17/02/2026 - MAYHEM + MARDUK + IMMOLATION @ Alcatraz - Milano

Pubblicato il 20/02/2026 da

Report di Giacomo Slongo
Foto di Benedetta Gaiani

“Mediolanum Capta Est”. È proprio dal titolo di un suo storico live album che potremmo partire per descrivere il ritorno in Italia dell’infame compagnia guidata da Attila Csihar, a poco più di un anno di distanza dalla monumentale performance del quarantennale di carriera a Trezzo sull’Adda.
Freschi reduci dalla pubblicazione dell’apprezzato “Liturgy of Death”, grazie al quale hanno saputo porsi in continuità con la messa a fuoco e la sintesi di spunti del precedente “Daemon” (2019), i norvegesi – con ungherese e inglese al seguito – sono diventati il polo attorno cui è sorto il primo, grande evento di questa stagione concertistica estrema, nel quale la presenza di due supporti come Marduk e Immolation è finita per essere tutt’altro che un riempitivo o una formalità in attesa del turno degli headliner, portando a sfogliare altre pagine importantissime del grande libro del black e del death metal.
Non a caso, sebbene non si replichino i numeri fatti registrare da una serata ‘da punti scena’ come quella insieme agli Emperor nel dicembre 2022, con l’Alcatraz settato di conseguenza sul palco B, si può dire che il pubblico dei Mayhem e dei suddetti colossi svedesi e americani abbia risposto generosamente alla chiamata di questo “Death Over Europe”, del quale riandiamo ora a parlare dopo il report della data londinese dello scorso 11 febbraio…


Da sempre, un concerto degli IMMOLATION è perfetto per offrire a chi ne parla aggettivi come ‘ineccepibile’, ‘solidissimo’, ‘superlativo’ e via discorrendo, e anche in questo mite martedì di febbraio la tradizione viene rispettata appieno.
La band di Ross Dolan e Robert Vigna, punti fissi di una line-up che, oltre allo storico batterista Steve Shalaty, ha ormai integrato perfettamente anche la seconda chitarra di Alex Bouks (ex Goreaphobia, Funebrarum e Incantation), è oggettivamente una garanzia, sia in sede live che su disco, e nonostante dei suoni non brillantissimi porta a casa il risultato con l’ennesima performance da applausi, livellando subito verso l’alto gli standard della serata.
A colpire, della band di New York, è nuovamente la passione ardente con cui ognuno dei brani viene riproposto, sommata a un’autorevolezza, una potenza e una precisione acquisibili solo dopo una vita intera trascorsa a suonare (e coltivare) il genere, senza mai la presunzione di ‘essere arrivati’ sul piano espressivo e tecnico.
Un approccio umile alla base però di una proposta superiore, oggi rappresentata da una setlist ‘mista’ che cerca di coprire il più possibile la vasta discografia del gruppo, dai chiaroscuri accentuati dell’ultimo decennio (“An Act of God”, “Rise the Heretics”, “Adversary”, quest’ultima estratta dall’imminente e attesissimo “Descent”) alle asperità di inizio e metà carriera (“Dawn of Possession”, “Nailed to Gold”, “Higherd Coward”), per un flusso pressoché ininterrotto durante il quale i Nostri decidono di massimizzare il tempo a disposizione e tagliare corto con le pause, lasciando in debito di ossigeno gli spettatori accorsi all’interno del locale di via Valtellina in orario aperitivo.
Impossibile, ancora una volta, non definire questi musicisti degli autentici eroi del death metal.

