14/06/2010 - Maryland Deathfest 2010 @ Sonar - Baltimore (Stati Uniti)

Pubblicato il 15/06/2010 da

Report a cura di Luca Pessina

Tutte le foto cortesia di www.returntothepit.com

Per le sue passioni, in questo caso il death metal, chi scrive è da sempre pronto a tutto. Tempo e soldi permettendo, il sottoscritto non si è mai fatto problemi a viaggiare in lungo e in largo per l’Italia e l’Europa per vedere all’opera alcuni dei suoi gruppi preferiti. La lista di concerti e festival/eventi a cui ha preso parte è ormai sterminata… si parte dalla metà degli anni ’90, quando praticamente si abitava nel mitico Rainbow di Milano, e si arriva ai giorni nostri, quando, ormai adulti e indipendenti, si è fortunati a sufficienza da potersi permettere cose che non pochi definirebbero pure e semplici follie. L’ultima di queste, è una “gita” a Baltimora – Maryland, USA – per assistere all’ottava edizione del Maryland Deathfest, il più importante festival death metal statunitense. L’idea nasce la scorsa estate, quando gli organizzatori annunciano che i leggendari Autopsy si riuniranno per un unico show al Maryland Deathfest 2010. “Figata”, si pensa… e nel frattempo si guarda la cartina per capire dove esattamente si trovi Baltimora sulla East Coast (d’altronde, la città è tutto fuorchè una celebre meta turistica). Passa un mese e arriva quindi un altro mega-annuncio: suoneranno anche i redivivi Gorguts, in assoluto una delle band più sottovalutate e, al tempo stesso, più personali e avvincenti della storia del death metal. A questo punto un meeting con la cara amica canadese Jill Mikkelson, collega del sottoscritto a Terrorizer Magazine e fan numero uno dei suddetti, è d’obbligo. La voglia di andare c’è, eccome… l’ostacolo possono solo essere i prezzi dei voli. Ma, dopo tutto, abitiamo entrambi a Londra al momento e si sa che dalla capitale britannica è facile trovare voli a costi accettabili. Infatti, impieghiamo solo pochi minuti per realizzare che, prenotando con ben otto mesi di anticipo, un andata/ritorno per Washington DC, che si trova a una mezzora di treno da Baltimora, può venirci a costare solo trecento sterline. Decidiamo di prenderci qualche giorno per riflettere… ma passano solo 24 ore prima che si giunga entrambi a una conclusione: “È il festival della vita… sticazzi, prenotiamo!”. Detto, fatto… la United Airlines riceve la nostra richiesta di prenotazione e i nostri sudatissimi soldi. Eccoci, è ufficiale: l’ultimo weekend di maggio non ci saremo per nessuno… Chris Reifert, Luc Lemay e qualche dozzina di band death-grind a parte. Ha così inizio un’attesa lunghissima, che, con l’arrivo della primavera, si fa anche snervante. L’ultimo weekend di maggio pare non arrivare mai, in ufficio non abbiamo voglia di fare una mazza e i concerti a cui assistiamo non ci dicono più di tanto. Vogliamo andare al Maryland Dethfest, vogliamo vedere i Gorguts e compagnia bella(-issima)! Finalmente però arriva il giorno della partenza… giovedì 27 maggio. Abbiamo calcolato tutto: si parte di mattina, in modo che, calcolando il fuso orario, si arrivi a Washington nel pomeriggio e a Baltimora per cena. Per quella sera è in programma un pre-fest party con una manciata di gruppi fra cui Birdflesh e General Surgery… “Saremo mica stronzi che ce li perdiamo!”. Insomma, dopo aver rischiato di perdere l’aereo per questioni burocratiche allucinanti sorte direttamente in aereoporto e dopo essere stati interrogati per una ventina di minuti dalla polizia USA, che, a quanto pare, vuole saperne il più possibile su una coppia di death metaller italo-canadese che viene a casa loro solo per un festival, arriviamo finalmente a Baltimora gasatissimi e pronti a tutto. A ben vedere, sono 24 ore che non dormiamo, ma gli Dei del death metal sono con noi e ci tengono in piedi… più o meno. La location del festival, il Sonar e annesso parcheggio antistante, che sorge poco fuori dal centro, nei pressi di un cavalcavia della tangenziale, non è esattamente affascinante, ma sticazzi, alla fin fine siamo qui per la musica, non certo per trovare comodità! E poi, a dirla tutta, il posto non è così male… la sala interna, come grandezza, a chi scrive ricorda il tendone dell’Aquatica di Milano, quindi non è proprio un buco… e poi il tutto puzza di underground – e di sudore – da fare schifo, e questo sul momento ci gasa ulteriormente. Facciamo un breve giro all’esterno – dove nel weekend verranno allestiti altri due palchi – e inaspettatamente troviamo vari gruppi di crusties (in Italia li chiameremmo punkabbestia) accampati sui marciapiedi… sono palesemente venuti per godersi gli show della frangia crust-hardcore del bill del festival (Wolfbrigade, From Ashes Rise, D.R.I.), ma sul momento ci domandiamo se saranno effettivamente in grado di farlo, dato che 1) sono già completamente a pezzi, 2) la polizia continua a girargli attorno, 3) i cani dove li lasciano? Vabè, problemi loro… noi, intanto, lodiamo questa ignorantissima e letale combinazione “death metal + crust-hardcore” e continuiamo ad ambientarci. Riflettiamo soprattutto sul fatto che in Europa un festival con un bill del genere richiamerebbe ben più persone delle circa duemila che può ospitare il MDF e che probabilmente questo si svolgerebbe del tutto all’aperto (pensate al Party.San in Germania o all’Obscene Extreme in Rep. Ceca). Negli USA invece il death metal puro, il grindcore e le sonorità più estreme continuano a essere qualcosa per pochi… nell’ambiente infatti si sa che gruppi che in Europa girano su tourbus e suonano in locali di grosse dimensioni qua sono soliti andare in tour in furgone ed esibirsi in bar e addirittura scantinati. Certo, se si parla di Lamb Of God, As I Lay Dying e band di questo tipo, è tutto un altro discorso… queste sono realtà più mainstream e che hanno qui il loro mercato principale, di conseguenza hanno a disposizione determinati budget e mezzi. Per il death metal invece le cose stanno diversamente… Ross Dolan sarà anche il death metal e una sorta di divinità nel Vecchio Continente, ma dalle sue parti purtroppo gli tocca andare in tour guidando lui stesso il Ducato del fruttivendolo. Non è un caso che le death metal band statunitensi non vedano mai l’ora di fare un salto in Europa! Insomma, è tutto un altro mondo, o quasi. Anche i fan, di conseguenza, appaiono molto più “affamati” e “fanatici” di quelli europei: si vede che questa è gente che attende un evento simile tutto l’anno e che si sente parte di un circolo ristrettissimo. È tutto uno sfoggiare la t-shirt più underground e il tatuaggio più “evil” o comprare più CD possibile. L’atmosfera per certi aspetti è bellissima, si sente una passione che in molti ambienti europei è quasi scomparsa, dato che i mille tour e festival che vengono organizzati ogni anno hanno reso gli ascoltatori ben più sazi e difficilmente impressionabili. Veniamo investiti di domande non appena si scopre che siamo venuti dall’Europa e tutti ci chiedono se ci stiamo divertendo e che cosa pensiamo del loro festival… avranno anche un aspetto truce (si sta parlando di enormi croci rovesciate tatuate e chicche simili), ma sono proprio cordiali, questi americani! Fa poi davvero piacere constatare come i nostri Hour Of Penance, Fleshgod Apocalypse, Cripple Bastards (che hanno suonato qui un paio di anni fa) o Illogicist siano ormai sulla bocca di tutti anche da queste parti… per un po’ il sottoscritto si sente veramente orgoglioso di essere italiano. Tornando al festival, la serata di inaugurazione scorre liscia come l’olio: il pubblico è già partecipe e numeroso, mentre i volumi degli opener sono forse un po’ troppo alti… ma pazienza, questo ci aiuta a rimanere svegli! Come dicevamo, questa sera siamo qui principalmente per vedere gli svedesi Birdflesh e General Surgery, ovvero due delle migliori realtà grindcore europee, quindi quando arriva il loro momento salutiamo i nostri nuovi amici e andiamo a prendere posto davanti al palco interno…

