18/07/2025 - LUPPOLO IN ROCK 2025 @ Parco delle Ex Colonie Padane - Cremona

Pubblicato il 28/07/2025 da

Introduzione e report di Roberto Guerra e Stefano Protti
Fotografie dai canali ufficiali del festival

Il festival cremonese Luppolo In Rock è indubbiamente uno degli eventi più apprezzati da una determinata nicchia, nemmeno così piccola, di ascoltatori di musica metal, e la motivazione di ciò è da ricercare nella sua particolare presentazione, ad oggi praticamente invariata, basata sulla peculiare divisione in due aree distinte (zona concerti all’interno della struttura preposta, bancarelle di cibo e merch nel parco all’esterno), sull’ottima scelta di birre di produzione artigianale e, soprattutto per quel che ci riguarda, sull’ottimo comparto sonoro che ogni anno ci permette di godere al meglio in compagnia delle varie band intente ad esibirsi su un palco dalle dimensioni abbastanza ragguardevoli, di fronte ad una platea più o meno gremita di persone, anche in base alla giornata in corso.

Si è fatto un gran discutere dell’edizione di quest’anno, e non c’è da sorprendersi, considerando la peculiare scelta del proverbiale main event, ricaduta in questo caso sui leggendari pirati dell’heavy metal Running Wild, previsti per la serata di sabato.
Al loro livello vengono collocati i melodic metaller 
danesi Pretty Maids e i blackster sinfonici britannici Cradle Of Filth, rispettivamente nella giornata di venerdì e domenica; il tutto, insieme ad una moltitudine di band più o meno famose, tra cui alcune realtà internazionali e svariate realtà nostrane.
Un piatto complessivamente abbastanza ricco, anche se è prevedibile che il grosso dell’affluenza sia atteso proprio in occasione della seconda mandata che, pur senza registrare il tutto esaurito, funge da occasione irrinunciabile per numerosi metallari di stampo old-school, molti dei quali già presenti dal venerdì (quasi come un gustosissimo warm-up del sabato); considerando la tipologia di pubblico e i numeri coinvolti, soddisfacenti anche nel caso di domenica, si può notare nel corso dell’ultima giornata un certo ricambio di pubblico, dato probabilmente dalla direzione musicale differente.
Ciò che ci premeva maggiormente era poter assistere ad una sequela di esibizioni degne di questo nome, in piena tradizione heavy metal, con un’efficienza organizzativa equivalente a quella degli anni passati, perlomeno dall’esterno, e da questo punto possiamo dire di essere rimasti stupiti in più di un’occasione, ma ne parleremo a breve. Buona lettura!

 

 

VENERDÌ 18 LUGLIO

Il nostro viaggio in questa edizione del Luppolo In Rock comincia in compagnia degli epic doom metaller nostrani CRIMSON DAWN, che nel breve tempo a loro disposizione ci stuzzicano con “Masque Of The Red Death”, unico rimando al loro album più recente, per poi aumentare le attenzioni su quanto prodotto prima, in particolare il loro secondo lavoro “Chronicles Of An Undead Hunter”, da cui provengono ben tre estratti.
Il risultato ottenuto da questa massiccia formazione lombarda è convincente, anche se l’atmosfera ancora così diurna poco si sposa con un sound oscuro come il loro, che di fatto si presenta per ciò che è sempre stato al momento di concludere con il brano che dà il nome alla band stessa, composto ormai oltre dodici anni fa.

Proseguiamo con i più melodici e progressivi STRANGER VISION, accolti con un entusiasmo superiore alle aspettative dagli astanti, nonché intenti a proporre quella che è, probabilmente, la più raffinata e tecnica tra le proposte odierne. In particolare il recente “Faust – Act I Prelude To Darkness” ha messo in risalto quella che è un’innegabile maturazione per il sound di questo combo proveniente da Modena e Reggio Emilia, e anche dal vivo si può percepire l’affiatamento che li pervade, così come l’esaltazione per via del calore ricevuto dal pubblico.
In questo caso si sente meno la necessità di una cornice più scura, rispetto a chi li ha preceduti, ma rimangono le limitazioni date da un tempo a disposizione piuttosto ridotto, che di fatto portano la band a concludere relativamente in fretta il proprio contributo all’edizione attuale del festival.

