20/05/2026 - MARYLAND DEATHFEST 2026 @ MARYLAND DEATHFEST 2026 -

Pubblicato il 01/06/2026 da

01A cura di Luca Pessina
Foto di Return to the PitSito / Instagram

Il Maryland Deathfest continua a rappresentare un unicum nel panorama dei festival estremi mondiali. Pur non avendo più da tempo i tratti di una semplice rassegna death metal – ammesso che li abbia mai avuti davvero – l’evento di Baltimore rimane infatti uno dei pochi contesti capaci di riunire sotto lo stesso cartellone death, black, grindcore, doom e ogni altra forma di musica estrema senza perdere coerenza o identità.
Anzi, proprio questa capacità di tenere insieme linguaggi diversi, veterani storici, reunion improbabili e realtà underground ancora relativamente oscure continua a fare del MDF un appuntamento imprescindibile per chiunque segua con grande passione la scena estrema internazionale.

A distinguere ulteriormente il festival è anche la sua particolare collocazione urbana. Diversamente da molti eventi europei organizzati in aree periferiche o in grandi spazi isolati, il Maryland Deathfest si svolge ormai stabilmente nel cuore di Baltimore, con un intero isolato del centro cittadino chiuso al traffico per consentire l’allestimento del palco esterno e delle strutture dedicate al sempre più ricco metal market.
Questa soluzione conferisce all’evento un’atmosfera molto peculiare: per alcuni giorni il downtown della città viene letteralmente invaso da migliaia di appassionati, creando un contrasto quasi surreale tra la normalità urbana circostante e l’universo sonoro ed estetico del festival.
Gli stand dedicati a dischi, merchandise, etichette underground e artigianato legato alla scena estrema si sono rivelati un punto di forza della manifestazione, trasformando le aree esterne in un continuo punto d’incontro e socializzazione tra musicisti, addetti ai lavori e fan.

L’edizione 2026, nello specifico, è risultata probabilmente una delle migliori tra quelle che chi scrive abbia avuto modo di vivere negli ultimi anni. Gli organizzatori sembrano infatti aver recepito alcune criticità emerse nelle passate incarnazioni del festival, soprattutto per quanto riguarda la distribuzione delle band sui vari palchi.
Stavolta la programmazione è apparsa decisamente più ragionata: tutto sommato, i gruppi più atmosferici o sofisticati sono stati collocati prevalentemente negli spazi interni, mentre ai palchi esterni sono stati destinati nomi dal sound più diretto e fisico, capaci di reggere meglio la dispersione sonora e il contesto più caotico delle aree all’aperto. Una scelta apparentemente semplice, ma che ha contribuito in maniera determinante a innalzare il livello medio dei concerti, raramente così elevato e costante lungo tutti i giorni della manifestazione.

A rendere ancora più particolare l’atmosfera del festival è stato poi il pubblico nordamericano, ancora una volta calorosissimo e genuinamente coinvolto.
A Baltimore si percepisce sempre una partecipazione differente rispetto a molti grandi eventi europei: il pubblico locale – statunitense, canadese e latinoamericano – vive il Maryland Deathfest quasi come un’occasione irripetibile, accogliendo con entusiasmo ogni esibizione e tributando spesso autentiche ovazioni anche a band che nel Vecchio Continente capita di vedere con maggiore frequenza. Questa minore assuefazione ai mega-festival rende il clima complessivo incredibilmente partecipe e contagioso, con sale costantemente gremite e una risposta emotiva spesso superiore rispetto a quella di manifestazioni anche più grandi.

Le condizioni atmosferiche, invece, non hanno certamente aiutato: nei giorni centrali del festival, Baltimore è stata investita da pioggia insistente, vento e temperature sorprendentemente basse per il periodo, scese addirittura attorno ai dieci gradi. Una situazione piuttosto anomala che ha reso talvolta complicato seguire gli show sul palco esterno del Market Place, soprattutto nelle ore serali, quando umidità e freddo diventavano davvero pungenti.
I concerti indoor hanno inevitabilmente beneficiato di questa situazione, trasformando locali come Nevermore Hall e Soundstage in rifugi perfetti sia dal punto di vista acustico che climatico.

Al netto del maltempo, però, il Maryland Deathfest 2026 si è confermato un evento di grandissimo calibro, capace nuovamente di mantenere intatta la propria anima underground pur muovendo numeri ormai enormi. Un festival che continua a distinguersi non soltanto per la qualità della proposta artistica, ma anche per un’atmosfera sinceramente appassionata che altrove, ormai, non è sempre così facile ritrovare.

MERCOLEDÌ 20 MAGGIO

Le prime centinaia di appassionati iniziano a riversarsi nella Nevermore Hall già dal tardo pomeriggio del mercoledì. Lontano dal caos e dalla vastità dei giorni principali, il tradizionale warm-up del Maryland Deathfest mantiene ancora qualcosa di relativamente raccolto e quasi familiare: volti noti della scena americana che si incrociano al bancone, musicisti che girano tra il pubblico senza particolari formalità e un’atmosfera di crescente eccitazione per ciò che accadrà da qui al weekend. La venue, senza dubbio la migliore del festival per assetto e acustica, si presta perfettamente a una line-up che sembra costruita per mettere subito alla prova resistenza fisica e lucidità mentale.

Gli ORGAN DEALER aprono la serata con un set breve ma intenso, costruito su un grindcore senza fronzoli, spesso di chiara estrazione USA (Insect Warfare, ecc) che non concede praticamente tregua. La resa dal vivo è chirurgica il giusto, senza diventare sterile, con continui cambi di tempo che nel locale acquistano una fisicità persino maggiore rispetto a quanto avvenga su disco.
Il pubblico, ancora in fase di assestamento, reagisce inizialmente con curiosità più che con vero trasporto, ma bastano pochi minuti perché davanti al palco inizi a crearsi qualche pit. L’impressione generale è quella di una band perfettamente consapevole del proprio ruolo di opener: nessuna perdita di tempo e tanta sostanza. Da segnalare la presenza al microfono dell’ex Maruta – e ora Barren Path – Mitchell Luna.

I PRIMITIVE MAN abbassano immediatamente la temperatura emotiva della sala pur aumentandone il peso specifico. Il loro sludge soffocante e ultra-negativo si diffonde nella sala come una nube tossica, trasformando il locale in un ambiente opprimente dove ogni riff sembra trascinarsi addosso tonnellate di cemento bagnato.
Il trio di Denver ovviamente evita qualsiasi teatralità e punta tutto sulla ripetizione, sul volume e su una tensione continua che lentamente svuota la sala di qualunque leggerezza residua. Non è un concerto pensato per entusiasmare nel senso classico del termine: è piuttosto una lenta erosione della percezione, accentuata da suoni volutamente sporchi e da una presenza scenica quasi immobile, anche se imponente. Una prova coerentissima e decisamente efficace nel ridefinire l’umore dell’intera serata.

A seguire, i MONSTROSITY riportano il festival su coordinate più apertamente death metal, ma senza alcun effetto nostalgia fine a se stesso. La storica formazione americana si presenta in verità con un suono un po’ confuso, con la batteria che va a coprire un po’ troppo il lavoro delle chitarre, ma ciò per fortuna non riesce a tarpare del tutto le ali al repertorio del quintetto, che prova a mettere in risalto tanto la componente più brutale quanto quella tecnica del proprio sound. Dal vivo, brani storici come “Final Cremation” o “Manic” mantengono un impatto notevole proprio perché eseguiti con grande istintività, ma colpisce anche una traccia più ragionata e avvolgente come “Banished to the Skies”.
Certo, gli anni passano e ci troviamo davanti a musicisti un po’ appesantiti in tutti i sensi, ma con il passare dei minuti la risposta del pubblico cresce sensibilmente: i primi veri circle pit della manifestazione iniziano qui, mentre la Nevermore Hall raggiunge finalmente una densità umana degna di un vero kickoff del Maryland Deathfest.

Quando i REPULSION salgono sul palco, la sensazione è che il warm-up smetta definitivamente di essere un semplice antipasto. La storica formazione del Michigan scatena infatti uno dei set più intensi e partecipati dell’intera serata, facendo esplodere la Nevermore Hall in una massa informe di corpi che si urtano senza sosta sotto il palco. Il grindcore primordiale del gruppo statunitense continua a conservare qualcosa di profondamente istintivo e incontrollabile, anche a distanza di decenni: i pezzi durano poco, lasciando ogni volta dietro di sé una specie di vuoto improvviso che viene subito riempito dall’attacco successivo.
Scott Carlson domina la scena con il suo carisma sghembo e totalmente privo di costruzione teatrale, mentre il resto della band – da segnalare l’ottima prova del batterista Chris Moore – procede come un motore lasciato costantemente fuori giri. Il pubblico sembra conoscere ogni singolo stacco a memoria e reagisce con un entusiasmo quasi adolescenziale, trasformando il locale in un vortice continuo di stage diving e spinte.
In un contesto del genere, anche l’audio volutamente sporco e abrasivo finisce per diventare parte integrante dell’esperienza: solo caos controllato con impressionante naturalezza, per una resa di pezzi come “The Stench of Burning Death” e “Radiation Sickness” davvero encomiabile. Da segnalare anche l’inclusione nel set di due cover: “Heaven’s on Fire” dei Venom e “Death Dealer” degli Slaughter, entrambe interpretate con grande energia.