BIRDFLESH

Purtroppo spesse volte i Birdflesh non vengono presi molto sul serio. Intendiamoci, loro stessi sono i primi a giocare molto con la loro immagine e a venirsene fuori con testi e copertine demenziali, però resta il fatto che il loro grindcore sia ben costruito e che il gruppo sia in grado di riproporlo in maniera più che convincente sulle assi di un palco. In particolare, il batterista/cantante Adde Mitroulis (aka Smattro Ansjovis) è davvero preparato e, pur occupandosi appunto anche delle linee vocali, non sbaglia un colpo nemmeno nelle parti più concitate. Per fortuna, comunque, questa sera il Sonar è pieno di fan della band svedese e quest’ultima viene accolta da vera trionfatrice. Ad alcuni spiace che oggi i nostri abbiano lasciato a casa i loro soliti costumi di scena e che, a livello visivo, lo show sia un po’ più sobrio del solito, tuttavia dal punto di vista musicale c’è solo da essere soddisfatti: i Birflesh si rendono protagonisti di un set breve ma veramente preciso e serrato, che guarda soprattutto al recente “The Farmer’s Wrath”. Massacro iniziato!

GENERAL SURGERY

Doppio turno per Adde Mitroulis questa sera: il drummer dei Birdflesh siede infatti anche dietro le pelli dei General Surgery, fatto che spiega perchè il terzetto svedese abbia offerto un set piuttosto corto. I General Surgery hanno infatti circa quaranta minuti a disposizione e ci sono quindi energie che vanno risparmiate. La band, per nostra fortuna, non si fa attendere molto… del resto, se si suona grindcore alla primi Carcass misto a old school swedish death metal, che senso ha perdere troppo tempo con il sound-check? Via libera a chitarre-motosega e ignoranza al potere! E infatti pezzi come “Exotoxic Septicity” o la mitica “Ambulance Chaser” vengono fuori assolutamente devastanti, palesando sia il buon affiatamento della band – che negli ultimi tempi ha iniziato a suonare live con una certa costanza – sia ovviamente il tiro e la qualità del materiale, che rientra da anni fra le migliori cose che la scena grindcore del Vecchio Continente abbia partorito. Un concerto intenso e divertente, quello dei General Surgery, che ci fa andare a letto con il primo sorrisone del weekend. Ora è tempo di riposare, perchè domani avrà inizio un vero tour-de-force!