Si inizia a fare davvero sul serio, per la gioia di tutti i defender già in pole position, con un autentico mito della ‘NWOBHM’, ovvero quei TYGERS OF PAN TANG in cui, da diversi anni a questa parte, hanno trovato posto ben due musicisti italiani, e ci riferiamo al chitarrista Francesco Marras e al cantante Jacopo Meille, la cui presenza come frontman ci fa sempre sprizzare orgoglio, esattamente come le sue doti canore.
Solo otto pezzi per loro, inclusa la cover finale dei The Clovers “Love Potion No.9”, in cui però trovano spazio inni dell’hard’n’heavy d’annata come la iniziale “Love Don’t Day”, la rockeggiante “Suzie Smiled” e la rapidissima “Hellbound”, che ancora ad oggi riesce a risultare uno dei pezzi più iconici del movimento di appartenenza, almeno al pari della band stessa che l’ha composta; a questo proposito, non possiamo non porgere i nostri omaggi a Robb Weir, sempre presente con la chitarra ben salda tra le mani malgrado i tanti anni passati dalla fondazione del suo progetto.
Una band che suona col cuore e che propone sempre ottima musica senza sognarsi nemmeno di arrancare, e per questo non si può non esprimere tutto il proprio rispetto, volta dopo volta.

Ultimamente i concerti dei GRAVE DIGGER hanno sempre suscitato in noi emozioni contrastanti, per via di una sorta di manierismo a permeare degli show sicuramente ricchi di brani indiscutibili, ma affetti da una sorta di lieve stanchezza di fondo, come se l’iconico combo teutonico volesse andare avanti per inerzia – tranne forse quando li abbiamo visti al Keep It True del 2024, in cui possiamo dire che Chris Boltendahl e soci si siano resi protagonisti di una delle esibizioni migliori da un po’ di tempo a questa parte.
Ebbene, in questa sede la nostra valutazione si colloca nel mezzo, in quanto possiamo dire di aver trovato una band più energica rispetto a molte occasioni recenti (anche se non al livello della volta di cui sopra), e questo ci ha comunque fatto piacere, in quanto denota ancora una discreta voglia di portare in scena del sano heavy metal di matrice teutonica, peraltro con alcune chicche notevoli all’interno della setlist: impossibile infatti non citare “The Grave Dancer” e “Valhalla”, entrambe rappresentative di due diversi periodi della band stessa, al contrario della recentissima “Kingdom Of Skulls”, che continua a convincerci fino a un certo punto, anche dal vivo.
Anche i classici immancabili come “Excalibur”, “The Dark Of The Sun” e “Rebellion (The Clans Are Marching)” sono sempre belle da sentire, anche se la massima esaltazione non può che giungere con la conclusiva “Heavy Metal Breakdown”, che permette alla band di congedarsi con più di un applauso da parte del pubblico più numeroso tra tutti quelli che avremo modo di vedere oggi tra queste mura.

Forte l’attesa per il ritorno degli old-school power metaller PRIMAL FEAR in terra italica, complici tre fattori principali: da una parte l’ingresso in line-up della giovane chitarrista nostrana Thalia Bellazecca, e dall’altra il ritorno all’altra sei corde di Magnus Karlsson e, soprattutto, del bassista Mat Sinner dopo una dura lotta contro il cancro. Quest’ultimo fatto, in particolare, ci riporta alla mente la sua comparsata on stage nel corso dell’edizione 2022 del Summer Breeze, durante la quale lo avevamo visto molto dimagrito e affaticato per via delle cure, nonché impossibilitato a suonare.
Quest’oggi ci sembra di vedere tutt’altra persona davanti a noi, e questo non può che riempirci il cuore di gioia, un po’ come uno show intero davvero superlativo sotto molteplici punti di vista: la scaletta risulta ben pensata e con all’interno gran parte dei loro pezzi più apprezzati, incluse le varie “Final Embrace”, “Angel In Black” e “Chainbreaker”, tutte eseguite ed interpretate con capacità e possanza da quel gran frontman (in tutti i sensi) che risponde al nome di Ralf Scheepers.
L’intera formazione si dimostra in palla e anche la nostra Thalia fa sfoggio di capacità esemplari, già ampiamente dimostrate da tempo, e considerando quanto detto poc’anzi riteniamo non esista brano più appropriato di “Metal Is Forever”, il cui titolo descrive perfettamente le nostre sensazioni una volta concluso lo show.
A questo punto, una nuova data da headliner dalle nostre parti è d’obbligo!

