Si può dire che il concerto dei Misery Signals presso l’Electric Brixton di Londra sia stato a tutti gli effetti un evento memorabile e carico di emozione, destinato a rimanere impresso nella memoria di tutti i fan presenti.
Questo show ha segnato non solo la conclusione del breve tour europeo della metalcore band nordamericana, ma anche l’ultima esibizione in assoluto del gruppo sul suolo europeo, rendendolo un appuntamento a suo modo storico per la scena metalcore. Del resto, era prevedibile che la notizia dello scioglimento imminente della formazione avrebbe reso ogni momento della serata carico di significato, con un’atmosfera densa di nostalgia e gratitudine.
Londra, con la sua vibrante scena musicale, ha offerto il palcoscenico perfetto per questo addio al cosiddetto vecchio continente, attirando la più grande affluenza mai registrata per un concerto dei Misery Signals in Europa.
Ad aprire la serata sono i CAULDRON, una giovane band di Birmingham che sta muovendo i primi passi nella rediviva scena metalcore locale. Nonostante l’energia e l’entusiasmo giovanile del gruppo, il set mostra tuttavia alcuni limiti: la musica, seppur tecnicamente interessante, appare forse troppo eterogenea, con influenze che paiono spaziare dal deathcore dei primi Suicide Silence a passaggi più melodici che ricordano invece i primi Poison The Well.
Questa mescolanza di stili, seppur potenzialmente divertente in sede live, alla lunga non riesce a convincere pienamente il pubblico presente. Alcuni spettatori sembrano in effetti essere lì anche per loro, ma l’atmosfera generale rimane tiepida durante l’esibizione e si fa largo l’idea che il quintetto abbia bisogno di trovare un’identità sonora più definita per emergere in un panorama già saturo.
Il secondo gruppo della serata, i RENOUNCED, riesce invece a catturare l’attenzione del pubblico con un set molto più compatto e maturo. La band inglese, con più esperienza alle spalle e una base di fan piuttosto consolidata da queste parti, presenta un sound chiaramente ispirato alla scena metalcore statunitense dei primi anni Duemila, evocando band come i Misery Signals stessi, 7 Angels 7 Plagues, i primi Killswitch Engage e Poison The Well.
La performance risulta subito caratterizzata da una maggiore presenza scenica e da un impatto sonoro più deciso e definito, il quale riesce progressivamente a riscaldare l’ambiente. Il pit inizia infatti ad animarsi, segno evidente che il pubblico – che ha appunto già una certa familiarità con il repertorio – sta rispondendo con entusiasmo all’appassionata proposta del quintetto.
Niente però è paragonabile all’arrivo sul palco degli headliner, il quale viene accolto con un vero boato di entusiasmo da parte del pubblico, consapevole dell’importanza del momento.
Come noto, i MISERY SIGNALS, per questo tour d’addio, hanno deciso di presentarsi con entrambi i cantanti che hanno segnato la loro carriera: Jesse Zaraska e Karl Schubach. La presenza dei due frontman dà modo al gruppo di ripercorrere l’intera discografia in un best of show potenzialmente capace di soddisfare tanto i fan della prima ora quanto quelli più recenti. La scaletta diventa insomma una sorta di staffetta tra i due frontman, i quali vengono chiamati a passarsi il microfono-testimone in continuazione, fino a concludere il concerto con due dei brani più iconici della band, “Weight of the World” e “Five Years”, eseguiti da entrambi in una sorta di appassionante duetto in cui vengono spremute le ultime energie rimaste.
Questa scelta crea subito un forte legame con la platea dell’Electric Brixton, la quale visibilmente apprezza la possibilità di vivere in una sola serata tutta l’evoluzione sonora della band.
Dal punto di vista strettamente tecnico, l’esibizione dei Misery Signals risulta quindi impeccabile: i chitarristi Ryan Morgan e Stuart Ross sono ovviamente al centro del progetto, a scambiarsi continuamente riff angolari e sovrastrutture melodiche nel segno di quello stile inconfondibile, tecnico e variopinto, coniato e popolarizzato con opere del calibro di “Of Malice and the Magnum Heart” e “Controller”. Il duo viene però perfettamente supportato da una sezione ritmica solida e dinamica – quella di Kyle Johnson al basso e Branden Morgan alla batteria – che anche questa sera sa dimostrarsi una colonna portante del suono distintivo della band.
Se sul fronte strumentale tutto va alla grande, per quanto riguarda la scaletta è tuttavia da segnalare l’assenza di brani tratti dal primo omonimo EP della band (“Lie Captive”, “Echoes”…), i quali erano invece stati inclusi nelle prime date del tour. La necessità di rispettare gli stringenti orari imposti dal locale londinese potrebbe aver costretto i Nostri a tagliare alcune tracce dalla scaletta, una decisione che ha in effetti lasciato un po’ di amaro in bocca ai fan più affezionati, visto che si trattava di canzoni non suonate da decenni.
In ogni caso, l’emozione e la passione con cui la band si esibisce riescono a compensare questa mancanza. Jesse Zaraska, in particolare, appare visibilmente emozionato durante tutta l’esibizione, soprattutto sulle ‘sue’ “In Summary of What I Am” e “The Year Summer Ended in June” (quest’ultima introdotta da sua figlia) – mentre Karl Schubach, dal canto suo, nonostante una partenza coi fiocchi con “Set in Motion”, in alcuni momenti pare mostrare qualche segno di affaticamento, tanto che il corpulento cantante statunitense finirà per ammettere alla fine di essere rimasto senza voce.
Detto ciò, è comunque ovvio a chiunque che una serata come questa sia da vedere più come una celebrazione del legame emotivo tra band e pubblico – con i due frontman che spesso scendono dal palco e cantano dalla transenna, passando il microfono ai fan – piuttosto che come una dimostrazione di tecnica o, banalmente, come ‘un concerto come tanti altri’.
Non a caso, lo show si conclude in un clima di commozione generale, con i membri della band che, dopo aver suonato “Five Years”, scendono alla spicciolata verso la transenna per abbracciare e salutare i fan, scattare foto e condividere un ultimo momento insieme. Un addio sentito e sincero, che tocca profondamente tutti i presenti.
Davanti a questa celebrazione, si può dire che i Misery Signals abbiano scelto di ritirarsi all’apice della loro popolarità: i concerti sold-out e una discografia pressoché impeccabile, dove non si rintraccia un lavoro che possa essere considerato davvero scadente, parlano da soli. Il loro impatto su un genere pieno di filoni e difficile da inquadrare come il metalcore è stato a dir poco significativo, con un suono che ha fatto scuola più di quanto si creda, perlomeno nel mondo underground, dove un songwriting avvincente e progressivo contano più di un ritornello orecchiabile.
Con questo ultimo concerto dalle ‘nostre’ parti, i Misery Signals salutano quindi lasciando un vuoto difficile da colmare, ma il rispetto e la gratitudine del pubblico per ciò che hanno dato a questa musica saranno sicuramente duri a morire.
Setlist:
A Victim, a Target
In Summary of What I Am
Set in Motion
Luminary
The Stinging Rain
The Tempest
Nothing
The Failsafe
Ebb and Flow
The Year Summer Ended in June
Worlds & Dreams
Old Ghosts
Something Was Always Missing, but It Was Never You
A Certain Death
Weight of the World
Five Years