TOMBS

La prima giornata vera e propria del festival ha inizio nel primo pomeriggio di venerdì e i Tombs sono la prima band che desideriamo davvero vedere. Non c’è molta gente all’interno del Sonar a questo punto… in molti si stanno ancora ambientando e passando in rassegna i numerosi stand allestati nella mattinata. Va anche detto che la proposta del gruppo di New York non è fra le più immediate, quindi i nostri – oggi raggiunti da un secondo chitarrista – faticano un po’ a richiamare l’attenzione dei presenti. In ogni caso, i suoni sono già buoni e a noi un brano come “Beneath The Toxic Jungle” ci fa godere sempre e comunque… quindi pollice in su per i Tombs: rimaniamo davanti al palco sino alla conclusione della breve performance e poi anche noi andiamo a fare un giro nel “mercatino”, in attesa dei pezzi grossi di stasera.

WATAIN

I Watain fanno ridere quasi tutti, perchè se ne vanno in giro agghindati da biker nonostante il caldo, perchè indossano rigorosamente soltanto le loro magliette e perchè hanno sempre al seguito le loro groupie (unica band nel festival). Quando però salgono sul palco (quello interno, espressamente richiesto dalla band per non esibirsi con la luce del sole), si ride un po’ di meno. Il gruppo ci sa fare, è indubbio, e la qualità del suo materiale riesce a prevalere anche su suoni un tantino impastati. Erik Danielsson questa sera si occupa anche della chitarra ritmica, tuttavia la sua prestazione vocale non ne risente quasi per nulla: quando urla “Sworn To The Dark” i più fanatici sputano sangue, mentre quelli che conoscono appena la band si cagano sotto. Poi il corpsepaint e la scenografia con croci rovesciate et similia fa il resto: il Sonar per un’ora si trasforma in un girone infernale e il black metal della formazione non fa prigionieri, conquistando almeno un pochino anche i più scettici. Saranno anche dei mezzi psicopatici (o semplicemente degli sfigati, per alcuni), ma a oggi i Watain rientrano saldamente fra le migliori tre black metal band in circolazione.

GORGUTS

Terminato lo show dei Watain, usciamo e ci rechiamo davanti al palco esterno principale per assistere all’esibizione dei Gorguts. Inutile nasconderlo, in questo momento siamo le persone più felici del mondo. D’altronde, poche ore prima abbiamo avuto modo di conoscere e scambiare quattro chiacchiere con Luc Lemay e siamo rimasti piacevolmente colpiti dalla sua modestia e dalla sua gentilezza. Il chitarrista/cantante ha trascorso tutto il pomeriggio al banco del merchandise, vendendo personalmente le t-shirt, firmando decine di autografi e salutando tutti con un “enjoy the show” e un mega sorriso. Non è un caso quindi che, quando il gruppo si presenta on stage, l’atmosfera sia completamente diversa rispetto a quella respirabile durante la performance dei Watain. Qui regnano l’allegria e la sobrietà… John Longstreth continua a scherzare con il pubblico, mentre Lemay deve addirittura esibirsi con un grosso marsupio alla cinta perchè non ha nessuno a cui lasciare i soldi del merchandise (nel frattempo ritirato)! In ogni caso, è finalmente tempo di death metal made in Canada… è tempo di Gorguts! Ora ci piacerebbe dire che tutto è perfetto e che la band sul palco sembra quella dei tempi d’oro… ma purtroppo non è così. Ciò nonstante non si tratta nemmeno di uno show da buttare! Anzi! Allora, i suoni all’inizio sono piuttosto confusi, la voce di Lemay ci mette un po’ a scaldarsi e nel finale di “Nostalgia” i nostri vanno un po’ fuori tempo, cosa comprovata anche dallo sguardo disorientato del suddetto Lemay mentre cerca di metterci una pezza. Questi i difetti più plateali dello show. I pro sono invece una setlist con classici immortali come “Obscura”, “Stiff And Cold” od “Orphans Of Sickness” (durante la quale usciamo totalmente di testa), un’esecuzione pregevolissima (finale di “Nostalgia” a parte), la presentazione di un paio di nuovi brani che ci paiono più che incoraggianti (tecnicissimi quanto il materiale più recente, ma abbastanza digeribili) e una risposta da parte del pubblico a dir poco esaltante. Assistiamo allo show nel mezzo del pit ed è un piacere essere circondati da gente con il nostro stesso entusiasmo. Speriamo che i Gorguts abbiano percepito tutto questo amore, perchè ora la sola cosa che vogliamo è un nuovo album e, soprattutto, tante altre date live!