I danesi PRETTY MAIDS sono una realtà cui non sono mai stati riconosciuti tutti gli onori meritati, perlomeno da parte del grande pubblico, anche se la presenza del frontman Ronnie Atkins all’interno del maxi-combo degli Avantasia ha dato un aiuto non indifferente per la diffusione della sua creatura originale, ad un pubblico magari meno esperte di determinate sonorità metal old-school.
In questa sede, gran parte della loro corposa discografia viene rievocata con cura e, a scanso di una lieve debolezza iniziale e di qualche problema tecnico per la chitarra di Ken Hammer, non vi sono particolari difetti da sottolineare, anche perché è bene ricordare che persino il sopracitato frontman ha dovuto vedersela con un tumore in tempi recenti.
Non a caso, la sua voce alla lunga si mostra un po’ affaticata, ma riteniamo sarebbe davvero fuori luogo enfatizzare un dettaglio simile, soprattutto quando dinnanzi a noi vengono proposti brani come “Hell On High Heels”, “Yellow Rain” o l’accoppiata infernale “Back To Back”/”Red, Hot And Heavy”.
Molte attenzioni anche per un album recente come “Kingmaker”, a differenza dell’ultimo “Undress Your Madness”, di cui viene proposta solo una “Serpentine” dal gradimento variabile, perlomeno da parte di un pubblico evidentemente più affezionato ai classici, o comunque a brani dal piglio maggiore, tra quelli proposti dall’iconica line-up nordeuropea.
C’è posto persino per la cover di “Please Don’t Leave Me” di John Sykes, anche se la chiusura è tutta per la fantastica “Future World”, per la meno prevedibile “Bull’s Eye” e per la semi-ballad “Little Drops Of Heaven”, che chiude una scaletta a tratti un po’ strana, perlomeno osservando quelli che sono i loro lavori più iconici, ma portata comunque a casa con classe e voglia di dare il meglio di sé, come ben si addice ad una realtà in posizione di headliner. (Roberto Guerra)

Setlist:
Mother Of All Lies
Kingmaker
Hell On High Heels
Back To Back
Red, Hot And Heavy
Walk Away
Pandemonium
I.N.V.U.
Serpentine
Please Don’t Leave Me (John Sykes cover)
Yellow Rain
Future World
Bull’s Eye
Little Drops Of Heaven

SABATO 21 LUGLIO

La seconda giornata, nonché la più attesa del festival, inizia con i recentissimi THE HEADLESS GHOST: un’ottima occasione per testare in sede live i pezzi del loro esordio “King Of Pain”, che ha destato più di un’attenzione dal momento della sua uscita.
Il loro heavy metal a tinte horror raccoglie numerosi consensi, nel corso della breve setlist prevista per oggi, e la presenza in coda di una perla come la cover di “Evil” dei Mercyful Fate contribuisce a solidificare la loro presenza all’interno del bill odierno.
La voce del frontman Stefano Vallino è parte integrante del buon risultato conseguito, senza nulla togliere anche a un comparto strumentale di tutto rispetto a rappresentativo di una band da tenere d’occhio, su disco così come dal vivo.

