Report di Maurizio ‘morrizz’ Borghi
Foto di Pamela Mastrototaro
Dopo quasi quattro anni dall’ultima data italiana al Fabrique, dopo l’annullamento del concerto del giugno 2024 e dopo un anno esatto dalla pubblicazione dell’ultimo capitolo discografico “Unatoned”, è tempo per i Machine Head di tornare dalle nostre parti.
Nonostante l’ultima calata insieme agli Amon Amarth (ottobre 2022) abbia registrato numeri poco entusiasmanti, un po’ come i riscontri dell’undicesimo album in studio (probabilmente il meno ispirato della loro intera discografia), la band di Oakland si presenta a testa alta all’Alcatraz di Milano.
La formula prescelta, stavolta, è di nuovo quella di ‘an evening with’, ovvero quella di un lungo concerto dedicato esclusivamente alla ricca discografia della band, che come già avvenuto in passato andrà a superare la ventina di brani in un’estesa maratona musicale. Considerato il format e gli orari del club meneghino (sempre spostati verso il ‘presto’) l’inizio del concerto è fissato alle 20:00, ma arrivando alle porte l’ingresso non è per nulla difficoltoso, e scopriremo presto il perché.
Lo diciamo immediatamente: per la ventottesima data dei MACHINE HEAD in Italia non è arrivato il pubblico delle grandi occasioni. Capiamo subito che il concerto si svolgerà sul palco principale, ma il tendone vicino alle porte del locale per diminuire la capienza potrebbe esser tirato molto più avanti, perché stasera arriveranno poco meno di mille persone, una popolazione utile a riempire ben bene la configurazione ‘palco B’.
Nonostante il numero di biglietti venduti sia decisamente sotto le aspettative, la produzione di stasera è imponente, come suggeriscono i due camion gialli parcheggiati dal lato opposto del tour bus, e quando il nastro di “Bohemian Rhapsody” lascia spazio all’intro “In Comes the Flood” (quella di “Bloodstone And Diamonds”, per intenderci) l’allestimento del palco si mostra in tutto il suo splendore, con un ledwall davvero imponente alle spalle dei musicisti e altrettanti schermi a chiudere il palco, sotto la batteria e ai lati, inframezzati da fari ed illuminazione. Accanto a Robb Flynn arriva il solito Jared MacEachern al basso, alla batteria siede Matt Alston e alla chitarra torna Wacław ‘Vogg’ Kiełtyka dei Decapitated, visto che il titolare Reece Scruggs è assente per tutto il tour per stare vicino al padre malato.
Si parte fortissimo con una delle cavalcate più amate del gruppo: “Imperium” è eseguita con una voce ancora zoppicante all’inizio, ma basta poco per tirar dentro tutti i presenti, con un Robb Flynn che sfoggia il suo ghigno beffardo, confidente al 100% nei propri mezzi.
Con la successiva “Ten Ton Hammer” la voce è già a posto, col classico graffio ed il classico ruggito caratteristico del leader maximo: dobbiamo dare atto che l’entusiasmo ed il coinvolgimento di Flynn è lo stesso sia che si stia esibendo in streaming in uno dei suoi ‘electric happy hour’ sia che sia davanti a migliaia di persone, così vedremo l’ormai vecchio leone esibirsi senza alcuno sforzo in una vera e propria maratona in cui le energie saranno dosate alla perfezione, con pochissime pause, reggendo più della schiena di molti dei presenti – in media, ad occhio, ben oltre i quaranta.
Il mixing e i volumi sono eccellenti, com’è noto gli effetti pirotecnici sono vietati ma vengono sostituiti dai cannoni CO2 e lo show scorre veloce e senza intoppi, per la gioia dei ‘rager’ che sostengono la band senza se e senza ma.
Vanno fatte un paio di considerazioni riguardo alla serata, entrambe probabilmente divisive ed entrambe strettamente connesse alla visione ed alle scelte di Robb Flynn.
In primis il lato estetico, rappresentato dai visual che vengono proiettati sullo schermo gigante e che accompagnano l’esibizione: si tratta di filmati CGI di diversa ispirazione e di qualità decisamente, per non dire enormemente, altalenante.