I NAPALM DEATH chiudono il warm-up confermando ancora una volta una qualità dal vivo difficilmente eguagliabile all’interno della scena estrema contemporanea. La band britannica sale sul palco senza introduzioni particolari e nel giro di pochi secondi la Nevermore Hall passa definitivamente da semplice venue a spazio saturo di energia incontrollabile.
Purtroppo Shane Embury è sempre assente – il bassista e leader della formazione soffre da tempo di problemi di salute e preferisce non seguire i suoi compagni in tour – ma, di contro, Barney Greenway appare in stato di forma eccellente: come al solito, il frontman si muove in maniera convulsa da un lato all’altro del palco, alternando smorfie, movimenti sincopati e interventi rapidissimi tra un brano e l’altro, senza mai spezzare davvero il ritmo del set.
La scaletta attraversa varie fasi della carriera del gruppo mantenendo però una coerenza impressionante, soprattutto grazie a una resa sonora compatta, perfetta per sorreggere un’interpretazione molto lucida da parte di tutta la band. I pezzi più grindcore o death metal – “Strong-arm”, “Mentally Murdered”, ecc – esplodono con una violenza ancora difficilmente replicabile, mentre le composizioni più sperimentali, vedi “Contagion” o “Amoral”, acquistano dal vivo un peso diverso, unendo melodia e urgenza in modo più schietto. Colpisce soprattutto la capacità della band di interpretare al meglio ogni sfumatura del proprio vasto repertorio, mentre davanti al palco la situazione pare costantemente sul punto di degenerare, con il pit sempre più in fermento, anche se non dà mai l’idea di trasformarsi in qualcosa di veramente pericoloso o ostile. Quando il set termina, la sensazione condivisa è che il festival sia iniziato davvero.

 

GIOVEDÌ 21 MAGGIO

Il giovedì del Maryland Deathfest mantiene ancora un carattere relativamente rilassato rispetto a ciò che accadrà nei giorni successivi. Solo una parte delle sale entra infatti pienamente in funzione e questo consente agli avventori di muoversi senza particolare frenesia tra Soundstage, Nevermore Hall e Power Plant Live. Le code sono contenute, il metal market non è ancora pienamente operativo e perfino i locali circostanti sembrano assorbire senza traumi l’invasione di magliette nere e battle jacket. È una giornata di assestamento, ma già sufficiente per capire quanto il livello medio del cartellone 2026 sia stato costruito con particolare attenzione.

L’apertura del Soundstage con i CEREBRAL HEMORRHAGE lascia una sensazione piuttosto ambivalente. Il ritorno della band, dopo anni di inattività, appare infatti ancora lontano da una reale messa a punto. Il frontman si presenta visibilmente alticcio, con un atteggiamento che oscilla tra disinvoltura e disorientamento, mentre la performance nel suo complesso fatica a trovare una reale coesione.
Il death metal di un disco a suo modo considerato di culto come “Exempting Reality” avrebbe qualcosa da dire anche nella dimensione live, soprattutto per la sua frenetica alternanza di registri diversi, ma l’esecuzione del gruppo appare spesso incerta, quasi trattenuta da una mancanza di affiatamento che si riflette in passaggi poco fluidi e dinamiche non sempre convincenti. Più che un vero ritorno, sembra una fase ancora embrionale di riattivazione.

Le EMASCULATOR si impongono invece come uno dei momenti più intensi e compatti della giornata: la formazione è interamente composta da musiciste, con la frontgirl Mallika Sundaramurthy (ex Abnormality) in evidenza per esperienza, presenza scenica e controllo assoluto della performance. Il loro death è complessivamente serratissimo, anche se costruito su un continuo saliscendi, tra accelerazioni e groove più ignoranti di marca slam. Viene presentato il nuovo mini “Thaumaturgic Resurrection”, tramite una performance dove non si percepisce alcuna teatralità superflua o estetizzazione forzata: le quattro fanno muro e badano solo a esecuzione e impatto.
La differenza rispetto a progetti spesso più mediatici e discussi come Nervosa è evidente proprio nella densità musicale e nella precisione dell’insieme, che dal vivo si traduce in un livello di intensità nettamente superiore e difficilmente contestabile.

Alla Nevermore Hall i LAIR OF THE MINOTAUR occupano uno dei momenti centrali del pomeriggio, ma la sensazione complessiva è quella di una macchina che non è ancora tornata pienamente a regime. Il gruppo, un tempo molto attivo dal vivo e rodato da anni di tour serrati, oggi appare meno compatto sul piano dell’interazione e della naturalezza esecutiva. Non si tratta di errori evidenti, quanto piuttosto di una certa rigidità che si avverte tra un brano e l’altro, come se la memoria muscolare del live avesse bisogno di essere riattivata.
Il loro mix di sludge e thrash metal dai tratti cavernosi resta comunque efficace nella costruzione del groove, ma perde parte della sua abituale densità proprio per questa mancanza di fluidità complessiva. A incidere ulteriormente sull’impatto dello show contribuisce una scelta scenica piuttosto insolita: le luci del palco rimangono infatti costantemente accese, senza quei giochi di ombra e saturazione che solitamente accompagnano questo tipo di proposta.
Il risultato è una performance più ‘esposta’, quasi troppo leggibile nei suoi meccanismi, e per questo meno immersiva del previsto. Il pubblico segue con attenzione, ma senza quel coinvolgimento viscerale che spesso il gruppo era in grado di innescare nelle sue incarnazioni più serrate e fisicamente intense. Resta la solidità del materiale e una certa riconoscibilità del sound, ma manca quel senso di pressione continua che in passato rendeva i Lair Of The Minotaur una presenza scenica molto più decisa e memorabile.

I CONDEMNED riportano il festival nei territori più estremi del brutal death americano con una prova devastante sotto il profilo puramente sonoro. Il Soundstage viene investito da un muro di frequenze bassissime e slittamenti continui che mette seriamente alla prova l’impianto e la resistenza fisica dei presenti.
La band californiana non cerca particolari variazioni dinamiche: tutto è costruito per mantenere una sensazione costante di schiacciamento sonoro. Proprio questa ostinazione monolitica finisce però per diventare il punto di forza del set, accolto con entusiasmo crescente dai presenti. L’atmosfera in sala inizia finalmente ad assumere i contorni di un vero giorno da Maryland Deathfest.

Torniamo nella Nevermore Hall perché i veterani AVERNUS – realtà mai davvero emersa dal sottobosco statunitense – propongono uno dei set più particolari della giornata, recuperando coordinate doom-death e gothic metal fortemente legate agli anni Novanta, per un’operazione nostalgica gestita con criterio.
Mescolando spunti cari ai primi Paradise Lost ma anche agli Amorphis dei vecchi tempi, il gruppo riesce a costruire un’atmosfera passionale, valorizzata da un pubblico attento e da luci volutamente minimali.
Le composizioni più lente e malinconiche trovano qui un contesto molto più adatto rispetto ai palchi esterni del passato, confermando ancora una volta la maggiore attenzione con cui il festival ha distribuito le band quest’anno. Non è il concerto più rumoroso della giornata, ma probabilmente uno dei più immersivi.

Dal canto loro, i CEPHALOTRIPSY demoliscono ogni residua eleganza accumulata nelle ore precedenti con uno slam brutal death volutamente osceno e soffocante, chiaramente ispirato ai Devourment ed estremizzato sotto ogni aspetto. Il pubblico del Soundstage sembra attendere proprio questo momento: i breakdown rallentati e le ritmiche grottesche generano immediatamente un caos continuo sotto il palco, mentre la band di San Diego procede senza il minimo interesse verso qualunque forma di raffinatezza. Eppure, dietro l’apparente totale ignoranza del set, emerge una precisione notevole, soprattutto nella gestione dei continui cambi di dinamica. È musica pensata quasi esclusivamente per l’impatto fisico immediato, e in questo senso l’obiettivo viene centrato pienamente.