Sebbene il nome WYV85 non suggerisca niente alla maggior parte degli ascoltatori, è opportuno far presente che si tratta di una sorta di spin-off dei più noti Wyvern, il cui demo di esordio vanta ben tre quarti della formazione corrente, compreso il cantante Fabio Bonaccorsi.
Chiaramente parliamo di una formazione heavy metal dall’alto contenuto nostalgico, il che dovrebbe rappresentare un ulteriore segno che, forse, varrebbe la pena rispolverare il lavoro originale da cui provengono i pezzi proposti oggi.
Inoltre, vedere questi signori divertirsi come ragazzini non ha prezzo, e anche tra gli astanti sono in diversi a risultare del nostro stesso arrivo.
Chiaro, gli ascoltatori più puntigliosi avranno sicuramente qualcosa da dire, per via di qualche lievissima sbavatura nell’esecuzione, ma a titolo personale possiamo dire di esserci divertiti e tanto ci basta.

Ancora sonorità made in Italy con i bolognesi TARCHON FIST, che soffrono più di tutti le limitazioni date dal poco tempo a disposizione.
Diciamo questo perché la loro discografia non è esattamente delle più insignificanti, e proporre solo sei pezzi può risultare frenante: tra queste troviamo la iniziale “The Game Is Over”, l’aggressiva “No Mercy For The Enemy” e la più datata “Bad Man Mania”, direttamente dal primo full-length autotitolato.
La band suona in maniera professionale e facendo sfoggio di tutta la propria passione per le sonorità heavy metal più inossidabili, portando serenamente a casa un ottimo risultato e, potenzialmente, guadagnando qualche fan tra le fila di coloro che sono da tempo in attesa dei main event di oggi.

I colpi più seri iniziano a sprigionarsi in compagnia degli hard rocker svedesi CRASHDIET, tornati per coprire il buco lasciato lo scorso anno, quando si rese disgraziatamente necessario annullare la loro partecipazione all’ultimo momento.
Sebbene il loro sound dalle tinte sleazy sia decisamente più festaiolo e sbarazzino rispetto a chi si esibirà dopo, si può notare che pezzi come “Riot In Everyone”, “Straight Outta Hell” e “Generation Wild” riescono a fornire davvero molti spunti per divertirsi, senza prendersi esageratamente sul serio e ricordandosi di alcune piacevoli sfumature della nostra musica preferita.
Molto convincenti anche i due nuovi membri, ovvero Michael Sweet alla batteria e John Elliot alla voce, che si dimostra piuttosto spigliato e a proprio agio come frontman, anche nella cornice odierna, in cui gli svedesi decidono di non fare sconti, facendosi perdonare ottimamente per l’assenza della precedente edizione.

Un po’ di power metal dal gusto più moderno, abbinato a del sano virtuosismo chitarristico, in compagnia dei FIREWIND e del sempre mitico Gus G.
La formazione di origine greca non ha bisogno di presentazioni e sono in tanti quest’oggi a mostrare interesse nei loro confronti: non a caso, si notano diverse ugole all’opera in concomitanza delle varie “Fallen Angel”, “World On Fire” e “Ode To Leonidas”, nonché al momento della immancabile cover di “Maniac” di Michael Sembello, su cui i presenti possono mettersi a ballare con una punta di nostalgia.
Sulle capacità della formazione attuale c’è poco da dire, visto che Gus G è sempre il solito prodigio della sei corde che conosciamo, e il buon Herbie Langhans (Avantasia, The Lightbringer Of Sweden) dietro al microfono ricopre più che dignitosamente il proprio ruolo.
In ogni caso, i tempi sono maturi e la ciurma del Luppolo è pronta ad accogliere il solo e unico capitano pirata del Metal!

