Report di Enrico Ivaldi
Foto prese dai canali ufficiali del Midgardsblot
Sin dalle prime conferme si era intuito che questa edizione 2025 del Midgardsblot avrebbe visto aumentare sensibilmente la percentuale di musica metal. Tuttavia questo non ha per nulla fatto perdere di vista quell’eterogeneità a livello musicale che è da sempre una delle caratteristiche più importanti di questo festival a suo modo unico. Accanto a nomi come Mayhem, Hypocrisy, Gaahl’s Wyrd non mancano infatti, quest’anno, artisti della scena folk come Faun, fino a lambire territori più elettronici e pop come la bravissima Eivør o le rievocazioni vere e proprie della cultura musicale norvegese con le Friggs Døtre.
La location è come sempre bellissima, immersa nel parco storico di Borre tra tumuli funerari, boschi, spiagge sul fiordo e la splendida Gildehallen, la ricostruzione di una casa lunga vichinga che viene utilizzata come stage coperto per i concerti dall’atmosfera più raccolta.
Quest’anno i palchi sono quattro ma, come vedremo, quello più grande (chiamato Helheim) verrà aperto solo per le due giornate finali, lasciando a quello più contenuto (chiamato Valhalla) l’onore di ospitare i vari headliner del mercoledì e del giovedì. Questa scelta farà in modo che esibizioni come quelle di Gaahl’s Wyrd, Hypocrisy e The 3rd And The Mortal risulteranno molto più intime, visto la distanza quasi nulla tra il palco e lo spettatore.
Il Midgardsblot – al netto di un costo non proprio economico tra ingresso e logistiche varie come trasporto e campeggio – è un festival che ha sempre attirato gente da tutto il mondo, e non ci stupiamo quindi se tra i presenti ci si possa imbattere in persone dal Nord e Sud America e addirittura dal Giappone, a godersi una quattro giorni che, per chi volesse partecipare anche alle attività extramusicali, tiene impegnati fino a notte fonda; dopo i concerti infatti si continua con dj set vari e soprattutto il consueto appuntamento attorno al grande falò sulla spiaggia a suon di danze e canti tribali.
Notevole come sempre la sezione merch, e quella della ristorazione, con uno stand di cibi tipici norvegesi a cura del comune di Borre, e immancabile la tendopoli con decine di artisti che propongono oggetti di artigianato.
Giusto il tempo di arrivare e montare la nostra tenda e siamo pronti per concludere la stagione norvegese dei festival estivi per un weekend che si prospetta molto positivo, anche per il meteo con sole e temperature miti ad accompagnarci per quasi tutto il tempo.
MERCOLEDI’ 13 AGOSTO
Il lungo rituale del Blòt ad opera del collettivo Folket Bortanfor Nordavinden, in cui chiunque dei presente ha la possibilità di partecipare, è la consueta apertura del festival, un lungo e pittoresco momento che che si protrae per quasi due ore a suon di tamburi e canti rituali prima dell’apertura vera e propria, ad opera del duo folk VOLUSPAA, con i quali si setta immediatamente il mood giusto.
Un veloce cambio di palco ed è la volta dei TEMPEL interessante progetto norvegese che mescola il suono dei Kvelertak con inserti hard rock e altri più moderni. La loro è una proposta diretta e brutale che rende parecchio bene dal vivo e, grazie ad un concept che scava nella cultura scandivana, ben si adatta alla situazione di un festival come questo.
Si continua a giocare in casa con i KIRKEBRANN, band che vede tra le proprie fila membri di Djevelkult, Carpathian Forest e Dødheimsgaard: il loro è un black metal abbastanza classico che sfocia spesso nel black and roll (alcuni momenti sono veramente simili ai Darkthrone o i Carpathian Forest più punk) senza stupire più di tanto, risultando comunque godibile specialmente nel contesto di un palco coperto come quello della Gildehallen, e si ha quasi l’impressione di assistere ad uno show metal all’interno di una Stavkirke (le chiese di legno tipiche della Norvegia).
Sono quasi le otto di sera ed è ora del primo nome di spicco di quest’edizione del Midgardsblot: GAAHLS WYRD.
