16/12/2014 - Meshuggah + Car Bomb + Semantik Punk @ Live Music Club - Trezzo Sull'Adda (MI)

Pubblicato il 22/12/2014 da

A cura di Marco Gallarati

Il 2014 live della nostra disastrata penisola si chiude con uno degli eventi più importanti dell’anno, il ritorno in Italia e nel milanese degli svedesi Meshuggah, a distanza di due anni dalla precedente calata, avvenuta il 5 dicembre 2012 all’Alcatraz. A questo giro, dopo averci trascorso il sabato precedente in occasione del Rock Hard Festival, siamo ancora una volta al Live Music Club di Trezzo, mai come in questa stagione centro nevralgico dei concerti metal nel Nord Italia. Molto vicina al tutto esaurito – ma niente a che vedere con la calca impressionante generatasi l’autunno scorso per Amon Amarth, Carcass e Hell – la venue è stata al limite dell’irraggiungibile per i più ritardatari, costretti a parcheggiare addirittura giù dal ponte che passa sopra la A4, a un 400 metri circa dall’ingresso. Ma tant’è, evidentemente la voglia di festeggiare i 25 anni di attività della formazione di Umea era davvero tanta e quindi, sebbene i due support act scelti dai cinque scandinavi risultavano pressoché sconosciuti al pubblico nostrano, un tale importante afflusso di pubblico è più che giustificato. Oltretutto, si sa, il quintetto svedese è pari attrattiva sia per musicisti che per semplici fan, cosa riscontrabile in poche altre band al mondo capaci di fornire uno spettacolo di qualità, sia sotto il profilo visivo-artistico sia sotto quello della ‘mera’ esecuzione tecnica. E dunque, eccoci dentro al Live quando mancano ormai pochi minuti all’inizio delle danze: il parterre è ancora piuttosto scarno e i pochi presenti tendono a chiedersi che razza di musica possano mai suonare gli opener Semantik Punk…

 

meshuggah - locandina eagle live club - 2014


SEMANTIK PUNK

Eh. Quale diavolo di musica potranno mai suonare questi quattro folli polacchi, in possesso di un’attitudine talmente strampalata e fuori dagli schemi da sembrare appena usciti da una puntata di The Big Bang Theory andata a male ed evolutasi peggio? Ma solamente una cosa possono suonare, ovviamente: math-core senza nessuna soluzione logica, a cavallo tra The Dillinger Escape Plan, Coalesce e Converge, con anche spunti ritmici capaci di rimandare ai Primus e attimi allargati di psichedelia da post-core sognante. Un suono decisamente spiazzante, dunque, che però ha trovato un minimo di breccia nel cuore degli astanti e ha, in parte, convinto. Sicuramente ha strappato applausi, qualche sorriso di incredulità e tanti, tanti giudizi. Come recita il classico detto ‘meglio far parlare male che non far parlare proprio’, i Semantik Punk hanno colpito giusto e nel segno, sconvolgendo in soli trenta minuti di esibizione ogni regola non scritta sulla ‘setlist perfetta’: introduzione pacata e semi-strumentale, con il vocalist a sussurrare parole incomprensibili (la band si esprime in lingua madre); fulcro dell’esibizione incentrato su una ventina di minuti di math-core devastante e infarcito da cambi di tempo infiniti; chiusura con un lungo passaggio strumentale ipnotico e ammorbante, che ha definitivamente alienato l’attenzione dei meno interessati alla performance e ha altrettanto definitivamente catturato coloro i quali hanno apprezzato i Nostri. Una formazione che, al di fuori della scena hardcore e post-core, solo i Meshuggah potevano pensare di portarsi dietro. Destabilizzanti. E comunque provate ad ascoltarvi in rete il loro unico disco, “ABCDEFGHIJKLMNOPRSTUWXYZ”: avrete un’idea della performance, visto che l’hanno suonato praticamente tutto.

CAR BOMB
In quanto a titoli di album completamente fuori di melone, anche i Car Bomb non stanno dietro a nessuno: il loro ultimo parto sulla lunga distanza, difatti, si intitola “w^w^^w^w”…e scusate se non è chiaro. Pressoché sconosciuti anche loro, come i precedenti Semantik Punk, in realtà i Car Bomb sono una validissima realtà di Long Island, New York, che flirta con le sonorità meshugghiane e math-core da più di dieci anni. I ragazzi presentano il loro tech-core progressivo e poliritmico in maniera veemente, suonando con alle spalle uno schermo gigante proiettante immagini di vario tipo, riportanti tutte, però, ai concetti di straniamento, disturbo, ipnosi, rifiuto e psichedelia. Già solamente ascoltare il caotico vomitare degli strumenti e osservare contemporaneamente il video sullo sfondo ha l’elevata possibilità di causare problemi di equilibrio e deambulazione, figuriamoci se poi i Nostri puntano sul frontman Michael Dafferner un paio di luci blu intermittenti atte a simulare il movimento a scatti del vocalist stesso, in modo tale da far sembrare che balli una sorta di breakdance ripetitiva ed incessante! Piccoli ma geniali accorgimenti che contribuiscono a rendere pregevole lo show della band, una vera autobomba in procinto di esplodere. Lo stile, anche qui, deve molto a Converge, Meshuggah, TDEP e anche in parte Gojira e primi Slipknot e Chimaira, ma i Car Bomb lo interpretano in maniera personale non mollando il piede dall’acceleratore a tavoletta neanche per un secondo, neanche quando la voce urticante di Dafferner si innalza a cantato pulito (da perfezionare): un’urgenza espressiva ed una precisione annichilente che, se messa a paragone con alcune delle formazioni succitate, non demerita affatto, anzi! Gran band dal piglio devastante e da seguire di sicuro molto attentamente in futuro!