Al momento dello scoppio dei cannoni sull’inizio di “Fistful Of Dynamite” appare chiare che lo show odierno dei RUNNING WILD avrà ben poco a che vedere con quello, invero piuttosto fiacco e deludente, del Barcelona Rock Fest di poche settimane fa.
Chiariamoci, la setlist bene o male è quella – decisamente troppo breve rispetto al tempo a disposizione e con numerose assenze di spessore (ad esempio, nessun estratto da “Port Royal”, neanche quella “Conquistadores” da sempre tra i cavalli di battaglia del gruppo) – ma si tratta dell’unico difetto imputabile a quanto svolto stasera da Rolf Kasparek e compagni.
Il sound è impattante, la formazione è in palla e il pubblico è letteralmente in visibilio: non a caso, in concomitanza di cannonate leggendarie come “Bad To The Bone”, “Riding The Storm” e “Little Big Horn” si respira un’atmosfera degna di un autentico arrembaggio, con tanto di moshpit e crowdsurfing a ripetizione.
Personalmente, ci saremmo evitati ben due estratti da quel disco inutile che è tuttora “Shadowmaker”, che il Capitano continua imperterrito a proporre, come per volerlo redimere a tutti i costi, ma ci fa piacere notare che, in questa occasione, persino quelle riescono a colpire nel segno, il che ci permette di provare a osservare il suddetto disco con un occhio leggermente meno critico.
Immancabile un salto indietro nel tempo con “Branded And Exiled” e “Under Jolly Roger”, così come la lunga chiusura con “Treasure Island”, per la quale il buon Rolf, peraltro in ottima forma quest’oggi, si agghinda a festa per dare un tocco extra alla componente visiva dello show. E a tal proposito, ci dispiace non avere le fiamme a riscaldare ulteriormente l’atmosfera, ma siamo contenti che siano stati omessi quegli inguardabili video di sfondo, fatti con l’intelligenza artificiale, proposti altrove…
Quindi, questo ritorno in Italia dei Running Wild, dopo oltre vent’anni, ci ha soddisfatto? A titolo personale ci sentiamo di dire di sì, in quanto parliamo probabilmente di uno dei concerti più divertenti ed energici cui abbiamo assistito quest’anno, nonché una grande sequenza di brani storici dell’heavy/power europeo, malgrado dalle polemiche, anche comprensibili, riguardo a dei presunti tagli alla scaletta, voluti proprio dallo stesso Rolf.
Ci fosse stata qualche canzone in più, il nostro giudizio sarebbe ulteriormente positivo, ma a prescindere dalle considerazioni più o meno fattuali, anche questo è l’heavy metal, e questi, nel bene e nel male, erano i Running Wild di capitan Rolf! (Roberto Guerra)

Setlist:
Chamber of Lies
Fistful of Dynamite
Piece of the Action
Bad to the Bone
Riding the Storm
Locomotive
Drum Solo
Little Big Horn
Branded and Exiled
Lead or Gold
Soulless
Under Jolly Roger
Treasure Island

DOMENICA 20 LUGLIO

Arriviamo nel Parco delle Colonie Padane per l’ultima giornata di festival quando i THE BURNING DOGMA hanno appena terminato il loro show, e ci spiace di esserceli persi, perché “Over and Over One After The Other”, secondo album a nove anni dall’esordio, è un buon esempio di death metal dal taglio gotico, con una resa disperata di “Hundred Days” dei Cure che merita più di un ascolto.
I SEXPERIENCE invece hanno alle spalle due EP, l’ultimo dei quali, “Sexp’Anger”, fortemente debitore dei Metallica del “Black Album” (ma senza ballad).
Il suono del quintetto cremonese è mutato, nel corso di questi tre anni, muovendosi con disinvoltura tra riff thrash e melodie grunge, così sul palco la band ci offre uno show coinvolgente guidato dalla ruggente tonalità di Mirko Mocci, uno spettacolo, indifferente al caldo asfissiante del pomeriggio, che propone sia estratti del recente passato (tra cui una “Demonation” che si avvicina al repertorio dei Godsmack) che il nuovo singolo “Struggle Within”, nato dalla collaborazione con il produttore Valentin Voluta (Infected Rain, Seas On The Moon), un buon biglietto da visita per un possibile album d’esordio.