Di ritorno dopo sei anni in quel di Borre, Gaahl porta dal vivo il nuovo, bellissimo “Braiding The Stories” e grazie ad un palco contenuto come quello del Valhalla, l’esibizione di questa sera risulterà intima ed intensa.
La scaletta è come sempre divisa tra brani originali e altri provenienti dalla discografia di Trelldom, God Seed e Gorgoroth, per un viaggio a trecentosessanta gradi attorno all’universo musicale di Espedal.
Aprono le splendide “Within The Voice Of Existence” e “Ghosts Invited” dal debutto omonimo, seguita dall nuova “Braiding The Stories”.
Giusto il tempo di tornare indietro nel tempo, con quella “Høyt Opp I Dypet” dei Trelldom che già venticinque anni fa tracciava la rotta per tutto quello che verrà sviluppato da Gaahl dopo la sua dipartita dai Gorgoroth, per lasciare spazio al presente con la pesante “Time and Timeless Timeline” prima dell’oscura “Alt Liv”, originariamente dei God Seed.
Gaahl è un frontman dalla presenza imponente nonostante un apporto scenico minimale, ma che viene compensato da un carisma notevole e una prova vocale praticamente perfetta, potente nelle parti più pulite ed evocative e devastante nei momenti più violenti.
Tutto questo viene condensato nei due brani che chiudono il live: una “Carving The Voices” da brividi e la claustrofobica “Prosperity Aand Beauty” dei Gorgoroth, piazzate come sempre in chiusura di ogni concerto.
Un’ora di grande livello insomma, per un concerto più intimo del solito e che dimostra, qualora ce ne fosse ancora bisogno, l’estro artistico di Gaahl, sempre più libero nelle sue evoluzioni artistiche.
Ci rilassiamo all’interno della Gildehallen per l’ipnotico ambient folk dalle tessiture tribali dei NEBALA LIMINAL prima dell’ultimo set in programma per oggi.
EIVØR, cantante originaria delle Isole Faroe, di ritorno sullo stesso palco dopo tre anni, sposta la lancetta del festival su territori lontani dal metal, col suo folk venato di rock ed elettronica.
Quello di questa sera è un concerto che vive di momenti intimi di chitarra, voce e percussioni ed altri più moderni in cui l’elettronica diventa parte integrante delle canzoni del suo periodo più recente. La voce delicata e bellissima di Eivør accompagna i presenti verso la conclusione della prima giornata del festival, con la luce della luna che ha preso il posto del sole, mentre per noi è ora di tornare alla nostra tenda attraverso il buio sentiero che attraversa i boschi adiaenti al fiordo, non prima di scaldarci attorno al grande falò notturno.
GIOVEDI’ 14 AGOSTO
Dopo una passeggiata mattutina attorno alle colline di Borre è tempo per la seconda giornata di questo Midgardsblot che si apre con i VANVIDD, band norvegese che propone un folk metal abbastanza pesante, complesso e con influenze più moderne e prog nel quale si aggiunge alla componente prettamente metal, una più folk suonata con strumenti originali e tradizioni.
Il gruppo è molto bravo dal vivo e confeziona un’esibizione di tutto rispetto, eclettica e precisa che il pubblico pare apprezzare molto. Tra le tante band di folk metal che affollano il panorama, ci sentiamo di consigliare caldamente i Vanvidd, che hanno il pregio di creare un qualcosa di personale e lontano dai soliti cliché ritriti del genere.
Prendiamo parte ad un interessante workshop sulle tecniche di screaming prima dei HRAFNGRÍMR, duo francese nato da una costola degli Skáld il cui suono ricorda una versione più minimale di Heilung e Wardruna, interessante e sicuramente affascinante dal vivo ma comunque in parte derivativa e senza lo stesso pathos dei succitati progetti.
Assistiamo alla rievocazione di combattimenti medievali con spada e scudo ad opera prima di quello che sarà uno degli eventi più attesi di tutto il weekend: il ritorno dal vivo dopo più di tre decenni dei THE 3RD AND THE MORTAL in Norvegia con Kari Rueslåtten, prima storica cantante del gruppo. Quello di oggi è il secondo concerto della formazione riunita, dopo quello a Riga del giorno precedente, e l’attesa, per quella che è un icona del gothic metal, è palpabile.