Poco dopo, grande prova degli RWAKE alla Nevermore Hall, uno dei concerti più emotivamente coinvolgenti dell’intera giornata. Da sempre difficili da incasellare in maniera definitiva, gli statunitensi continuano a muoversi lungo coordinate personali in cui sludge, crust e post-metal convivono senza mai trasformarsi in semplice collage stilistico. La loro forza sta proprio in questa natura irregolare e profondamente umana, che dal vivo emerge con ancora maggiore evidenza.
Il gruppo costruisce il set come un lento accumulo di tensione emotiva e fisica. I riff, slabbrati e spesso quasi trascinati nel fango, si alternano a improvvise aperture melodiche dal forte impatto catartico, creando continui sbalzi di intensità che impediscono al concerto di adagiarsi su una singola dinamica. Anche la componente vocale gioca un ruolo fondamentale: il taglio apertamente hardcore delle urla amplifica il senso di urgenza e disperazione che attraversa tutta la performance, rendendo ogni brano qualcosa di molto più istintivo rispetto al classico post-metal contemporaneo spesso troppo cerebrale.
La Nevermore Hall contribuisce enormemente alla riuscita dello show, restituendo un suono pieno e avvolgente che permette alle parti più atmosferiche di respirare senza perdere peso specifico. La platea segue con partecipazione quasi ipnotica, trascinato da una performance interpretata con trasporto autentico e priva di qualsiasi distanza artificiale. Un concerto intenso, vulnerabile e profondamente sincero.

Al Power Plant Live i SOLITUDE AETURNUS si presentano in una delle condizioni più delicate dell’intera giornata, ma finiscono per offrire una delle prove più solide e compiute del giovedì.
Il contesto non è semplice: l’improvvisa separazione da Robert Lowe, avvenuta poche settimane prima del festival, avrebbe potuto pesare in modo significativo sull’equilibrio del set. Invece la band texana reagisce con una compattezza sorprendente, trasformando un potenziale punto di fragilità in un’esibizione di grande coerenza metallica. Il merito principale va a Jason McMaster, chiamato a sostituire Lowe in tempi estremamente ravvicinati. La sua prova al microfono è convincente non perché imitativa, ma perché costruita su un’interpretazione personale e al tempo stesso rispettosa del materiale originale. McMaster affronta le linee vocali con un approccio più diretto e meno etereo rispetto al suo predecessore, ma riesce comunque a inserirsi senza attriti nelle lunghe architetture epic doom della band. Non forza mai l’identità dei brani, piuttosto la rilegge dall’interno, mantenendo intatta la loro struttura emotiva.
In un contesto festivaliero spesso dominato da impatti immediati e accelerazioni estreme, la proposta della band si impone per profondità e durata, costringendo il pubblico a un ascolto più attento e meno impulsivo. Il Power Plant Live contribuisce poi in modo decisivo alla riuscita del concerto: la resa sonora è ampia ma controllata, con una chiarezza che permette alle melodie di emergere senza perdere peso specifico. La platea segue con una partecipazione composta ma costante, reagendo soprattutto ai passaggi più solenni e dilatati, dove la formazione riesce a costruire vere e proprie onde emotive.
Ne risulta una prova che va oltre la semplice gestione dell’emergenza e si configura come un vero e proprio atto di resistenza stilistica: i Solitude Aeturnus dimostrano di essere ancora una realtà capace di incarnare un’idea precisa di metal classico, solenne e stratificato. Una prestazione che, proprio per la sua sobrietà e per la sua solidità strutturale, si impone come una delle più grandi dell’intera giornata.

I PUTRIDITY occupano il Soundstage in una fase ormai avanzata del giovedì, quando la giornata ha già accumulato sufficiente inerzia per accogliere un set di brutal death metal senza compromessi. Quello della band italiana è un concerto parossistico nel senso più letterale del termine: una progressione continua di accelerazioni, stacchi improvvisi e micro-variazioni che danno la sensazione di un organismo sonoro costantemente sul punto di collassare, ma che in realtà rimane saldamente sotto controllo.
La cosa più impressionante, dal vivo, è la tenuta esecutiva rispetto alla complessità delle composizioni. I brani dei Putridity sono veri e propri labirinti strutturali, costruiti su incastri ritmici estremi e cambi di tempo che richiedono una precisione chirurgica. Eppure, sul palco, tutto viene restituito con una chiarezza sorprendente, con la band – qui accompagnata alla batteria dal giovane Nikhil Talwalkar (Anal Stabwound) – che mantiene una certa leggibilità interna che permette di seguire il flusso del materiale senza mai percepirlo come indistinto rumore. È un equilibrio raro, soprattutto in un genere che, nelle sue forme meno raffinate, tende a sacrificare la definizione.
La folla risponde con un’intensità crescente, e qui emerge un elemento chiave della performance: la popolarità dei Putridity negli Stati Uniti appare nettamente superiore rispetto ad altri contesti geografici. Davanti al palco si riconoscono molti fan che conoscono il repertorio nei dettagli, reagiscono ai cambi di sezione con anticipo e alimentano un pit costante. La band, dal canto suo, non rallenta mai, non concede spazi respirabili, e proprio per questo la performance assume una forma quasi circolare: ogni brano sembra ricondurre inevitabilmente al successivo, senza soluzione di continuità. L’effetto complessivo è quello di una saturazione progressiva dello spazio sonoro, in cui il Soundstage diventa una camera di compressione continua.

I famigerati TORSOFUCK chiudono la lunga maratona del Soundstage nel modo più prevedibile e al tempo stesso più coerente possibile: con un concerto totalmente votato all’eccesso. Il goregrind dei finlandesi continua a vivere di una volgarità deliberatamente caricaturale che dal vivo diventa quasi performance collettiva, tra titoli improponibili, pitch shifting costante e una generale atmosfera da degenerazione controllata.
Il pubblico accoglie il tutto con entusiasmo rumorosissimo, senza alcuna pretesa di trovarsi davanti a qualcosa di sofisticato o particolarmente ‘musicale’.
Paradossalmente, proprio questa totale assenza di filtri finisce per rendere il set estremamente funzionale in chiusura di giornata. Dopo ore di death metal sempre più tecnico e opprimente, i Torsofuck riportano tutto a una dimensione quasi stupidamente istintiva, fatta di riff elementari, tempi medi pachidermici e continui momenti da singalong improbabile. A quell’ora della notte, nel contesto del Maryland Deathfest, è esattamente ciò che gran parte del pubblico sembra desiderare.

 

VENERDÌ 22 MAGGIO

Il venerdì segna il vero ingresso del Maryland Deathfest nella sua dimensione totale. Tutti i palchi sono finalmente operativi, le distanze tra una venue e l’altra iniziano a riempirsi di flussi continui di persone e il centro di Baltimore assume definitivamente i contorni di una gigantesca enclave metal. La pioggia continua a cadere in maniera intermittente per gran parte della giornata, ma senza mai fermare davvero il pubblico, che anzi sembra vivere il maltempo quasi come un ulteriore elemento identitario dell’esperienza.
L’area del festival si trasforma in un dedalo di giacche impermeabili, birre e corse da un palco all’altro, mentre all’interno delle venue l’umidità accumulata rende l’aria sempre più pesante: è il momento in cui il festival smette di essere una semplice successione di concerti e diventa un ecosistema autosufficiente.

I WITCH VOMIT aprono la giornata sul palco del Market Place sotto una pioggia ancora relativamente gestibile, sufficiente però a creare quell’atmosfera grigia e umida che finisce quasi per valorizzare ulteriormente il loro death metal, il quale negli ultimi tempi ha acquisito delle forti tinte evocative. Dal vivo il gruppo di Portland si conferma estremamente solido, anche se un palco di queste dimensioni è forse una novità per loro. È soprattutto il materiale più recente, quello di “Funeral Sanctum”, a beneficiare della dimensione live: le soluzioni armoniche e le sfumature più malinconiche acquistano peso fisico, trasformandosi in vere e proprie colate sonore che si espandono sull’area esterna del festival.
Il pubblico, già sorprendentemente numeroso nonostante l’orario e il meteo, reagisce con entusiasmo crescente, creando i primi veri momenti di partecipazione collettiva della giornata. La band ovviamente evita ogni forma di teatralità e punta tutto sull’intensità dell’esecuzione, rendendosi così protagonista di un inizio di giornata decisamente centrato.

