27/07/2026 - MAGNOLIA STONE 2026 @ Magnolia - Segrate (MI)

Pubblicato il 31/07/2026 da

Report di Dario Onofrio
Fotografie di Benedetta Gaiani

Il Magnolia Stone è diventato ormai uno di quegli appuntamenti ricorsivi e immancabili per chi adora le sonorità desertiche e psichedeliche: il circolo di Segrate, in provincia di Milano, si trasforma, per mezza giornata, in un vasto spazio sabbioso e caldo, grazie alle sonorità di chi ha fatto del fuzz e delle tastiere la sua ragione di vita.
Anche quest’anno, il richiamo irresistibile delle sonorità vintage dei Graveyard, insieme a un parterre di artisti contemporanei molto importanti per questa scena, ha portato centinaia di persone a sfidare il caldo e il rischio pioggia di domenica 26 luglio, per andare in pellegrinaggio come i monaci delle copertine degli Sleep.
Un piccolo festival, se così si può definire, che sta diventando sempre di più un polo d’attrazione per via della qualità dei nomi coinvolti e della location, indubbiamente perfetta per ospitare questo tipo di iniziative.

Sono le tre e mezza esatte del pomeriggio quando sul palco irrompono i GIÖBIA, una formazione che non ha certamente bisogno di troppe presentazioni. Veterani di questa scena, la band capitanata da Bazu e Melissa presenta uno show incentrato soprattutto sull’ultimo “X-Aeon”, dal quale vengono suonate fra le altre “Voodoo Experience” e “Vers Les Terres-Rogues”.
Qualche problemino iniziale vede le tastiere andare in secondo piano, ma ciò non scoraggia la band, che cerca nel lasso temporale a disposizione di fare tutto il possibile per scaldare l’atmosfera di un Magnolia sul quale è appena passato un breve scroscio di pioggia.
Un’esibizione come sempre impeccabile, basata soprattutto sui veloci loop di chitarra di Bazu e sul sintetizzatore ossessivo di Melissa, chiudendo il tutto con una spettacolare jam del basso di Detrij e della batteria di Pietro D’Ambrosio, continuata su un loop lasciato sospeso dai sintetizzatori.
I Giöbia dimostrano ancora una volta di essere una garanzia di qualità e una eccellenza musicale tutta italiana, che dopo anni di underground sembra star finalmente raccogliendo la fama meritata.

Una breve pausa per cambiare la strumentazione ed ecco irrompere sul palco i TRUCKFIGHTERS, la creatura di Dango e Ozo, rispettivamente chitarra e basso/voce, che ha fatto del fuzz la propria ragione di vita.
Accompagnati da un sessionist alla batteria per il tour europeo, la band era sicuramente una delle più attese della giornata, come dimostra la piccola folla radunatasi sotto al palco per salutare gli svedesi, mentre ci viene regalato uno show nel loro stile: saltando, correndo in giro per il palco e con un’accordatura così bassa da far tremare le pareti.
La scaletta si basa perlopiù sull’ultimo “Masterflow”, che ha segnato il ritorno della band sul mercato discografico dopo una pausa di dieci anni, e il concerto scorre via veloce come le indiavolate ritmiche assolutamente stoner ‘agli ottani’ del duo di Örebro, con un Ozo un po’ in difficoltà sulla prima parte dello show, ripresosi però ampiamente andando avanti nonostante il caldo.
Non viene presentato neanche un brano: è tutta una corsa a perdifiato come quella che Dango fa sul palco saltando e scendendo addirittura in mezzo alla folla sul finale. Un concerto da portarsi nel cuore, divertentissimo e coinvolgente come dovrebbe essere una esibizione di questo tipo.

Le ombre della sera cominciano a calare sul Magnolia quando arriva il momento dell’esibizione degli ELDER, freschi della pubblicazione dell’ultimo “Through Zero”, disco che ha ancora di più rinsaldato i rapporti della creatura di Nick DiSalvo con una estetica più progressive e psichedelica rispetto al passato.
Il pubblico assiste in religioso silenzio all’ingresso degli americano/tedeschi sul palco, mentre partono le note di “Sigil To Ruin”: anche qui, qualche difficoltà iniziale della voce di DiSalvo – non sappiamo se per problemi di spia – viene velocemente risolta per lanciare il pubblico nei lidi più enigmatici e criptici della musica della formazione, che presenterà una scaletta sostanzialmente basata sugli ultimi quattro lavori in studio.
Una cesura totale dal passato stoner, anche forse per via del minutaggio da festival, specialmente se i brani hanno una durata vicino ai dieci minuti come “Catastasis”, dal precedente “Innate Passage”.
La line-up ormai collaudata con Georg Edert alla batteria e Mike Risberg alla chitarra si arricchisce quest’oggi anche di un tastierista che sta accompagnando la band nel tour europeo, contribuendo in modo fondamentale alla parte più progressiva e sperimentale della musica. Un concerto titanico, anche per la lunghezza dei brani suonati, culminato su “Through Zero” e “Halcyon”, l’unico brano dal bellissimo “Omens” di qualche anno fa.
Questo cambio stilistico della band potrà non aver fatto impazzire tutti i fan di vecchia data, ma è innegabile che ci si ritrovi davanti a una band rinnovata nello spirito e negli intenti, capace di catturare l’attenzione del pubblico attraverso una esibizione eccellente e tecnicamente impeccabile.

