10/03/2014 - MGLA + Svartidauði + One Tail, One Head + Kult @ Blue Rose Saloon - Bresso (MI)

Pubblicato il 17/03/2014 da

Inizia una primavera di terrore, morte, sgozzamenti, scoperchiature di tombe ed evocazioni demoniache al Blue Rose Saloon. Come, non è ancora primavera? Sottigliezze, con la crescita delle temperature di questi giorni ormai ci siamo, anche se per il calendario è ancora inverno, ma è soprattutto la musica che gioca in anticipo e in quel di Bresso si iniziano a schierare truppe agguerrite e bene equipaggiate, che daranno battaglia nei prossimi mesi fittissimi di impegni live. E’ una serata di tenebre quella che si inscena in un normalmente sonnacchioso lunedì da hinterland metropolitano, barbari di varie nazionalità mettono a ferro e fuoco la zona industriale in cui è posto il locale, sventolando i vessilli di fiere polacche (MGLA), islandesi (Svartidauði) e norvegesi (One Tail, One Head), con il tricolore rappresentato in apertura dai Kult. Ci spiace, ma arriviamo troppo tardi per assistere all’esibizione degli autori di “Unleashed From Dismal Light” e nulla possiamo dirvi a riguardo, mentre grazie al piccolo slittamento maturato negli orari programmati siamo perfettamente in linea per gli One Tail, One Head, con cui va a cominciare il nostro bagno di sangue black metal.

MGLA Svartidaudi One tail one head blue rose saloon

ONE TAIL, ONE HEAD
Visti durante il soundcheck, i norvegesi danno l’impressione di quei gruppi post-black metal di ultima generazione poco propensi a mettersi giù truci e arcigni, con pose da cattivoni e atteggiamenti da boia in procinto di compiere il proprio sporco lavoro. Hanno piuttosto l’aria calma e pacifica da studenti universitari, intenti a prepararsi meticolosamente per il prossimo esame. Poi i ragazzi scompaiono in bagno per parecchi minuti, e quando tornano sono totalmente trasfigurati, se non si fosse sicuri della loro provenienza e dell’assenza di porte segrete potremmo ipotizzare uno scambio di persone. Tutti ricoperti di sangue finto e trucco pesante, orgogliosamente vestiti come thrasher anni ’80, i quattro si sono iniettati in vena adrenalina in dosi da elefante e partono alla carica come degli ossessi fin dalle prime battute. I suoni sono ruvidi, i piatti risuonano alti e creano un po’ di confusione, ma tutto sommato la mancanza di pulizia va a vantaggio di chi sta suonando, visto l’atteggiamento da assassini blasfemi tenuto sia musicalmente che visivamente. Siamo dalle parti di quel filone vetero-thrash molto in voga negli ultimi anni, accorpato incestuosamente al black darkthroniano-mayhemiano e alle nefandezze di Hellhammer, Celtic Frost agli albori e vecchissimi Samael, con alcune escursioni in regimi occulti e celebrativi, evocati dai toni declamatori dell’impazzito singer Luctus e perpetuati dalla presenza di un candelabro e di un teschio ricoperto di incenso davanti alla batteria. All’interno di una line-up selvaggia e dalle movenze on-stage tipiche dei Destruction più incandescenti, il cantante è quello più fuori di testa. Scende dal palco almeno tre volte ad aizzare i presenti e a spingerli a un minimo di mosh, quasi aggredendoli, non riuscendo però nell’intento di scatenare gazzarra. Oltre a occhi fuori dalle orbite e sguardo da psicopatico c’è anche una buona padronanza delle linee vocali, integrate a canzoni in cui ogni compromesso è bandito e si pesta rapidi e taglienti senza dare respiro. L’esecuzione parossistica risente di un gusto metal old-school e la separazione tra black/thrash e black dei primi anni ‘90 è sottile sottile, diciamo pure impalpabile. L’originalità non è la loro qualità principale, ma gli One Tail, One Head si sono fatti rispettare sul palco del Blue Rose.