Gli ORDH confermano rapidamente perché il loro nome stia circolando con sempre maggiore insistenza all’interno dell’underground estremo. Il Soundstage si rivela la collocazione ideale per una proposta che dal vivo necessita di vicinanza fisica e concentrazione, elementi che qui vengono valorizzati da una resa sonora estremamente nitida. Il gruppo, pur essendo nato da poco, è composto da veterani, quindi riesce a mostrare già una maturità notevole nella gestione delle dinamiche e nella costruzione della tensione, riuscendo a evitare sia l’eccessiva astrazione sia la semplice aggressione frontale.
Dal vivo il death metal atmosferico e avvolgente del debut “Blind in Abyssal Realms” acquista una dimensione più concreta e vigorosa rispetto alle registrazioni, soprattutto grazie a una performance molto intensa sul piano interpretativo. La voce emerge con forza ma senza sovrastare il resto dell’impianto sonoro, mentre le chitarre riescono a mantenere profondità anche nei passaggi più atmosferici. Il pubblico segue con attenzione crescente e appare evidente come attorno alla band esista già una curiosità genuina, alimentata non tanto dall’hype artificiale quanto dalla percezione di trovarsi davanti a una realtà con una propria identità definita.

Non molto dopo, i MELTING ROT trasformano il Soundstage in una centrifuga grindcore completamente fuori controllo. Il loro set è parossistico nel modo più efficace possibile: pezzi brevissimi, continui cambi di ritmo e una pressione sonora costante che non concede il minimo spazio di decompressione. Ciò che colpisce maggiormente è però la qualità dei riff, elemento tutt’altro che scontato in un genere che talvolta può risultare dominato esclusivamente dalla velocità.
La band statunitense riesce infatti a mantenere una forte riconoscibilità anche nei momenti più frenetici, costruendo un concerto che non vive solo di impatto casuale ma anche di una scrittura sorprendentemente solida. L’intensità all’interno della sala raggiunge livelli molto elevati, con il pubblico ormai pienamente entrato nel ritmo della giornata e coinvolto in maniera continua sotto il palco. L’atmosfera diventa rapidamente claustrofobica, complice il caldo accumulato e il ricambio d’aria praticamente inesistente. In questo contesto, il grindcore abrasivo dei Melting Rot sembra trovare il proprio habitat ideale.

I GOD DETHRONED arrivano al Maryland Deathfest in una fase della carriera sicuramente meno centrale rispetto agli anni migliori, ma riescono comunque a conquistare il Market Place grazie a una scelta molto intelligente della scaletta. Il set privilegia infatti quasi esclusivamente il materiale storico, pescando soprattutto dai primi album – vedi il furente “Bloody Blasphemy” – e riportando il gruppo su coordinate decisamente più feroci e immediate rispetto a certe derive successive. La risposta del pubblico è positiva proprio perché fondata sulla memoria collettiva di una stagione del black/death europeo che qui negli Stati Uniti continua a essere vissuta con particolare trasporto.
Dal vivo la band olandese appare concreta, priva di inutili sovrastrutture e ancora capace di generare una buona dose di aggressività. Henri Sattler guida il concerto con mestiere, senza cercare pose o effetti particolari, mentre il resto della formazione mantiene una compattezza più che soddisfacente nonostante condizioni atmosferiche tutt’altro che ideali. La pioggia continua infatti a cadere sul Market Place, contribuendo a dare allo show un’atmosfera quasi da vecchio festival open air europeo.

Alla Nevermore Hall si raduna una delle audience più curiose dell’intera giornata per assistere al concerto dei PAN-AMERIKAN NATIVE FRONT, nome ormai in evidente ascesa nel nuovo panorama black metal nordamericano.
Pur non avendo ancora raggiunto il livello di esposizione mediatica di realtà come Blackbraid, la band mostra già una forte capacità di attrazione grazie a una proposta che intreccia un black metal essenziale e riferimenti espliciti alla storia e alla cultura dei popoli nativi americani. Dal vivo il gruppo riesce a evitare sia l’approccio puramente estetico sia il rischio opposto di trasformare il tutto in semplice manifesto identitario: la loro musica resta innanzitutto aggressiva, spesso persino spietata nelle accelerazioni più violente, ma attraversata da momenti evocativi che acquistano grande forza proprio nella dimensione avvolgente della Nevermore Hall.
L’interpretazione è ardente, rabbiosa, e trasmette una sensazione di coinvolgimento autentico piuttosto rara. Il pubblico segue con attenzione, lasciandosi trascinare progressivamente in un concerto che riesce a essere tanto fisico quanto emotivamente stratificato.

I ROTTING CHRIST attirano una delle folle più numerose della giornata al Market Place grazie alla promessa di uno show interamente dedicato ai primi anni della carriera, nello specifico fino al 1995. L’inizio del concerto è effettivamente entusiasmante: la band ellenica domina il palco senza pause e inanella subito una serie di classici – “Transform All Suffering Into Plagues”, “King of a Stellar War”, “Archon”, “The Fifth Illusion”… – accolti da un’autentica esplosione del pubblico. L’energia davanti alle transenne è impressionante e il gruppo sembra perfettamente consapevole del valore storico del materiale proposto.
Per buona parte del set tutto funziona a dovere: i pezzi dei primi album mantengono intatta la loro natura ruvida e ritualistica, mentre Sakis Tolis appare molto più determinato rispetto ad altre recenti apparizioni, nei quali la band ha privilegiato il repertorio degli ultimi album per venire incontro ai fan più recenti.
Proprio per questo lascia assai perplessi la scelta finale di inserire in chiusura due brani da “Kata Ton Daimona Eaytoy”, rompendo improvvisamente la coerenza del concerto.
Una decisione difficile da comprendere, soprattutto considerando che il gruppo ha avuto mesi per preparare uno show teoricamente pensato attorno a un concept ben preciso: un finale opaco per un concerto che fino a quel momento aveva sfiorato l’eccellenza.

In serata, è di nuovo tempo di death metal all’interno del Soundstage. Dietro il nome TO VIOLENTLY VOMIT si nascondono in realtà i Disgorge, impossibilitati a utilizzare la denominazione storica per questioni legali. Al di là del cambio di nome, ciò che conta davvero è la riproposizione integrale di “She Lay Gutted”, autentico manifesto della grande stagione Unique Leader di fine anni Novanta e primi Duemila. Il locale, almeno nelle prime file gremito ben oltre il livello di comfort, reagisce immediatamente come se si trovasse davanti a una celebrazione collettiva di un’intera epoca del brutal death americano.
La line-up estremamente essenziale – chitarra, batteria e voce – potrebbe far pensare a una resa limitata, ma accade esattamente il contrario. L’assenza di elementi superflui rende il suono ancora più diretto e opprimente, valorizzando il carattere profondamente disumano del disco. Ogni brano viene accolto con entusiasmo quasi fanatico, con il pubblico che segue ogni stacco ritmico aprendo di continuo il pit. È un concerto che vive tanto di nostalgia quanto di reale efficacia musicale, dimostrando quanto quel tipo di death metal continui a mantenere un peso specifico enorme negli Stati Uniti.

Più tardi, i ROTTREVORE salgono sul palco del Soundstage accolti con il rispetto dovuto a veri veterani del death metal underground statunitense. Il gruppo appare in verità un po’ arrugginito, soprattutto nei primi minuti, complice una scarsa attività live che si riflette in una certa rigidità esecutiva e in qualche passaggio meno fluido del previsto.
Tuttavia, il valore del repertorio emerge rapidamente al di là delle inevitabili imperfezioni: brani storici come quelli tratti da “Iniquitous” conservano infatti un peso enorme, soprattutto in un contesto come il Maryland Deathfest, dove il pubblico tende a valorizzare molto più la sostanza rispetto alla perfezione tecnica assoluta. Col passare dei minuti la band prende fiducia e il concerto acquista maggiore compattezza, sostenuto anche da suoni particolarmente efficaci all’interno del locale. Alla fine il risultato viene pienamente portato a casa: non un set impeccabile, ma una prova onesta nel senso più autentico del termine.

I THE CROWN firmano probabilmente il concerto emotivamente più forte dell’intero venerdì. La data del Maryland Deathfest rappresenta infatti il loro ultimo show negli Stati Uniti prima dello scioglimento previsto a fine anno, e questa consapevolezza attraversa l’intera esibizione fin dai primi minuti. Il gruppo sceglie intelligentemente di concentrarsi esclusivamente sui classici, evitando completamente il materiale successivo a “Possessed 13” e costruendo così una sorta di celebrazione definitiva della propria stagione più importante.
Al Power Plant Live la resa è magnifica: la band suona con una fame e una compattezza che molte formazioni ben più giovani possono soltanto invidiare, mentre il pubblico reagisce in maniera quasi commossa a ogni brano storico.
I pezzi scorrono senza cali, sostenuti da una performance feroce ma incredibilmente lucida, capace di restituire tutto il carattere distruttivo di questo death-thrash venato di punk tipico della band scandinava. L’atmosfera diventa progressivamente elettrica, fino a trasformarsi in un’enorme celebrazione collettiva negli ultimi minuti del set, quando arrivano “The Poison”, “Kill (The Priest)” e “Total Satan”. Più che semplice nostalgia, però, ciò che colpisce è la sensazione di assistere a una performance di una band che, almeno nella dimensione live, è ancora perfettamente viva e competitiva.
Ed è forse proprio questo a rendere il concerto così toccante: vedere un gruppo capace di suonare ancora a questi livelli scegliere comunque di fermarsi. Una chiusura semplicemente perfetta per il programma del Power Plant.