Sin dalle prime note di “Grevinnens Bønn” ogni dubbio sparisce e veniamo trasportati istantaneamente indietro nel 1994 tra chitarre liquide, pesantezze mai troppo opprimenti, tastiere notturne e una voce, quella di Kari, che non sembra essere influenzata dal passare degli anni. I suoni sono riconoscibilissimi e il lavoro delle tre chitarre è prezioso nel ricreare ogni dettaglio.
Come prevedibile, la scaletta verterà esclusivamente sul periodo più classicamente metal del primo EP “Sorrow” e del debutto “Tears Laid In Earth” il quale verrà suonato quasi nella sua interezza, tralasciando comprensibilmente il periodo più sperimentale ed elettronico con Ann-Mari Edvardsen.
Stupende e toccanti “Death Hymn”, “In Mist Shrouded”, la tristissima “Why So Lonely” e la psichedelica “Song”. La band è visibilmente emozionata, e Kari conferma che questa serie di date selezionate non saranno probabilmente le ultime, alimentando le speranze per piani futuri.
I momenti più alti si raggiungono con la stupenda “Salva Me” e soprattutto con i venti minuti del capolavoro “Oceana”, uno di quei brani che apriranno la strada all’evoluzione di colossi del genere come i Gathering.
Un’ora e un quarto che passa in fretta, troppo in fretta e quando il gruppo si congeda l’applauso è lungo e caloroso: li aspettavamo con trepidazione e loro non si sono fatti attendere, regalando un concerto da ricordare.
Dopo le atmosfere eteree e languide dei The 3rd And The Mortal torniamo su binari più estremi con i JORDSJUK, che vedono tra le proprie fila membri di Trollfest, Sarkom, Djevel e Urgehal.
Con tale curriculum il risultato non può che essere un massacro assicurato, magari non originalissimo, ma comunque ben orchestrato: il loro è un black metal che ondeggia tra gli estremismi degli Urgehal e il mood più groovy dei Khold e i brani proposti che andranno a confluire nel loro debutto fanno ben sperare.
Sono le otto di sera ed è il momento degli ORANSSI PAZUZU, che tornano in terra norvegese dopo la calata primaverile al Desertfest di Oslo; il copione è lo stesso, solo trasferito su un palco più piccolo, il che rende il tutto ancora più delirante e disturbante.
Un’ora di metal lisergico e corrosivo, dove le libertà kraut vengono filtrate attraverso la dialettica del black metal, costruendo architetture sonore rumorose e midiciali, per nulla accessibili ma che per qualche misterioso motivo riescono nell’intento di coinvolgere un pubblico parecchio eterogeneo.
I finlandesi stanno decostruendo il metal allo stesso modo di ciò che fecero col rock agli inizi degli anni 2000 i Radiohead (e non è un caso che un brano come “Hautatuuli” ricordi molto da vicino “All I Need” di Yorke e soci) ponendoli come una realtà trasversale e unica.
Per chiunque non li abbia mai visti dal vivo il consiglio è quello di rimediare al più presto: per chi scrive, tra i momenti top di questo Midgardsblot.
Con le nuvole che si stanno ammassando sopra Borre ci ripariamo dalla leggera pioggia nella Gildehallen per l’esibizione di LILI REFRAIN, che ritorna dopo due anni, questa volta sul palco a lei più adatto.
La musica di Lili è viscerale, intimista e dalla grande potenza evocativa, perfetta nel contesto di una location come questa: un lungo rituale fatto di loop percussivi e di una voce, la sua, unica e potente, un crescendo che lambisce i territori di una Diamanda Galas meno astratta e dinamiche post-rock. Tutti i presenti sono come ipnotizzati e quando i riverberi dell’ultimo brano decadono lasciano spazio ad un lungo applauso.
La pioggia ci lascia fortunatamente scampo per gli headliner della giornata: gli HYPOCRISY.