COFFINS

Siamo già a pezzi dopo una sola giornata di festival… forse non abbiamo più l’età per certe cose. Comunque, prima di tornare in motel e collassare a letto, decidiamo di gustarci i giapponesi Coffins, ovvero la sintesi dell’ignoranza in chiave death metal. I nostri si esibiscono sul palco interno… e letteralmente rompono il culo a tutti i sopravvissuti. Immaginate tre piccoli giapponesi che vomitano riff a base di Celtic Frost e Autopsy su un pubblico inerme, beneficiando fra l’altro di una resa sonora poderosa. Per loro è tutto una corsa alla ricerca del riff più groovy e infame, con il frontman Uchino che schiaffa “UH!” e “OH!” in ogni dove; per noi è puro e semplice autolesionismo, perchè iniziamo a fare headbanging e la facciamo finita solo quando i Coffins decidono che è abbastanza e ci dicono buonanotte. Sono venuti sin qua solo per questo concerto e sono apparsi tutto fuorchè arruginiti o poco affiatati… potere della cafonaggine.

HOWL

Dopo un’ottima colazione a base di pancake e altri dolcetti chimici (per maggiori dettagli vi lasciamo a Giulio The Bastard), torniamo al Sonar per la seconda giornata del festival. Ad aprire ci sono gli Howl, giovane quartetto scoperto di recente dalla Relapse che ha il debut “Full Of Hell” in uscita. I nostri ci offrono una mezzora scarsa di sludge misto a quellochesuonavanoiMastodonagliesordi e, grazie a dei suoni discreti e a una buona presenza scenica, lasciano una buona impressione fra gli ancora scarsi presenti. Sarà anche per la bella presenza della chitarrista Andrea (con tanto di t-shirt degli Entombed)? Chi scrive alza la mano.

SULACO

Toh, chi si vede! Non lo sanno in molti, ma Erik Burke dei Brutal Truth è a capo di una death-grind band chiamata Sulaco. Li vediamo esibirsi sul palco interno e ci fanno subito un’ottima impressione, tanto che decidiamo di seguire lo spettacolo per intero. Il gruppo è un classico quartetto e vede Burke occuparsi di voce e chitarra. Rimaniamo colpiti dal suo sound: death-grind, appunto, ma molto tecnico e con dei pregevolissimi inserti melodici, vagamente alla Burnt By The Sun. Non c’è molta gente a vederli, ma chi è presente sembra completamente coinvolto nello show. Il batterista, del resto, fa un figurone e da solo riesce a tenere alta l’attenzione degli ascoltatori. Insomma, a noi sono piaciuti e ve li consigliamo!

OBLITERATION

Che si fa se John McEntee degli Incantation vi dice che non si perderà assolutamente il concerto degli Obliteration? Ovvio, si da retta al sommo profeta del lerciume e lo si segue sino al palco interno, dove i norvegesi Obliteration dimostrano di non voler affatto andare oltre l’ABC del doomy death metal anni ’90. Cosa a noi graditissima, intendiamoci! Infatti rimaniamo molto colpiti dalla performance di questi giovani ragazzi, che omaggiando Autopsy, Repulsion, primissimi Death e gli stessi Incantation hanno confezionato negli ultimi anni un paio di platter davvero niente male. Anche sul palco dimostrano di saperci fare e infatti la sala è è piuttosto gremita di headbangers. I nostri non parlano molto, ma è giusto così… il tempo a disposizione è quello che è e si vede che alla band piace andare subito al sodo, come sono soliti fare i maestri. Anche per questo li promuoviamo… non c’è cosa peggiore di trovarsi davanti a un gruppo che perde ore nell’annunciare i brani: questo è old school death metal, cosa c’è da dire oltre che il prossimo pezzo parla di morti ammazzati e pus?

BLOOD DUSTER

Che ignoranza, i Blood Duster… grindcore da terza elementare misto all’hard rock più sporco. Praticamente una bomba. Li abbiamo già visti all’opera un paio di volte in passato e apprezziamo non poco gli album da studio, ma oggi sul palco interno del Sonar i cinque australiani si superano davvero. Sarà per dei suoni eccelsi e per una risposta del pubblico ai massimi livelli, che incendia il pit e, tirando fuori palloncini, bastoncini fluorescenti e animali gonfiabili, da sfoggio di una demenza inusitata… sta di fatto che quello dei Blood Duster finisce ben presto per risultare uno degli show più divertenti di questa edizione del Maryland Deathfest. C’è poco da fare, a noi le grindcore band che non si prendono troppo sul serio e che, al tempo stesso, riescono a tirare fuori riff che potrebbero far la fortuna di tante band più mainstream, piacciono proprio tanto. Una volta erano i Leng Tch’e i maestri di questa formula, ma oggi lo scettro va di prepotenza ai Blood Duster… catchy come gli AC/DC, eppur brutali come i Regurgitate!