Tornati all’interno del Soundstage per l’ultimo concerto della giornata, i LIVIDITY ci confermano perché il loro nome continui a occupare una posizione quasi mitologica all’interno dell’underground americano. La band guidata da Dave Kibler porta sul palco tutto ciò che l’ha resa famigerata nel corso dei decenni: artwork offensivi, titoli volutamente oltraggiosi e soprattutto un death metal groovy, primitivo e ossessivo che sembra rifiutare deliberatamente qualunque forma di evoluzione stilistica. Ed è proprio questa totale impermeabilità alle mode a rendere il concerto così efficace.
Il locale si rivela ancora una volta il contesto ideale per una proposta di questo tipo, grazie a suoni pieni e profondi che valorizzano soprattutto la componente più cadenzata del set. Il pubblico reagisce con entusiasmo continuo, trasformando ogni rallentamento in un’esplosione collettiva di headbanging e spinte sotto palco. Più che un concerto tecnicamente impressionante, quello dei Lividity è un perfetto esempio di un sound vissuto come esperienza fisica, dove l’ignoranza musicale deliberata diventa parte integrante del fascino complessivo.

SABATO 23 MAGGIO

Il sabato rappresenta tradizionalmente il momento di massima saturazione del Maryland Deathfest, e anche quest’anno il centro di Baltimore sembra completamente assorbita dalla manifestazione. La pioggia continua a comparire a intermittenza, trasformando l’area in una distesa sempre più maleodorante e costringendo gran parte del pubblico a spostamenti continui tra aree coperte e palchi esterni.
Nonostante il freddo anomalo per il periodo, l’affluenza resta enorme e il festival raggiunge finalmente quella sensazione di caos organizzato che costituisce parte integrante del suo fascino. Ogni venue è piena, mentre il metal market e i locali circostanti diventano punti di ritrovo permanenti per una folla ormai completamente immersa nella routine del festival.

I DEAD VOID aprono il programma del Soundstage davanti a una sala ancora soltanto parzialmente popolata, ma riescono comunque a creare rapidamente un’atmosfera molto più intensa di quanto lasci immaginare il contesto iniziale. La loro formula essenziale – chitarra/voce e batteria/voce – funziona proprio perché evita ogni ridondanza e punta tutto sulla costruzione progressiva della tensione.
Il death-doom del gruppo è slabbrato, quasi informe in alcuni passaggi, ma possiede una capacità notevole di accumulare peso emotivo attraverso piccoli dettagli: un rallentamento improvviso, un feedback lasciato respirare qualche secondo in più, una linea vocale soffocata e distante. Nel Soundstage ancora semivuoto questa musica trova una dimensione quasi ideale, accentuata da luci basse e da un pubblico che ascolta con attenzione crescente. Non c’è alcuna ricerca di spettacolarità, ma un lavoro lento e costante sulla densità atmosferica che finisce per coinvolgere progressivamente anche chi entra soltanto per curiosità. Un’apertura riuscita.

Già visti recentemente al Tones Of Decay di Praga, i TORTURE RACK confermano anche al Maryland Deathfest la propria affidabilità dal vivo. Sul palco del Market Place il gruppo non sembra soffrire né gli spazi più ampi né la pioggia intermittente che continua a colpire Baltimore per gran parte della giornata. Il loro death metal vecchio stampo, diretto e privo di fronzoli, mantiene un’efficacia quasi istintiva proprio grazie alla semplicità della formula.
La band costruisce il set su riff solidi, tempi medi pesantissimi e accelerazioni improvvise che ricordano costantemente quanto il death metal americano più tradizionale continui a funzionare soprattutto quando evita complicazioni superflue. Il pubblico reagisce con entusiasmo crescente, trasformando rapidamente l’area davanti al palco in un continuo movimento di headbanging e spinte. Nulla di rivoluzionario, ma esattamente il tipo di concerto che in un festival come questo continua ad avere perfettamente senso.

Per assistere allo show dei LACERATION ci si sposta al Power Plant Live, scelta forse non ideale per una band che probabilmente avrebbe reso ancora meglio in un contesto totalmente chiuso e più raccolto. Nonostante questo, il gruppo californiano riesce comunque a imporsi grazie a un death-thrash estremamente fisico, costruito attorno a riff taglienti e a una continua alternanza tra groove serrati e improvvise accelerazioni.
Nei momenti più veloci emergono evidenti influenze Suffocation, soprattutto nella gestione degli uptempo più violenti, che trasformano rapidamente il pit in una massa caotica. La resa sonora del Power Plant valorizza bene il peso delle chitarre, permettendo ai brani di acquisire una presenza decisa. Un set molto convincente, soprattutto considerando condizioni atmosferiche e collocazione non perfettamente favorevoli.

I PIG DESTROYER attirano una delle folle più consistenti del tardo pomeriggio grazie alla proposta integrale di “Prowler In The Yard”, disco che continua a occupare una posizione quasi sacrale nella storia del grindcore contemporaneo. Sul palco del Market Place, però, emergono anche alcuni limiti inevitabili. I suoni penalizzano soprattutto la chitarra, che in più momenti tende a perdere definizione all’interno del mix, mentre la band stessa mostra qualche segnale di fatica legato al passare degli anni. Eppure il concerto funziona comunque, proprio perché un album come “Prowler In The Yard” non richiede perfezione assoluta per colpire.
La sua forza continua a risiedere nell’intensità nervosa e nel caos controllato che riesce a generare, elementi che dal vivo emergono ancora con notevole efficacia. J.R. Hayes mantiene una presenza scenica magnetica, mentre il pubblico reagisce con partecipazione continua, accettando quasi naturalmente le inevitabili sbavature. Non il set più impeccabile del festival, ma sicuramente uno dei più sinceri.

Sempre presso l’area esterna, il cosiddetto Market Place, i DESTRUCTION firmano uno dei concerti più sorprendenti dell’intero sabato proponendo “Infernal Overkill” per intero. È quasi inevitabile rendersi conto di quanto il valore delle prime opere del gruppo venga oggi spesso oscurato da una produzione recente ormai ridotta quasi esclusivamente a mestiere e routine.
Negli anni Ottanta, invece, i Destruction erano una band davvero fuori controllo, capace di spingere il thrash metal verso territori estremamente aggressivi e creativi. Dal vivo questa verità emerge con forza impressionante: i riff di “Infernal Overkill” conservano ancora oggi un ingegno e una cattiveria che molte formazioni contemporanee possono soltanto imitare superficialmente. Schmier guida il set con energia, mentre il resto della band mantiene una compattezza notevole lungo tutto il concerto.
Il pubblico reagisce con entusiasmo genuino proprio perché questi brani, al netto dell’età, continuano a possedere una forza reale e non soltanto nostalgica. Forse è ora che la scaletta ‘regolare’ del quartetto torni a includere stabilmente brani come “Invincible Force”, “Death Trap” o “Black Death”.

I MORTICIAN tornano al Power Plant Live con uno show decisamente più ordinato e compatto rispetto a quello caotico e discontinuo visto qui un paio d’anni fa.
La band continua naturalmente a trascinarsi dietro un’aura quasi mitologica: c’è chi li segue con sincera devozione e chi anche per il gusto di assistere a qualcosa di volutamente eccessivo, alimentato dalle pose grottesche del bassista/cantante Will Rahmer e dall’estetica horror ipertrofica che accompagna da sempre il gruppo. Questa volta, però, al di là dell’aspetto caricaturale, il concerto convince davvero anche sul piano strettamente musicale.
I Mortician suonano bene, mantengono una scaletta solida e riescono finalmente a trasformare il proprio caos in qualcosa di realmente efficace e compatto. La platea reagisce con entusiasmo continuo, oscillando tra partecipazione genuina e ironia complice, ma senza mai percepire lo show come semplice gimmick nostalgica. Un set sorprendentemente centrato.