Ed eccoci arrivati all’esibizione che aspettavamo, ma contemporaneamente temevamo di più di quest’edizione: il ritorno dei KADAVAR in terra italica dopo almeno dieci anni da quando gli alfieri della psichedelia super-distorta avevano messo piede qui.
La temevamo principalmente perché, se seguite la band con passione grazie a dischi enormi come “Rough Times”, saprete del loro quasi-suicidio musicale attraverso il terrificante “I Just Want To Be a Sound”, dove la band tentò una svolta pop malriuscita e completamente fuori luogo. Dopo aver cercato di recuperare terreno con l’uscita di “K.A.D.A.V.A.R.”, lo scorso novembre, non avevamo idea di quello che avremmo visto sul palco.
Bene, i nostri sembrano aver imparato la lezione di la stampa e il pubblico, perché sin dal vestiario dichiaratamente anni Settanta, la band sembra aver ripreso la strada apparentemente abbandonata. Un muro di distorsione si abbatte sul Magnolia mentre un’altra nuvola passa sopra il pubblico portando nuovamente acqua, quando parte “All Our Thoughts”: una secchiata di fuzz lanciata sul pubblico che ripesca specialmente dal primo album della band.
Possiamo parlare, nonostante tutto, di una buona esibizione e con una band determinata a far dimenticare gli sbagli commessi, relegando “I Just Want To Be a Sound” alla strumentale “Regeneration”.
Per il resto, Lupus, Tiger, Jascha e Dragon ci fanno viaggiare fra le ottime “Skeleton Blues” e “Doomsday Machine”, proponendo poi dall’ultima fatica in studio “Total Annihilation”, che qui in mezzo ha decisamente più senso rispetto alla sua posizione in chiusura dell’ultimo album. Nonostante la pioggia battente, più persone si alzano a cantare “Last Living Dinosaur” e soprattutto “Die Baby Die”, con molte e molti che si gettano in pista quasi a ballare.
In definitiva, con l’ottima chiusura affidata a “Purple Sage”, i nostri sembrano aver imparato la lezione, a dimostrazione del fatto che tradire i fan di una nicchia musicale come questa non è mai una bella mossa.

Mentre Elder e Giöbia passeggiano allegramente fra il pubblico chiacchierando con gli astanti, il palco viene preparato con il fondale dalle tinte lovecraftiane dell’album “6” degli svedesi GRAVEYARD. La formazione, che ricordiamo si muove fra l’occultismo dei bayou e i Led Zeppelin, è alle prime battute (se non al primo concerto in assoluto) della sua nuova vita senza lo storico chitarrista Jonatan Ramm.
Per l’occasione, i Nostri hanno reclutato un sessionist, la cui presenza non fa assolutamente sfigurare il mix di psichedelia e distorsione che inizia a uscire dagli amplificatori, con una batteria di brani da “Please Don’t” all’immancabile “Ain’t Fit To Live Here”.
A chiacchierare con il pubblico ci pensa Truls, il bassista che ha anche il compito di cantare “From a Hole In The Wall”, mentre Joakim non sembra perdere lo smalto con cui i Graveyard hanno costruito la loro fortuna e la loro immagine grazie alla sua voce graffiante e diretta. Non mancano brani da “Peace”, come “Bird Of Paradise” o “Walk One”, mentre da “6”, ultima fatica in studio della band risalente al 2013, vengono pescate “Rampant Fields” e “Twice”.
Complici anche delle luci disegnate apposta per lo show, il concerto degli svedesi si mostra coinvolgente e acchiappa subito il pubblico, che si lascia andare a balli scatenati sul loro rock’n’roll sporcato, come dicevamo, di influenze occulte e psichedeliche, esplodendo in una chicca finale: “Satan’s Finest”, dal debutto omonimo della band, solo recentemente reinserita in scaletta dal combo.
La musica del quartetto rimane quindi intatta nonostante la dolorosa separazione da uno dei loro membri storici, mentre la serata si chiude con l’immancabile “The Siren”, sulla quale la band ci invita poi ad aspettare il nuovo album “Fever”, in uscita a ottobre per Nuclear Blast.
Traendo qualche conclusione, il Magnolia Stone si conferma essere uno degli appuntamenti immancabili dell’estate meneghina, specialmente in ambito di concerti non troppo mainstream: anche se non abbiamo visto il pienone dei Fu Manchu dell’anno scorso, è stato bello ritrovarsi fra facce conosciute e amicizie che condividono la passione per i sintetizzatori e la distorsione, sperando che questo format possa diventare una tradizione radicata e duratura.

 

GIÖBIA

TRUCKFIGHTERS

ELDER

KADAVAR

GRAVEYARD

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