INCANTATION

Dopo il party targato Blood Duster, decidiamo di fare un giro all’inferno con gli Incantation, il cui death metal cavernoso rientra da sempre fra i nostri piatti preferiti. Il gruppo è l’anti-commercialità fatta death metal e fa piacere vedere una folla nutrita davanti al palco esterno laterale… significa che la perseveranza alla lunga paga! Purtroppo i suoni non sono un granchè – ma ciò sarà quasi una costante su questo palco – però il quartetto ha talmente fiducia nei propri mezzi e un’attitudine “no-compromise” da riuscire comunque ad ammaliare. C’è spazio per più o meno tutti i classici nei quaranta minuti a disposizione degli Incantation; la vera sorpresa sono le cover di “Stargazer” dei Rainbow e di “The Mob Rules” dei Black Sabbath, omaggio di McEntee al defunto Ronnie James Dio. Musicalmente i nostri si mantengono piuttosto fedeli alle versioni originali, mentre la voce è ovviamente in growling! Scelta azzeccata, comunque… del resto gli Incantation sono da sempre i Black Sabbath del death metal! Horns up!

ASPHYX

Martin Van Drunen ci è troppo simpatico. Lo vediamo come il nostro “death metal daddy”, con i suoi capelli ormai bianchi e il suo fare bonario. Poi se ne va in giro con una “strappona” sudamericana che avrà la metà dei suoi anni… e ciò ci fa venire in mente il per noi famosissimo detto “se sei giovane nel cervello, sei giovane pure qua” (mettetevi la mano sul “pacco” quando lo pronunciate). Insomma, un vero idolo. È quindi per noi un vero peccato che, quando gli Asphyx partono con il loro show, davanti al palco non si capisca una mazza. Vogliamo sparare ai tipi al mixer, ma, a quanto pare, a qualcun’altro viene in mente di minacciarli e così, di lì a poco, si riesce finalmente a capire che cosa la band olandese stia suonando. Intendiamoci, neanche adesso i suoni sono perfetti, anzi… pare quasi di sentire gli Asphyx con dei suoni alla Sunlight Studios di Stoccolma replicati sul palco. Non c’entrano nulla con quelli dei loro album, ma pazienza, ci gasiamo lo stesso e durante bordate come “Death… The Brutal Way” e “Asphyx (Forgotten War)” ci viene pure la pelle d’oca. Martin poi è davvero un grande frontman, nella sua vita ha probabilmente passato più tempo su un palco che a casa sua, e questo si vede, eccome! Insomma, in un’ora di concerto gli Asphyx fanno a pezzi uno dei palchi esterni e istigano a compiere sacrifici umani nel pit… esattamente ciò che volevamo da loro.

AUTOPSY

Eccolo qui, il secondo grande evento del Maryland Deathfest 2010! Dopo i Gorguts, tocca agli Autopsy uscire dalla tomba e dare in pasto ai loro numerosissimi e pazienti fan quel death metal groovy e iper marcio che ha fatto la storia di questo genere musicale. Non sappiamo esattamente cosa aspettarci dalla performance del quartetto di questa sera: come noto, la loro proposta è semplice e non richiede chissà quale preparazione per essere interpretata. D’altro canto, è anche vero che i nostri sono praticamente fermi da anni e anni e che lo scarso affiatamento potrebbe giocare qualche brutto scherzo. Insomma, il concerto potrebbe risultare da urlo così come una “porcata immane”. Comunque, subito ci sorprende la presenza del buon Dan Lilker al basso: quest’uomo quando non sa cosa fare si unisce a a qualche band o ne avvia una nuova! Eccolo qui, con i suoi capelli da “Telespalla Bob”, prendere posto proprio in mezzo al palco. D’altronde, essendo Chris Reifert sia batterista che cantante, ci pare giusto che il ruolo di vice frontman vada a Lilker, il membro “di movimento” più carismatico nella lineup di stasera. Ora però basta con il contorno e veniamo alla musica… bastano pochi minuti per capire che questa è la serata giusta per gli Autopsy! Non solo i suoni sono decisamente ben curati (probabilmente i migliori dell’intero festival per quanto riguarda il palco principale), ma anche la band si rivela “in palla”. I riff vengono fuori come badilate sui denti, il growling di Reifert pare non avere perso un briciolo del suo marciume e Lilker ci mette appunto la presenza, che male non fa. Ha così inizio un’ora abbondante di show che ci lascia ampiamente soddisfatti, soprattutto quando “Charred Remains” ci esplode in faccia. Brutalità senza compromessi, sporcizia sonora, attitudine e spontaneità… è per questo che ascoltiamo death metal!

WOLFBRIGADE

Dopo il carro armato-Autopsy al nostro corpo non dispiacerebbe andare a letto, ma che diamine… siamo venuti sin qui per dormire? Non sia mai… rotta quindi per la sala interna, dove si stanno esibendo gli storici crust-hardcorers svedesi Wolfbrigade! Tutti i crusties che avevamo conosciuto la prima sera sono già in delirio e, in effetti, la sala appare come una vera e propria bolgia. Il circle pit è perpetuo e fra le prime file volano botte da orbi. Dal canto suo, la band sta davvero suonando e tenendo il palco alla grande: si sapeva che i Wolfbrigade in questo campo erano un’istituzione, ma non ci aspettavamo un tale impatto. Combinando il meglio di Skitsystem, His Hero Is Gone ed Entombed, il gruppo è devastante su disco, ma lo è ancora di più dal vivo. Ottimi sotto ogni punto di vista!