Nel piccolo Angels Rock Bar, i DESOLUS trovano probabilmente la dimensione perfetta per la propria proposta. Giovanissimi ma già estremamente focalizzati sul thrash metal delle origini, gli statunitensi costruiscono un concerto diretto e trascinante che sembra recuperare tanto i primi Slayer quanto i Kreator più feroci dei primi due album.
Al di là di qualche citazione sin troppo spinta, vi è entusiasmo reale sul palco e questo entusiasmo si trasmette rapidamente anche alla sala, gremita ben oltre quanto ci si potrebbe aspettare per una band ancora relativamente nuova. Il fatto che il gruppo provenga dalla vicina Washington contribuisce sicuramente alla risposta calorosa del pubblico locale, ma l’energia della performance fa il resto. Il bar, con il suo carattere quasi da club sotterraneo, amplifica ulteriormente il senso di vicinanza fisica tra quartetto e audience. Uno dei set più spontaneamente divertenti dell’intera giornata.

Il concerto dei KREATOR viene presentato come uno speciale ‘deep cuts set’, formula che naturalmente genera aspettative enormi tra i fan storici presenti al Maryland Deathfest.
In realtà, la definizione va presa con una certa elasticità: per chi segue la band da tempo o da sempre, brani come “Ripping Corpse”, “Riot Of Violence” o “The Pestilence” non sono affatto oscurità dimenticate, ma autentici inni immortali, spesso preferiti rispetto a gran parte del materiale più noto al grande pubblico. Ed è proprio qui che emerge il principale pregio del concerto: riportare finalmente al centro quella fase iniziale della carriera dei Kreator in cui il gruppo tedesco era una macchina ferocemente imprevedibile, molto più vicina all’estremismo puro che alla dimensione quasi istituzionale assunta negli ultimi decenni.
Mille Petrozza e soci, va detto, non portano fino in fondo il concetto di ‘deep cuts’: l’inserimento di pezzi come “People Of The Lie” e “Betrayer”, ormai stabilmente presenti nelle setlist standard della band, lascia la sensazione che si potesse osare di più. Considerando quanto poco spazio venga normalmente riservato oggi al repertorio più antico e quanto materiale recente poco memorabile abbia occupato i concerti degli ultimi anni, però, il bilancio resta ampiamente positivo. Sentire dal vivo “Love Us Or Hate Us”, “When The Sun Burns Red” o la succitata “The Pestilence” produce un effetto quasi rigenerante, soprattutto in un contesto come il Maryland Deathfest, dove quel tipo di thrash primordiale viene ancora recepito con partecipazione totale.
Musicalmente il concerto funziona molto bene: la band appare concentrata, asciutta e finalmente libera da certe sovrastrutture sceniche introdotte negli ultimi tour. Nessun eccesso visivo, nessuna produzione invadente: solo riff, velocità e un pubblico in stato di esaltazione continua sotto il palco del Market Place. La pioggia intermittente e il freddo contribuiscono quasi a rendere l’atmosfera ancora più adatta a questo repertorio ruvido e violento. Petrozza mantiene un controllo totale della situazione, interagisce con la platea, ma senza esagerare.
Più che un semplice concerto celebrativo, quello dei Kreator assume così il valore di una temporanea riconnessione con la propria identità originaria. E proprio per questo, pur senza essere perfetto o davvero radicale nella scelta dei brani, il set finisce per rappresentare uno dei momenti più esaltanti dell’intero festival.

Gli ATAVISTIC DECAY hanno a disposizione soltanto uno slot relativamente breve all’interno dell’Angels Rock Bar, ma riescono comunque a lasciare un’impressione positiva. La giovane band statunitense propone un death-doom chiaramente debitore tanto dei Disembowelment quanto degli Spectral Voice, alternando riff massicci a sezioni più sospese e sibilline.
Dal vivo il gruppo dimostra buona maturità nella gestione delle dinamiche, evitando di trasformare tutto in semplice saturazione sonora continua. L’ambiente raccolto del locale aiuta molto la resa di una musica che vive soprattutto di atmosfera e pressione fisica. Il pubblico, in verità non numerosissimo (il programma di questa sera è a dir poco fitto) segue con attenzione, lasciandosi trascinare progressivamente da un set che riesce a essere tanto pesante quanto stranamente ipnotico.

Alla Nevermore Hall gli HAVUKRUUNU firmano uno dei concerti artisticamente più affascinanti dell’intero sabato, riuscendo a costruire una dimensione completamente diversa rispetto alla brutalità frontale che domina gran parte del programma della giornata. La band finlandese sale sul palco con un atteggiamento quasi dimesso, ma bastano pochi minuti perché l’atmosfera all’interno della sala cambi radicalmente. Il loro black metal, profondamente radicato nella tradizione nordica ma continuamente attraversato da aperture melodiche e suggestioni heavy classiche, possiede infatti una capacità rara di evocare immagini e stati d’animo senza bisogno di ricorrere a teatralità eccessive.
Dal vivo emerge soprattutto l’intelligenza compositiva del gruppo: i riff non si limitano a sostenere l’aggressione sonora, ma diventano veri elementi narrativi, costruendo progressivamente un flusso ipnotico che alterna furia, malinconia e slanci quasi epici. La componente psichedelica della loro musica, spesso sfuggente su disco, prende forma proprio grazie alla resa estremamente avvolgente della Nevermore Hall, che restituisce ogni stratificazione con grande profondità senza impastare il suono. Il risultato è una massa sonora piena, calda e notturna, capace di avvolgere completamente il pubblico, il quale risponde entrando progressivamente dentro il flusso del set con attenzione quasi contemplativa.
In una giornata dominata da death metal, grindcore e thrash ad altissima intensità fisica, il concerto dei finlandesi rappresenta una deviazione preziosa e intelligentemente collocata all’interno del running order del festival. Non un momento di pausa, ma un diverso tipo di immersione, più emotiva, che finisce per lasciare un’impressione sorprendentemente duratura anche ore dopo la fine dell’esibizione.

I GLORIOUS DEPRAVITY trovano nell’Angels Rock Bar un pubblico già completamente conquistato ancora prima di salire sul palco. Veterani della scena di New York e autori di due album estremamente divertenti, i musicisti statunitensi confermano dal vivo tutta la forza di una proposta che sfugge facilmente alle classificazioni troppo rigide.
Death metal? Thrash? Probabilmente entrambe le cose, ma soprattutto puro heavy metal old-school concepito per generare headbanging continuo. La sala è gremita e partecipe, trasformando rapidamente il concerto in una sorta di festa underground ad altissima intensità. I riff sono il vero centro del set: semplici quando necessario, ma sempre efficaci e costruiti con evidente amore per la tradizione più fisica del metal estremo americano. Nessuna innovazione particolare, soltanto sostanza e attitudine. Ed è esattamente ciò che rende il concerto così riuscito.

L’arrivo dei 1914 negli Stati Uniti viene accolto quasi come un piccolo evento a sé stante, e la Nevermore Hall risponde infatti con una partecipazione immediatamente molto calorosa. La band ucraina entra in scena con il proprio consueto immaginario legato alla Prima Guerra Mondiale: uniformi militari, luci fredde e soprattutto una continua proiezione di filmati d’epoca che scorrono sullo sfondo del palco per tutta la durata del set – una scelta che potrebbe facilmente risultare ridondante o puramente illustrativa, ma che qui finisce invece per integrarsi bene con il carattere narrativo della loro musica, accentuandone il senso di fatalismo e devastazione storica.
Tra un brano e l’altro emergono inevitabilmente interventi e slogan dal tono molto marcato, a tratti persino sopra le righe, che ricordano quasi certe semplificazioni belliche da cinema action anni Ottanta – viene spontaneo pensare a “Rambo III” – ma quando il gruppo si concentra esclusivamente sulla dimensione musicale il livello resta decisamente alto. Dal vivo il loro mix di death, doom e black metal acquista infatti una forza notevole, soprattutto grazie alla capacità di alternare sezioni estremamente pesanti a improvvise aperture melodiche e marziali che evitano alla proposta di diventare monocorde.
Il pubblico segue il concerto con partecipazione evidente, oscillando tra attenzione quasi contemplativa e reazioni molto fisiche nei momenti più aggressivi. Alla fine il set convince proprio perché riesce a superare il rischio della semplice ‘band a tema’: dietro tutta la componente iconografica, i 1914 possiedono infatti una scrittura sufficientemente solida e dinamica da sostenere davvero il peso concettuale della propria proposta.