Ci sono filmati epici e vicini al realismo, come le bandiere all’inizio, oppure interpretazioni animate degli artwork del gruppo, o ancora immagini digitali di fattura pregevole come quelle proiettate in “Locust” o le meravigliose immagini statiche delle vetrate di cattedrali gotiche, che accentuano ed amplificano l’atmosfera; a volte, invece, si ricorre a semplici visual colorati e generati automaticamente, non troppo lontani dall’archeologia digitale delle interpretazioni psichedeliche di Windows Media Player, ed altre ancora, infine, invece ci si trova davanti a soluzioni terrificanti, come la bandiera italiana durante “Is Anybody Out There?”, alla quale viene sovrapposto il testo del ritornello con un font inguardabile. Ancora peggio il video che accompagna “Old”, in cui una serie di croci disegnate a mano (male) e bidimensionali hanno come sfondo un fungo atomico in computer grafica in lontananza, che poi si trasformerà in un esplosione semi-realistica.
Un’accozzaglia di stili diversi, di qualità estremamente differente, a volte professionali e a volte cringe e tragicomici, figli di una direzione artistica completamente assente, che vanifica lo sforzo di una produzione di palcoscenico tanto imponente. Un po’ come accade nei dischi dei Machine Head, direbbe qualcuno, in cui spesso e volentieri ci sono svolte incomprensibili per cercare successi facili con soluzioni immediate, in aperto contrasto con la magniloquenza ed il sound elaborato di una certa amatissima fase della carriera o degli esordi durissimi e spietati.
E qui arriva la seconda considerazione, evidente esaminando la lunghissima scaletta: diversamente da molti artisti dalla carriera trentennale, Flynn sceglie in maniera convinta di considerare allo stesso livello ogni fase della vita dei Machine Head, dando anche più peso in scaletta ad estratti da “Of Kingdom and Crown”, “Unto the Locust” e “The Burning Red” rispetto ai capolavori assoluti “Burn My Eyes” e “The Blackening”, col pubblico costretto a scegliere tra “Aesthetics of Hate” e quel capolavoro di “Blood for Blood” – tra le due curiosamente verrà scelta la prima col metodo ‘chi urla di più’.
Ma davvero esiste qualcuno che preferisce una selezione del genere? Vista l’apparente fase calante in termini di pubblico è davvero la scelta migliore possibile? E’ vero che il repertorio dei Machine Head è ormai immenso, ma sebbene ci siano davvero pezzi validi in ogni singolo disco del gruppo, è altrettanto vero che la setlist di oggi è abbastanza strana.
Altra singolarità poco spiegabile è rappresentata da Helena Kotina delle Nervosa, che salirà sul palco ben due volte, prima per “Outsider” e poi per l’attesissima “Davidian”. Non ce ne voglia la chitarrista greca, che era a Milano per qualche motivo, ma per molti la sua presenza è rimasta un mezzo grattacapo visto che lo spot è solitamente riservato a un musicista del luogo o ad un membro di qualche opening band.
Si arriva comunque alla fine del lunghissimo spettacolo, dopo aver cantato tutti insieme il riff di “Iron Man” dei Sabbath, per chiudere sulle note di “Halo”.
Con un Vogg un po’ scazzato, un Alston eccellente e l’emulo di Waylon Smithers dei Simpson sempre più innamorato del suo capo, è chiaro come i Machine Head siano ogni anno che passa identificabili completamente con il capo supremo Robb Flynn, tra i pochi frontman metal capaci di questi show di incredibile lunghezza, con i suoi colpi di genio e con i suoi lati volubili, sconclusionati e cringe.
Questo sembra stia diventando sempre più un limite purtroppo, almeno fino alla prossima svolta musicale o al prossimo tour celebrativo. La situazione in ogni caso non cambierà, quindi prendere o lasciare.
Setlist:
In Comes the Flood (Intro)
Imperium
Ten Ton Hammer
CHØKE ØN THE ASHES ØF YØUR HATE
Now We Die
The Blood, the Sweat, the Tears
Is There Anybody Out There?
ARRØWS IN WØRDS FRØM THE SKY
Exhale the Vile
This Is the End
SLAUGHTER THE MARTYR
Aesthetics of Hate
Game Over
Old
ØUTSIDER
Locust
BØNESCRAPER
Circle the Drain
Darkness Within
Catharsis
Bulldozer
From This Day
Davidian
Halo


