Sarà un caso, ma all’arrivo degli IN AUTUMN, effimere nuvole nere si addensano ai limiti del parco che ospita il festival. La band vicentina, fondata quasi quindici anni fa da Cristian Barocco, si muove lungo il sentiero di un gothic doom metal contaminato dal post-punk con un pugno di canzoni tristi e mai stucchevoli, ben guidate dalla versatile voce di Giuliano Zippo.
Se i Paradise Lost rimangono i padri tutelari della band (ascoltate “What’s Done Is Done”, la title-track dell’ultimo album per My Kingdom Music), qua e là emergono influenze più ruvide, come quella dei Rotting Christ maturi, che allontanano l’ascoltatore dall’effetto cliché. Un concerto efficace, anche al netto di un orario pomeridiano che si addice molto poco a queste sonorità.

Il Luppolo quest’anno sembra aver strutturato il proprio programma pomeridiano per promuovere eccellenti realtà locali come i cremonesi EMBRYO, che dal 2000 rappresentano una piccola certezza in campo death metal.
Guidati dalla voce possente di Roberto Pasolini, capace di sondare le più recondite profondità del growl fino allo scream più disperato e dalla chitarra di Eugenio Sambasile, i quattro si abbattono sul pubblico con un suono saturo che rasenta l’industrial, non esente da tratti melodici, o perlomeno orecchiabili, soprattutto quando ripropongono estratti del più recente “A Vivid Shade On Misery”, dedicato a Michelangelo Bonarroti (il bell’intro melodico di “Darkest Lights” che precipita in un drumming asfissiante).
Il concerto scorre con violenza, complice una resa sonora ottima, ormai una regola di questa manifestazione e convince un pubblico che concerto dopo concerto si fa più folto.

In una vecchia doppia intervista a Slayer (in occasione dell’uscita di “Undisputed Attitude”) e Pantera sul magazine Rumore, Tom Araya affermava l’intenzione della band di ritirarsi prima di raggiungere la vecchiaia, ritenendo impossibile il ritrovarsi sul palco a sessant’anni come i Rolling Stones.
Consci dell’importanza della parola data, i NECRODEATH hanno deciso di cessare le attività dopo quarant’anni di carriera, con un disco, “Arimortis” che affianca brani inediti a vecchie composizioni (“Necrosadist”) rilette ‘con il senno di poi’ e con una produzione decisamente più efficace.
Il loro addio sfrutta una scaletta e uno sfondo che si ricollegano all’esordio “Into The Darkness” di cui viene ripresa, in chiusura, anche la vivida “Mater Tenebrarum” in un concerto senza esitazioni, con la batteria del veterano Peso a guidare tutta la band, a proprio agio tra recuperi del passato e qualche pezzo nuovo (una “Storytellers Of Lies” che omaggia proprio gli Slayer di cui sopra). Poco da dire, se non “grazie, ragazzi, per tutto il caos che ci avete regalato in questi anni”.

Gli INFECTED RAIN stanno scalando rapidamente i bill dei festival, e a guardarli sotto il palco del Luppolo, è facile intuirne il motivo: i moldavi propongono un riuscito mix di melodie orecchiabili e violenza, di cui “Time” (2024) rappresenta l’esempio più recente.
Dal vivo la band si presenta in una forma decisamente più aggressiva, capace di rendere palpabili le influenze djent che screziavano appena l’ultimo album e sfruttando la presenza di numerosi inserti elettronici (“Dying Light).
Alla qualità dei pezzi si somma la brillante interpretazione di Lena Scissorhands, un folletto urlante (a proprio agio nello scream e meno incisiva nel cantato pulito) che trova in Tatiana Shmayluk degli ucraini Jinjer l’unico termine di paragone. In definitiva, gli Infected Rain si candidano ad essere un’alternativa credibile alle sbandate pop degli Sleep Token.