Per finire, si torna al Soundstage per uno degli appuntamenti più attesi dell’intero sabato: i ROTTEN SOUND dedicano infatti il concerto esclusivamente a “Murderworks” ed “Exit”, ovvero al momento probabilmente più alto della loro carriera. Fin dai primi minuti appare evidente come la band sia in stato di grazia. Era davvero tanto tempo che non li si vedeva suonare con un livello di aggressività e coinvolgimento simile. Il grindcore dei finlandesi, spesso venato di sano death metal, diventa una forza praticamente incontrollabile all’interno della venue. Stage diving continui, pogo violentissimo e una pressione sonora costante trasformano il Soundstage in una camera di collisione collettiva. Ma al di là del caos fisico, colpisce soprattutto la qualità impressionante dell’esecuzione: tutto è serratissimo, preciso e devastante senza mai risultare freddo o meccanico. Oggi capita quasi di dare i Rotten Sound per scontati, forse perché presenti da così tanto tempo ai massimi livelli del genere. Concerti come questo ricordano invece quanto il gruppo resti ancora un punto di riferimento assoluto nel panorama contemporaneo.

DOMENICA 24 MAGGIO

La giornata conclusiva del Maryland Deathfest 2026 si apre finalmente con condizioni atmosferiche più clementi. Dopo giorni di pioggia, vento e temperature sorprendentemente basse per Baltimore in questo periodo, il sole torna a farsi vedere ogni tanto e il festival sembra quasi respirare diversamente. L’area festival si riempie rapidamente già dalle prime ore del pomeriggio, complice anche il desiderio diffuso di sfruttare fino all’ultimo una manifestazione che, ancora una volta, ha dimostrato di mantenere una personalità ben distinta.
L’atmosfera resta intensa ma meno nervosa rispetto ai giorni precedenti: si percepisce chiaramente quella malinconia da ultimo giorno che accompagna sempre gli eventi riusciti davvero bene. Anche i musicisti sembrano più rilassati, nonostante una serie di imprevisti logistici continui a colpire diverse band del cartellone.

Gli ABERRATION aprono la domenica alla Nevermore Hall davanti a un pubblico ancora relativamente ridotto, ma riescono comunque a catturare rapidamente l’attenzione grazie a una proposta ficcante e opprimente. Il loro death metal dissonante guarda chiaramente a certe derive moderne inaugurate da gruppi come gli Altarage, ma evita di limitarsi alla semplice imitazione estetica.
Dal vivo la band statunitense costruisce infatti una massa sonora estremamente mobile, fatta di riff obliqui, cambi di tensione continui e un senso costante di instabilità, dovuto anche all’introduzione di passaggi più melodici. La Nevermore Hall valorizza bene questa impostazione, permettendo ai vari dettagli di emergere senza compromettere il peso complessivo del suono. Nonostante l’orario ancora relativamente tranquillo, il pubblico reagisce con interesse crescente, seguendo il set con attenzione quasi analitica. È uno di quei concerti che non puntano sull’impatto immediato, ma sulla lenta costruzione di un’atmosfera disturbante e aliena. Una partenza convincente per l’ultima giornata del festival.

I CANCER arrivano al Maryland Deathfest in condizioni decisamente complicate. John Walker, voce e chitarra storica del gruppo, non riesce infatti a raggiungere Baltimore a causa della cancellazione del volo, costringendo la band a improvvisare completamente il concerto previsto. Considerando che lo show avrebbe dovuto essere dedicato integralmente a “Death Shall Rise”, il rischio di assistere a un mezzo disastro è concreto.
Invece, i restanti musicisti riescono comunque a salvare la situazione grazie a una soluzione tanto caotica quanto efficace. Sul palco si alternano infatti vari ospiti alla voce, tra cui Deron Miller dei Malevolent Creation ed ex CKY e Yoav Ruiz-Feingold degli Atheist e Overtoun, chiamati a interpretare alcuni classici della band. Il concerto assume inevitabilmente un carattere meno compatto del previsto, ma proprio questa dimensione improvvisata finisce per renderlo anche piuttosto divertente e genuino.
I musicisti mostrano grande professionalità nell’affrontare una situazione potenzialmente ingestibile e il pubblico risponde con comprensione ed entusiasmo. Alla fine, considerati i presupposti, il risultato è decoroso.

Gli UNMERCIFUL confermano ancora una volta di essere una delle live band più feroci del death metal statunitense contemporaneo, ma finiscono anche penalizzati da alcune scelte tecniche poco favorevoli. Il Power Plant Live non appare infatti la collocazione ideale per una proposta così intricata e serrata, soprattutto considerando volumi eccessivamente alti che tendono spesso a impastare i riff e le ritmiche più veloci. Ed è un peccato, perché sul palco la band si impegna in maniera totale.
Le caratteristiche raffiche di blast-beat e i continui pattern vertiginosi vengono eseguiti con precisione impressionante, mentre il pubblico più vicino al palco reagisce con partecipazione continua nonostante una resa sonora non sempre perfettamente leggibile. In un contesto più raccolto e controllato – magari al chiuso del Soundstage – il concerto avrebbe probabilmente guadagnato molto in definizione. Resta comunque evidente la qualità tecnica del gruppo e la dedizione assoluta con cui affronta ogni brano.

I DEATH ANGEL giungono al Maryland Deathfest con la promessa di uno show interamente dedicato ad “Act III”, ma finiscono per seguire soltanto in parte il programma annunciato. Dopo pochi brani appare infatti chiaro come la band abbia deciso di costruire una scaletta molto più trasversale, pescando un po’ da tutta la carriera.
Da un lato la scelta lascia inevitabilmente una certa sensazione di pubblicità ingannevole, soprattutto per chi sperava davvero di ascoltare integralmente uno dei dischi più particolari del repertorio. Dall’altro, però, è difficile lamentarsi troppo davanti a una performance di buon livello: i Death Angel restano infatti una delle migliori live band mai emerse dalla scena californiana. Il gruppo suona con energia inesauribile, precisione assoluta e una naturalezza che rende tutto immediatamente coinvolgente. Mark Osegueda domina il palco con carisma innato, mentre il resto della band mantiene un’intensità costante lungo tutto il set. Anche senza rispettare davvero il concept annunciato, il concerto funziona bene.

La performance dei GRAVE rischia seriamente di trasformarsi in una delle grandi catastrofi del festival ancora prima dell’inizio. La situazione si complica progressivamente nei giorni precedenti allo show: prima viene annunciata l’assenza di Jörgen Sandström, facendo saltare la tanto attesa reunion storica che da circa un anno imperversa in Europa, poi arrivano ulteriori problemi quando sia il batterista Jensa Paulsson sia il chitarrista Jonas Torndal non riescono a entrare negli Stati Uniti per motivi non ancora chiariti del tutto. A quel punto il concerto sembra praticamente destinato al fallimento.
Invece Ola Lindgren decide di andare avanti comunque, improvvisando una line-up d’emergenza con Adam Jarvis dei Misery Index e Pig Destroyer alla batteria e il vecchio bassista Tobias Cristiansson. Ed è qui che accade qualcosa di sorprendente: Jarvis si dimostra semplicemente fondamentale nel tenere in piedi l’intero set, affrontando con impressionante naturalezza il repertorio storico dei Grave e riuscendo persino a trasmettere una sensazione di continuità reale anziché di semplice rattoppo dell’ultimo minuto. Lindgren, dal canto suo, appare molto più sul pezzo di quanto ci si potesse aspettare in una situazione così caotica.
La scelta di concentrarsi esclusivamente sui vecchi classici si rivela intelligentissima: il concerto evita qualsiasi complicazione inutile e punta tutto sulla forza diretta di quel death metal svedese primordiale che i Grave hanno contribuito a definire nei tardi anni Ottanta e agli inizi degli anni Novanta.
Il pubblico del Market Place, inizialmente forse un po’ diffidente dopo tutte le notizie negative circolate nelle giornate precedenti, finisce rapidamente per lasciarsi trascinare dall’entusiasmo generale. I brani vengono accolti con partecipazione continua e il concerto assume progressivamente il tono di una celebrazione improvvisata ma sinceramente riuscita.
Non è naturalmente uno show perfetto, né potrebbe esserlo viste le circostanze, ma proprio questa dimensione fragile e quasi precaria finisce per renderlo uno dei momenti più genuinamente memorabili dell’intero weekend.

Gli ANTICHRIST SIEGE MACHINE confermano alla Nevermore Hall di essere ormai una macchina perfettamente oliata. Tour incessanti e attività live continua hanno trasformato il duo statunitense in qualcosa di estremamente preciso e devastante, capace di mantenere una lucidità impressionante anche nei momenti di massima violenza sonora. Il loro black/death metal ultrabellico non concede praticamente alcuna tregua, costruendo una pressione continua che investe la sala fin dai primi minuti.
La Nevermore Hall, ancora una volta, si rivela ideale per valorizzare questo tipo di proposta: i suoni risultano compatti ma leggibili, permettendo ai riff di emergere con forza senza trasformare tutto in semplice saturazione indistinta. Il pubblico reagisce immediatamente con grande intensità, trascinato da una performance che appare quasi meccanica nella sua ferocia controllata. Una delle conferme più solide della giornata.

