2002-2024: poco più di un ventennio di carriera che, dopo una tranche di date nordamericane nel mese di luglio, viene celebrato un’ultima volta anche sul suolo del Vecchio Continente, con sei appuntamenti a dir poco irrinunciabili per i fan del metalcore più evoluto e nostalgico ‘di una volta’.
Questo, in sostanza è il “Blood Is Forever Love Is Forever” tour; questo è il modo in cui i canadesi Misery Signals, dopo un percorso artistico tanto fragile quanto seminale, hanno deciso di ritirarsi dalle scene e mettere il punto ad una storia che, per una nicchia di ascoltatori in tutto il mondo, costituirà sempre un pezzo importantissimo di vita, ricordi e cuore, qui celebrata ‘a tutto tondo’ grazie al ritorno a bordo di Karl Schubach, frontman su tutti i dischi pubblicati fra il capolavoro “Of Malice and the Magnum Heart” e l’ultimo “Ultraviolet”.
Quasi superfluo sottolineare che Metalitalia.com, all’annuncio dell’itinerario europeo, non ci abbia pensato due volte ad organizzarsi per assistere ad almeno un paio di questi eventi, con lo show di Praga – kick off della breve tournée – identificato come il più comodo e abbordabile partendo dall’Italia nella settimana di Ferragosto…
Giunti all’Underdogs, piccolo club sotterraneo nella zona sud-est della capitale ceca, assistiamo quindi alla performance-lampo dei MAD RABBITS, formazione locale dedita ad un hardcore ‘tutto muscoli’ e figlio degli exploit contemporanei di gente come Pain of Truth, Kublai Khan e Knocked Loose.
Musica semplice, ignorante, e che di certo non si può dire sia allineata al mood della serata, ma che comunque, complice l’effettiva competenza del quintetto nello sciorinare riffoni distruttivi e breakdown grassissimi, a loro volta esaltati da un cantante particolarmente vivace e disinvolto, riesce a dire la sua e a far battere il piede per terra a buona parte del pubblico (invero già piuttosto nutrito).
Una ventina di minuti forse non indispensabile, ma comunque gradevole.
Ci avviciniamo molto di più alle coordinate degli headliner grazie all’arrivo sul palco dei RENOUNCED, formazione britannica che dopo un avvio di carriera fulminante, tra lavori in studio e un gran numero di date live, negli ultimi anni sembra aver scelto una posizione più defilata (complici forse gli impegni di Sammy Urwin con i lanciati Employed to Serve), tanto da far credere a molti un epilogo silenzioso del progetto.
Ad ogni modo, nonostante questo sia il primo concerto dei Nostri dopo una pausa significativa, l’impatto sprigionato è di quelli decisamente positivi: il metalcore ‘caotico’ dei ragazzi, frutto dell’incontro/scontro fra l’eleganza di Poison the Well e 7 Angels 7 Plagues (e quindi Misery Signals) e la brutalità di gente come Turmoil e Martyr AD, entra prestissimo in connessione con il pubblico che a questo punto ha stipato ogni angolo del locale, con tanto di die-hard fan intenti ad afferrare il microfono e a dar manforte al frontman Daniel Gray su alcuni versi.
Il concerto prende quindi una piega via via più energica e coinvolgente, e sebbene il caldo assassino metta tutti – spettatori e musicisti – a dura prova, si può dire che le varie “Buried”, “Self Inflicted” e “How Heavy The Downpour” abbiano svolto il loro compito in maniera dignitosissima. Anche se non sappiamo se in via definitiva, bentornati.
Un ultimo, bellissimo giro di giostra, sull’onda di quel particolare mix di gratitudine e malinconia che solo gli addii significativi sanno produrre. Per molti, a partire da chi scrive, il concerto dei MISERY SIGNALS è stato esattamente questo: un’ora e un quarto di catarsi in compagnia di una band inimitabile per tanti motivi, la cui musica – anche se decisamente meno celebrata rispetto a quella di altri nomi del ‘boom’ metalcore di primi/metà anni Duemila – ha saputo lasciare un segno indelebile nella storia del genere e nella memoria di chi ha saputo entrarvi davvero in contatto.
Ecco quindi che alla comparsa del quintetto canadese, introdotto dalle note di “The Boys Are Back in Town” dei Thin Lizzy, l’Underdogs sembra esplodere, con la doppietta “A Victim, a Target”/“In Summary of What I Am”, dal suddetto, intramontabile esordio del 2004, a porre subito l’accento sulla potenza di Jesse Zaraska al microfono (quarantasei anni compiuti il giorno precedente) e sull’eleganza sopraffina del comparto strumentale, in cui ogni membro – a partire ovviamente dalla coppia di chitarristi formata da Ryan Morgan e Stu Ross, vero perno della proposta con il loro rifferama cangiante e stratificato – dà il suo contributo in un amalgama così coeso e fluido da sembrare il frutto di una piccola orchestra.
La classica partenza col botto, insomma, seguita dal primo dei tanti ‘passaggi di testimone’ della serata fra Zaraska e Schubach, chiamato a cantare le sue “Set in Motion” e “Luminary” in un crescendo di entusiasmo (e sudore) che, a questo punto della setlist, può già dirsi memorabile.
Soffermandoci su quest’ultimo, diciamo subito che, man mano che ci si avvicinerà al finale, la sua voce andrà (quasi) scomparendo, segno che gli anni di inattività qualche effetto lo hanno avuto, ma il suo carisma e il suo modo di tenere il palco – oltre ovviamente alla qualità straordinaria degli episodi di “Mirrors” e “Controller” – bastano e avanzano a non far perdere allo show il proprio slancio. Non a caso, ad una “The Failsafe”, viene riservata un’accoglienza non poi così distante da quella di “The Year Summer Ended in June”, super-classico che Jaraska decide di far introdurre alla figlia e che con il suo andamento ora tecnico e muscolare (sugli scudi anche la batteria di Brendan Morgan e il basso di Kyle Johnson), ora nostalgico e melodico, è vista da sempre come la summa concettuale del suono della formazione.
Detto poi di chicche come “Lie Captive”, ripescata dall’EP “Misery Signals” del 2003, e “Worlds & Dreams”, strumentale splendida che non pensavamo avrebbe trovato spazio in scaletta, non possiamo che ribadire il sapore speciale di questa prima data d’addio in Europa, il cui commiato – riservato a “Weight of the World” e “Five Years”, cantate con trasporto tangibile da entrambi i frontman – ci ha ricordato che alcuni legami, umani e musicali, possono travalicare la fine diventando eterni, indissolubili.
Setlist:
A Victim, a Target
In Summary of What I Am
Set in Motion
Luminary
The Stinging Rain
Lie Captive
Nothing
The Failsafe
Ebb and Flow
The Year Summer Ended in June
Worlds & Dreams
Old Ghosts
Something Was Always Missing, but It Was Never You
A Certain Death
Weight of the World
Five Years