PORTAL

A questo punto, anche la nostra mente ci dice di rincasare, ma il desiderio di vedere almeno parte dello show dei Portal è troppo forte. Del resto, quando ci potrebbe ricapitare una tale occasione? Il gruppo australiano è una sorta di oggetto misterioso all’interno del panorama death metal: le sue release vengono pubblicate sempre quando meno lo si aspetta, i membri si esibiscono incappucciati e, non ultimo, il loro sound è un magma death-black-drone che non lascia scampo ai neuroni. Ci bastano pochi minuti per capire che quella di questa sera sarà una performance a dir poco allucinante: le chitarre vengono lanciate alla velocità della luce, ma hanno dei suoni spessissimi e ultra-compressi, tanto da sembrare dei tornado. La voce pare provenire da un abisso e l’atmosfera è talmente cupa e satura da mozzare il fiato. A un certo punto le nostre teste stanno per esplodere… l’impatto è troppo spesso, il caos debordante. In pochi applaudono, ma ciò non accade perchè il pubblico non sta gradendo, anzi… semplicemente non ci sono pause e ci vuole un alto grado di concentrazione per comprendere esattamente che cosa questi australiani stiano combinando sul palco. A fine show l’espressione stralunata di tutti è inequivocabile: a che cosa abbiamo assistito?

GOROD

È domenica e, dopo aver ingurgitato dell’ottima pizza locale, spessa e unta come piace a noi, arriviamo al Sonar belli pimpanti per assistere all’ultima giornata del festival. Il nostro inizio non è però dei migliori: non ce ne vogliano i Gorod, ma del loro concerto non riusciamo a capire quasi nulla. Purtroppo i suoni sono molto confusi e il loro techno-death metal riesce a intrattenere solo i die-hard fan delle prime due file. Ancora una volta, insomma, si ripresenta il problema dei suoni sul palco esterno laterale. In questo caso, poi, il danno è notevole, perchè il gruppo transalpino punta molto sulla melodia e sugli intrecci di chitarre, che oggi risultano non pervenuti. Il quintetto sembra comunque molto entusiasta e non manca di ringraziare ripetutamente gli astanti, ma, per quanto ci riguarda, la loro performance odierna è da dimenticare.

SINISTER

A noi i Sinister sono sempre piaciuti. Anche quando se ne andavano in giro con una nana con la raucedine come cantante, che era la sorella o la fidanzata di uno di loro. A maggior ragione, quindi, ci piacciono ora, con il buon Aad Kloosterwaard dietro al microfono. Questo su disco, almeno. Sì, perchè dal vivo a volte la band si rende protagonista di show imbarazzanti. Non tanto per l’esecuzione, anzi… arriviamo anche a dire che quello di oggi dei Sinister è uno dei concerti più precisi e fedeli agli album a cui abbiamo assistito ultimamente. Ciò che ci fa rabbrividire è l’assoluto distacco con cui il quartetto si esprime sul palco. Nessuno fa un passo indietro o in avanti, nessuno che dice una parola. Aad, va bene che per anni sei stato il batterista della band, però non sono nemmeno due giorni che ne sei diventato il cantante. Capiamo la timidezza, nessuno ti chiede di diventare un frontman hardcore, saltare dal palco e calpestare un po’ di teste, ma almeno annuncia i brani in maniera decente e fai due sorrisi. Sembra che ti abbiano costretto a suonare con la forza! Insomma, alla lunga questo atteggiamento iper freddo indispone una buona fetta del pubblico… e poco importa se, come dicevamo, il gruppo suona molto bene. Siamo a un festival death metal, su un po’ di entusiasmo!

NECROPHOBIC

Lo show dei Necrophobic si svolge sul palco esterno laterale, sotto l’attento sguardo dei loro amichetti Watain – che si piazzano a bordo palco per supportare degnamente i loro compagni di merende sataniche – e sotto quello di buona parte dei presenti al festival. Sì, è vero, questo è il primo concerto su suolo statunitense della storia dei Necrophobic, ma il motivo per cui tutti o quasi sono qui è un altro: ognuno di noi si sta domandando come si faccia ad andare in giro completamente ricoperti di pelle e borchie quando qua fuori ci sono 33 gradi all’ombra. Insomma, vogliamo vedere se qualcuno di loro sverrà durante la performance. Ciò però non accade, i Necrophobic si devono essere allenati un bel po’ per una simile eventualità. Lo show quindi si svolge senza imprevisti, suoni un pochino deboli a parte. La band ha grande esperienza e spara tutti i suoi classici con grande ferocia, raccogliendo ampi consensi soprattutto all’altezza di “Nailing The Holy One”. Un po’ pacchiani, ma bravi… ora però non vogliamo sapere che cosa ci sia sotto quelle ascelle e in mezzo a quelle gambe.