I TÓMARÚM si esibiscono all’Angels Rock Bar davanti a un pubblico molto curioso, attratto da una proposta che negli ultimi anni ha iniziato a guadagnare crescente attenzione nell’underground statunitense. Dopo qualche problema tecnico iniziale, la giovane band riesce rapidamente a prendere il controllo della situazione e offre un concerto decisamente convincente.
Il loro mix di black metal atmosferico e tecnicismi di derivazione techno-death possiede infatti una personalità molto più definita di quanto si potrebbe pensare leggendo semplicemente le influenze. Dal vivo colpisce soprattutto la capacità di alternare passaggi estremamente elaborati a momenti molto più sospesi e sognanti, spesso introdotti da chitarre acustiche e da aperture melodiche curate con grande sensibilità. Gli assoli, particolarmente raffinati, emergono con chiarezza all’interno del mix e contribuiscono a dare al concerto una dimensione quasi progressiva senza renderlo sterile. Una bella sorpresa anche sul piano strettamente live.

Quello presentato come SARCÓFAGO è in realtà un progetto costruito attorno all’eredità storica della leggendaria band brasiliana, una sorta di formazione celebrativa che coinvolge diversi musicisti legati alla storia del gruppo, tra cui il bassista fondatore Geraldo Minelli e l’ex chitarrista Fábio Jhasko, presente ai tempi di “The Laws Of Scourge”. L’operazione nasce evidentemente con l’intento di riportare sui palchi almeno una parte dello spirito originario di uno dei nomi più influenti dell’estremo sudamericano, pur senza poter davvero ricreare la dimensione storica irripetibile del vero Sarcófago.
Affrontato senza aspettative eccessivamente puriste, il concerto funziona anche piuttosto bene. Il Market Place si riempie di curiosi e nostalgici, attratti più dal peso simbolico del nome che dalla reale prospettiva di assistere a una reunion autentica. E la band, va detto, svolge il compito con discreta efficacia. I suoni sono buoni, il repertorio conserva naturalmente una forza quasi primordiale e il pubblico reagisce con partecipazione sincera soprattutto ai pezzi più antichi e selvaggi.
Resta comunque difficile immaginare un vero futuro artistico per un’operazione di questo tipo. Più che un progetto realmente vitale, sembra un omaggio permanente a una leggenda che appartiene irrimediabilmente a un’altra epoca del metal estremo. Ma per una sera, dentro il contesto profondamente nostalgico e celebrativo del Maryland Deathfest, anche questo tipo di esperienza trova il proprio spazio.

Dal canto loro, i SEX PRISONER trasformano il Soundstage in uno dei luoghi più caotici dell’intera domenica. La band di Tucson porta sul palco un hardcore/powerviolence estremamente dinamico, capace di alternare brani compatti e violentissimi a improvvise aperture industrial che amplificano ulteriormente il senso di tensione continua.
Attorno al concerto si percepisce molta curiosità già prima dell’inizio, e il gruppo conferma rapidamente di meritare tutta l’attenzione ricevuta negli ultimi anni. Dal vivo colpisce soprattutto la capacità di gestire ritmo e varietà senza perdere brutalità. Alcuni breakdown giganteschi scatenano persino momenti di violent dancing piuttosto rari da vedere in un contesto prevalentemente death metal come il Maryland Deathfest, soprattutto tra il pubblico più giovane. La band riesce a mescolare velocità, groove e inserti rumoristici con grande naturalezza, costruendo uno dei set più fisicamente intensi della giornata.

Dopo una lunga serie di concerti speciali solo parzialmente riusciti o apertamente sabotati dagli imprevisti, i DYING FETUS arrivano finalmente a ristabilire un minimo di ordine naturale all’interno del festival. Il loro show, annunciato come un set interamente dedicato ai primi tre album, mantiene esattamente quanto promesso. E già questo, dopo vari ‘concept set’ reinterpretati liberamente da altre band durante il weekend, viene accolto quasi con sollievo dal pubblico del Power Plant Live.
Ma naturalmente non è solo una questione di coerenza: i Dying Fetus salgono sul palco in stato di grazia assoluto e offrono probabilmente uno dei concerti migliori dell’intero Maryland Deathfest 2026. La scaletta pesca davvero nel repertorio più antico e brutale della band, recuperando pezzi rarissimi come “Nocturnal Crucifixion” o “Intentional Manslaughter”, accolti dal pubblico con reazioni quasi isteriche. Qui sì che si parla davvero di “deep cuts”: brani che da anni non trovavano spazio stabile dal vivo e che riportano immediatamente alla luce la radice più feroce e percussiva del suono Dying Fetus.
Dal vivo emerge con chiarezza quanto quella miscela di death metal e groove hardcore abbia influenzato intere generazioni successive. La band riesce a essere incredibilmente precisa senza perdere brutalità, mantenendo una tensione continua lungo tutto il set. Ogni breakdown scatena il caos davanti al palco, ma allo stesso tempo i passaggi più intricati vengono eseguiti con lucidità impressionante. Dopo pochi minuti il pubblico del Power Plant appare letteralmente adorante. Per tutta la durata del concerto si ha la sensazione di assistere non soltanto a una celebrazione, ma alla dimostrazione concreta di quanto i Dying Fetus, nonostante alcuni alti e bassi in studio negli ultimi anni, restino ancora oggi una delle band più credibili e fisicamente devastanti dell’intero panorama death metal.

Dopo aver visto Chris Moore dietro ai tamburi dei Repulsion durante il warm-up del festival, lo ritroviamo al Soundstage con i suoi KONTUSION. E anche qui il batterista statunitense si conferma assolutamente dominante. La band – che ha rilasciato il debut album “Insatiable Lust for Death” lo scorso anno per Profound Lore – propone un death-grind marcio e genuinamente old-school in cui il tono melmoso degli Autopsy incontra l’urgenza feroce dei succitati Repulsion, generando un impatto estremamente fisico e diretto. C
iò che colpisce maggiormente è la compattezza del gruppo: si percepisce chiaramente che questi musicisti suonano dal vivo molto spesso; ogni cambio di ritmo, ogni rallentamento improvviso e ogni accelerazione sembrano perfettamente interiorizzati. Il suono di chitarra è spettacolare, grasso e ruvido al punto giusto, mentre la platea reagisce con entusiasmo continuo. Una vera mazzata.

Mezz’ora dopo, sullo stesso palco, i CEPHALIC CARNAGE chiudono il Maryland Deathfest 2026 con uno degli show più applauditi dell’intero weekend. Dopo l’enorme risposta ottenuta dai Dying Fetus, il pubblico – che per l’occasione tira fuori palloncini, spade laser e tutta una gamma di oggettistica da rave o carnevalesca – ha modo di assistere a un altro set speciale interamente concentrato sul materiale più antico della band, con particolare attenzione a “Exploiting Dysfunction”. Ed è sorprendente constatare quanto questa musica, talvolta così caotica e bizzarra, riesca ancora oggi a risultare incredibilmente fresca.
I Cephalic Carnage restano una band praticamente unica: tecnici ma mai freddi, groovy ma senza perdere follia, continuamente in equilibrio tra precisione matematica e totale assurdità compositiva. Dal vivo riescono a mettere d’accordo praticamente tutti proprio perché il loro approccio evita qualunque forma di autoreferenzialità sterile. Ogni brano sembra sul punto di deragliare, ma il gruppo mantiene sempre il controllo assoluto della situazione.
La band suona ormai molto raramente, ma proprio questa scarsità di apparizioni rende ancora più evidente l’esperienza accumulata in decenni di attività. Ogni musicista appare perfettamente consapevole del proprio ruolo e il concerto procede con una fluidità impressionante nonostante la complessità a volte estrema del materiale. Una chiusura ideale per un’edizione del Maryland Deathfest che, al netto del meteo terribile e degli inevitabili imprevisti logistici, si conferma tra le migliori degli ultimi anni.

0 commenti
I commenti esprimono il punto di vista e le opinioni del proprio autore e non quelle dei membri dello staff di Metalitalia.com e dei moderatori eccetto i commenti inseriti dagli stessi. L'utente concorda di non inviare messaggi abusivi, osceni, diffamatori, di odio, minatori, sessuali o che possano in altro modo violare qualunque legge applicabile. Inserendo messaggi di questo tipo l'utente verrà immediatamente e permanentemente escluso. L'utente concorda che i moderatori di Metalitalia.com hanno il diritto di rimuovere, modificare, o chiudere argomenti qualora si ritenga necessario. La Redazione di Metalitalia.com invita ad un uso costruttivo dei commenti.