E’ sparito quell’intimismo presente durante lo show precedente, ora chi è sul palco vuole colpirci e farci del male, in modo perentorio ci invita a finire tutto qui ed ora, a terminare le nostre vite. Dall’ultimo split (quello con gli Hooded Menace) arriva “Depression’s Hammer”. La violenza con cui Jay LeMaire picchia sui tamburi echeggia in tutta la sala, i colpi distanziati tra loro cadono come macigni e, quasi, coprono il resto della band. Ora i Loss hanno l’attenzione di tutti e, per il momento, i Worship sono dimenticati. I quattro americani quasi non si curano di essere su un palco, suonano senza pietà e cambiano accordatura tra un pezzo e l’altro come fossero in sala prove, quasi a dirci che loro sono solo un orpello, che ciò che conta davvero è la musica. E’ il momento di “Shallow Pulse”, estratta dall’unico full-length della decennale carriera della band; ora siamo avvolti dalle strazianti melodie strappate dalla chitarra solista e dall’acre odore dell’incenso: ci sentiamo soli nella surreale atmosfera che si crea nel club e la presenza sul palco della band ci pare talmente lontana da apparire quasi finta. Meacham ci annuncia “Death March Towards My Ruin”, il pezzo più lungo composto dai Loss. Il quarto d’ora che segue è lo specchio del titolo: un incedere marziale verso la fine accompagnata da visioni oniriche, una marcia nella nebbia, nella luce morente di un freddo autunno, mentre esaliamo l’ultimo respiro. “Open Veins To A Curtain Closed” è un vero e proprio inno all’autolesionismo ed al suicidio; dove i Worship usano metafore e poesia, i Loss colpiscono con fredda lucidità, tramite immagini dirette e inquietanti. La fine è lasciata, ovviamente, a “Cut Up, Depressed and Alone”, direttamente dal loro demo “Life Without Hope, Death Without Reason”. Sappiamo che la serata volge al termine, ma le sensazioni sono ormai soverchianti, così quando la voce di Mike Meacham ci grida che tutte le sue ferite non guariranno mai e che tutto ciò che resta è solo la solitudine, sappiamo di aver appena udito il canto disperato di chi non porta una maschera e non mantiene una posa. Loss e Worship ci hanno colpito e ci hanno fatto male; un peso si solleva e ricominciamo a respirare, a sentire la vita che torna a fluire. Non possiamo che ringraziare questi musicisti per il tremendo viaggio in cui ci hanno condotto e non possiamo che immaginare il dolore che accompagna le loro esistenze.
(Lorenzo Ottolenghi)

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