A quattro anni dall’ultimo lavoro in studio “Worship”, Peter e soci si ripresentano in terra norvegese dopo le due apparizioni all’ Inferno Festival 2019 e Tons Of Rock 2022, con una formazione leggermente rimaneggiata e che vede nei soli Tägtgren e Mikael Hedlund come membri originali.
La scaletta comprende brani di quasi tutti i loro dischi – tralasciando solo “The Fourht Dimension”, “Catch 22” e “A Taste Of Extreme Divinity” – focalizzandosi sul materiale più estremo, lasciando qualche spazio per i brani più melodici.
C’è poco da dire su come la band suoni dal vivo: i Nostri sono precisi e ogni brano scorre senza sbavature, grazie anche ad una resa sonora praticamente identica al disco (e vista la carriera da produttore di Tägtgren, ci sarebbe da stupirsi del contrario). Le violentissime “Left to Rot”, “Adjusting The Sun”, “Warpath” e “Inferior Devoties” fanno da contraltare alle epiche “Fire in the Sky”, “Eraser” “Fractured Millennium” e “The Final Chapter”, ma in entrambi i casi la resa è ottima e il muro sonoro creato è imponente.
Il pubblico apprezza e si nota un grande numero di ragazzini sotto i vent’anni scatenati sotto il palco, il che non fa che confermare il fatto che una band come gli Hypocrisy, nonostante non estremamente attiva, sia tutt’oggi negli ascolti anche delle generazioni più giovani.
Lo show si conclude con l’immancabile “Roswell 47” e, mentre all’interno della Gildehallen iniziano le danze di un dj-set che continuerà per un paio d’ore, torniamo alla nostra tenda sotto una leggera pioggia che ci accompagnerà per tutta la notte.
VENERDI’ 15 AGOSTO
La giornata di ferragosto (festività comunque non celebrata in Norvegia) sarà la più calda dell’intero weekend, con temperature che raggiungono i venticinque gradi e un gradevole sole.
Il secondo set dei Voluspaa anticipa l’hard rock degli STAGE DOOLS, che hanno il compito di inaugurare l’Helheim, il palco più grande che diventerà il main stage per le ultime due giornate. I norvegesi sono molto popolari in terra natia e il loro è un rock anni Ottanta che ha il tiro giusto, sulla scia delle band glam rock del periodo.
Ci spostiamo in una Gildehallen completamente affollata per gli ISKALD una band che, pur non avendo mai raggiunto livelli di popolarità di altri loro colleghi, non ha mai mollato il colpo nei propri vent’anni di carriera.
Il loro è un black metal melodico ed influenzato dal thrash, che racconta delle leggende nordiche e ben si adatta all’atmosfera di questo evento, senza mai sconfinare nell’estremo ma rimanendo su coordinate più epiche, con numerosi midtempo e strutture mai banali. La compagine norrena tiene bene il palco e sfodera un ottimo concerto, onesto e dal responso di pubblico più che caloroso.
Si torna su territori hard rock con le leggende norvegesi TNT, band del fenomenale chitarrista Ronni Le Tekrø (produttore tra l’altro di “Demonoir” dei 1349) che ha raccolto un grande numero di persone sotto il palco principale.
Un’ora abbondante di hard rock stradaiolo che sfocia nel metal vero e proprio, nella quale la splendida e potente voce di Tony Harnell completa il chitarrismo preciso e tecnico di Le Tekrø, risultando in un concerto che riesce a coinvolgere e divertire non solo i fan, ma anche anche quelli che seguono generi più estremi.
È tempo di ritornare verso la Gildehallen per l’intimo concerto di SYLVAINE, che per l’occasione si sveste della sua corazza metal per quello che sarà uno dei concerti più toccanti ed emozionanti di questa edizione.
Accompagnata solo dalla sua chitarra, Kathrine Shepard ci guida nel suo mondo fatto di delicati momenti quasi a cappella come “Nova”, passando per le urla laceranti di una “Mørklagt” che, pur senza distorsioni e una band ad accompagnare, riesce a non perdere in intensità. La bravura di Sylvaine è proprio quella del far brillare la propria musica anche in un contesto solista acustico ed intimo, grazie ad una capacità vocale fuori dalla norma.