Da una corazzata all’altra, dopo quella degli amici di vecchia data Immolation, scatta l’ora dei MARDUK, altra band verso cui ormai è stato speso tutto lo spendibile, in termini di descrizione della proposta e dell’attitudine.
Gli svedesi sono una delle massime rappresentazioni dell’etica live in ambito black metal (e non solo), avendo costruito parte del loro successo proprio attorno a un’attività concertistica meticolosa e incessante, ed è con poca sorpresa – ma molto appagamento – che ne constatiamo lo stato di forma e la capacità di mantenere intatti l’aria mortifera e il furore militante dopo tanto tempo.
Mortuus (o Daniel Rostén, come preferite) appare visibilmente più asciutto e in forma rispetto a qualche anno fa, e come un ufficiale inflessibile detta i tempi di uno show che, sulle raffiche serrate di “Frontschwein”, non impiega molto a scegliere la via della compattezza e della carneficina, potendo altresì contare su suoni potenti e ben calibrati, di gran lunga migliori di quelli riservati ai deathster della Grande Mela.
Come noto, la scaletta non è quel ‘war metal old-school set’ riportato sui vari comunicati ed eventi Facebook, ma anche a fronte di questo dettaglio nessuno in sala sembra avere qualcosa da ridire, sia per la verve dell’interpretazione, sia per una selezione di brani oculata e volta ad accontentare grossomodo tutti, dai fan degli anni Novanta (micidiale la riproposizione di “Infernal Eternal” da “Heaven Shall Burn… When We Are Gathered”) a quelli del repertorio con il suddetto frontman alla voce, il cui andamento più variegato e stratificato (basti pensare al midtempo luttuoso di “Shovel Beats Sceptre”, o alla marcia battagliera della conclusiva “The Blond Beast”) ha permesso di riconstatare l’evoluzione di un suono rinnovatosi senza mai tradire le proprie antiche radici.
Al prossimo bombardamento da queste parti.

Con i MAYHEM la posta in gioco si alza, fosse solo per il minutaggio a disposizione e l’imponenza del comparto visuale.
La vera domanda, a fronte della loro fama di live band altalenante, in grado tanto di appagare quanto di deludere le aspettative dei fan, è: saranno in grado di non sfigurare dopo le prove di Marduk e Immolation, unendo alla forma la giusta dose di sostanza? Per fortuna del pubblico presente in sala, fattosi nel frattempo più che nutrito, la risposta è affermativa.
Forse perché consapevoli della pressione positiva esercitata dai compagni di tour, forse perché meno intossicati del solito, forse perché – più banalmente – desiderosi di presentare il nuovo disco in grazia di (Anti)Cristo, anziché limitarsi a timbrare il cartellino, i cinque hanno dato vita ad uno spettacolo sontuoso nella messa in scena e precisissimo dal punto di vista dell’esecuzione e della cura dei suoni, ‘sbattendosi’ anche oltre gli standard contemporanei grazie ad una scaletta di ben diciassette brani.
Quest’ultima ha finito così per ricordare lo svolgersi di un lungo spettacolo teatrale, con i suoi atti, i suoi cambi d’abito e il suo crescendo drammaturgico, puntualmente sottolineato dai visual proiettati alle spalle della batteria di Hellhammer.
Non una sequenza randomica di immagini dai toni macabri e disturbanti, ma veri e propri mini-film legati all’atmosfera e all’estetica dei pezzi, i quali hanno garantito un’immersione totale durante i novanta minuti e rotti di performance.
Performance che, come detto, non ha tralasciato (quasi) nulla della discografia degli headliner, dando sì spazio all’ultimo arrivato e ai sempiterni “De Mysteriis Dom Sathanas” e “Deathcrush” (a cui è stato dedicato come da prassi il finalissimo), ma dando anche modo di (ri)scoprire le spigolosità industrial e le strutture non convenzionali di opere come “Wolf’s Lair Abyss” e “Grand Declaration of War”, scelta non scontata che ribadisce come, superati i cinquant’anni anagrafici e i quaranta di carriera, i Mayhem guardino ormai al loro passato abbracciandolo nella sua interezza, senza perdersi in operazioni di rimozione o rinnegamento.
Un rituale cinematografico che, trovando in Attila un autentico mattatore, e contando sempre su un comparto strumentale affiatato e concentrato, ha finito per superare le aspettative di molti, portandoci già a dire che non sarà facile, nel corso del 2026, superare un simile dispiego di malvagità e professionalità sul palco.

Setlist Mayhem:

Realm of Endless Misery
Buried by Time and Dust
Bad Blood
Life Is a Corpse You Drag
The Vortex Void of Inhumanity
Ancient Skin
Psywar
View from Nihil
Whore
Freezing Moon
Chimera
Cursed in Eternity
From the Dark Past
Weep for Nothing

Silvester Anfang
Deathcrush
Chainsaw Gutsfuck
Carnage
Pure Fucking Armageddon

 

IMMOLATION

MARDUK

MAYHEM

 

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