MESHUGGAH
Ok, a questo punto la situazione è perfettamente chiara: i Semantik Punk non hanno lasciato indifferenti e ci sono anche piaciuti; i Car Bomb hanno spaccato lo spaccabile, dando la paga un po’ a destra e a manca, certamente guadagnando un buon numero di nuovi fan; quello che però è certo-certissimo è che il 100% delle persone presenti all’interno del Live Music Club, alle 21.40 circa, sta allentando l’ansia dell’attesa parlottando con amici e conoscenti, aspettando in dinamico chiacchiericcio l’entrata in scena dei colossi Meshuggah. Il palco è allestito con fari e luci di svariati tipi e contornato da una manciata di drappelloni riportanti diverse tipologie di artwork, tutte però richiamanti quelli di “Koloss” e della locandina qui sopra, ovvero un fitto dedalo di connessioni organico-umanoidi destrutturate e ricomposte, ibrido terrificante a metà strada tra lo xenomorfo Gigeriano e la dea Kalì. A tutti gli effetti, la scenografia non è molto lontana da quella usata due anni fa proprio durante il tour di supporto all’ultimo full-length album e, procedendo un attimo in avanti fino a fine show, quest’ultimo non si discosterà quasi per nulla da quella memorabile esibizione. Tale precisazione semplicemente per sottolineare come lo spettacolo all’interno di un concerto dei Meshuggah sia del tutto particolare e, anche, paradossale: scenografia ad hoc, impianto luci e giochi di luci fra i migliori del mondo in ambito heavy metal (ma non ditelo troppo ai fotografi…), tecnica esecutiva mostruosa, suoni assurdamente avvolgenti e massacranti, musica in grado di attivare diverse patologie neurologiche latenti; il tutto senza che i cinque svedesi, a parte l’eseguire magistralmente le loro partiture aliene, facciano qualcosa di eclatante per farsi apprezzare. I Meshuggah fanno i Meshuggah, punto. E ciò alla folla basta e avanza, a giudicare dai commenti durante e dopo il set dei Nostri. La partenza, però, a meno che non si abbia sbirciato le setlist delle appena precedenti date, è spiazzante: il ‘bip-bip-bip’ elettronico che introduce “Future Breed Machine” irrompe all’improvviso durante l’intro atmosferico e in due-secondi-due si scatena l’inferno! Sarà l’unico pezzo – ahinoi – tratto da “Destroy Erase Improve”, alquanto sacrificato in una scaletta che, a detta dei cinque scandinavi, avrebbe visto la presenza di brani da anni non più proposti dal vivo. E infatti, dopo il giusto tributo alle ultime uscite, con nell’ordine “ObZen”, “The Hurt That Finds You First” e la saltellante “Do Not Look Down”, ecco che finalmente l’automa Jens Kidman si schiarisce una voce parsa non in perfette condizioni – ma sul growl l’apparente raucedine non ha infastidito più di tanto, anzi! – e introduce l’atteso momento revival. “Cadaverous Mastication”, “Greed” (tratte dal debutto “Contradictions Collapse”) e “Gods Of Rapture” (estrapolata dallo storico EP “None”) mostrano quanto i Meshuggah fossero avantissimo già vent’anni fa, grazie a strutture complesse e dalla cangiante architettura, più progressive nell’accezione più corretta del termine, moderatamente più thrash rispetto alle attuali costruzioni iper-groovy dei loro brani e con quel vago appeal hardcore fornito dalle backing/gang vocals ad opera di Thordendal e Hagstrom. Passato l’amarcord ventennale, si compie un salto di qualche anno per arrivare al claustrofobico “Chaosphere”, dal quale vengono prese “Neurotica” e il classico anthem “New Millennium Cyanide Christ”, probabilmente il brano meglio accolto dalla platea; platea pian piano annichilita, ma mai domata, da uno sfavillio di luci e colori da pesante allucinazione e da un sound che s’abbatte senza pietà e rimorso. Il riff obliquo e penetrante che caratterizza “Stengah” è un’altra ovazione ricevuta, esattamente come quella che accoglie l’osannata “Bleed”, traccia il cui incedere psicotico è del tutto indescrivibile a parole. “Demiurge” rallenta i battiti del cuore, ma la progressione dei ritmi e la disparità del groove rendono divertente e stimolante il cercare di fare headbanging a tempo. Una sorprendente e sottovalutata “Straws Pulled At Random” chiude il concerto prima dei bis, lasciando un buio interstellare tra band e pubblico, nella fulgida speranza che il tutto non sia finito qui e ora, ma che presto si riesca a ripartire di nuovo per la quinta dimensione. Difatti, come due anni fa a Milano, il loop paradossale che sta dietro ad un titolo quale “Catch 33” inizia a decollare fragorosamente dal nulla con l’accendersi di semafori verdi a tempo di sfrigolii rumoristi annichilenti e voci deumanizzate (“Mind’s Mirrors”), per poi trasformarsi nell’accoppiata vincente “In Death – Is Life”/”In Death – Is Death”, combo che chiude in una coloratissima apocalisse una serata da panico e distruzione. Il 2014 è quasi finito, ma al Live di Trezzo questa sera non si è avvicinato il 2015, bensì più realisticamente il 2084, anno in cui il Caos avrà ormai prevalso e i Meshuggah verranno ricordati quali suoi primi araldi.

Setlist:
Future Breed Machine
ObZen
The Hurt That Finds You First
Do Not Look Down
Cadaverous Mastication
Greed
Gods Of Rapture
Neurotica
New Millennium Cyanide Christ
Stengah
Bleed
Demiurge
Straws Pulled At Random

Encore:
Mind’s Mirrors
In Death – Is Life
In Death – Is Death

11 commenti
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