Anche i momenti più blackgaze come “Earthbound”, che tanto deve agli Alcest, splendono in questa veste minimale di quell’aura che mescola black metal, musica tradizionale scandinava e post-rock, e il lungo silenzio che accompagna tutta l’esibizione viene rotto dal lungo applauso finale da parte di un pubblico visibilmente commosso.
Nel frattempo davanti al palco Valhalla si è ammassata un bel po’ di gente in attesa dei MORK, una delle band più attive del panorama black metal norvegese.
Il progetto di Thomas Eriksen è ormai una realtà affermata per tutti gli amanti del suono black più diretto e primitivo, ma al tempo stesso non si è mai tirata indietro davanti ad ulteriori evoluzioni.
I Mork attuali sono forse il condensato più puro di quasi tutto quello che è uscito dalla Norvegia, dai Dakrthrone più primitivi a quelli più black and roll, passando per la tristezza di Burzum e il gusto dei primi Enslaved in un suono che, seppur in parte derivativo, suona in qualche modo personale. Dai cori epici di “Arv”, passando per il tributo a Fenriz di “Den Svevende Festning”, lo show non risente dell’orario di metà pomeriggio: anche davanti ad un sole accecante, i toni neri e cupi della musica dei Mork raffreddano l’atmosfera.
“Født Til å Herske” è come un pugno al petto: maestosa, aggressiva e con quell’autorità che solo le band con esperienza sanno trasmettere; rendere il tutto ancora più unico è la presenza, durante l’esecuzione del brano, di Dolk dei Kampfar, icona del black metal norvegese, a donare ulteriore unicità all’esibizione.
A distinguersi anche “I Hornenes Bilde” e la conclusiva “Dype Røtter”: due brani che hanno messo in luce l’identità unica dei Mork, capaci di intrecciare tradizione e nuove direzioni.
Le radici del black metal norvegese si manifestano qui in una veste moderna, senza mai perdere la loro intensità e forza primordiale.

I FAUN sono uno dei gruppi storici della scena pagan e dark folk, prima di Wardruna, prima di Heilung, e vanno considerati a tutti gli effetti come tra i primi esempi di un suono che sa gestire musica medievale, rock ed elettronica dark.
Un concerto dei Faun è sempre un evento, sia per l’unicità della loro musica che per una capacità innata di abbracciare frange di pubblico diverse tra loro: quello che parte come un concerto, finisce con una danza collettiva, in cui quasi tutti, chi vestito con abiti d’epoca chi con giubbotti dalle più svariate toppe di band metal, vengono trascinati veniamo.
Tra i pochi reduci della scena folk a cavallo tra i Novanta e i Duemila, insieme agli Ataraxia, i tedeschi sono forse una delle scelte più naturali e riuscite per un evento come il Midgardsblot.
Dopo il tuffo nel passato dei Faun è ora il momento di una delle band più istrioniche della scena metal: i giapponesi SIGH hanno da sempre un legame unico con la Norvegia, essendo una delle prima band a pubblicare un disco, quello “Scorn Defeat” che è tutt’ora una perla di black metal primordiale, per la Deathlike Silence di Øystein Aarseth (Euronymous).
I Sigh attuali sono cambiati parecchio rispetto agli esordi, e rappresentano la quintessenza dell’eclettismo nipponico, con uno show sempre sopra le righe a livello visuale e una musica che usa il metal solo come veicolo formale per un delirio di influenza hard rock anni Ottanta, estremismi black, tastiere e melodie che paiono uscire da una colonna sonora per videogiochi e schegge di musica folk.
Il palco è pieno di oggetti decorativi orientali, e il loro look è sopra le righe con il chitarrista Nozomu Wakai, vestito da samurai fantasma, che tiene il palco come un vero e proprio guitar hero tra assoli infiniti e una bravura tecnica superiore alla media. Mirai (membro fondatore) e la bravissima Mika Kawashima (coniuge del musicista) mettono su uno spettacolo teatrale in cui è protagonista anche una delle loro figlie in veste di percussionista.