Ci è capitato di vedere i CORONER sotto il palco dell’Eindhoven Metal Meeting 2019, eppure ancora ci stupisce la precisione di pezzi come “Semtex Revolution” (un gioiello thrash metal da “Mental Vortex”) o la nevrotica “Grin (Nail Hurts)”.
Il trio, come da tradizione supportato da Daniel Stössel ad effetti e tastiere, gioca con gli estremi temporali della propria carriera, concedendo “Sacrificial Lamb”, anticipazione del nuovo album in uscita a novembre a più di trent’anni dall’ultimo “Grin” e “Reborn Through Hate” (da “R.I.P.”).
Giù dal palco, lo show divide gli spettatori, tra chi rimane stregato dall’approccio di una band che per il rigore potrebbe ricordare i King Crimson in versione thrash e chi trova l’esecuzione poco coinvolgente, nella sua perfezione. In ogni caso, gli elvetici si tengono lontani da ogni manierismo, puntando sulla qualità delle loro canzoni e offrono, almeno per chi scrive, uno dei migliori concerti della giornata. Non male per dei sessantenni.

A tal proposito: Johan Langquist e Leif Edling dei CANDLEMASS di anni ne hanno sessantuno, ma vi sfidiamo ad ascoltarli al buio, perché nulla della magia di brani come “Dark Are The Veils Of Death” o la più recente “Sweet Evil Sun” (per chi scrive uno dei pezzi più immediati ai scritti dagli svedesi) è andato perso.
La voce Langquist è ancora calda e blues nei passaggi più quieti, e si inerpica senza fatica scalando ritornelli dal tono epico, come in “Crystal Ball” o in “Dark Reflections” (qui riproposte tra le approvazioni del pubblico, il più numeroso della serata) e la formazione asseconda i propri leader in un vortice doom che definire tradizionalista è riduttivo.
Evocativi, tecnicamente ineccepibili ed emozionanti, i Candlemass sono per attitudine e forma la band che mancava, al recente Back To The Beginning, come dimostra la resa sul palco di un pezzo come in una “The Well Of Souls”, densa di umori Black Sabbath.
Nota a margine: curiosa, ma vincente in termini di marketing, la decisione di portare al banco del merch un’esigua scelta di magliette, tutte caratterizzate dal logo di “Epicus Doomicus Metallicus”, subito andate a ruba tra i presenti.

Le visite dei CRADLE OF FILTH in Italia sono piuttosto frequenti, li abbiamo visti lo scorso novembre sul palco del Live Club di Trezzo, in un tour che precedeva l’uscita di “The Screaming of the Valkyries” (Napalm Records), ma la loro presenza di permette di mettere a confronto tre diversi modi di venire a patti con l’età. C’è la regola  “Practice makes perfect” seguita dai Coroner, c’è il tempo sospeso dei Candlemass, che ha qualcosa di miracoloso o maligno a seconda della vostra fede, e poi c’è Dani Filth, rigorosamente incassato nella propria armatura (ma si arrenderà all’afa che avvolge il parco, prima dei bis), mentre alterna un cantato rauco ad un farsetto urlato che è tratto distintivo (e talvolta caricaturale) del personaggio.
In uno show dove sono le tastiere ed i cori di Zoe Marie Federoff a dettare cadenza e melodia, molti brani purtroppo perdono gran parte del loro fascino iniziale (“The Forest Whispers My Name” compresa), mentre curiosamente spiccano i pezzi dal taglio più pop, come la recente ed orecchiabile “Malignant Perfection”.
Lo show scorre in modo piacevole, con un paio di ottimi recuperi negli encore introdotti dalla lunga base di “The Monstrous Sabbat” (“Cruelty Brought Thee Orchids” e “Her Ghost in the Fog”, da “Midian”), e la band asseconda volentieri la melodrammaticità del suo leader, ma alla fine resta una retrogusto malinconico, il sospetto che tra tutta la musica ascoltata oggi, proprio il maestoso black metal sinfonico dei Cradle Of Filth abbia subito i danni peggiori dal tempo che scorre (Stefano Protti).

Setlist
To Live Deliciously
The Forest Whispers My Name
She Is a Fire
Malignant Perfection
The Principle of Evil Made Flesh
Heartbreak and Seance
Nymphetamine (Fix)
Born in a Burial Gown
White Hellebore
Cruelty Brought Thee Orchids

Encore
Death Magick for Adepts
Her Ghost in the Fog

 

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