SVARTIDAUDI
Il maligno diventa palpabile, entità fisica e deforme che ci tiene in pugno e aspetta solo il momento propizio per stritolarci, quando il testimone passa agli Svartidauði. Se pensate che chi arrivi dalla terra dei ghiacci, l’Islanda, debba comunicare un tipo di sensazioni da ibernazione dell’Io e prodigarsi in spietate torture senza trasmettere una minima emozione, i blackster di Kòpavogur fanno al caso vostro. La visuale degli strumentisti cambia, tre su quattro si presentano tipo ribelli sulle barricate, cappuccio in testa e fazzoletto nero tirato fino al naso, lasciando scoperti solo gli occhi, il cantante/bassista Sturla Viðar addirittura non mostra un centimetro del suo volto. Da quel buco nero al posto della faccia giungono olezzi di macerazione cadaverica, difficile dire se si tratti di un growl o di uno screaming, in questo ci si rifà alle devianze della scuola blackened death di Portal e Abyssal e l’intelligibilità viene adombrata da sentori di purulenza e abiezione. La musica viaggia su ritmi irreali, sparata e deragliante, così torbida da diventare tossica e ingolfare i polmoni. L’ondulare tra blast-beat bestiali e ribollimenti extreme doom stringe un cappio inesorabile attorno alla gola, nel frattempo una pressa comprime il cranio fino a farlo esplodere, tanta è la densità sonora che satura l’ambiente. Il caos in arrivo dal palco potrebbe essere allo stesso tempo quello di una galassia in esplosione oppure di milioni di anime linciate da demoni negli Inferi, gli Svartidauði sono avventurieri nei nuovi territori espressivi del black metal ma sono strettamente legati all’originaria natura di questa musica. Stasera raccolgono apprezzamenti, percepibili non tanto da manifestazioni di entusiasmo dissennato, a parte pochi individui, ma dall’attenzione rapita con cui è stata seguita l’intera esibizione. Quando un magnete attrae con forza inarrestabile verso chi suona e non fa mai sviare la concentrazione degli astanti significa che l’esibizione ha colpito nel segno.

MGLA
MGLA sta per nebbia in polacco. E’ una nebbia della consistenza del granito e dal peso specifico similare quella che scende all’interno del Blue Rose. E non è grigia, è nera. Uniforme. E aggressiva. L’impatto visivo è semplice, ma disturba, dà disagio. Abbiamo davanti statue, non persone, quattro figuri con indosso il chiodo, il viso celato da tessuto nero (ok, è una serata black metal, ma tutta questa uniformità di colore fa impressione); l’immobilismo, a parte muscoli, tendini e legamenti impegnati nel mero gesto tecnico, è completo. Nessuna comunicazione intercorre con questi esseri senzienti, gravidi di un odio promulgato con metodiche cerebrali, prescindenti barocchismi e sperimentalismi oppure soluzioni tecniche innovative, che si abbeverano al contrario a un intersecarsi di linee armoniche stranissime, percepibili all’inizio con difficoltà, perché non ce le si aspetta, e poi con ammirazione crescente per come i loro anomali sentieri si mescolano a una base black metal tetragona e incompromissoria. A differenza di chi li ha preceduti, i suoni diventano più netti e asciutti, il che dipende in parte da un lavoro del fonico più certosino, ma soprattutto da un punto di vista differente sul black, in questo caso fattosi meno fragoroso e più secco,  chirurgico. Il secondo album della formazione “With Hearts Toward None” è diventato un piccolo caso nell’underground, e oggi abbiamo la riprova che, anche in un paese poco attento ai movimenti della scena estrema sotterranea quale è il nostro, il verbo della band polacca ha attecchito, e nelle prime file si respira un’aria più calda che nelle esibizioni precedenti. A dire il vero, un paio di squinternati esagerano, andando a cozzare come ubriachi molesti sulle altre persone, scatenando una mezza rissa e finendo per essere letteralmente trascinati fuori dal locale. Un piccolo fastidio per chi stava a ridosso dello stage, che non ha impedito di trangugiare veleno e morbosità in dosi da indigestione. E’ ormai l’una quando tutto improvvisamente tace e i quattro dispensatori di eccidi tolgono le tende. Dove sono passati loro, solo cenere è rimasta.

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