Il tutto è frenetico, senza un minimo di pausa, e rende l’ora a loro disposizione un’esperienza mentalmente estenuante (in senso positivo) e provante, tanto che quando le luci della Gildehallen si alzano ci sentiamo confusi e disorientati.
Decisamente uno dei concerti più eclettici a cui abbiamo assistito finora.
Ci riprendiamo un minimo, approfittando dell’orario di cena per assaggiare gli ottimi piatti locali, mentre gli ENSIFERUM suonano sul palco dell’Helheim. I finlandesi hanno ormai i loro trent’anni di carriera sulle spalle, senza aver nulla da dimostrare, abbandonando con gli anni il folk metal venato di death in favore di un suono che flirta col power metal vero e proprio, mescolandolo con melodie del folklore finnico.
Un concerto solido, senza picchi di sorta per una band che diverte sempre ma non stupisce più da un bel po’ di tempo.
Le temperature serali scendono sotto i quindici gradi il che rende perfetta l’atmosfera per i MAYHEM headliner di oggi che salgono sul palco pochi minuti prima delle ventidue.
Quello portato in scena questa sera è lo show del loro quarantennale a cui abbiamo già assistito più volte: un tributo e un’autocelebrazione di una carriera fatta di alti e bassi, tragedie personali umane e momenti discutibili come fosse un documentario in musica per una delle realtà più influenti della scena norvegese e non solo, capace di convincere decine di ragazzini alla fine degli anni Ottanta alle prese col death metal a virare su quello che diventerà uno dei generi più estremi, controversi e copiati.
Un viaggio a ritroso nella loro discografia, che inizia con “Malum” dal recente “Daemon” passando per “Psywar”, la inquietante “Illuminate Eliminate” con un Attila superbo, e le sbilenche “Chimera” e “My Death”, di quel “Chimera” che è forse ad oggi il picco artistico dei Mayhem targati Blasphemer.
Le sperimentazioni dell’era “Grand Declaration Of War” fanno da spartiacque tra i Mayhem moderni e quelli più classicamente black metal, nel quale va inserito il prezioso EP “Wolf’s Lair Abyss” dal cui vengono suonate “Ancient Skin” e “Symbols Of Bloodswords”.
Le luci si spengono prima dell’inizio della seconda parte dello show, in cui la band si congeda temporaneamente lasciando spazio a un collage di filmati e foto (nei quali compaiono Dead, Euronymous e pure Varg Vikernes) del periodo più tragico e artisticamente più importante.
Con i musicisti che ora indossano lunghi sai neri, veniamo investiti dalle atmosfere funebri di “Freezing Moon”, “Life Eternal” “De Misteriis Dom Sathanas” e “Funeral Fog”, durante la quale, come da copione, Attila si congeda per lasciare spazio a Dead, del quale viene utilizzata una traccia vocale originale: un momento come sempre molto intenso e speciale, dato dal timbro estremamente aggressivo di Per Ohlin e senza dubbio la parte migliore dell’intero set, data la bellezza di brani immortali.
Il palco si svuota nuovamente e, mentre risuona “Silvester Anfang” si capisce che è il momento della prima parte di carriera della band, nella quale verranno suonati brani di “Deathcrush” e “Pure Fucking Armageddon”. A deliziare il tutto, la presenza di Kjetil Manheim e Billy Messiah, rispettivamente batterista e cantante originali.
Il mood funereo e nebbioso lascia spazio ad una violenza punk a volte parossistica che ben trasmette l’urgenza e la ruvidezza di brani come “Deathcrush”, Necrolust” e “Pure Fucking Armageddon” cantata in tandem da Attila e Messiah.
Uno show senza dubbio ben orchestrato, ottimamente suonato e dall’ottimo bilanciamento tra musica e parte visuale, che tributa la storia e la carriera di una band che non ha più nulla da dimostrare e, vista la numerosissima presenza di fan giovanissimi, continua a fare proseliti.
Insomma, una chiusura di giornata alla quale non possiamo chiedere di più.