EYEHATEGOD

Il concerto degli Eyehategod ci fa venire il mal di testa nel giro di dieci minuti. Ok, è anche vero che fa un caldo allucinante e che siamo circondati da asfalto e cemento, tuttavia riteniamo che il motivo del nostro malessere sia principalmente l’inaudita pesantezza della proposta del quintetto di New Orleans. Gli Eyehategod non hanno chitarre… hanno mazze ferrate. Le paludi della Louisiana ci si materializzano davanti non appena i nostri iniziano a suonare e da lì prende il via una vera e propria lotta per rimanere in piedi e non annegare in questi abissi di marciume sonoro. A dirla tutta, Michael Williams non ci sembra neanche in formissima oggi, ma poco importa, il resto della band si da comunque un gran da fare e tiene il palco da vera leggenda quale è. Notevole anche la risposta del pubblico, che sembra alquanto gradire lo sludge/doom del quintetto. Del resto, il Maryland Deathfest è un festival puramente death metal solo di facciata, viste le numerose band black, hardcore-crust e grind incluse nel suo bill… ce n’è per tutti i gusti, l’importante è che la proposta sia putrida e anti-commerciale al punto giusto. Per quanto ci riguarda, dopo tre quarti d’ora abbiamo bisogno di un po’ di sali minerali, ciò nonostante il pensiero è uno solo: grandi Eyehategod!

PESTILENCE

Dal groove e la pesantezza degli Eyehategod, al death metal tecnico e affilato dei Pestilence, al loro primo show americano degli ultimi 16 anni, come ci tiene subito a sottolineare Patrick Mameli. Il gruppo si presenta con la nuova formazione appena ufficializzata, forte quindi del bassista Jeroen Paul Thesseling (di recente negli Obscura), del batterista Yuma Van Eekelen (The New Dominion, Brutus) e del fido chitarrista Patrick Uterwijk. Essendo “paraculati”, riusciamo ad assistere al concerto a lato del palco, potendo così godere di un’ottima visuale sulle evoluzioni strumentali del quartetto. Che dire… oggi i Pestilence spaccano! Suoni ottimi (una novità per il palco esterno laterale) e grande partecipazione da parte della band, solitamente un po’ fredda, ma oggi davvero “dentro” lo show. Mameli fa il bello e il cattivo tempo alla sei corde e il resto della lineup lo segue a ruota. Thesseling, in particolare, ci sembra un extraterrestre in certi frangenti… ha i tentacoli al posto delle dita! Tuttavia, anche Uterwijk e Van Eekelen non sbagliano una virgola. Insomma, Mameli risponde per le rime al suo amico/nemico Martin Van Drunen! Sapevamo bene che i Pestilence dal vivo erano una mezza garanzia, ma oggi ci hanno proprio sorpreso… abbiamo ancora nelle orecchie la splendida riproposizione di “Dehydrated”!

BLACK BREATH

Signore e signori, ecco a voi la vera sorpresa di questo Maryland Deathfest: da Seattle, Black Breath! Questi cinque ragazzi si stanno già creando un certo seguito nell’underground locale, ma per noi sono ancora una novità. Abbiamo da poco ricevuto il loro terremotante debut “Heavy Breathing” e non vediamo l’ora di gustarceli dal vivo. Ancora una volta, riusciamo a prendere posto a lato del palco (i nostri si esibiscono su quello interno) e in men che non si dica veniamo investiti dalla carica selvaggia della band, che attacca con “Black Sin (Spit On The Cross)” e “I Am Beyond”, ovvero due delle tracce migliori del disco. Si vede che i ragazzi sono nel pieno di un tour americano con i Converge: l’affiatamento è alle stelle e i nostri non sbagliano nulla. Poi, data la relativa semplicità del materiale e la sua squisita ignoranza, coinvolgere il pubblico è un gioco da ragazzi. Non vediamo granchè ciò che succede on stage perchè siamo troppo impegnati a scapocciare, ma le nostre orecchie ci dicono che i Black Breath stanno facendo un macello allucinante. Praticamente abbiamo davanti gli Entombed dei tempi d’oro riletti in chiave hardcore… e scusate se è poco! Grandissimi!