SABATO 16 AGOSTO
Il primo gruppo della giornata sono i giovanissimi CONGELATIO, vincitori del contest per le band emergenti che scaldano i presenti con un buon metal estremo, mescolando le modernità di Jinjer al progressive degli Opeth.
Il primo pomeriggio prosegue con attività extramusicali – quali rievocazioni di combattimenti e racconti delle saghe nordiche al suono di musica tradizionale – prima di arrivare alla prossima band in cartellone: gli APOCALYPSE ORCHESTRA.
Gli svedesi sono un progetto che merita di essere visto dal vivo, vista la loro bravura nel creare un suono denso e intenso, che mescola melodie folk medievali, pesantezze doom e un’attitudine narrativa che ingloba strumenti classici come hurdy gurdy, cornamuse e archi.
Un concerto cangiante, che sa adagiarsi su momenti delicati ma che sa anche fare male nelle parti più estreme in cui si lambiscono territori death e doom, ma senza perder di vista il concept medievale, ben supportato da un’immagine coerente e inquietante, in grado di portare alla mente i momenti bui delle pestilenze medievali.
Insomma, possiamo dire che tra l’ottimo “A Plague Upon Thee” pubblicato a inizio anno e una performance solidissima, gli Apocalypse Orchestra si meritano un posto tra i progetti più interessanti del genere.
Mentre la tribute band PLAGUEBOUND suona i brani dei Bolt Thrower, intrattenendo i fan dello storico gruppo inglese (peccato per la voce troppo impostata su timbri alti, non proprio adatta) all’interno della Gildehallen, il palco esterno Valhalla si prepara per gli SVARTTJERN.
Di fatto una costola degli attuali Carpathian Forest, i norvegesi hanno dalla loro una discografia abbastanza compatta, che alterna violenze black integraliste ad altre più groovy e in linea con l’ultima produzione della band di Nattefrost.
Ne viene fuori un’ora scarsa di buon livello e, nonostante il sole a picco esattamente sul palco, l’atmosfera comunque rimane oscura, specialmente quando vengono proposti i brani di dischi come “Dødsskrik” e “Ultimatum Necrophilia”, dal quale vengono suonate “All Hail Satan” e “Hymns Of The Molested”.
Un concerto black d’altri tempi, diretto e senza troppi fronzoli.
Ci prendiamo un po’ di tempo libero mentre assistiamo distrattamente al pagan folk dei SOWULO, prima della band più attesa della giornata da chi scrive: i RUÏM di Rune Eriksen.
Per l’ex Mayhem (ed attuale chitarrista di Aura Noir e Vltimas) questo è il quarto concerto dopo l’ottimo debutto all’ Orgivm Satanicvm Fetival di Oslo, il Fortress Fetival e il Brutal Assault, e l’aspettativa dei presenti è parecchio alta, vista anche la qualità di un disco come “Black Royal Spiritism – I. O Sino Da Igreja”.
Il suono dei Ruïm è l’evoluzione di quello dei Mayhem più obliqui, con una dose ancora più forte di atmosfere esoteriche che prendono dall’esoterismo e dalla stregoneria brasiliana.
Un’ora micidiale, senza grosse pause e suonata in maniera chirurgica (qualcuno potrebbe dire addirittura troppo chirurgica), che non risente minimamente di un’atmosfera non esattamente adatta, visto che il sole della tarda estate norvegese non cala mai prima delle dieci di sera.
Vengono suonati tutti i brani del disco, tra cui una violentissima cover di “The Fall Of Seraph” dei Mayhem e l’impressione è quella di una band che, nonostante la limitata esperienza dal vivo, sappia già trasmettere il senso di disagio della loro musica anche su palco, con Blasphemer che ha la possibilità di esprimersi appieno nel territorio black metal, senza i vincoli artistici delle sue altre band.
Si cambia totalmente registro con gli svedesi HÄLLAS, band che soprattutto in terra scandinava (ma non solo) sta raccogliendo numerosi plausi e un generoso riscontro di pubblico a suon di un hard rock alla Thin Lizzy che flirta lo space rock degli Hawkwind e un certo progressive anni Settanta.
Agghindati come dei Genesis d’annata tra mantelli, trucco e pantaloni attillatissimi, il loro è un concerto tra i più divertenti e coinvolgenti, grazie a brani mai troppo pesanti o troppo complessi che mantengono quell’atmosfera onirica e psichedelica, che parlano di avventure in mondi lontani a metà tra le saghe di Star Wars e quelle di Michael Moorcock e del suo Elric of Melniboné.
Un buon mix di canzoni da tutti i loro dischi (peccato per l’esclusione della stupenda “Earl’s Theme”) con i picchi di “Carry On”, “Stygian Depths”, “Astral Seer”, l’immancabile “Hällas” in chiusura per un set che mette d’accordo tutti, a prescindere da gusti personali: forse è proprio questa la magia di questo gruppo.
Un’ora scarsa per procurarci del cibo ed è il momento dei BENEDICTION, altra band storica del death metal mondiale a suonare dopo gli Hypocrisy.
Il nucleo del gruppo formato dal cantante Dave Ingram e i due chitarristi Darren Brookes e Peter Rew, è affiancato dai giovani Nick Samson al basso e dall’italiano Giovanni Durst alla batteria, ma il risultato è sempre lo stesso: un death metal mai troppo estremo, quadrato e groovy come da tradizione britannica.
Dave è il protagonista indiscusso della serata con la sua capacità innata di intrattenere i presenti, con il batterista che diventerà il principale bersaglio per le divertenti battute sul suo presunto ruolo da ‘belloccio del gruppo’.
Una scaletta che abbraccia quasi tutta la discografia fa intuire come anche le produzioni più recenti non sfigurino troppo accanto a classici come “The Grotesque”, “Subconscious Terror” o “The Dreams You Dread”, e il growl di Dave non sembra risentire del passare degli anni.
I Benediction sono una band che non sembra preoccuparsi di trend e mode, continuando sulla propria strada, a suon di dischi di qualità costante e soprattutto un’attitudine dal vivo che solo certe band possono vantare. Diretti, essenziali e compattissimi.
Il folk misto all’elettronica di RUNAHILD scatena le danze all’interno della Gildehallen, e si rivela un ottimo momento per abbassare i toni, soprattutto in vista di quello che si sta preparando sul palco principale, dove gli TSJUDER scateneranno il solito delirio.
Sono le nove e quaranta quando i tre norvegesi danno inizio ad loro consueto show fatto di black metal vecchia scuola, suonato senza un minimo di tregua e capace di mettere a dura prova il pubblico: “Ghoul”, “Kill For Satan”, “Possessed” e “Slakt” sono cartucce micidiali sparate dall’artiglieria Tsjuder, i quali non si preoccupano di intertenere troppo il pubblico, quanto piuttosto a suonare il più veloce e violento possibile, secondo la più pura scuola Gorgoroth e Urgehal.
Esattamente come qualche mese fa durante l’Inferno Festival, il set sarà diviso in due parti, con la seconda che vede salire sul palco, come ospite, Frederick Melander, storico primo bassista dei Bathory, i quali verranno tributati con sei brani – “Sacrifice”, “The Return of Darkness And Evil”, “Woman Of Dark Desires”, “Satan My Master”, “Raise The Dead” e “Born For Burning” – tutti del periodo più black, resi nel loro spirito più puro da una band che rende un omaggio sincero a Quorthon.
Se due indizi fanno una prova, quello messo in scena questa sera è ancora una volta uno dei gli esempi più puri di quell’attitudine senza compromessi di un genere come il black metal norvegese, senza sperimentazioni, senza velleità sperimentali, solo intransigenza.
A loro modo i Tsjuder rimangono, ad oggi, tra i pochi esempi di quella fiamma che si accese quasi quattro decadi fa.
Si sono fatte le undici e mentre la trance dalle tinte ritualistiche e pagane degli EIHWAR risuona nell’area circostante alla Gildehallen, a noi rimane giusto il tempo di una birra prima di tornare, per l’ultima volta alla nostra tenda.
Ultima volta per quest’anno, ovviamente.