NIRVANA 2002

Quando abbiamo appreso della conferma dei Nirvana 2002 al Maryland Deathfest pensavamo di essere in acido. Ma è tutto vero, Orvar Säfström e i suoi soci sono effettivamente qui: hanno deciso di togliersi lo sfizio di suonare il loro primo e, probabilmente, ultimo concerto negli Stati Uniti. D’altronde, la raccolta di demo pubblicata di recente dalla Relapse ha suscitato un certo interesse nei riguardi di questi vecchietti svedesi, tanto che alla fine hanno deciso di cedere alle suppliche e di fare una capatina oltreoceano per questo evento speciale. Il sottoscritto è molto eccitato all’idea di vedere il gruppo all’opera, ma, quando è già trascorso un quarto d’ora dall’inizio previsto del set, capisce subito che c’è qualcosa che non va. A quanto pare, la chitarra di Säfström è stata bloccata alla dogana e il frontman non è ancora riuscito a trovare un valido strumento con cui rimpiazzarla. Fortunatamente, giungono in soccorso i ragazzi dei Black Breath, che prestano a Säfström una chitarra di suo gradimento. Però si sta facendo tardi… il sound-check è stato appena abbozzato e pare che ci siano ulteriori problemi con un amplificatore. Il pubblico è impaziente e la band decide di iniziare lo stesso, ma purtroppo quello che riusciamo a sentire è ancor meno di una copia sbiadita del sound delle registrazioni. Le chitarre vanno e vengono e naturalmente la voce e la sezione ritmica da sole non bastano a tenere in piedi lo show. Inoltre, nessuno comprende la scelta dei nostri di proporre una cover di “Pleasure To Kill” dei Kreator quando si è in ritardo tremendo ed è probabile che il set venga tagliato. Perchè non dare la priorità ai brani propri? Sono tipi strani questi svedesi… idem quando omaggiano gli Entombed con una cover di “Crawl”. Ok, Säfström cantò sull’omonimo EP, quindi si tratta di una mezza cover, ma una cosa simile ci poteva stare in un concerto “normale”, non in un tale disastro. Fino a prova contraria, questo è uno show dei Nirvana 2002, non di una cover band! Bah, alla fine la band si congeda dopo venti minuti circa, visibilmente contrariata per tutti gli imprevisti, lasciando l’amaro in bocca a praticamente ogni fan accorso davanti al palco esterno principale. Non ci aspettavamo il concerto della vita, considerati i tanti anni di inattività, ma nemmeno una simile figuraccia. Che tristezza!

CAPTAIN CLEANOFF

In preda alla depressione post-Nirvana 2002, stiamo già maturando l’idea di abbandonare il death metal. Per fortuna però veniamo salvati e riportati sulla retta via da un divertentissimo show dei Captain Cleanoff, che con il loro grindcore made in Australia mettono a ferro e fuoco la sala interna. Non assistiamo alle scene di delirio collettivo accadute durante la performance dei connazionali Blood Duster, tuttavia il pit è molto animato e l’atmosfera elettrizzante. Il quintetto non è solito suonare live troppo spesso, però dimostra subito di avere una certa confidenza sul palco, cosa che ovviamente rende il concerto ancora più vivo e coinvolgente. Del resto, non si è mai vista una grindcore band composta da mummie immobili! Insomma, il tempo di un paio di giri nel pit sulle note di buona parte di “Symphonies Of Slackness” e siamo nuovamente belli entusiasti… complice anche il whisky di quarta categoria che siamo riusciti a rimediare.

ENTOMBED

Attenzione! Attenzione! LG Petrov sembra pimpante e quasi sobrio… concertone per gli Entombed? Assolutamente sì! O meglio, un bel concerto, visto che i suoni all’inizio non sono perfetti. Ma va bene così, la gente è pronta a tirare fuori le ultime energie e i quattro di Stoccolma sembrano decisamente felici di ritrovarsi a chiudere le esibizioni sul palco principale del MDF 2010. Si parte con “Chief Rebel Angel”, sotto gli occhi di una folla nutrita e di tanti musicisti/amici della formazione, e si prosegue con la mitica “Out Of Hand”, che crea immediato scompiglio fra le prime fila. Poi spazio a tutte le hit, vecchie e nuove, come vuole la recente tradizione dei nostri, che puntano sempre ad allestire dei piccoli best of più che a promuovere un album in particolare. Come dicevamo, LG è in forma e, anche se la voce non è certo più quella dei tempi d’oro, si dimostra un gran intrattenitore. Alex Hellid e gli altri costruicono invece un muro di suono adeguato al loro nome e così il party ha inizio… un’ora di concerto onesto e spensierato, chiuso ovviamente da “Left Hand Path”, che manda in delirio praticamente tutti. “Total headbang”, come urla LG!

FROM ASHES RISE

Prima di salutare il Maryland Deathfest, decidiamo di dare il colpo di grazia al nostro fisico andando ad assistere alla performance dei From Ashes Rise, altra leggenda hardcore-crust da poco riformatasi, che ha deciso di fare le cose in grande tenendo uno dei suoi primi concerti per la reunion in quel di Baltimora. La sala interna è stra-piena – a quanto pare tutti hanno avuto la nostra stessa idea – e la band è assolutamente “on fire”! Chi scrive segue da tempo i From Ashes Rise e letteralmente gode nell’ascoltare tutte le hit da “Concrete & Steel”, “Silence” e “Nightmares”, album-manifesto dell’hardcore più cupo e disperato. E di certo non è il solo, a giudicare dall’immenso circle pit che praticamente divide in due parti la sala concerti. Insomma, il MDF volge al termine nel migliore dei modi, con un concerto spacca-ossa che verrà ricordato un po’ da tutti: death metallers, hardcorers e crusties. Noi non potremmo essere più soddisfatti dopo questa scorpacciata di metallo della morte e hardcore furente. Siamo talmente esaltati e l’atmsofera nella compagnia è così alle stelle che, alla fine, decidiamo di rimandare il rientro in motel per dirigerci nella vicina zona a luci rosse, dove andiamo a farci due risate in uno strip club. Quando poi ci accorgiamo che la nostra stessa idea l’hanno avuta un gruppo di spassosissimi messicani tutti sfoggianti una maglia dei Nihilist, l’appagamento è ai massimi livelli… gnocca e death metal, binomio perfetto! Arrivederci, Maryland Deathfest!

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